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Full text of "La capanna dello zio Tommaso: ossia, La vita dei negri in America"

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toELLO ZIO TOMMASO 



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OSSIA 



LA VITA M mm m america 



ENRICBETTA BEECHER STOWE 

— — o^3@^o 



/ 

Tradozione di B. Bermaoì. 



VMLIJiriE I. 



. 1 



MILANO E LODI 

PRESSO LA TIPOGRAFIA DI CLAUDIO WILMANT E FIGLI 

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1885 / ; 



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PREFibZIONE 



Il librò, che offriamo tradotto ai lettori ita- 
liani, venne accolto in America, in Inghilterra 
ed in Francia con tali manifestazioni di sim- 
patia e con tanta foga d^ applausi, dal far di- 
menticare i trionfi letterarii più clamorosi ram- 
mentati nei fasti della slampa. 

La Capanna dello Zio Tommaso della Sto- 
we si diffuse con una celerilà che senti del 
prodigioso; si calcolano oramai a centinaja di 
mìgliaja Je copie assorbite dalF avida curiosità 
dei lettori dei due mondi. 

Questo^ colossale ^d inudito successo^ è do-, 
vuto forse ad una di quelle folli e fittizie aber- 
razioni della moda, che dopo un momento di 
^^^ cieco ed universale affascinamento lasciano die- 
^^ro sé il disinganno, la stanchezza e Fobblio? 
J^*^ È forse questa una di quelle fatue emana- 
^ zioni di luce, che dopo un vivo, ma rapido splén- 
V dorè, si tuffano e si spengono nella corrotta 
^ evaporazione del pantano da cui ebbero vita? 
L^entusiasmo del Nuovo Mondo propagatosi 



IV 



attraverso le onde dellLititcrposio oceano colla 
• rapidità e colla potenza della elettrica scintilla, 
rappresenta forse la volubile e morbosa espres- 
sione della passione accarezzata , del pregiudi- 
zio lusingato, dell'utopia deificata? La gloria 
che circondò d'un aureola si lucente e si im- 
provvisa questo nome della Stowe, finora igno- 
rato, è forse la conseguenza di qualche nuova 
scoperta, di qualche ardita rivoluzione, di qual- 
che inaspettata conquista nel campo dell' arte, 
nel dommio della forma? 

Le cause della popolarità cosmopolita del 
nome e del libro delia Stowe, appartengono ad 
un ordine di fatti e di idee {iiù legittimo e più 
elevato, poiché risponda ai nobili e npn ai de- 
pravati istinti dell'umana natura, e sia infinita- 
mente superiore ad una éémplice questione di 
estetica letteraria. 

La schiavitù, nel senso illimitato della pa- 
rola, deturpa il suolo di tredici fra gli Stati 
dell^ Americana repubblica. La degradazione 
estrema dell' umana specie , e con essa i ca- 
pricci più sfrenati dell' oppressione, sono colà 
consacrati dalle leggi, e riconosciuti come eie- 
meati coaslìtulivì d' una società libera e cri* 
si/ana. Per uno sfrano e do\oTOso cwvVc^^v^ 



raomo-cosa vegeta precisamente laddove ger- 
moglia più spieDdido il sentimento deir indivi- 
duale dignità ed indipendenza. 

Lo spirito riparatore del cristianesimo tentò 
invano disperdere queste ultime ed abbomine- 
voli tracce deirevo pagano. Gli uomini di Stato, 
i filosofi, i filantropi perdettero le loro parole 
e le loro fatiche quando sorsero a combattere 
Toscena istituzione^ che si difendeva contro 
tutti gli argomenti e contro tutte le opposizio- 
ni trincerandosi dietro Y onnipotente parola 
interesse. Questo sangue, queste «lagrime, que- 
ste torture delFanima e del corpo, questa cor- 
ruzione del cuore e queste tenebre dello spi- 
rito, non moltiplicano forse le balle di cotone 
e le casse di zucchero che alimentano si pro- 
digiosamente il commercio e la navigazione 
deirAmerica? 

Quando un^ alta questione di moralità è 
freddamente portata sul terreno del calcolo e 
del guadagno, la discussione diviene impossi- 
bile ; allora la lotta del diritto e del fatto non può 
più essere decisa che dal tempo e dalla forza. 

Diffatti la questione della schiavitù minac- 
ciò' più volte^ e minaccia tulli i g^\otm ^\ \xv 
mutarsi in una tremendsi causa d\ eoWvsXow^ Ns^ 



VI 



i diversi Stati deir Americana repubblica. L'ai* 
larme dell^osttlità^ o «[uanto meno della separa- 
zione tucmò più volte fra gli Stali del Sud e 
quelli del Nord, e preoccupò ansiosamente i 
più generosi ed intelligenti cittadini di quel li- 
bero paese. Le transazioni ed i compromessi im- 
pedirono allora Turto delle forze e scongiurarono 
i pericoli dello sfasciamento, ma non giunsero 
a far si che il problema non rimanesse sospeso 
sui futuri destini della Confederazione, come 
una tempesta gravida di procelle, e forse di 
irremediàbili -catastrofi. 

La schiavitù quindi, non, solo getta un velo 
di obbrobrio sugli splendori che si projettano 
dai miracoli di quel giovane incivilimento che 
lotta coraggiosamente e felicemente contro l'an- 
tica civiltà Europea, ma raj)presenta altresì una 
malattia esiziale che mina sordamente ed istan- 
cabilmente l'avvenire politico e le storiche con- 
dizioni degh Stali Uniti, e che può gettarli in 
preda ad una dissoluzione che ne arrestereb- 
be bruscamente la prosperità materiale e mo- 
rale. 

Gli Americani fedeli agli istinti sociali della 
cazza Anglo-Sassone, tentarono e tentano df li- 
berarsi pacificamente dalla lebbra che li cor- 



ni 



rode, domandando ali! istruzione, al convinci- 
mento, alla propaganda evangelica, ed alle as- 
sociazioni, espressamente costituite a4ale scopo 
sotto il titolo di abolizioniste^ la lenta, ma tran- 
quilla soppressione deirorrenda istituzione. 

Queir attività , quella costanza, quell'au- 
stera ed irremovibile ostinatezza, die formano 
la base del carattere dì questa stirpe fredda, 
risoluta e convinta, vennero messe a servizio 
di questa guerra morale, mediante cui si cerca 
annientare nei suoi ultimi asili T orribile mo- 
stro deir uniano servaggio. ^ E «n movimento 
generoso, attivo é pertinace, che va di giorno 
in giorno dilatandosi negli Stati che non han- 
no schiavi e che comincia a comunicarsi agli 
Stati infetti dalla servitù; è un movimento po- 
deroso ed essenzialmente assorbente, poiché 
abbia per iscopo il definitivo ed universale ri- 
conoscimento dei primitivi diritti delFuomo, 
per bandiera le sacre pagine della Bibbia , per 
complici gli intimi sentimenti della coscienza , 
gl'impulsi talora sofibcati, ma non mai spenti di 
queirislintiva giustizia, che Tuomo può sco- 
noscere, ma non condannare ad un generale 
ed eterno silenzio. 

Quando brillerà Taurora de\V \3\>àt!sv^ >ft^\Xar 



vili 

giia^ e quando suonerà Vurrah della completa 
vittoria? * 

Nesstmo pud dirlo; ma intanto il servag* 
gLO^ come tutte le istituzioni colpevoli perchè 
lesive degli umani diritti, quanto più si sente 
minacciato nella sua esistenza, tanto più ab- 
bonda in opere di violènza e d'iniquità per getr 
tare fra sé e reiiiancipazione degli insormonta- 
bili abissi. La crudeltà, nelle sue più orrende 
manifestazioni, la tirannia, nella sua più ilUaiì- 
tata applicazione, s' affaticano a puntellare il 
eadente edifizio, e colorano d'una luce tremen- 
da e sanguigna questo tardo tramonto della 
nefanda istituzione. « 

Lo stato degli schiavi è peggiorato dacché 
il grido deir emancipazione accrebbe di forza; 
il padrone spaventato da queste voci che pe- 
netrando nelle abitazioni dei negri ridestano 
in essi gFinestinguibili sentimenti della natura 
umana avida d'indipendenza, e fanno brillare 
ai loro sguardi la divina prospettiva della li- 
bertà, pesa con più durezza e con più livore 
su questi miseri^ onde annientare quei residui 
della loro volontà, della loro energia, della loro 
intelligenza , che tendono a collegarsi per of- 
frire miglior punto d' appoggio agli sforzi dei 



IX 



generosi che s^adoperano a richiamare le caste 
rejelte nel gran seno deirumana famiglia. 

Accade presentemente in America hi con- 
troparte delle abbominevoli tragedie, che si 
svolsero atroci a bordo dei bastimenti negrie- 
ri, quando il diritto di visita sorse ad arrestare 
il corso delle infami speculazioni dei loro arma- 
tori. Il pericolo, i danni e le aumentate proba- 
bilità della cattura, lungi dalFestinguere la tratta 
dei negri , non fece, che moltiplicarne gli orrori, 
e le torture a danno di questi infelici. L'avaro 
egoismo degli armatori li trasse» a calcoli rab« 
biosi e feroci sulle nuove condizioni ch'eransi 
rese necessarie perchè la tratta rimanesse una 
operazione a larghi e sicuri guadagni. Si af- 
filarono quindi le navi perchè scorressero più 
leggere col loro carico d'umana mercanzia, si 
diminuirono le razioni di vitto e d' aequa pei 
prigionieri, onde eludere le disposizioni colle 
quali s'indicava come sospetto di esercitare la 
tratta il bastimento avente a bordo comestibili 
più abbondevoli di quelli richiesti presumibil- 
mente dai bisogni dell'equipaggio, si accumula- 
rono nella stiva gli sventurati negri privandoli 
di spazio, d'aria, di luce, ed abbandonandoli 
a tutti i più spaventosi tormetì\\ àe\ "s^vvsAwxsv^^ 



X 



del contagio, deirafa^ delle fisiche e morali tor- 
ture, e.tutto ciò.fier rioUenere queir equilibrio 
tra i danni edi proventi, che il riconoscimento 
internazionale del diritto di visita aveva al- 
terato. ; ì 

Fu dihnamii allo spettacolo delle innume- 
rabiii sofferenze : dei Negri, in sotto T inspira- 
zione di questa lotta accanita fra. lo^^pirito del- 

r 

Y Evangelo ed il mostro deSa schiavitù, fu per 
concorrere alla difesa delld causa degli oppressi 
contro gli i oppressori, fu per iscongiarare le 
catastrofi^ politiche minacciate air iberica dal- 
l' agitarsi appassionato della tremenda questio- 
ne, che la Stowe chiese alla sua mente ed al 
suo cuore il concetto di tin libro, che avesse a 
gravitare sulla bilancia che sta ancora oscil- 
lante e sospesa fra il trionfo del diritto e quello 
della violenza. 

L' attualità^ e la eminente grandezza del 
concetto, doveano eccitare altamente V atten- 
zione dei concittadini della Stowe; ed in fatti 
non appena il libro avea vista la luce, che to- 
sto s' aggrupparono intorno ad esso plaudenti 
e ringhiosi i nemici ed i partigiani del servag- 
gio. L'avvenimento letterario avea assunta d'un 
tratto un' importanza politica, e facea sorgere 



XI 



dappertutto Tapprovazione ed il biasimo , Tinno 
e la maledizione, T applauso e la bestemmia. 
Gli affetti più vivi e sinceri , le passioni più ar- 
denti e più selvaggie si cozzarono tumultuosa- 
mente intorno a queste pagine, che svelavano 
i turpi e nefandi abissi entro i quali una in- 
sti luzione riconosciuta e protetta dalla legge, 
gettava tante migliaja di povere ed innocenti 
umane creature. 

La popolarità del libro fu rapida, immen^ 
sa, e, bisogna pur dirlo, ben meritala. Gli 
stessi colpiti da questa luce rivelatrice dei truci 
misteri! del servaggio , dovettero inchinarsi in- 
nanzi alla potenza della giovine autrice , che 
mescolando il sorriso alle lagrime designava 
con sublime energia, con magnifiche tinte, con 
tremenda esattezza lo scheletro schifoso della 
schiavitù. 

Il libro passò in Europa e vi ottenne un 
eguale successo. I lettori Europei, tristemente 
abituati ad una letteratura convenzionale e ge- 
neralmente viziata , costretti a subire sempre 
gli estremi o della vacua declamazione o del- 
l' ipocrita escobarismo, balzati senza tregua 
dalla pazza utopia al positivismo senza vi- 
scere e senza buona fede, ivavx^e^Nx ^^^\iv 



XIV 



calpestarla, tatto quest^ assieme dMdee, di sen- 
timenti^ di fatti -e di sciagure che di quando in 
quando si svolge in Europa in vulcaniche es- 
plosioni, non trova, è vero, un esatto raffronto 
nel servaggio degli Stati-Uniti, ma non ne dif- 
ferisce però in modo tanto assoluto dalF impe- 
dire che la lezione data dalla Stòwe al padrone 
ed allo schiavo americano sia tutta perduta pei 
figli lieti e contristati del nostro emisfero.^ 

' La letteratura Europea si è generalmente 
fuoriata trattando questo tremendo e delicato 
problema della diversità dei destini delle varie 
classi sociali. Aspramente omeopatica, essa si 
studiò di attizzare nuove passioni, di eccitare 
nuove violenze, di appellarsi alla parte bruta 
deir uomo per distruggere le amare ed oppres- 
sive conseguenze delle vecchie passioni, delle 
vecchie violenze, degli antichi trionfi della mal- 
teria sullo spirito, deir egoismo sulP amore, 
della tirannia sul sacrificio. 

' Questo andaménto del pensiero letterario, 
invece di semplificare la questione, la rese più . 
complicata, più torbida, meno districabile. Non 
è col sostituire una prepotenza ad un^altra, col 
far succedere un' esclusione ad un' altra esclu- 
sione^ coir invertire le manifestazioni della ti- 



XV 



rannìa, che si giungerà ad ottenere quella santa 
fusione di speranze, d^ interessi, di tendenze é 
di reciproche annegazioni, che sola può stabilire 
sópra basi stabili ed inconcusse la felicità del* 
r umana famiglia. 

La parola di Cristo, amat€i;>i gli uni egli 
altri ^ ecco il tema fecondo ed ineffabile che in- 
spirò il libro della Stowe, e che dovrebbe gui- 
dai^e la letteratura Europea nei suoi tentativi 
di migliorare , divertendo , i destini deir infe- 
lice stirpe d'Adamo. 

Costretti ad una precipitazione che ci vieta 
di svolgere e persino di coordinare convenien- 
temente il nostro pensiero, noi lo lascere- 
mo qual è mo?zo ed in incompleto. I lettori 
potranno supplire alla defìcienza delle nostre ^ 
considerazioni, qualora invece di scorrere cu- 
riosamente, ma sbadatamente il libro che of- 
friamo loro tradotto, ne vorranno analizzare 
pensatamente l'ammirabile principio fondamen- 
tale, svolto con tanta potenza, con tanto in- 
gefgno, con tanto amore dalla Stowe nelle varie 
scene da essa stupendamente descritte. 

Noi abbiamo cercato di riprodurre il più 
esattamente che ci fu possibile la forma sem- 
plifee e spedila dello stile delibi Slo^^. "à^ wwv 



XVI 



vi siamo riesciti , metà della colpa dev^ essere 
attritmita a nostro càrico, e P altra metà alla 
fretta con cui abbiamo dovuto compiere il la* 
voro. In quanto air impiego deUe [>aroIe , lo 
confessiamo sinceramente, ci siamo attualmente 
come sempre ribellati contro la Crusca ogni 
qualvolta T esigeva la diiarezza, la precisione^ 
¥ odio contro le anticaglie;^ e le abitudini lin- 
guistiche comunemente accettate come moneta 
di buon corso in Italia. Che i puristi ci condan- 
nino a loro beir agio ; il genio della lingua per 
noi sta nella grammatica e nelta sintassi e non 
nei riboboli , ne^li enigmi e nelle spazzature 
dei vocabolarii accademici ed affumicati. 



Il TjlADUTTORE. 






LA eàPANNA DELIO ZIO TOMMASO 

OSSIA 

LA VITA DEI NEGRI IN AMERICA. 



CAPITOLO I. 

// lettore fa conoscenza con un tiomo di cuore. 

In uìia piccola citlà del Kentucky ad un' ora tarda d' una 
fredda giornata di febbrajo^ due gentlemens bevevano assieme 
in una sala da praneo riccamente decorata. Non v'era presente 
alcun domestico , ed i due personaggi aveano avvicinate le 
sedie e sembravano occupali d'un argomento di grave inte- 
resse. 

Noi abbiamo creduto di obbedire alle convenienze^! gra- 
tificarli ambidue del titolo di gentlemens ^ ossia d'noìMii come- 
si deve. Per altro l'uno d'essi, osservandolo con guardcPeritico, 
Io si vedeva non appartenere strettamente a taleditegoria; 
Era questi un individuo piccolo e grosso, coi lineametrti voi- 
garij ed avente quell'aria di pretesa e di furfantelMuf che è 
il segnale caratteristico d'un uomo di bassa condii;k>ne che 
cerca uscire dalla sua sfera. Egli aveva un gilet a molti e vivi 
colori, una cravatta azzurra sparsa di giallo, ed n cui nodo gi- 
gantesco era in armonia coll'aspetto generale del personaggio. 
Le sue grosse mani erano ornate da anelli^ il suo orologio 
era attaccato ad una pesante catena d'oro,' dalla quale pen- 
deva un enorme mazzo di piccoU j\0)e\\\flÀw\i^%^^^^^^^^>!^^ 

dJ colorì. Mìa %a del discorso eoAV tàx^^V^'^^^-^^^'^^-^^^^^ 
^ol. I. ^ \ 






2 

tintinnire tulta questa chintaQlieria, e s'abbandonava a que- 
st'impresa digitale con evidente soddisfazione. Egli parlava 
un inglese alquanto sgran\pnaticàto, e condiva i suoi discorsi 
con espressioni talmente profane che noi, ad onta del nostro 
desiderio d-esattezza, ci guarderemmo bene dal ripeterle. 

11 suo compagno^ il signor Shelby, avea i modi d'un uomo 
ben educato^ le disposizioni interne della sua casa, Tammobi- 
gliamento/ Passetto domestico indicavano Tagiatezza ed anche 
ropulenza. 

Come abbiamo già detto, i due interlocutori s'erano impe- 
gnati in una seria conversazione. , 

— Ecco come aggiusterei l'affare, disse il signor Shelby. 

— In verità, m' è impossibile d'accettare le vostre propo- 
ste, rispose r altro tenendo sollevato il suo bicchiere tra gli 
occhi ^ la luce. 

— Pure, Haley, il mio Tommaso è^un soggetto raro^ egli 
certamente vi varrà dappertutto la somma che ne domando. 
La sua condotta è irreprensibile, la sua abilità incontestabile, 
la sua onestà evidente^ gli affari che sono da lui diretti cam- 
minano colla regolarità d'un orologio. 

— l^li è onesto quanto può esserlo un negro, riprese Ha- 
ley ver^^dosi un bicchiere d' acqua-vita* 

— I^'sostengo che Tommaso è una brava creatura, sulla 
quale si può contare, e che è dotata d'una pietà sincera. Egli 
assisteva» or sono quattro anni, ai sermoni d'un predicatore 
ambulaat^» e credo ne abbia approfittato. D'allora in poi io 
gli ho confidato quanto possedeva, denaro, casa, cavalli; l'ho 
lasciato andare avanli indietro pel paese, e la sua fedeltà non 
s' è mai smentita. 

— Molti credono che i negri non abbiano religione, disse 
Haley; ma io non appartengo al novero di costoro. Nell'ulti- 
mo lotto di negri da me comperati alla Nuova-^Orleans. v'era 
un giovinetto d'una dolcesfiza angelica e d'una pietà affatto com* 
movente. Egli mi portò un bel lucro; Io comperai da un prò- 



5 

prietarìo ch'era obbligato a disfarsene, e ci guadagnai sopra 
seicento dollari. Certamente, la religione in an negro è una 
cosa che ha un bel prezzo, quando però sia effettiva e non 
una maschera per ingannare. 

— Sotto questo riguardo Tommaso è Tuomo che ti con- 
Tiene, replicò Shelby,- io Tho inviato solo a Cincinnati, incari* 
candolo di riscuotere per me cinquecento dollari. Tommaso, 
gli dissi, io ho fiducia in toì, perchè so che siete un cristiano 
incapace d'ingannarmi. Tommaso è ritornato, come io mi vi 
aspettava. Alcuni miserabili lo aveano consigliato a fuggirsene 
nel Canada; egli rispose: il mio padrone ebbe fiducia in me, 
bisogna che la giustifichi. Mi hanno raccontato tutto ciò. Vi 
confesso ch'io sono dolente di separarmi da Tommaso, e se voi 
aveste della coscienza, Haley, vi contentereste di lui a com- 
penso di quanto vi debbo. 

— Io ho tanta coscienza quanta ne può avere un uomo di 
affari, disse il mercante di schiavi con aria gioconda; io sono 
propenso ad ascoltare la ragione per far piacere ai miei amici; 
ma voi trattate troppo rigorosamente con me. ^ 

Ed il mercante, dopo aver lanciato un sospiro, si riempi 
nuovamente il bicchiere d'acqua-vitff. 

— Ebbene, Hs^ley, quali sono le vostre ultime condizioni? 
disse Shelby dopo un Istante di penoso silenzio. 

— Noli avete voi qualche ragazzo o ragazza da aggiungere 
a Tommaso? 

— Hum ! non ho niente di disponibile. Per parlarvi franca- 
mente è la necessità che mi forza a vendere; del resto io non 
amo separarmi dai miei schiavi; eccovi la verità. 

In questo momento s'aprì la porta, ed un fanciullo qwxT- 
tm'an (i), dell'età di quattro o cinque iinni entrò nella sala. 
Il suo esterno era notabile; i suoi capelli neri e fini come la 



(i) Fanciullo generato da un bianco e da una meUccV^^^NV 
ce versa. 



*•<« 



seta incorniciavano coi lucidi loro ricci un viso rotondo e pie- 
notto; i suoi grandi occhi neri^ pieni di fuoco e di dolcézza 
scintillavano al di sotto delle sue lunghe ciglia ed erravano 
curiosamente per la stanza; una veste di tartan gialla e rossa, 
leggiadramente attillata alla personcina, facea risaltare il ca- 
rattere originale della sua bellezza; la sua aria di comica fran- 
chezza^ mescolata di riserva e d'ingenuità, dimostrava che egli 
era favorito e forse un po' guastato dal suo padrone. 

— * Oik, Enrico 1 raccogliete questo ! disse il signor Shelby 
gettandogli un grappolo d-uva. 

11 fanciullo balzò con tutta forza per afferrare ia preda, 
ed il suo padrone si nrise a ridere. 

— Venite qui, Enrico, gli disse il signor Shelby. 

11 fanciullo s'avvicinò; il signor. Shelby accarezzò i ricci 
di quella* bella testolina. ' . 

-^ Oraj riprese Shelby, mostrate a questo gèntlèmen che 
voi sapete danzare e cantare. . 

11 àmciullo intttònò con voce pura e sonora una di quelle 
canzoni grottesche e selvaggie che sono in voga fra i negri; 
nello stesso tempo agitava le mani, i piedi e tutta, la persona 
in modo piacevolissimo e conservando perfettamente la misura. 

— Bravo 1 gridò Haley gettandogli un grosso spico d'arancio. 

— Adesso, riprese Shelby, camminate come il vecchio buon 
uomo Cudioc quando ha i suoi reumatismi. 

Tosto le membra flessibili del fanciullo si contrassero, il 
suo dorso si piegò, il suo viso allégro si coprì di smorfie, ed 
appoggiandosi al bastone del suo padrone il birboncello fece 
alcuni passi inciampando come un vecchiardo. 

I due gentlemens diederp in iscoppii di riso. 

•— Ora, Enrico, mostrateci come il vecchio Robbins dirige 
il eanto in chiesa. - 

II fanciullo allungò la faccia e cominciò a cantare un sal- 
mo con un tuono nasale, che era da lui imitato con gravità 
imperturbabile. 






--Hurrah! bravo l Qual grazioso fanciullo! gridò Haley; 
egli farà della strada, ve lo garantisco. 
Battendo poscia leggermente sulla spalla di Shelby aggiunse: 

•— Mi viene un pensiero. Datemi questo furfantello ed io 
conchiudo Taffare; allora si potrà dire cl^e tutto è stato ulti- 
mato equamente. 

In questo momento la porta venne schiusa dolcemente^ ed 
una giovane qunrteronne di circa venticinque anni entrò nella 
sala. 

Non era necessario di guardarla lungamente per assicu- 
rarsi che dessa era la madre d^ Enrico: essi aveano gli stessi 
occhi neri ed adorni di lunghe ciglia ^ gli stessi capelli neri, 
fini ed arricciati. Le brune sue guancie si colorirono d'un leg- 
giero incarnato, che s'accrebbe quando s'avvide come lo stra- 
niero la contemplasse con audace e franca ammirazione. Essa 
portava una veste che le se addiceva a meraviglia. I contorni 
irreprensibili delle sue membra, le sue mani delicate, i suoi 
piccoli piedi non poteano sfuggire airaltenzione del mercante^ 
avvezzo a giudicare a colpo d'occhio le qualità d'un articolo 
femminile. 

*- Che volete Elisa? disse Shelby alla quarteronne che Io 
guardava esitando. 

— Cercava Enrico, o signore. 

11 fanciullo si slanciò verso lei, e le mostrò il fatto bottino, 
che aveva allogato in un lembo della sua vesticciuola. 

— Prende tevclo dunque, rispose Shelby. 

Elisa si ritirò precipitosamente portando il fancittllo nelle 
sue braccia. 

— Per Giove ! gridò con entusiasmo il mercante di «chiavi ; 
ecco un magnifico pezzo! Quando vi piacerà, voi con questa 
donna farete la vostra fortuna alla Nuova-Orleans. Io ho ve- 
duto pagare delle migliaja di dollari per ragazze che non 
avevano la metà della sua bellezza. 

— Io non ho intenzione di fare la m\a lot\\«v^ ^wv^^'^'^> 



6 

disse seccamente Shelby; e per disviare la conversazione 
sturò una nuova bottiglia e chiese al suo compagno come ne 
trovasse il vino. 

— Delisioso! esclamò il mercante di schiavi; ma andiamo 
dunquel quanto volete di questa donna? 

— Essa non è da vendere, signor Haley^ mia moglie non 
la cederebbe a . peso d' oro. 

"^ Ah ! le mogli parlano sempre così , perchè sono stra- 
niere ad ogni specie di calcolo. Se si dimostrasse loro quanti 
giojelli, piume, orologi si possono acquistare col peso in oro 
d'una schiava, esse muderebbero ben presto di parere. 

— ^ Ve lo ripeto, Haley^ non bisogna pensarvi 3 io dico no, 
ed è questa la mia ultima parola. 

— Iq questo caso lasciatemi ti fanciullo, disse il mercante 
di schiavi. 

— Che ne volete fare? 

— Io ho un amico che si occupa di questo genere di articoli, 
ed alleva dei bei fanciulli per venderli. Questi sono articoli 
di pura fantasia, che abbisognano di ricche borse che possano 
ben pagarli. Questi ragazzotli sono eccellenti per aprire le 
porte, servire a tavola, montare dietro le carrozze. Essi. sono 
molto ricercati, e questo piccolo demonietto che canta e che 
balla sarebbe un articolo di buonissimo smercio. 

— Preferirai non venderlo, disse il signor Shelby con aria 
pensosa. Il iatto si è ch'io sono umano e mi ripugnerebbe 
il togliere il figlio ad una madre. 

— Davvero! Oh! io comprendo ciò perfettamente. Le 
donne vi fanno spesso passare dei quarti d'ora dìspiacevoli 
colle loro lagrime, colle loro lamentele 5 ma io, in generale, 
dispongo le cose in modo da evitar tutto questo. Voi non avreste 
che a mandare la madre per alcuni giorni alla campagna^ al 
suo ritorno tutto sarebbe finito : Vostra moglie le darebbe un 
pajo d'orecchini od una veste nuova, e ciò la consolerebbe 
completamente. 



7 

— lo temo di no. 

— Vedrete, vedrete: queste creature là, sapete voi, non 
sono come i bianchi; trattandole a dovere è facile sollevare il 
loro morale dair abbattiménto. Si pretende che il commercio 
de^ negri indurisca il cuore ^ io non me ne sono mai accorto; 
egli è soltanto che vi sono di quelli che non sanno prender la 
cosa sul suo vero verso. Ho veduto, per vendere un fanciullo, 
strapparlo bruscamente dalle braccia della madre, che urlava 
e si dibatteva come una pazza. Questo metodo è detestabile ; 
con esso si deteriora la mercanzia, ed alcune volte la si mette 
persino fuori dì servizio. Ho visto alla Nuova-Orleans una 
giovane veramente bella guastatasi completamente per qual- 
che cosa di simile. L'uomo che la comperava non sapea che 
farne del siio bambino; essa lo stringeva contro il suo petto^ 
resisteva, singhiozzava: glielo tolsero colla forza, la rinchiusero, 
ed essa divenne pazza. Signore, questa fu una perdita di mille 
dollari causata da un vizio nel sistema; è sempre meglio 
dgire con iimanHà, credetelo alla mia esperienza, o caro si- 
gnore. 

Detto questo il mercante di schiavi si stese sulla sua scranna^ 
ed incrociò le braccia con un'aria di virtuosa risoluzione. Si 
avrebbe detto che egli di considerava come un secondo Wil- 
berforce. Sembrava che la tesi da lui sostenuta Tinteressasse 
vivamente, poiché, mentre il suo compagno slava meditabondo 
sgusciando uif arancio, egli aggiunse delle nuove considera- 
zioni, quasi fosse trascinalo dalla forza della verità. 

— Non è decoroso il fare il proprio elogio; ma non v'ha alcuno 
che non riconosca come io abbia le mandre di negri meglio 
condizionate, più grasse, più vigorose, e come ne perda meno 
dei miei confratelli. Ciò dipende dal mio sistema, la cui base 
è l'umanità. 

Shelby non sapea cosa dire: perciò egli disse: Veramente ! 

— Si sono messe in burla le mìe idee, o signore^ ^ %^w^\^- 
mente non sono accettate; ma io resto \oto ie^eX^^^ %\^wwi> 



e 

e grazie ad esse io realizzo dei buoni guadagni: si direbbe 
che sono pagato apposta per ayei4e. 

La maniera con cui il mercante di schiavi comprendeva 
.r umanità era siffattamente originale, che Shelby non potè 
trattenersi, dal ridere. Questo piccolo movimento d' ilarità in- 
coraggi Toratore. 

— £ strano, egli riprese, come io non abbia potuto far in- 
tender ragione a molte persone. Il mio antico socio, Tommaso 
Loker, uomo abile del resto^ era un demonio coi negri! Egli 
avea il miglior cuore del mondOyma era istancabile nel per- 
cuotere i negri: era il suo sistema. Io gli diceva spesso: mio 
caro Tommaso^ quando le vostre ragaEze sono tristivC quando 
versano lagrime, perchè batterle sulla testa e dar loro dei 
pugni? Ciò è ridicolo. Non è delitto il piaogefe, la natura Io 
esige, e in una maniera o neir altra bisogna cedere alla na- 
tura. E poi voi rovinate le vostre negre; esse s'addolorano, 
diventano brutte, e* vi vuole il diavolo per rimetterle. Cercate 
invece di abbonirle, di prenderle colla dolceaza.- Eeco ciò cbMo 
gli diceva; ma egli non mi ha mai ascoltato, e liii ha guastate 
tante donne ch'io fui costretto a piantarlo stìlo^ sebbene fosse 
un'eccellente creatura ed un bravo venditore. 

— E voi credete che il vostro sistema sia preferibile a 
quello del vostro socio? chiese $helby, 

— Ve lo assicuro, signore. Ogni qualvolta ra' è possibile 
evito i dispiaceri. Se voglio vendere un ragazzo, allontano la 
madre. Lontano dagli occhi, lofntano dal cuore:.. Del resto 
quando il male è già fatto irrcmediabile, bisogna bene che essa 
vi si rassegni. Non è come si trattasse di bianchi, che sono 
allevati neiridea di conservare i loro figli e le loro mogli: i 
negri , quando sono bene educati, non possono contare su ciò. 

— lo credo che i miei non sieno convenientemente educati; 
disse il signor Shelby. 

— Ciò sarebbe possibile; voi altri abitanti del Kentucky vi- 
ziale i negri. Avete delle buone intenzioni a loro riguardo. 



9 

ma la vostra benevolenza è loro funesta. Ln negro, vedete, è 
fatto per passare da mano a mano, p^r essere venduto a Tom- 
maso^ a Riccardo^ t^ jion importa chi; non è caritatevole in- 
spirar loro desiderii che non possono soddisfare , e che li 
distolgono dalla loro vocazione. Per conto mio credo di trat- 
tarli come si debbe. 

— E una cosa buona Tessere contenti di se stessi, disse 
Shelby alzando leggermente le spalle. 

— Ebbene! riprese Haley dopo qualche minuto di silen- 
zio; qual è Tultima vostra parola? ; 

— Vi rifletterò e ne parlerò a mia moglie; ma.se voi vo- 
lete condurre i vostri affari colla tranquillila che desiderate, 
guardatevi bene di parlarne. Senza tale precauzione^, tutti i 
miei negri sarebbero agitati, e si avrebbe molta pena a cal- 
marli. 

— Basta cosi! malusi disse Haley indossando il suo pu' 
letot; ma io ho premura ed avrei bisogno di conoscere al più 
presto possibile la vostra risposta. • 

— Ebbene ! tornate questa sera fra le sei e le sette, ed io 
vi comunicherò le mie risoluzioni. 

. Il mercante di schiavi scomparve dopo aver salutato il suo 
ospite. Quando la porta fu ^hiusa^ Shelby disse a sé stesso. 

— L'impudenza di costui m'irritava ad un punto che fui 
tentato di gettarlo dall'alto ài basso della scala ; ma io sono 
costretto ad avergli dei riguardi. Se alcuno m'avesse detto che 
sarebbe venuto un giorno in cui avrei venduto lo zio Tom- 
maso, avrei gridato alla calunnia; eppure bisognerà proprio 
farlo ! Mia moglie s'opporrà ; essa non vorrà poi ad ogni costo 
che sì venda il figlio di Elisa; ma ohimè! questo mercante di 
schiavi mi è creditore, ed egli approfitta dei propri vantaggi. 
Ecco cos'è aver dei debiti. 

E forse nello Stato di Kentucky che la schiavitù si rivela sotto 
il suo aspetto più mite. In questo Stato predomina l' a^sL^v&^V- 
tura. Non vi si vedono ritornare periodicataetvV.^ ^"fc>\^ <k^wìw^ 



di febbre industriale che nelle contrade meridionali impon- 
gono sì erode fatiche. 1. padroni si contentano d^una rendita 
regolare, e non hanno quelle inamane tentauoni che trionfono 
sempre della fragile nostra natura, quando la pros^fettira 
d^ un rapido guadagno non è bilanciata che dal P interesse de» 
gli infelici. 

Se si percorre irRenlucky, scorgendo l'indulgenza di certi 
padroni ed il sincero attaccamento ài certi schiavi , si può 
credere per un momento alla poetica utopìa d'una istituzione 
patriarcale; ma questo quadro ha u»^ ombra, e quest'ombra 
è la legge. Questa legge considera una folla d'esseri umani, i 
cui cuori palpitano, le cui affezioni sono energiche , come al- 
trettante cose appartenenti ad un padrone. Questo padrone 
può essere benevolo 5 ma se egli cade in rovina, se muore; i 
suoi schiavi sono esposti a mutare da un giorno all'altro la 
loro vita tranquilla in una miserabile esistenza. La migliore 
fralle possibili organizzazioni della schiavitù non saprebbe 
dunque annientarne gl'inconvenienti. 

Il signor Shelby era alla fine dei conti un uomo eccellente, 
disposto a rendere felici quanti il circondavano, ed occupan- 
^si seriamente del ben essere materiale dei negri dei suoi 
domini!. Egli avea avuta la sventura d'impigliarsi storditamente 
in pericolose speculazioni, ed alcune cambiali da lui firmate 
per somme considerabili erano cadute fralle mani di Haley. 
^ Queste spiegazioni danno la chiava dell'antecedente con- 
versazione. 

Avvicinandosi alla porta Elisa avea afferrate alcune pa- 
role, che le erano bastate per rivelarle come un mercante di 
schiavi facesse delle offerte al suo padrone. Essa avrebbe vo- 
lentieri continuato ad ascoltare, ma la padrona la chiamò, sic- 
ché fu obbligata a ritirarsi. Tuttavolta essa credè compren- 
dere che il trafficante avesse bramosia del suo Enrico, li suo 
cuore si gonfiò^ essa strinse involontariamente il fanciullo con 
tanta forza, che questi la guardò con aria meravigliata. 



il 

Entrafìdo.neirappartamento della signora Sbelby, Elisa ro* 
yescìò il lavabOj urtò il tayolo da lavoro, e recò alla sua pa- 
drona una lunga veste di camera invece dell'abito che le era 
stato chiesto. 

--^ Che avetft dunque'quesl'oggi ? le disse la signora Shelby. 

— Ohi signorai signora l gridò la povera madre fondendo 
in lagrime^ e cadendo sopra una sedia. 

— Cos'è che v'addolora, mia cara? 

— Ohh signorai un mercante di schiavi parlò col.mio^pa- 
drone nella sala da pranzo. Io Tbo inteso. 

— Ebbene! e se ciò fosse? 

— Ohi signora! credete voi che il signore sia capace di 
vendere il mio Enrico? 

E i singhiozzi della povera creatura raddoppiarono. 

-* Venderlo ! No, questo è impossibile. Voi sapete che il 
vostro padrone non fa me^ì afiari coi mwcanti del mezzogior- 
no..^ e che egli non pensa a vendere i suoi servi lino a che 
questi si conducono lodevolmente. ì^erchè, pazza che siete, 
credete voi che si voglia comperare il vostro Enrico? Hanno^ 
forse tutti per esso i vostri occhi? Andiamo, acquietatevi; at- 
taccate la mia veste al porta-mantello, pettinatemi, e non 
ascoltate più alle porte. 

— Voi, signora, non consentireste mai a lasciar. . . 

-7- Senza. dubbio, non vi consentirò. Perchè tali inquietu- 
dini? Io lascerei piuttosto vendere uno dei miei figli. Ma in ve- 
rità. Elisa, voi divenite troppo orgogliosa per questo fanciullo. 
Appena alcuno entra qui, v'immaginate tosto che si venga a 
rapirveio. 

Assicurata da queste parole Elisa rise delle sue paure, e 
die passo con destrezza alla toilette della sua .padrona. 

La signora Shelby era'una donna distinta sotto il rapporto 
dell'intelligenza e dei sentimenti. Alla generosità, alla gran- 
dezza d'animo, che caratterizzano spesso le donne del K.euiik<^W^ ^ 
essa aggiungeva un'alta moralilà, e pmcvyu T^V\^m\ ^'SiàsV 



12 

ménte applicati. Suo marito^ abbastanza indifferente in ma- 
teria di fede, rispettava le convinzioni di sua ìno^^ie, di cui 
anzi temeva i gfadizii. Egli la lasciava completamente libera 
di migliorare la condizione intellettuale e fisica de'suoì schiavi^ 
senza però mescolarsene personalmente. Egli non pensava^ 
come alcuni settari!, che il sopra più delle buone opere delle 
persone pie dovesse contare a prò del resto dei fedeli; ma 
pure sembrava convinto che sua moglie avesse una carila suf- 
ficiente per due, e si lusingava confosamenle di ^guadagnare 
il cielo mercè la sovrabbondanza delie qualità, di cui essa of- 
feriva un' esempio che egli dal suo lato non avea la pretesa 
di eguagliare. •; - • . 

Ciò che più imbarazzava il Shejjby dopo il suo colloquio 
col niercante di schiavi, si era la difficoltà di far annuii^e sua 
moglie al progettato acciomodamentò, e di vincei^ Popposizione 
che da'^ssa gli verrebbe mossa« 

La Shelby era lontana dairindovinare le preoccupazioni di 
suo marito. Essa. lo sapeva essenziàluiénte onesto, ed era colla 
più perfetta buona fede che avea respinti i sospetti di Elisa. 
Essa non degnò neppure di soffermarvisi, e s'occupò esclusi- 
vamente de' suoi preparativi per una visita che avea proget- 
tato di fare in quella sera. 

CAPITOLO II. 

La Madre. 

Elìsa, allevata dalla sua padrona fino dalPinfanzia, ne era 
la favorita. 

I viaggiatori che hanno percorsi gli Stali-Unili del Sud no- 
tarono la grazia, la voce insinuante, le maniere gentili delle 
quarteronnes e delle mulatte. Questi doni naturali sono resi 
più pregevoli, spesso da una splendida avvenenza, e quasi sem* 



13 

pre da un fisico aggradevole. Eiisa, quale l'abbiamo d^scritla^ 
non è un ritratta fantastico^ noi T abbiamo riprodotta dietro 
ricordanza, e tale quale, l'abbiamo veduta alcuni anni fa nel 
Kentucky. 

Elisa avea, sotto la protezione delie sua padrona, evitale 
le seduzioni che rendono la bellezza tanto fatale ad una 
schiava. £issa avea sposato un mulatto d'ingegno, chiamato 
Giorgio, schiavo sopra un vicino tenimentò. 

Questo giovane era stato noleggiato dal suo padrone ad 
un fablìficatore di sacchi; La^sua capacità Tavea messo in 
prima linea. Malgrado la sua mancanza di primitiva istruzione^ 
egli avea inventato con successo una macchina per gramolare 
la canapa. Egli avea un aspetto piacevole^ e modi garbati. Non- 
dimeno, siccome egli non era un uomo- agli occhi della legge» 
le sue distìnte qualità erano sottomesse al capriccio d'un ti* 
ranno volgare, di piccole idee. Questo padrone^^ avvertito del* 
rinvenzione di Giorgio, si reco alla manifattura per osservarla. 
Venne accolto con entusiasmo dal direttore, che lo felicitò di 
essere il possessore d'uno schiavo tanto prezioso. Giorgio, 
animato da tanti elogi, spiegò la sua macchina, e si espresse 
con tanto brio e ricchezza di frasi , che il sao padrone non 
potè a meno di risentire la propria inferiorità. Era conveniente 
che un mezzo-n^rò corresse il. mondo, inventasse delie mac- 
chine, ed alzasise la testa frammezzo ai bianchi? Questo era 
uno scandalo, al quale bisognava por termine col ricondurre 
l'audace, col metterla a vangare la terra, coU'umiliape in una 
parola il suo orgoglio. In conseguenza il padrone chiese di 
regolare il conto di Giorgio, volendo egli averlo immediata- 
mente appressa di sé. 

— Ma, signor Harris, disse il direttore della fabbrica, la 
vostra risoluzione non è forse troppo brasca ? 

— Che importa? Non sono. io il padrone di quest'uomo? 

— Noi saremmo disposti, o signore, ad accrescere il prezza 
della locazione. 



14 

— Ciò non mi fa nulla, signore, lo non, ho bisogno di no- 
leggiate i miei schiavi quando non ne ho roglla. 

— Ma, signore, egli è adattatissimo alle funzioni da lui 
sostenute. 

— Ciò è possibile, ed io ci scometto che non é mai stato 
tanto adatto a quelle che intendo cOnftdargli. 

— Pensate alla macchina che egli ha inventata, disse im- 
prudentemente uno degli operaj. 

— Ah ! si t questa è una macchina per risparmiar la fatica. 
Un negro è ben capace d^inventare una tal cosa ; esso stesso 
non è che una macchina che economizza la fatica per quanto 
gli è possibile. Ho deci«o^ Giorgio verrà con me. 

Giorgio era rimasto come annientato neif udire la sua sen- 
tenza pronunciata da un' autorità, contro la quale era vana 
ogni resistenza. Egli incrociò le braccia, si morse le labbra; 
ma la collera gli ardeva in petto conie un vulcano e circolava 
in torrenti di fuoco nelle sue vene. La sua respirazione era a 
soprassalti, i suoi grandi ocphi neri lampeggiavano, ed avrebbe 
dato sfogo alla^sua rabbia senza rintervento del direttore del- 
Tofficina. 

— Cedete, gii disse questi toccandogli il braccio; allenta-* 
natevi momentaneamente; noi cercheremo (ti farvi ritornare. 

Il tiranno osservò questo a parU. Ne indovinò il senso, e 
s*invigorl nella risoluzione di tener la vittima in suo potere. 
Giorgio lasciò la fabbrica, e fa impieigato nei più triviali la* 
veri della fattoria, figli ebbe sufficiente dominio sopra sé 
stesso per non oltrepassare i confini del rispetto; ma la sua 
aria tetra, i suoi lineamenti contratti, i suoi sguardi corruc- 
ciati rivelavano eloquentemente i suoi pensieri e provavano 
indubitabilmente che quest^uomo non sard^be.mai divenuto 
una cosa. 

Fu durante il suo soggiornò alla fabbrica, il quale gli con- 
cedeva la libertà di andare é venire, che Giorgio avea veduta 
Elisa e Tavea sposata. Quest'unione ottenne Tapprovazione della 



pignora Sheiby, che era un po' affetta dalla femminile manìa 
di combinare dei matrimoniì. Essa vide con piacere la sua la* 
vorita divenire la moglie d'un uomo della sua classe^ che sem- 
brava convenirle sotto ogni rapporto. Attaccò essa stessa la 
«orona di fiori (l'arancio e dispose il velo nuziale sul capo 
della fidanzata. Dei numerosi convitati, raccolti nella gran sala 
della casa, celebrarono le grazie della sposa e le liberalità 
della padrona. 

Pel corso di alcuni ann[ £lisa vide frequentemente il 
marito, e la sua felicità non fu* turbata che dalla perdita di 
due bambinelli, ch^ella pianse al punto d^attirarsi i dolci rim* 
proveri d^Ua sua padrona, la quale s'adoperò attivamenie per 
sottomettere questa natura appassionata al freno della ragione 
e della religione. Dopo la nascita del suo piccolo Enrico, Elisa 
riacquistò la calma; le ferite del suo cuore si cicatrizzarono, 
ed essa fu felice fino al momento in cui suo marito ricadde 
bruscamente sotto il giogo del suo legale proprietario. 

Il direttore deirofficina, ad adempimento della fatta pro« 
messa, andò, -quindici giorni dopo la partenza di Giorgio, a 
far una visita al signor Harris. Egli sperava di poter restituire 
lo schiavo al suo primo impiego ora che il malcontento del 
padrone dovea aver avuto agio di calmarsi. 

— £ inutile l'insistere, disse sgarbatamente il signor Har- 
ris; io 80 ciò che debbo fare. 

— Non pretendo di darvi consigli, signore; vi osservo sol- 
tanto come sia del vostro interesse il lasciarci Giorgio alle 
condizioni che vi sono proposte. 

— lo conosco i vostri progetti, signore; io vi ho veduto 
scambiare dei segni d'intelligènza con Giorgio il giorno in cui 
rho ricondotto dalla fabbrica; ma voi non la vincerete su me. 
Noi siamo in un paese Iibero,8ignore; quest'uomo m'appartiene, 
ed io farò di lui. quello die mi piacerà. 

Fu cosi che Giorgio perdette la sua ultima speranza; egli 
non ebbe più per prospettiva che una vUsi dv \in\w^\v\^\sìsa. 



iO 

più amara dalie abbielte pers€cuzioni che poteano esser in- 
ventate da un despotismo crod«liirente ingegnoso. 



CAPITOLO hi: 



Spo$o e padre. 



La signora Shelby era escila per la sua visita. In piedi 
sotta il vestibolo Elisa seguiva cogli o^hi la carroasa che si 
allontanava^ quando senti toccarjsi leggiermente la spalla. Essa, 
si rivolse ed un dolce sorriso ri$plendette sul \suo -volto. 

—, Siete voi Giorgio 1 m'avete fatto paura. Quanto sono 
felice di vedervi i La signora è uscita pel rosto delia giornata; 
venite nella mia piccola stanza 5 noi abliiamo del tempo a no- 
stra disposizione. . • • 

Dicendo queste parole essa condusse Giorgio in una ca- 
mera che metteva al vestibolo, e nella quale era solita a la* 
vorare. 

— Quanto sono contenta ! Percheron soiti^idete, voi? Guar- 
date Enrico! come é cresciuto! 

II fanciullo gettò, attraverso i lunghi. rìcci della sua capi- 
gliatura, uno sguardo furtivo a suo padre^ « si aggrappò alla 
veste di'Elisa. - , 

— Non è desso bello? disse Elisa separandogli ì capelli 
per baciarlo. 

— Io vorrei che non fosse nato t gridò Giorgio con ama- 
rezza; io vorrei non esser mai nato io stésso ! 

Sorpresa ed atterrita Elisa piegò là testa sulla spalla de! 
marito e proruppe in dirotte lagrime. ^. . 

— Via dunque! mia povera moglie; io ho torto d' afflig- 
ger. Ah! vorrei non avervi mai conosciuta ! voi avreste po- 
tuto esser felice ! 



i7 

— Giorgio ! Giorgo ! come potete voi pairlar di questo modo ? 
Quale sventura vi minaccia, o vi è sopraggiunta? Non fummo 
noi felici fino a questi ultimi giorni...? 

— Si> mia cara amica ^ rispose Giorgio; ed adagiando il 
figlio sulle proprie ginocchia si mise a contemplarla con tene- 
rezza. 

— r Egli vi rassomiglia, Elisa; e voi siete la più bella donna 
eh^io abbia mai vista, la migliore che si possa desiderare. Ep- 
pure io vorrei non aver avuti mai rapporti con voi! 

— Ah! Giorgio! è -ciò possibile? 

«-^ Si, filila ^ la mia esistenza è più penosa di quella d'un 
miserabile verme; essa mi corrode, essa mi consuma! Io sono un 
povero schiavo e vi faccio dividere la mia abbiezione. A qual 
prò tentar di far qualche cosa, di saper qualche cosa, d'essere 
qualche cosa? a qual prò vivere? Io vorrei esser morto. 

— Che cattivi pensieri! Io* so chev'è stato penoso Taver 
perduto il vostro posto e che avete un padrone assai duro ; 
ma abbiate della pazienza e forse ... 

— - Non ne ho forse avuta? interruppe il giovane mulatto; 
ho detta io una parola quando mi fece uscire senza motivo 
dalla fabbrica, ove ognuno era tanto indulgente verso me ? Io 
gli abbandonava tutti i miei guadagpi, e ciascuno s'accordava 
nel dire ch'io era un buon lavoratore. 

— Ciò è atroce, riprese Elisa; ma alla fine egli è il vo- 
stro padrone. 

— Il mio padrone! ed in virtù di quaUtitoIo è egli il mio 
padrone? Io sono un uomo com'è lui; io valgo più di lui ! io 
capisco gli affari meglio di lui; io sono superiore a lui nel di- 
rigere una casa. Io so leggere e scrivere assai meglio, e mi 
sono istruito suo malgrado ; quali diritti ha egli di fare di me 
una bestia da soma, di distormi da una occupazione in cui era 
esperto , per costringermi ad un lavoro che potrebbe esser 
fatto da un cavallo? 

— Giorgio voi mi spaventate; io non V\\vQ'V[v^\ VcCvfc.%^ ^ 
Vol.L . ^ 



parlare così. Io temo che non vi lasciate trasportare dalla col- 
lera. Comprendo i vostri sentimenti, ma per carità 1 siate pra» 
dente per me, per Enrico! 

— Io sono stato prudente! ma il male peggiora e diviene 
insopportabile. Il mio padrone coglie tutte le occasioni im- 
maginabili per insultarmi, per torturarmi. Adempiendo ai 
miei lavori e tenendomi tranquillo, io sperava che avrei avuto 
tempo di leggere nelle mie ore di riposo: ma egli se n'av- 
vide e mi caricò di umilianti fatiche. Egli dice che malgrado 
il mio silenzio, si vede che sono posseduto dal demonio, e 
che bisogna scacciarlo. Ebbene! s}^ il demonio escirà uno di > 
questi giorni, ma in una maniera che non sarà di suo aggra^ 
dimento. 

— • Che sarà di noi? esclamò dolorosamente Elisa. 

— Jeri io caricava delle pietre sopra un carro. 11 giovane 
Tommaso era là, e faceva scoppiettare il suo frustino in modo 
da spaventare il mio cavallo. Io lo pregai dolcemente di cessare^ 
ed egli non abbadò alle mie parole. Insbtei, ed egli si mise a 
battermi. Io gli presi la mano; allora alzò delle grida, si sciolse 
e corse da suo padre per dirgli ch'io Io percuoteva. 11 signor 
Harris arrivò tutto arrabbiato, e gridò che saprebbe bene in- 
segnarmi come egli fosse .il mio padrone. Egli mi attaccò ad 
un albero, tagliò delle verghe e disse a suo figlio che potea 
sferzarmi fino a che fosse stanco. È ciò che egli fece; ma io 
Io farò pentire presto o tardi. 

La fronte del giovane sMntristì ed i suoi occhi lanciarono 
dei lampi. — In virtù di che quest'uomo è il mio padrone? 
aggiunse egli; ecco ciò che vorrei sapere? 

— Io ho sempre pensato, riprese Elisa con voce dolente , 
che il nostro dovere di cristiani c'imponesse d'obbedire ai 
nostri padroni. 

— - Voi avete ragione per quanto vi riguarda. Essi vi hanno 

allevata come una loro figlia; essi v'hanno datoli nutrimento 

e v'hanno vestita; voi avete ricevuto da essi una buona edu- 



19 

cazione; essi possono dunque accampare qualche diritto su 
¥oi..Ma io sono stato battuto, ingiuriato, o quanto meno ab« 
bandonatot Che è ciò che dico? io ho pagato cento volte il 
mìo mantenimento. Nò, io non voglio più soffrire! 

Elisa tremò e stette muta. Essa non avea mai visto suo 
marito in un simile accesso di collera^ la poveretta si chinava 
come un rosajo sotto questa tempesta di passioni tumultuanti. 

— Vi ricordate voi, riprese Giorgio, di quel piccolo cane 
che m^ avete regalato? Era desso la mia sola consolazione. 
Esso dormiva vicino a me^ mi seguiva tutta la giornata, e 
sembrava compatire alle mie pene. L'altro giorno io gli dava 
qualche osso che aveva raccolto alla porta della cucina, quando 
soppraggiunse il mio padrone, e mi disse che egli non poteva 
tollerare che un negro mantenesse un cane alle sue spalle. 
Egli mi comandò di prendere il mio, di porgli una pietra al 
collo e di gettarlo nella piscina. 

— Ah! Giorgio, voi non Tavete certamente obbedito? 

— No , ma lo ha ben gettato lui 1 II signor Harris e ^uo 
figlio hanno ammaccato a colpi di pietra la povera bestia che 
si annegava. Povero cane!. esso mi guardava come volesse 
^mproyerarmi perchè non correvs^ in suo soccorso. Io venni 
sferzato per aver rifiutato di obbedire. Ma poco m' importa j 
io non sono di quelli che Io staffile rende più pieghevoli, e 
se non istanno in guardia, io avrò la mia volta! 

— Che vi proponete di. fare? Giorgio non commettete cat- 
tive azioni. Contenetevi^ abbiate confidenza in Dio, ed Egli ci 
libererà. 

— Io non ho i vostri sentimenti cristiani. Elisa ^ il mio 
cuore è pieno d'amarezza. Io non posso a?er confidenza in 
Dio ; perchè lascia Egli an^ar le cose di questo modo? 

— Giorgio,^bisogna aver fede! La signora dice che in mezzo 
alle più crudeli sventure noi dobbiamo credere che Dio vuole 
il nostro bene. 

— È facile il dir ciò quando si si fa ltas^\ti%t^ \w^^\\KAa.^^ 



so 

si è sdrajali. sovra un sofà-, ma se i tuoi padroni fossero al 
mio posto sonò sicuro che penserebbero diversamente. Io yòr^ 
rei esser buono, ma il mìo cuore arde, ed io non posiso ricon* 
ciliarmi con nessuno. Voi stessa, voi non Io potreste, massime 
se vi dicessi ciò che mi resta a dirvi. Voi non sapete ancora 
tutta la verità. 

— Che debbo dunque aspettarmi? ^ 

— Ieri il mio padrone diceva che avea avuto torto di la- 
sciarmi ammogliare con una donna strànierji all'abitazione, 
che egli detestava il signor Shelby e tutta la sua masnada, 

* giacché erano persone fiere che affettavano un^ insoppor^ 
tabìle superiorità, e m'^aveaho comunicato il* loro orgoglio, 
^gli aggiungeva che non m^ avrebbe più lasciato venir qui, e 
che m'avrebbe costretto a prendere una moglie nella fattoria. 
Questa mattina egli m' ha annunziato o che dovessi sposar 
Mina e stabilirmi con essa in una capanna, o che altrimenti 
m' avrebbe venduto ad un mercante degli aUri Stati.' 

*— Ma, rispose ingenuamente' Elisa, noi siamo stati mari- 
tati da un sacro ministro, alla maniera dei bianchi. 

— Ignorate voi che uno schiavo non può ammogliarsi? la 
legge vi sì oppone, io non posso tenervi per mogh'e se il mio 
padrone desidera separarci. Ecco peluche vorrei non avervi 
mai veduta, perchè vorrei non essere mai nato ; ciò sarebbe 
stato meglio per noi e per qtiesto povero bambino, che è de- 
stinato a patire la nostra miseria^ 

— Il mio padrone è tanto buono! 

— < Ghisa? egli può morire, ed allora mio figlio sarà ven- 
duto al primo che passa. Che gioverà a lui d'esser bello e 
pieno di qualità? Tutte quella che sono da lui possedute po- 
tranno riescirgli fatarli. Io ve Tho predetto, Elisa 3 egli ha 
troppo valore perchè voi possiate conservarlo. 

Queste parole ridestarono le angoscio della giovine madre 
Essa vide scorrersi dinanzi agli occhi lo spettro dei mercante 
ài ^ebiavi^ ed impallidì come se avesse ricevuto il colpo mortale. 



2i 

Essa gettò uno sguardo inquieto dalla, p^irie del vestibolo^ dove 
suo figlio cavalcava trionfalmente la caana del signor Shelby. 
La poveretta provò un momento la tentazione di svelare le 
proprie inquietudini^ ma pensò tosto che suo marito pativa 
abbastanza e che non bisognava opprimerlo. D' altra parte la 
sua padrona non era dessa là? 

— Ora, amica mia, riprese Giorgio, io vi faccio i miei ad- 
dio, giacché me ne vado. 

•■ — Dove andate voi? , 

. — Al Canada, disse egli vincendo la propria' emozione^ e 
quando sarò là vi comprerò: è questa la sola speranza, che mi 
rimane. Voi avete ^n buon padrone che non rifiuterà di ven- 
dervi^ io vi comprerò con mio figlio, col soccorso di Dio! 

— Ahi ciò è orrìbile ... ! Se veniste preso .. -, . 

— Io non sarò preso. Elisa! mi farò uccidere. Sarò libero 
morrò. 

— Voi non vi uccideretel 

— Non temetelo. La mia morte sarà opera d'altri; ma 
non mi si consegnerà vivo ai mercanti stranieri. 

•^ Giorgio, ve ne supplico, siate prudente! respingete le 
tentazioni che vi assalgono^ agite con saggezza ed invocate 
r assistenza del Signore. 

— Elisa, eccovi il mio piano. 11 signor Harris m' ha inca- 
ricato di una co(nrais$ione che dovea condurmi da queste 
parti: egli Jia supposto che sarei venuto a narrarvi le mie 
pene, e che di tal modo i Shelby sarebbero divenuti di cattivo 
umore. Io torno air abitazione con una risoluzione ben fissa, 
i miei preparativi sono fatti ed io mi sono assicurato il con- 
corso di alcuni amici. Fra otto o dieci giorni mi si conterà 
nel numero degli assenti. Pregate per me, e che il buoa Dio 
v'ascolti. 

-- Pregate anche voi, Giorgio, e confidatevi alla Provvi- 
denza. 

— Addio, replicò il giovine mulallo sIy\iv5,^\v\'5> ^x^a. xs^^- 



glie fralle braccia; e dopo ayer mescolate le loro lagrime i 
d^e sposi si separarono. 

CAPITOLO IV. 

Una serata nella capanna dello Zio Tommaso. 

La capanna dello Zio Tommaso era un piccolo edificio 
fatto di tronchi -d^alberi ed attinente al corpo principale del- 
X abitazione. Le stava dinanzi un giardino ove vegetavano in 
abbondanza, mercè un^attenta cultura^ varie sorta di legumi, 
fragole, lamponi ed altri frutti. La facciata^ era completamente 
coperta di rosai e di bignonie che ne dissimulavano la rozza 
costruzione. D'estate i crisantemi, i volubili ed altre piante 
annuali sorgevano a far pompa dei loro fiori e formavano la 
delizia della mamma Cbloe. 

Entriamo nella capanna. 

Il pasto dei . padroni era terminato, e la mamma Chloe, 
che avea la sopraintendenza della cucina, avea lasciato ai pro- 
pri subalterni la cpra di lavare il vasellame, ed era venuta a 
preparare nel suo modesto soggiorno la cena pel vecchio sposo. 

Era ben dessa che si vedeva dinanzi al fuoco, occupata a 
far friggere*^ diversi comestibili mentre levava di quando in 
quando i coperchi delle casseruole, il cui vapore annunziava 
delle buone ghiottornie. 

La sua nera faccia aveva una tale lucentezza, che sì avreb- 
be potuto credere r avesse essa pulita coir albume. 

La sua fisonomia raggiava sotto un turbante inamidato, ed 
era improntata da quella fierezza che è inevitabile in una donna 
che sìa riconosciuta universalmente per la cuoca più rispet- 
tabile del vicinato. Essa meritava sicuramente questa ripu- 
tazione. I polli, i galli d'India e le anitre assumevano un'aria 
grave vedendosela avvicinare , e sembravano riflettere al loro 



25 

• ultimo fine, giacché essa meditava assiduamente i modi di 
arrostirli o di accomodarli , e Tespressione dei suoi lineamenti 
era fatta apposta per ispirare il terrore a tutti i volatili. Esjsa 
era altresì eminente nel preparare le focaccie , e gli sforzi 
delie sue rivali per emulare là sua perfezione eccitavano in 
lei soltanto risa di trionfo.-! pranzi d'etichétta stimolavano il 
suo amor proprio, sicché raddoppiava M' ardore x>gni qual* 
volta le valigie dei viaggiatori, accumulate nel vestibolo, le 
promettevano dei nuovi convitati. 

Noi lascieremo la mamma Ghloe ai suoi lavori culinarii , 
per completare la descrizione della sua dimora. 

In un angolo v^era un Ietto coperto da una coltre bianca 
come la neve, ed a piedi del quale si stendea un tappeto d'una 
certa dimensione. Era questa per così dire la sala della casa ; 
quest'angolo era trattato con una speciale considerazione, e 
messo, come un luogo sacro, al sicuro dalle invasioni dei ragazzi. 
Di fronte v'era un secondo letto più modesto che serviva per 
dormire. Al di sopra della camminata v'erano delle incisioni, 
e fralle altre un ritratto del generale Washington, disegnato 

* e dipìnto in un modo, che avrebbe recato sicuramente qualche 
sorpresa a quest'eroe qualora fosse tornato ai mondo. 

Sopra una panca v'erano alcuni fanciulli dagli occhi neri, 
dalle guancie pienotte, dalla capigliatura increspata, che sor- 
vegliavano i primi passi d'una loro sorellina. Questa, come 
tutte le creature umane della sua età, si drizzava sui piedi, 
oscillava per alcuni momenti e finiva per rotolare a terra. 
Ciascuno dei suoi infelici tentativi era salutato da acclama- / 
zioni, quasi fosse prova di un' abilità consumata. 

Dinanzi al fuoco v'era un tavolo alquanto zoppicante, ma 
coperto da una tovaglia e da un vasellame completo per pranzo. 
Lo zio Tommaso vi avea già preso posto; e siccome questi é 
Teroe della nostra storia, noi dobbiamo offrirne il dagherotipo 
ai nostri lettori. Questo negro, il più stimato fra quelli del 
signor Sh^by, era un uomo d'alia slalvit^ <i \^t%\ì ^\ ^^vx^s 



egli a?ea un^ espressione di bcnevoIcni^,idi buon senso e di 
gravità. Si vedeva dall'aria del suo viso che egli rispettava sé 
stesso, cbe, inalgrado l'apparente, sua semplicità, avea la co- 
scienza del proprio ingegno.. Egli teneva alla mano un'ardesia, 
sulla quale cercava di copiare alcune lettere mostrategli dal 
piccolo Giorgio, fanciullo di tredici anni e. figlio del signor 
Shelby. • 

— Zio Tommaso, gli disse il fanciullo cpn tutta la dignità 
d'un pedagogo ; avete curvata la coda del vostro g da una cat- 
tiva parte, sicché ne avete fatto un g, 

E Giorgio prendendo la matita si mise a tracciare una 
quantità innumerevole di ^ e di q con una rapidità che fece 
stupire Io zio Tommaso: 

— Quanto sono abili i" bianchi ! esclamò la mamma Chloe 
sollevando la sua forchetta adorna d'un pezzo di lardo; que* 
sto ragazzo sa leggere e scrivere, e si compiace di venir tutte 
le sere alarci delle lezioni 1 

T- Mamma Gbloe, io muojo di fame, disse Giorgio; la vo- 
stra focaccia non é forse cotta? • 

— Fra un momento, rispose mamma Chloe;. essa é d' un 
color bruno magnifico. La signora avea permesso l'altro giorno 
a Sally di provarsi a fare una focaccia, per imparare, come, 
essa diceva. Io fui obbligata 9 meschiarmene; mi faceva male 
al cuore il veder cosi sprecate tante buone cose. La focaccia 
saliva tutta da una parte; non avea una forma migliore delle 
mie ciabatte! Via dunque! 

Dopo aver espresso con simili termini il suo disprezzo per 
l'ignoranza di Sally, la mamma Ghloe levò dal fuoco una ma- 
gnifica focaccia e varie pasticcerie eh' essa ammucchiò sovra 
UH tondo. 

— Battetevela, Mosé e Pietro, gridò essa, ed anche voi 
Dolly. Ed ora, signor Giorgio, lasciate i vostri libri e mettet- 
tevi là che sto per servirvi. 



8d 

— Mi si volea far cenare a casa^ disse Giorgio; ma io sa- 
peva benissimo ciò che mi stava qui aspettando. 

— Voi avete indovinato che vi avrei serbati i migliori boc- 
coni; ed avete ragione. Andiamo^ ponetevi all'opera. 

— Attacchiamo la focaccia! di^se Giorgio imbrandendo un 
grosso coltello. 

— Guardatevi bene! disse la mamma Ghloe trattenendo- 
gli il braccio; voi non potrete tagliarla con questo pesante 
coIteUaccio; voi la schiacceirete! Io 1m> un vecchio coltello, sot- 
tile e ben affilalo che serbo espressamente Ecco quii.... 

osservate .... si lascia fendere come una piuma Ora man- 
giate. 

— I Lincoln, disse Giorgio parlando a bocca piena, pre- 
tendono che la loro Jenny vi superi nel far la cucina. 

— I Lincoln s'ingannano a partito! rispose la mammà Ghloe 
con disprezzo. Essi sono certamente delle persone rispettabili: 
ma se li paragono ai nostri padroni non valgono più niente. 
Mettete il signor Lincoln di fianco al signor Shelby; cosa dì% 
vien egli? E la signora Lincoln' può figurare in una sala con 
tanto successo come la signora Shelby? Via dunque! che non 
mi si parli più^i questi Lincoln. 

E la mamma Ghloe. scosse la testa coir aria d'una donna 
che si lusinghi di avere una certa conoscenza del mondo. 

-T- Pure, riprese Giorgio, io v'ho inleso dire che Jenny 
fosse una cuoca abbastanza buona. 

— Io non lo nego, disse la mamma Ghloe; essa sa fare i 
piatti grossolani; essa può andare fino ^lle focaccie di maiz; 
ma quajido si tratta di vivande ricercate ^ essa non vai più 
nulla. Essa fa dei pasticci, ma non intende nulla in fatto di 
croste. È dessa forse capace di fare quei morbidi pasticci che 
si sciolgono in bocca? Quando si maritò la damigella Maria^ 
Jenny fece i pasticci pel banchetto nuziale; essa me li fece 
vedere e fu giudicata. Jenny ed io siamo due buone amiche^ 
voi lo sapete, ed io non voglio dirne maVe*, ma vi ^^w Oknxx^^- 



26 

rei occhio per tutta una settimana se manipolassi pasticci si- 
mili al suoi. 

— Eppure, riprese Giorgio, Jenny debbo trovarli perfetti. 

— Certamente; essa me li ha presentati come taH; ma^ 
vedete, essa non ne sa un'acca. Essa è in una famiglia igno- 
rante, ed è impossibile che impari qualche cosìi. Signor Gior- 
gio^ voi non conoscete' quali sieno i vantaggi di avere una fa- 
miglia ed un' educazione come la vostra) . 

Qui la mamma Chloe sospirò, e alzò gli occhi con emo- 
zione. 

— Io sono sicuro, mamma Chloe, di conoscere gli avvan- 
taggi dei miei pasticci e dei miei puddings. Domandate a Tom- 
maso Lincoln se non gliene vanto la superiorità tutte le volte 
che lo incontro. Ahi come gli do la berta ! 

Queste parole eccitarono lìella mamma Chloe una sì viva 
ilarità, ch'essa si distese sulla sedia per ridere a suo agio, men- 
tre alcune lagrime di gioja scendevano lungo le sue nere e 
lucide guancie. Essa diede qualche varietà ai suoi esercizi! col 
dare dei colpi di gomito a Giorgio, col pizzicarlo e col dirgli 
che finirebbe quanto prima coir ucciderìa. Ognuna di queste 
sanguinose profezie era intralciata dai più sonori scoppii di 
risa. 

-— Ah! voi date la berta a Tommaso Lincoln t Oh! mio 
Dio ! Qual giovanetto voi diverrcfte! In verità voi fareste ridere 
uno scarafaggio! 

— Si, riprese Giorgio; io gli dico: Tommaso Lincoln, se 
voi poteste vedere i pasticci di mamma Chloe! quelli sono pa- 
sticci ! , 

— Povero diavolo! disse la mamma Chloe, sul cui cuore 
benevolo V infelice condizione di Tommaso Lincoln sembrava 
produrre una viva impressione; voi dovreste invitarlo a pranzo 
di quando in quando, signor Giorgio; ciò sarebbe ben fatto* 
Voi sapete che non dovete credervi al di sopra di nessuno ih 
forza dei vostri vantaggi; rlcordatevene. 



— Ebbene ! un giorno della prossima settimana io inviterò 
Tommaso Lincoln*. Voi yi distinguerete^ mamma Cbloe, e noi lo 
abbagleremo. Noi Io faremo mangiare in modo , che ne avrà 
un'indigestione per quindici giorni. 

— • Va bene cosi! gridò la mamma Chloe con entusiasmo. 
Ah! quando penso ad alcuni dei nostri pranzi! Vi ricordate voi 
il pasticcio di polli che ho preparato pel generale Knox? La 
padrona ed io ebbimo una discussione a proposito della cro- 
sta. Io non so quali ghiribizzi abbianole signore; ma talvolta 
quando si è sotto il peso della pia grave responsabilità, si di- 
vertono a scegliere quel momento per importunarvi. La pa- 
drona voiea quello, poi questo; finii col perdere la pazienza e 
col dirle : Guardate le vostre belle e bianche niani , signora , 
le vostre lunghe dita splendenti d'anelli come i miei candidi 
gigli quando sono bagnati dalla rugiada, e poi guardate le 
mie grosse mani nere e robuste: non è evidente che il Si- 
gnore ha creato me per impastare delle croste e voi per re- 
starcene in sala? Ecco ciò che le dissi. Ah! signor Giorgio! io 
avea una collera !... 

— E che rispose mia madre? 

— • Essa fissò su me i suoi begli occhi pieni di dolcezza e 
disse: Ebbene, mamma Chloe, credo che abbiate ragione. E 
rientrò in sala. Ella avrebbe dovuto rompermi la testa per 
castigare la mia impertinenza; ma è un fatto, io non posso 
soffrire le signore in cucina. 

— Questo pranzo vi fece onore; mi ricordo che ognuno 
lo lodò, disse Giorgio. 

— Lo so bene , per mia fede ! Non era io dietro la porta 
della sala da pranzo? Non ho io visto il generale Knox chie- 
dere tre Volte di quel pasticcio dicendo: voi avete una cuoca 
famosa, signora Shelby? Come io mi ringaluzzava ! Ed il ge- 
nerale è intelligente in fatto di cucina!... Egli è un uomo 
d'ingegno, ed appartiene ad una delle più distinte famiglie della 
vecchia Virginia. Egli s'intende di cucmai 3kV ^^V\ ^\ tftfc^Vw s|^- 



neralet Vi sono varir punti da notarsi in ogni pasticciar signor 
Giorgio, e non tutti li conoscono; ma il generale li conosce, 
me ne sono avveduta dalle osservazioni che mi ba fatte. 

Intanto Giorgio era arrivato al. ptiuto di non- poter ingo- 
iare un boccone di più; egli avea dunque tempo di contemplare 
le teste lanose e gli occhi J)rillanti che, da un angolo della 
sala^ contemplavano avidamente le sue operai^ioni. 

— Venite qui llosè^ Pietro, disse egli distribuendo loro 
delle vivande ; voi bramate qualche còsa non è vero ? Andksimo, 
mamma Chloe fate loro delle focaccie. 

Giorgio e lo zio Tommaso s^ assisero sopra due sedie in 
un angolo della caminata; la mamma Chloe dopo aver preparata 
una buona porzione di focaccie > prese sulle ginocchia la sua 
piccola figlia, di cui riempì la bocca alternativamente colla sua; 
essa servi anche Mosè,e Pietro, che mangiarono sotto la tavola, 
solleticandosi di quando in quando Tun Taltro, e tirando al- 
Toccasione i piedi della loro sorellina . 

— Volete vpi finirla? disse Chloe lanciando alla ventura 
dei colpi di piede sotto la tavola quando il dimenamento di quei 
furfantelli si facea troppo rumoroso. Non potate contenervi con 
un po' di decenza quando vi è qui un bianco? Non m' impa- 
zientate maggiormente, se no vi scioglierò un bottone di più 
quando il signor Giorgio sarà partito. 

£ difficile il dire quale fosse il senso nascosto di questa 
terribile minaccia; ma è certo che essa produsse poco effetto 
su quei piccioli peccatori. 

-r-^ Guardate mo' questi biricchini! disse lo zio Tommaso. 

I due ragazzetti, colle mani e col viso imbrattati di me< 
lassa, escirono dal di sotto della tavola e si misero ad accarez< 
zare teneramente la loro sorellina. 

— Battetevela dunque! gridò la mamma Chloe respingendo 
le lanose loro teste; voi impastricciate^ voi sporcate tutto; an- 
date a lavarvi alla fontana. . ' — 

La mamma Chloe chiuse le sue esortazioni con un colpo 



29 

che risaonò formidàbilmente^ ma che giovò soltanto a dar mag- 
gior forza alle risa dei fanciulli. Essi escirono urtandosi Pun 
Taltro e gettando dèi veri gridi di gioja. 

— Si videro mai dei più cattivi demoiiH ? disse la mamma 
Chloe con interna soddisfazione. Poscia ella prese un vecchio 
tovagliuolo, che avea messo da parte per simili occasioni, versò 
un po' d'acqua in un vaso fesso^ e nettò il viso delia sua iigliuo- 
lina. Quando V ebbe ben lavata la depose sulle ginocchia di 
Tommaso, e si mise a rinserrare gli avanzi della cena. Frat- 
tanto la bambina si divertiva a tirare il naso di Tommaso, a 
graffiargli il viso^ a* sconvolgergli colle sue mani.grassotelle i 
capelli; sembrava che quest' ultima operazione le procurasse 
Dna speciale soddisfazione^ 

— Non è essa deliziosa? disse Tommaso alIoKitanandola da 
sé per poter meglio contemplarla. In seguito egli si alzò^ la 
collocò sulle larghe spalle e si pose a ballare. Intanto Giorgio 
la colpiva leggiermente col 'suo fazzoletto,. ed i due ragazzetti^ 
che erano ritornati, gridavano e facevano mille capriole. La 
Mamnia <^hloe dichiarò che le si rompeva la testa; ma siccome 
essa ripeteva la stessa osservazione molte volte in un giorno^ 
così non visi badò punto, e le danze e le grida si prolungarono 
fino alla sazietà. 

— lo^ spero che avrete finito^ disse la mamma Ghloe, che 
avea levate da una cassa alcune coltrici; andiamo, coricatevi, 
ecco Fora del meeting, 

— Noi vogliamo assistervi, mamma ! 

— É una cosa tanto curiosa ! 

— Lasciateli assistere alla radunanza, mamma Chloe^ 
disse Giorgio rimettendo le coltrici nella cassa. 

Avendo cosi salvate le apparenze, la mamma Chloe accon- 
senti volentieri a non apparecchiare il letto. — Alla fine, ella 
disse, è possibile che ciò loro faccia qualche bene. 

Si tenne consiglio per disporrei preparativi pel meeting. 



so 

— Io non so come faremo a procurarci delle sedie, disse, 
la mamma Gbloe. 

Ma siccome (a radunanza religiosa che dovea aver luogo, 
si tenera da lungo tempo tutte ie settimane nella capanna di 
Tommaso» si .trovava sempre modo di collocare tutti gr inter- 
venienti. 

— Il vecchio Pietro ha rotto il piede di questa sedia la set- 
liìnrana passata^ disse Mosè. 

— Io credo piuttosto che siate siato voi, rispose la mamma 
Chìoe. 

— La appoggierò contro la parete. e si sosterrà a meravi- 
glia, aggiunse Mosè. . 

— Allora^ disse il secondo ragazzo, non bisognerà lasciarvi 
sedere il vecchio Pietro, che dondola sempre quando canta. 

r-< Ah, mio Dio! riprese Mosè, se egli s' assidesse là, sa* 
rebbe sicuro di cadere a terra appena avesse intonato il « Ve- 
nite, peccatori, venite ad ascoltarmi ». 

E dopo aver imitato fedelmente la cantilena nasale del 
vecchio, Mosè si gettò supino a terra per rappresentare la ca- 
tastrofe da luì supposta. 

— Contenetevi dunque con decenza! gridò la mamma 
€hIoe: non avete vergogna? 

Giorgio divise Tilarità del delinquente^ e dichiarò ohe Mosè 
era decisamente un buffoncello. L'ammonizione materna rie- 
sci dunque completamente infeconda. 

— Ebbene^ vecchio mio! disse Chloe a suo marito, biso- 
gnerà metter a posto le vostre botti. 

— Queste botti, disse Mosè, sono buone quanto quelle di 
cui parla la Scrittura, che il signor Giorgio ci ha letta Taltro 
giorno. 

Durante questo colloquio si aveano rotolate due botti vuote, 
e le si era assicurate mediante alcune pietre. Per completare 
r ordinamento si capovolsero dei mastelli, e si adossarono 
lungo il muro alcune sedie sciancate. 



51 

— Il signor Giorgio legge a meraviglia, disse la mamma 
Chloe, ed io spero che egli yorrà starsene qui per farci la let- 
tura. . 

Giorgio acconsentì con premura , giacché un ragazzo é 
sempre disposto a far ciò che può dargli qualche importanza. 
La camera si riempi ben presto di una mescolanza di persone, 
che comprendeva tutte le età, dair ottuagenario dai bianchi 
capelli fino al giovinetto di quindici anni. Sì cominciò collo 
«cambiare alcuni innocenti pettegolezzi. Si narrò come la mam- 
ma Sally avesse comperato un fazzoletto rosso^ come la pa- 
drona Shelby avesse intenzione di regalare ad Elisa la sua 
vecchia veste di mussolina, come il signor Shelby pensasse ad 
acquistare un cavallo sauro che gli avrebbe fatto onore. Al- 
cuni fra gli assistenti appartenevano a vicine abitazioni, e rac- 
contavano le chiacchere più o meno fondate che circolavano 
nella località» La radunanza dei negri si conformava agli usi 
che sono in corso nelle riunioni d'un ordine più elevato. 

Dopo alcuni momenti principiarono i canti, ed alcune in- 
tonazioni nasali non distrussero Teffetto complessivo prodotto 
da voci naturalmente belle. Le parole ora erano tolte dalla 
collezione degli inni della Chiesa, ora raccolte nei meeting 
che si tenevano alParia aperta^ esse aveano qualche cosa di 
selvaggio e d'indefinito. Il coro inluouò con altrettanta unzione 
che energia il seguente ritornello: Quiando un uomo s'c^- 
dormenta nella pace del Signore^ gli angeli gli fanno se- 
gno allorché scocca l^ora solenne^ ed egli si riveste di gUy- 
rittj e la città eterna dischiude per lui le dorate sue porte. 

Altri canti ricordavano successivamente le rive del Gior* 

• 

dano^ i campi di Canaan e la novella Gerusalemme, essendo* 
che rimmaginazione facilmente impressionabile dei negri vada 
sempre in cerca delPespressioni pittoresche e descrittive. Senza 
cessare dal canto alcuni ridevano^ altri battevano le mani^ o 
manifestavano la loro soddisfazione con gesti animati. 

Agli inni tennero dietro le esortazioni pie e morali. Vl^^ 



51Ì 

vecchia che era venerata come una cronaca vivente, si alzò 
e si espresse in questo modo: 

— Io sono felice di vedervi ancora, miei figli, giacché da 

« 

un momento all'altro io posso essere chiamata alla gloria del 
cielo.' Io sono apparecchiata, miei cari amici; io ho' fatto il mio 
piccolo fardello, ed ho messo in testa il mio cappello, come 
un viaggiatore ^he aspetta la carrozza, e che ad ogni mo- 
mento crede di sentire il rumore delle ruote. Siate pronti al 
pari di me, miei figli, giacché voi ignorate quando suonerà 
l'ora della partenza. 

Dopo aver profiunciate queste parole. in un vernacolo ab- 
bastanza scorretto., la vecchia si mise a piangere; e gif assi- 
stenti ripeterono in coro:— Terra di Canaan^ tu sei la 
mia sola speranzaj terra di Canaan^ io ti vedrò quanto 
prima* 

Dietro inchiesta generale Giorgio lesse alcuhi capitoli di 
un libro religióso. Egli fa interrotto a varie riprese da escla- 
mazioni simili alle seguenti: — uéscoltate questo! — Pen- 
sateci beiieì — * È eerto che tutto ciò sarà per accadere! 

Giorgio, che avea dello spirito ed al quale sua madre avea 
data una educazione religiosa, vedendosi divenuto l'oggetto del- 
l'universale ammirazione, si permise alcune osservazioni di 
sua testa. Egli le espose con una serietà e con una gravità 
che gli valsero il suffragio di tutto l'uditorio. Si convenne al- 
l'unanimità che era un ragazzo meraviglioso, e che un mini- 
stro non avrebbe parlato meglio di lui. 

Lo zio Tommaso avea sui suoi compagni l'influenza d'un 
patriarca. La simplicftà, il calore e la convinzione che egli 
metteva nelle sue esortazioni avrebbero edificate persone an- 
che più istruite dei poveri negri. Ma dove manifestava tutta 
la sua superiorità era nella preghiera. Il linguaggio della sa- 
cra scrittura gli era. tanto famigliare, che le più poetiche im- 
magini andavano per cosi dire a collocarsi spontapeamente 
sulle sue labbra. 



55 

Mentre nella, capanna di Tommaso area luogo questa ra- 
dananza religiosa, una scena assai difiereate. si svolgeva nella 
sala da pranzo del padrone. Egli era assiso con Haley dinanzi 
ad un tavolo ingombro di carte^ e tutti e due ispezionavano un 
mazzo di cambiali. 

— É tutto in r^ola, disse il mercante di schiavi ; ora noii 
rimane più che sottoscrivere il nostro accomodamento. 

Il signor Sbelby firmò rapidamente^ come .chi sia pressato 
di ultimare una faccenda disgustosa. In seguito Haley estrassé 
da un vecchio portafoglio un documento, e lo presentò a 
Shelby che se ne impadronì con una vivacità mal celata. 
— r Ecco, tutto è fatto, di^se il mercante. './..., 
— - Tutto è fatto! ripetè il Shelby con Un accento pensie- 
.roso: e dop<^ aver sospirato profondamente replicò ancora — 
Tutto è fatto ! 

— Si direbbe che non siete. contento di questo negozio? 

— Haley, disse il Shelby, io. spero che vi ricorderete le vo- 
stre promesse, e che voi non venderete Tommaso senza co- 
coscer bene la persona a cui lo cederete. 

— Potete starne sicuro. 

— Sono le circostanze , voi lo sapete, che m'hanno co-^ 
stretto a prendere questo partito, disse il Shelby con Una certa 
alterkia. 

•^ Esse possono divenire altrettanto imperiose anche per 
me, rispose il trafficante; nulladimeno io farò ogni sforzo per 
procurare a Tommaso un buon posto 3 e dal canto mio voi 
non potete temere ch'io abbia a maltrattarlo. Se v' e qualche 
cosa di cui debba ringraziare il Signore, si è di non avermi 
. fatto crudele. 

Siccome il mercante di schiavi avea anteriormente sve- 
lato il suo modo di comprendere l'umanità, cosi il Shelby 
non fu molto rassicurato da questa protesta. Ma bisognava 
purQ. che se ne contentasse. Egli lasciò che il suo o^ite s'al- 
loritanassc silenziosamente, e per distrarsi acee9><^ \\w^tàq^\«c^. 



54 

CAPrroLOv 

Emozigni della mercanzia ternana nel cambiar 

di padrone. 

Il sigaore e la signora Shelby s'erano ritirati nella loro 
stanza. Il marito era sdrajato sopra una lunga poltrona , e 
percorreva alcune lettere che erano arrivate col corriere della 
sera; la moglie era occupata a sciogliere le treccie compli- 
cate della sua capigliatura. Essa avea dispensata dal servizio 
la povera Elisa^ di cui aveva osservato il pallore e rocchio 
smarrito. jQuest' occupazione insolita le ricordò naturalmente 
la quarteronne, ed i discorsi da essa tenuti alla mattina.' 

— A proposito, Arturo, disse ella con aria d'indifferenza, 
chi è dunque quest' uomo mal educato che invitaste a pranzo ' 
quest'oggi? 

— Si chiama Haley, rispose Arturo iigitandosi sulla sedia 
e tenendo gli occhi immobili sulla lettera che avea alle mani. 

— Haley! chi è egli? Qua! motivo lo conduce qui? ' 

— É un uomo còl quale ho fatto degli affari durante là 
mia dimora a Natchez. 

— Ed egli si è stabilito in casa nostra senza cerimonia ed 
è venuto a prender posto alla nostra tavolai ^ 

— Io r aveva invitato, noi dovevamo regolare dei conti 
assieme. 

— Sarebbe egli mai mercante di negri? domandola Shelby 
che avea osservato un certo imbarazzo nei modi di suo 
marito. 

— Chi ha potuto mettervi in testa una tal cosa ? disse il 
Shelby alzando gli occhi. 

— Nessuno^ fu soltanto Elisa che. venne da me dopo pranzo 
per dirmi che eravate in conferenza con un mercante di schiavi 
e che questi vi facea delle offerte per suo figlio. 



55 

— Davrerol disse il Shelby; ed egli abbassò gli occbi sulla 
lettera, quasi questa occupasse tutta la sua attenzione. Non 
s^ avvedeva però che la teneva alla rovescia. 

— Io dissi ad Elisa; riprese la signora Shelby, eh' essa era 
pazza neir. inquietarsi, e che voi non avreste mai nulla di co* 
mune con questa sorta di persone, lo so che voi non avete 
negfS da vendere, e che non vorreste soprattutto disfarvi del 
piccolo Enrico. 

-^ Emina, replicò il Shelby, voi apprezzate giustamente i 
miei sentimenti^ ma io debbo confessarvi che Io stato dei miei 
affari mi forza a vendere alcuno dei miei negri. 

-^ A quest'uomo? Ciò è impossibile t Voi non parlate se- 
riamente! 

— Non è che troppo vero! Io mi sono risolto a vendere 
Tommaso. 

7^ Chet il vostro Tommaso? questo servo fedele che fu 
allevato sulla nostra proprietà, e la cui devozione per noi 
non si è mai smentita? Oh! signor Shelby! Ma voi gli avete 
promessa la libertà, e noi gliene abbiamo parlato più di cento 
volte. Adesco io posso creder tutto ; io posso credervi capace 
di vendere il piccolo Enrico, P unico figlio della povera Elisa. 

— Giacché bisogna dirvi tutto, ho acconsentita la vendita 
di Tommaso e di Enrico^ ed io non comprendo la vostra in- 
degnazione, poiché io non faccia alla fine più di quello che 
ciascun giorno si fa da tatti. * 

— Ma perché aver precisamente sciolti quei due? 

— Perchè aveano maggior prezzo^ ecco il nrotivo. Se voi 
Io preferite veuderò Elisa, per la quale 11 mercante m'offre 
una bella somma. 

-m^ Il miserabile! esclamò con veemenza la Shelby. 

— Io non volli ascoltarlo per vostro riguardo : voi me ne 
dovreste saper buon grado. 

— Amico mio, disse la Shelby con accento più d<^\&^\ 
perdonatemi se mi sono sdegnata neW ud\Y^ c^w^^Vd. vl^x^s^sa. 



56 

voi mi permetterete di intercedere a pr|> di queste sventa^ 
rate creature. Tommaso ha un nobile cuore j egli all'occa- 
sione, ne sono certa> darebbe. per voi là sua vita. 

— Eh! niiò Dio! Io so; ma che posso fare? io non sono 
libero. 

— Acconsentite ad un sacrifizio pecuniario, ed io ne sop- 
porterò volontieri la mia quota. Io «redo d'aver adempiuti 
da cristiana i tnièi doveri verso questi esseri semplici e sot- 
toniessi^ io ho loro data T istruzione^ ho vegliato so vr 'essi, 
ho simpatizzato «olle loro gioje e coi loro dolori \ come oserò 
presentarmi ancora in mezzo a loro quando avremo , per un 
miserabile guadagno, abbandonato- l'onesto Tommaso, e 
r avremo bruscamente tolto a coloro che impararono da noi 
ad amarlo ? I miei negri , mia mercè, conoscono gli obblighi 
della famiglia; come dir loro che non vi hanno rapporti, do- 
veri, sacri vincoli che sieno per noi superiori ad una questione 
di denaro? Io ho diretta l'educazione del pìccolo Enrico, e 
voi state per venderlo, anima e corpo, ad un uomo senza mo- 
rale! Io ho detto ad Elisa che l'anima era più preziosa di 
tutti i tesori della ferra j quale fiducia avrà dessa in noi quando 
ci vedrà vendere, il suo figlio ? 

— Io sono desolato d'affliggervi, Emilia, rispose il Shelby, 
ma io vi garantisco che il male era inevitàbile. Bisognava o 
vendere questi due schiavi o venderli tutti. Haley era dive- 
nuto possessore di un'ipoteca, e se io non l'avessi acquetalo 
con un compromesso^ m'avrebbe espropriato. Io avea raccolte 
tutte le mie economie, preso a prestito da ogni parte, quasi 
questuato, ed il prezzo di questi due schiavi m' era ancora 
necessario per liberarmi completamente. Io fui costretto ad 
abbandonarli. Haley s'efa incapriccialo del fandullo; egli 
consentiva ad una transazione purché glielo vendessi, e non 
altrimenti. Io era in suo potere e dovetti rassegnarmi. Se vi 
dispiace eh' io abbia venduti due de' miei schiavi, sareste meno 
addolorata qualora li avessi tutti venduti? 



57 

La Shelby nascose il viso neile sue mani e gemette la- 
mentosamente. 

— Allora', gridò ella, maledizione al . servaggio ! maledi- 
. zione ai padrone ed allo schiavo ! Io era patza nelF immagi- 
narmi che si potesse trarre qualche buon partito da questa 
crudele istituzione. Io ebbi sempre in .mente che fosse un 
peccato tenere degli schiavi^ ma èra tuttora lusingata di pò* 
ter, a forza di bontà, di premure e di insegnamenti^ rendere 
la schiavitù pii'i dolce della libertà : pazza che fui ! . 

■— Moglie mia, voi diventate abolizionista. 

^- Lo. sono sempre stata; la schiavitù non fu mai legit- 
tima ai miei occhi. 

'— Voi differite su questo punto da quanto viene sostenuto 
da molte persone di vantata saggezza: Vi ricordate voi la pre-^ 
dica' pronunciata dal ministro la scorsa domenica? 

— Io ne fui sdegnata 1 Gii ecclesiastici non hanno forse 
sufficiente potere per distruggere 'questo flagello, ma difen- 
derlo! ciò ripugna al mio buon senso. Voi stesso avete con- 
dannata quella predica. 

— Si, senza dubbio, riprese Shelby: ma dopo quanto m'é 
sopraggi unto mi parve che non mancasse d'una certa verità. Ve 
lo ripéto, mia cara amica, io' sono stato vittima della fatalità, 
e mi sono condotto tanto bene quanto me Io permettevano le 
mie circostanze. 

— Ohimè! disse la signora Shelby agitando colle sue dita 
il suo orologio d'oro; io non posseggo giojelli di valore, ma 
quest'orologio non potrebbe essere utilizzato? Esso è costato 
assai caro. Se potessi almeno salvare il figlio di Elisa io sa- 
crificherei tutto il mio. 

— Sono afflittissimo di vedervi in questo stato, Emilia; 
ma non fòtevi illusione, tutto è finito; il contratto di vendita 
è firmato, e -voi dovete ringraziare il cielo che le cose non 
siensi ultimate più infelicemente. Haley potea rovinarmi, ed 
ora invece sono redento. Se voi couo^c^sX^ ^ ^^\\ ^v ^w^ 



58 

quest'uomo, comprendereste quanto fosse necessario che me 
ne sbarazzassi per salvare la nostra fortuna. 

— Egli è dunque molto crudele? 

— Non è precisamente crudele^ ma egli non pensa che 
ai propri interessi^ egli calcola freddamente e senza mai esi- 
tare; égli è infaticabile come la morte. Senza voler male alla 
propria madre egli la venderebbe se potesse ricavarne qualche 
lucro, 

— E. sarà questi il proprietario del fedele Tommaso e del 
figlio di Elisa? 

— Ciò è orribile, senza dubbio^ ed lo vorrei non potervi 
pensare. Domattina di buon'ora io monterò a cavallo e m'al- 
lontanerò^ giacché Haley, che conduce alla spiccia gli affari, 
vuole entrare immediatamente nel possesso della sua proprietà. 
Io eviterò di rivedere Tommaso; dal vostro lato disponete le 
cose in modo dal condur via Elisa, onde sqa figlio possa spa- 
rire durante la sua assenza. 

— No, no,iiisse la Shelby^ io non veglio essere la com- 
plice di questa barbarie. Io assisterò il vecchio Tommaso nella 
sua disgrazia^ egli vedrà che la sua padrona non è capace 
d'abbandonarlo. Io quanto ad Elisa non ho il coraggio di pen- 
sarvi. Che il Signore ci perdoni!* ma che avevamo noi fatto 
perchè avesse ad imporci questa crudele necessità? 

Questo dialogo era stato ascoltato da una persona, della 
cui presenza non aveano avuto sospetto i due sposi. La stanza 
comunicava con un salotto, la cui porta metteva al corridojo. 
Quantunque avesse avuto il permesso di coricarsi, pure Elisa 
si era nascosta nel salotto, ed appoggiando l'orecchio alle fes- 
sure della porta, non avea perduta una parola di quella con- 
versazione. Allorché fu ristabilito il silenzio, essa s'allontanò 
senza rumore. Pallida, fremente , colle labbra contratte , essa 
non era più la dolce e timida creatura che abbiamo veduta 
nei primi capitoli di questa veridica storia. Essa s'avvanzò con 
precauzione lungo il corridojo, e si trattenne un momento 



39 

alla porta della stanza della sua padrona ^ poscia levando le 
mani al cielo come i>er implorarlo, Elisa entrò nella sua camera. 

Era questa un piccolo salottino tenuto colla più grande 
pulitezza, esposto al sole, e rischiarato da una finestra, presso 
là quale Elìsa s'aera le tante volte assisa per cucire cantando^ 
V^era là una piccola libreria, alcuni oggetti ricevuti in regalo, 
uno spoglio modesto distribuito nei cassetti di un armadio. 
Sul letto dormiva il piccolo Enrico. Le lunghe ciocche dei suoi 
capelli cadevano negligentemente intorno il suo viso innocente^ 
le rosee sue labbra erano semi aperte^ le sue piccole e gra- 
ziose manine posavano sulla coltre^ i suoi lineamenti sembra- 
vano soavemente sorridere. 

-^ Povero bambino 1 disse Elisa; essi t^hanno venduto! ma 
tua madre ti salverà. ^ 

Nessuna lagrima cadde Ai quel letto. In momenti tanto 
critici Jl cuore non ha lagrime da spargere; esso versa sol- 
tanto sangne che piomba goccia a goccia , e silenziosamente. 
Elisa prese un fogliodi carta e scrisse rapidamente: 

M Gara signora; non credetemi ingrata e non giudicatemi 
M severamente. In ho udito tutto quanto avete detto questa 
» sera col mio padrone; io m^appresto a salvare mio figlio, e 
» voi non sapreste biasimarmi. Che Dio vi benedica, e vi dia 
» la ricompensa dovuta a tutte le vostre bontà ! >9 

Dopo aver scritto- questo viglietto , Elisa levò da un cas- 
setto le vesticcinole idei figlio e le inviluppò in un fazzoletto. 
Le preoccupazioni delPamore materno sono tali che Elisa , mal- 
grado il suo terrore, non. obbìiò di porre nel piccolo fardello 
i glocbereli che erano prediletti da suo figlio. Tenne in serbo 
OD pappagallo dipinto a colori vivaci per distrarre il fanciullo 
quando fosse venuto il momento di risvegliarlo. 

Essa ebbe molto a fare per iscuotere il piccolo dormente 
dal suo assopimento; ma finalmente egli aperse gli occhi 
e si mise a giuocare col pappagallo mentre sua madre si ve.- 
stiva per la partenza. 



40 

— Dove andiamo, mamma? disse egli vedendola avvici- 
narsi al letto per mettergli la vesticciuola. 

La madre lo guardò' sì fissamente, che egli indovinò come 
stesse per accadere qualche cosa di straordinario. 

— Silenzio! ella gli disse ^ non ^bisogna parlar si forte, 
potremmo essere uditi. Un uomo cattivo è venuto per rapire 
il piccolo Enrico a siia madre, e per portarlo nelle tenebre ; 
ma sua madre non Io abbandonerà. Essa gli metterà la sua 
veste ed il suo cappellino, e fuggirà con lui onde Tuomo cat- 
tivo non possa coglierlo. 

Dicendo queste parole Elisa allacciò la veste del figlio ; po- 
scia, dopo avergli raccomandato di tenersi tranquillo, lo prese 
fralle braccia, ed aprendo la porta che metteva al vestibolo 
s'allontanò rapidamente. 

La notte era fredda, il cielo sointillante di stelle. Paralizzato 
<Ia un vago terrore, il fanciullo s'aggrappò silenziosamente al 
eolio di sua madre che lo avviluppò nel ^uo scialo. 

Un grosso cane di Terra-Nuova chiamato Bruno, che ripo* 
sava ai piedi della scala, si alzò borbottando. Elisa lo acca- 
rezzò, ed il cane si mise a seguirla, sebbene sembrasse rifliet- 
tere instintivamente sulF inopportunità di questa passeggiata 
notturna. Pareva che Bruno non avesse una risoluzione ben 
determinata 3 esso guardava alternativamente Elisa e la casa: 
prese alla fine il suo partito e s'avviò dietro la fuggitiva. 

Dopo alcuni minuti essi arrivarono alla capanna dello zio 
Tommaso, ed Elisa batté leggermente alla finestra. L'as^mblea 
religiosa era durata fino ad ora tarda, e siccome lo zio Tom- 
maso avea [meditato e pregato da solo dopo la partenza dei 
suoi correligionari, cosi gli abitanti della capanna non erano 
ancora addormentali, benché fosse passata la mezzanotte. 

— Buon Dio ! che vi ha dunque di nuovo? disse la mamma 
Chloe sollevando rapidamente la tenda* Suir anima mia! È 
Elisa con Bruno che raspa la porta. Préstof vestiti marito mio, 
io vado ad aprire. 



41 

La porla scorse sui cardini^ e ii lume della candela che 
Tommaso avea accesa in fretta, cadde sul viso sconvolto della 
fuggitiva. 

— Ah ! Dio ì- cosa è successo ? Voi avete una cera spaven* 
tosa, Elisa. Siete ammalata..? Cosa vi è accaduto..? 

— Miei amici^ io fuggo portando meco mio figlio.. . II pa- 
drone Io ha venduto! 

— Lo ha venduto! ripeterono Tommaso e la mamma Chloe 
coiraccento della disperazione. 

— Si, venduto 1 rispose Elisa. Io mi sono nascosta questa 
sera nel salotto della signora, ed ho inteso che il padrone le 
diceva come avesse venduto Enrico, ed anche voi Tommaso > 
e come domani il mercante avrebbe preso possesso dei suoi 
schiavi. 

Durante questo discorso Tommaso era rimasto colle mani 
alzate^ cogli ocelli spalancati^ quasi fosse in preda ad un'allu* 
cinazione. Egli si lasciò cadere lentamente sovra una sedia e 
nascose la testa frallé mani. 

— Che il buon Dio abbia pietà di noi! disse la mamma 
Chloe; è egli possibile che ciò sia vero? Che ha egli fatto per- 
chè il suo padrone Io venda? 

— Non ha fatto nulla: non è per questo — il mio pa« 
drone non volea venderlo, e la signora, che è sempre tanto 
buona, pregò in vostro favore. JMa egli le ha risposto che tutto 
era ifiulile, che il mercante era suo creditore ed avea pieno 
potere su lui; infine che se egli non pagava fino air ultimo 
soldo, sarebbe costretto di vendere T abitazione con tutti i 
negri. Si, io ho inteso dire che era nella necessità o di ven- 
derne due di venderli tutti. Oh! se voi sapeste in qual modo 
gK ha parlato la signora ! Se essa non è un angelo in terra, 
non ve ne fu mai alcuno. Ho torto di abbandonarla, ma io 
non posso far altrimenti. 

— Ebbene, veccliio mio, disse la mamma Chloe , ^ecctvè 
non partirete anche voi? Aspetterete Iots^ <:Xvfe \\ ^wK\^ìlsì ^ 



48 

basso del fiume^ nel paese ove si uccidono i negri a forza dì' 
fatiche e4ì privazioni? E tempo di cavarsela^ voi avete un 
.passaporto che vi (permette ài 'andar e venire ad ogni ora. 
Profittatene e salvatevi. 

-^My no, io hon partirò, rispose Tommaso sollevando len» 
tamente il eapo. Ch'Elisa se ne vada ^ è cfiiesto il suo dovere. 
Io non vorrei consigliarla a restarsene; sarebbe un combat- 
tere la natura; Ma voi avete inteso ciò che essa ha detto. Se 
è necessario di vendere o me o tutti i negri della casa , eb- 
bene! che si spaccino di me. Io sono capace al pari d'ogn'altra 
di sopportare la sventura. Il mio padrone mi ha trovato sem- 
pre al mio posto; egli mi vi troverà sempre. Io Don ho mai 
abusato della sua fiducia; non ho mai adoperato il mio pas-^ 
saporto contro la sua volontà, e non comincerò a farlo oggi. 
E meglio che io sia sacrificato per la salute di tutti. Il mio 
padrone non merita biasimo | Chloe; egli avrà èura di voi e 
dei pòveri figli. . 

A queste parole egli volse lo sguardo verso il letto grosso- 
lano su cui riposavano le piccole teste arricciate dei figli, e 
proruppe in singhiozzi. Appoggiato allo schenale della sedia, 
e col v'so nascosto nelle larghe mani, egli mandò gemiti che 
faceano balzare il suo petto^ mentre grosse lagrime scorrevano 
attraverso le sue dita. Erano lagrime simili a quelle che voi 
potreste versare sul feretro del vostro primogenito, p signore! 
era un dolore simile a quello che vi sarebbe causato dall'ago- 
nia di vostra figlia^ o signora! Giacché, malgrado le distin- 
zioni di classe, di colore, di fortuna, le affezioni sieno le mede- 
sime per tutti i mortali. 

— Io ho veduto mio marito questa sera, riprese Elisa dqpo 
un istante di penoso silenzio ; ed io non conosceva ancora 
quanto stava per accadermì. Egli mi disse che avea T inten- 
zione di fuggire giacché lo si avea spinto agli estremi... Pro- 
curate di fargli giungere le mie notizie; fategli sapere perché 



45 

me ne rada, lo mi dirigo dalla parte del Canada .. . . e se non 
aressi a più rivederlo... 

Elijsa abbassò il capo e riprese eon voce soffocala: 

— Raccomandategli di condursi bene se vuol ritrovarmi 
ner regno dei Cieli... Chiamate Bruno e chiudete la porta... 
esso non deve seguirmi. 

Dopo alcuni affettuosi «aluti mescolati di lagrime Elisa s'al- 
lontanò portando fralle braccia il figlio spaventato. 

CAPITOLO VI. 

• • • 

La fuga è scoperta. 

11 signore e la^signoìra Sbelby, dopo la loro discussione 
abbastanza lunga^ non s'addormentarono immediatamente, e 
per conseguenza sT risvegliarono molto tardi. 

— Sono meravigliata di non veder Elisa , disse la Shelby 
dòpo aver suonato più volte ed inutilmente il campanello. 

Il signor Sbelby era dinanzi ad uno specchio e raccon- 
ciava il filo al suo rasojo, allorché un giovane servo di colore 
gli portò Tacqua. 

— Andrea^ disse la padrona 3 andate a chiamar Elisa; ho 
già. suonato tre volte. Povera donna! aggiunse a voce bassa 
e sospirando. 

Andrea adempiè prestamente r incarico , e rientrò tutto 
agitalo. 

— Ah( mio Dio! signora, Tarmadio di Elisa è aperto; tutti 
i suoi effetti sono sparpagliali ; io credo che .sia parlila. 

1 due sposi indovinarono tosto la verità. 

— Essa ebbe dei sospetti^ ed è fuggila, disse il Shelby. 

— Che il Cielo ne sia lodato 1 esclamò là signora. 

— Siete pazza^ moglie mia? Se fosse realmente fuggila io^ 
mi troverei nella più imbarazzante siVuai\^v\^. ^'aX^'^ \eì\V^ 



44 

veduto esitare nel vendergli il fanciullo^ ed egli mi terrà per 
connivente colla madre. Il mio onore è compromesso. 

Ed il signor Shelby uscì immantinente dalla stanza. 

Nel quarto d'ora successivo si videro dei negri e dei mu- 
latti di tutte le tinte correre di qua e di là gettando delle 
grida. Una sola persona restava muta^ era questa la cuoca in 
capo^ là mamma Gh)oe. Una nube di mestizia traspariva dalla 
sua fisonomia d'ordinario tanto gioconda. Essa apparecchiò la 
colezione con aria cupa e come fosse stata estranea al tu- 
multo che regnava nella casa. 

Una dozzina di ragazzi, neri come corvi ^ si radunarono 
sulla scalinata per dispustarsi il piacere di partecipare al 
mercante straniero la sua disgrazia. 

— Egli ne diverrà pazzo, disse Andrea. 

— Io sono certo che egli si metterà a bestemmiare, gridò 
il piccolo Giacomo. ' ^ , 

— Lo credo bene', rispose la piccola Amandà^ non l'ho 
inteso j eri far lo stesso durante il pranzo? Io era vicina alla 
sala, nel sito ove si chiude il vasellame, e non ho perduta una 
sola parola. 

Amanda , che non avea mai compreso il senso d'un di- 
scorso, assunse nell' emettere la sua osservazione una gran- 
d'aria d'intelligenza. 

Quando comparve Haley iti istivali e cogli sproni, la fatale 
notizia gli venne sussurrata da tutte le parti. I ragazzi Io 
intesero bestemmiare, come aveano profetizzato e sperato. 
Divertendosi della sua collera, di cui però temevano le con- 
seguenze, essi si misero fuori di portata del suo scudiscio, 
ed andarono a rotolarsi sull'erba del cortile. I loro scambietti 
erano accompagnati da grida giojosff e da immensi scòppii di 
risa. 

— Oh ) piccoli demoni! ! se potessi abbranc«trvi ! mormorò 
Haley. 

— Voi non lo potete! disse Andrea con un gesto trion- 



4« 

fale, ed appena io sfortunato mercante gli ebbe rivolte, le 
spalle gli fece le smorfie più grottesK^be. 

— Ecco una faccenda assai singolare, disse Halty entrando 
bruscamente in sala; sembra che la quarterontie se ne sia 
andata con suo figlio. 

— Signor Haley^ non vedete mia moglie? disse Arturo 
Shelby. 

— Vi -chiedo scusa, signora, riprese Haley chinandosi leg- 
germente; m^ come ve lo diceva ecco una strana notizia 1 É 
dessa vera? 

— Signore , se volete parlare con me , v' è d' uopo eh' os- 
serviate la civiltà, Andrea prendete il cappello e Io scudiscio 
del signore. Sedetevi. Sì, o signore, vi annuncio con dispiacere 
che questa donna, la cui testa fu senza dubbio riscaldata da 
esagerati rapporti, è fuggita col figlio. 

. — Io sperava che si sarebbe trattato lealmente con me , . 
disse il mercante di schiavi. . 

— Signore,* replicò il Shelby con asprezza, che intendete 
di dire? Quando alcuno mette in questione il mio onore , .io 
non posso fargli che una sola risposta. 

Il trafficante divenne più. umile, e mormorò esser cosa 
assai dispiacevole Favor conchiuso lealmente un contratto ed 
il vedersi deluso in siffatta maniera. 

— Signor tìaley, disse Arturo, se non avessi compreso il 
disgusto che dovete provare, non avrei sopportato di vedervi 
entrare nella mia sala con tanta confidenza; aggiungerò di più 
che non saprei tollerare le vostre ingiuriose insinuazioni, lo sono 
disposto, onde dissipare i vostri insultanti sospetti, di mettere 
ai vostri comandi, onde ajutarvi ad andare in traccia di quanto 
v'appartiene, i miei servì ed i miei cavalli. Il miglior modo di 
rimettervi in buon umore si è quello di far colezione; avremo 
cosi tempo di concertare assieme il piano da adottarsi. 

Pronunciau'io queste ultime frasi, Shelby abbandonò il 



46 

tuono della freddezza é detta dignità per assumere quello che 
gli era abituale della francheiOa e della disìnvoltiira. 

La signora Shelby si alzò) ed ùsci dopo aver indicato come 
le sue occupazioni non le permettessero d^assistere alla co- 
lezione. 

-«• La vecchia signora non ha simpatia peir umile vostro 
servitore, disse Haley che yolea far pompa di domestièhezza. 

— lo non sono avvezzo a sentir parlar in questo modo di 
mia moglie^ disse seccamente il Shelby. 

— Diatvoloi mormorò^^fra sé stesso Haley ^ egli è divenuto 
ben orgoglioso da che ho firmate le sue carte t 

Intanto tutti gli abitanti dalla casa discorrevano intorno 
alla fuga di Elisa ed alla vendita di Tommaso^ il cui destino 
produceva una sensazione altrettanto viva quanto quella che 
sarebbe causata in. una Corte dalla caduta di un primo mini- 
stro. Fra quelli che meditavano più profondamente su questo 
fatto v^era Samuele il nero, chiamato cosi perchè avea un 
colore tre volte più scuro di quello dei negri si^oi camerati. 
. — Tira cattivo vento, diceva egli a sé stesso; Tommaso è 
a terra, e qualche negro dovrà salire al suo posto... Perchè 
non sarei io questo negro? È un bel mestiere passeggiare a 
cavallo, portare stivali lucidi ed avere in tasca un passaporto. 
Perchè Samuele non potrebbe farlo? 

— Ohe! gli gridò Andrea interrompendolo nel suo soli- 
loquio; il padrone v^ocdina di porre la sella a Bill edà lerry. 

— Perchè ciò? 

— Voi sapete che Elisa se Ve battuta; noi dobbiamo sa- 
lire tutti e due a cavallo, e correrle dietro col signor Haley. 

— Ecco un incarico di confidenza! ed io saprò fòr cono- 
scere che noni.jsi ha sbagliato nelPaffidarmelo. Voi vedrete se 
saprò raggiungerla! 

— Oh! disse Andrea: fareste bene a pensarvi due volte, 
giacché la nostra padrona non vuole che sia raggiunta. 

— Bahl chi v1ia detto questo? 



47 
— » L' ho inteso eolle mie proprie orecchie^ quando portai 
r acqua al padrone. La signora mi mandò a vedere perchè 
Elisa non venisse ad abbigliarla ; e quando le dissi che essa 
era partita, esclamò improvvisamente: Sia lodato Dio! Il si- 
gnore sembrava an arrabbiato, .e giunse a trattar sua moglie 
da pazza ^ ma essa gli farà cangiar dMdea, siatene eerto. Io so 
come vanno quéste faccende, e vi garantisco che vai meglio 
per noi il metterci dalla parte della padrona. 

Samuele il nero si grattò la testa, la quale, sebbene non 
fosse dotata di eccezionale intelligenza, conteneva però un^idea 
assai apprezzata dai politici di tutti i paesi, vale ^ dire che pri- 
ma di prendere una risoluzione fa d' uopo t^noscere da qual 
parte del pane trovasi il burro. 

-r- Ciò non mi sembra chiaro, diss'egli; avrei creduto che 
la signora fosse per mettere tutto sotto sopra onde riavere 
Elisa. 

— Senza dubbio, rispose Andrea^ ma non v'accorgete che 
la signora non vuole che sia dato ad Haley il figlio d* Elisa? 

— Capisco, riprese Samuele. 

— Ora che siete a! fatto della cosa, fareste bene a sel- 
lare i cavalli^ giacché ho sentito che la signora vi chiamava, 

ed è già troppo tempo che state là cianciando. 

. Samuele si mise air opera: esso trasse dalla stalla Bill e 
Jerry, e li attaccò al piuolo a ciò destinato. Il cavallo d'Ha- 
ley, giovane e ombroso poliedro^ cominciò a dar calci ed a 
stirare la cavezza. 

— Ohi disse Samuele, mi fate il feroce? Ed il viso del 
negro sorrise malignamente. 

Quella località era ombreggiata da un alto faggio, i di cui 
frutti triangolari giacevano sparpagliati sul terreno. Samuele ne 
prese uno e s^avvicinò al giovine cavallo, che accarezzò quasi 
volesse calmarlo. Finse d' accomodare la sella, e vi mise sotto 
con destrezza il piccolo frutto • punte acute, di modo che al 



48 

minimo peso cT^e fosse per porsi sulla scila il cavallo dovea 

pécessariameote impénniarsi. . . . .. . 

' — Ora vedremo se vi terrete tranquillo, disse Samuele fre* 
gandosi le mani. . 

In (}uestMstante la Shel^y comparve alla finestra e lo 
chiamò. Samuele s'avvicinò altrettanto determinato a farle 
la sua corte^ quanto può esserlo colui che si presenta ad un 
ministro per sollecitare un qualche posto vacante, 

— Perchè avete aspettato tanto , Samuele? Io avea man- 
dato Andrea per dirvi di venir subito. 

— Che Dio mi guardi! signora! i cavalli erano in fondo 
della prateria^ occorreva più d'iin minuto'per andarli a preu* 
dere. . 

— Samuele quante volte v'ho io raccomandato di non ri- 
petere ogni momento: che Dio mi -guardi! E un' espressione 
che dev'esser usata con molta riserva. 

— Che Dio mi guardi! signora^ io non la dirò pfù. 

— Ma intanto voi l'avete ripetuta. 

— Veramente ! fu contro la mia intenzione. 

— Siate prudente e riserbato^ Samuele. Voi state per ac- 
compagnare il signor Haley onde insegnargli la yia e prestar» 
gli mano forte. Abbiate cura dei cavalli j voi sa^pete che.Jerry 
zoppicava qualche poco la settimana passata ^ non fatela cor- 
rer troppo. 

La signora Shelby diede un particolare accento a. queste 
ultime parole che vennero da lei pronunciate a bassa voce. 

— Non mancherò d'obbedirvi, disse Samuele facendo un 

segno d'intelligenza. Che Dìo mi gnar Ah! che stava 

mai per dire ! 

E Samuele mostrò una paura tanto comica d' essere rìm- 
proverato» che la sua padrona non potè esimersi dal riderne. 
Dopo aver rinnovata la promessa di aver cura dei cavalli, Sa- 
muele andò a trovar Andrea sotto il faggio. 

r— Io non ^arei punto sorpreso, diss'ogli, che il cavallo 



^9 

del gentlemen si mettesse a caracollare quando verrà montalo 
Ciò accade qualche volta, caro. mio. 

Ed egli comentò queste parole dando ad Andrea un leg- 
iero colpo di gomito. 

— Bene ! gridò questi. 

-r- La sigQora vuoi guadagnare del tempo, ed io gliene 
darò qualche poco. Staccate i tre cavalli e lasciateli passeg- 
giar tranquillamente sotto gli alberi. Se la cavalcatura del si- 
gnor Haley è -restia noi smonteremo dalla nostra per correre 
in soccorso Voi mi capite? 

I due negri, fieri del loro complotto, sogghignarono som- 
messamente facendo gajamente scoppiettare le dita. 

In quesf istante Haley comparve sulla gradinata. Alcune 
' tazze d'eccellente caffè lo aveano rimesso in buon umore, sic- 
ché sorrideva amabilmente. Samuele ed Andrea tolsero da 
terra certe acconciature di^foglie di palma, che essi aveano 
l'abitudine di chiamar cappelli, e s'appressarono alle loro 
cavalcature. 

II berretto di foglie che copriva il capo di Samuele era 
stato primitivamente formato con liste di foglie intrecciate^ 
ma le treccie s'erano sciolte agli orli e le liste s' erano messe 
ad ondeggiare in tutti i sensi; il che serviva a dare al proprie- 
tario di quella aeconciattira una cerl'aria di fierezza e di indi- 
pendenza. Il berretto di Andrea avea perdute le ali^ ma il negro 
con un pugno destramente applicato ne conficcò sul cranio 
gli avanzi, è poscia rivolse intorno a sé uno sguardo di com- 
piacenza quasi volesse dire: Chi avrebbe il coraggio di asse- 
rire eh' io non abbia un cappello? 

— -> Andiamo, ragazzi miei, gridò Haley, affrettiamoci : noi 
non abbiamo tempo da perdere. 

— Noi non ne perderemo, signore, rispose Samuele pre- 
sentandogli le redini e tenendogli la staffa. 

Appena Haley ebbe tocca la sella, il suo cavallo fece un 
salto tanto brusco dal gettare lo sventurato tu^vQ.%?cvV^^\sJCC ^\\sa. 
rol 1. ^ 



so 

ad alcuni passi di distanza. Samuele si slanciò per afferrare 
le redini, ma non riesci che a pungere colle punte volanti 
del suo cappello di foglie gli occhi del cavallo^ che più irri- 
tato che mai rovesciò il negro e parti come un fulmine, diri- 
gendosi verso Téstremità della prateria. Bill e Jerry, che An- 
drea s'era dato premura di lasciarsi sfuggir dalle manì^ presero 
la medesima strada in mezzo alle esclamazioni, dei negri. Ne 
segni una scena piena di disordine^ i cani abbacavano, ì ne- 
gri gridavano, e tutti, uomini, donne^ ragazzi, correvano, bat- 
tevano le mani, e facevano sfoggio di uno zelo più nocevole 
che vantaggioso. Il cavallo d'Haley parve piacevolmente inspi- 
rato da quella scena; esso si lasciava avvicinare, ma tutte le 
volte che alcuno stava per afferrarlo tornava a sfuggire ga- 
loppando. Samuele avea fisso in testa di agguantarlo più tardi 
che fosse possibile, ed a questo scopo si abbandonava a ma- 
gnanimi sforzi. Quando vedeva che s'era in atto di arrestare 
il cavallo , egli agitava il suo cappello a sbrindoli che domi- 
nava sempre il centro di quella mischia singolare. Questa stra- 
tegia non gli vietava di urlar a tutta forza. — Pigliatelo 1 Pi- 
gliatelo ! — Haley, che s^era rialzato, bestemmiava e batteva i 
piedi con rabbia: Il signor Sbelby tentava invano di fare udire 
i suoi comandi dalPalto della scalinata, e la signora Shelby, 
collocatasi alla finestra della sua stanza, rideva di questo 
disordine, di cui indovinava la cagione. 

Finalmente verso il mezzogiorno, Samuele ricomparve 
trionfalmente a bardosso di Jerry e tenendo per le redini il 
cavallo d' Haley. L'ardente quadrupede era tutto innondato 
di sudore ^ i suoi occhi scintillanti e le sue narici gonfiate 
provavano che in esso non erasi ancora calmata ogni vel- 
leità d' indipendenza. 

— Eccolo ! gridò Samuele -y senza me non Io si avrebbe 
mai preso. 

— Senza voi, borbottò Haley, tutto ciò non sarebbe ar- 
rivato. 



SI 

— Che Dio mi guardi, o signore! gridò Samuele con tuono 
dolente j si può trattarmi di questa maniera mentre ho per- 
seguito il cavallo come fossi un uomo che non a^sse una 
milza! * 

— Va bene ! Va bene ! disse Haley. Voi colle vostre scioc- 
chezze mi avete fatto peràere più di tre ore. Partiamo dun- 
que e tregua alle pazzie. 

— Ah ! signore, disse Samuele con supplichevole accento; 
voi volete dunque ucciderci tutti, uomini e bestie? Guardateci, 
noi siamo estenuati, i cavalli nuotano nel sudore; voi non 
potete aver in animo di partire prima del pranzo*. Jerry zop- 
pica, il vostro poney ha bisógno d'essere stroppicciato, ed io 
non credo che la signora voglia lasciarci partire in questo 
stato. Noi saremo sempre a tempo di agguantare Elisa; essa 
non fu mai una buona camminatrice! 

La signora Shelby che ascoltava questo dialogo risol- 
vette di sostenere la sua parte. Essa discese, dichiarò d'asso- 
ciarsi allo spiacere provato dal signor Haley, e lo sollecitò a 
rimanere a pranzo, assicurandolo che verrebbe prestamente 
imbandito. Tutto ben considerato, il mercante di schiavi credè 
opportuno di cedere, quantunque di mala grazia, e Samuele 
il nero, dopo averlo seguito con uno sguardo scintillante 
dMronià, ricondusse gravemente i cavalli alla scuderia. 

— L' avete voi visto? chiese egli ad Andrea ; non era 
cosa piacevole il vederlo rotiolare per terra bestemmiando 
contro noi? Bestemmia, vecchio mio, io diceva entro me stesso; 
se vuoi ricuperare il tuo cavallo bisognerà bene aspettare 
che te lo riconduca. Che bella commediai Mi sembra di averla 
ancora dinanzi agli occhi! 

Samuele ed Andrea appoggiati al muro si misero a ridere 
sgangheratamente. 

— Avete osservato com'era furente quando son ritornato? 
Se ne avesse avuto il coraggio m'avrebbe ucciso. Ed io era 



»2 

là umile ed innocente come un agnello . . . Avete veduta 
alla finestra anche la signora che rideva? 

— Non ho veduto nulla, disse Andrea; io era occupato a 
correre. • . 

— Dal canto mio ^ rispose Samuele mentre slreggbiava il 
poney; io ho acquistato ciò che si può chiamare T abitudine 
dell'osservazione. É questa un'importante abitudine » Andrea, 
ed io vi consiglio di coltivarla fino che siete giovine. L'osser- 
vazione, vedete, stabilisce delle distinzioni fra i negri. Non ho 
io indovinato questa mattina da qua! parte soffiasse il vento 
e quale fosse il desiderio delia signora? Spero bene che que- 
sta sia una beila attitudine. Le attitudini diversificano nei vari! 
individui, ma la coltura vi aggiunge molto. 

— Mi pare, replicò Andrea, che se non avessi ajutato il 
vostro spirito d'osservazióne, voi non sareste stato tanto per* 
spicace. 

— Andrea, voi siete un giovane che dà le più belle spe- 
ranze^ ciò è indubitabile. Io ho buo^a opinione sul vostro conto, 
e non arrossisco quindi di prendere aprestito qualche vostra 
idea. Andiamo, torniamo a casa, giacché ci scommetto clie la 
nostra padrona ci tiene in serbo dei buoni bocconi. 

CAPITOLO VII. 

La Fuga. 

Sarebbe impossibile il figurarci una creatura umana più 
desolata di quanto lo fosse Elisa, quando esci dalla capanna 
dello zio Tommaso. Essa abbandonava la sola casa che avesse 
mai conosciuta, era divisa dall'oggetto del suo amore, e la 
prospettiva dei pericoli che minacciavano la sua e la vita del 
figlio si mescolava alla ricordanza dei patimenti del suo sposo. 
Era inoltre assalita dall'immagine di mille oggetti che le erano 



i55 
can, da quella deg^li alberi alla cui ambra avea giuocato nella 
sua infanzia, da quella dei viali ove avea passeggiato in tempi 
felici. Le stelle brillavano attraverso la fredda atmosfera della 
notte, e le permettevano di scorgere dei luoghi troppo cono- 
sciuti. Le sembrava che dalle masse dei cespugli escissero 
voci che le rimproveravano la sua fuga. Ma T amore materno 
la vinceva su tutti gli altri suoi sentimenti. Suo figlio era ab- 
bastanza robusto perchè potesse camminare vicino a lei , ed 
in qualsiasi altra circostanza lo avrebbe soltanto tenuto per 
mano; ma adesso il solo pensiero di porlo a terra la facea 
rabbrividire^ ed essa lo premeva al seno con strette convul- 
sive. Il terreno agghiacciato crepitava sotto i suoi piedi, e que- 
sto rumore le incuteva spavento. Il fremito delle foglie^ il 
movimento delle ombre sulla via, le cagionavano orribili pal- 
pitazioni, e ne rendevano più celere la marcia. La poveretta si 
meravigliava delPenergia venutale tanto improvvisamente. II 
figlio non pesava alle sue braccia più d'una plnma^ e lo stesso 
suo sbigottimento sembrava aumentare la forza soprannatnrale 
da cui si sentiva sorretta. Frequenti invocazioni al supremo 
suo protettore sfuggivano dalle sue pallide labbra — Signore 
assistetemi! Signore salvatemi! — 

Il fanciullo dormiva; la novità della situazione Pavea dap- 
principio tenuto sveglio^ ma sua madre gli avea replicato 
tanto spesso che l'avrebbe salvato se avesse voluto tenersi ben 
tranquillo, che egli avea finito col sospendersi dolcemente al 
collo materno. Soltanto prima di chiuder ^li occhi egli avea 
chiesto ad Elisa: 

— Non v'è bisogno chlo stia svegliato, non è vero? 

— No, amico mio; dormite se ne avete voglia. 

— M2L, madre mia, voi non mi lascerete rapire dall'uomo 
cattivo intanto ch'io dormo? 

— > No ! fino che Dio mi concederà la sua assistenza, disse 
la madre impallidendo. 

— Ne siete ben certa? 



— Lo sono, rispose Elisa con un accento di convinzione 
che la fece stupire, giacché le sembrava che provenisse da 
una misteriosa inspiratone. 

Ed il fanciullo^ posando la piccola ed affaticata sua testa 
sulla spalla materna, fu ben presto immerso iii un dolce sonno. 
Sentendo il calore delle sue braccia ed il soffio della sua soave 
respirazione. Elisa raddoppiò d'ardore. Il minimo movimento 
di questa piccola creatura piena di confidènza trasmetteva in 
lei come un'elettrica commozione. Tal é il dominio dello spi- 
rito sul corpo; lesso rende insensibile la carne, converte i 
nervi in molle d'accìajo, e comunica ai deboli una potenza 
straordinaria. 

Elisa oltrepassò prestamente i confini del P abitazione, e 
non s'arrestò che sulla strada maestra ; in quel momento l'o- 
riente cominciava a colorarsi. Spesso era dessa venuta colla 
signora Shelby in un piccolo villaggio posto sulle ripe dell'Ohio; 
ne conosceva quindi la via. 11 suo piano era di giungervi per 
attraversare il fiume in quella località; dopo ciò essa si sa- 
rebbe rimessa alla grazia di Dio. 

Quando i cavalli e le carrozze cominciarono ad andar in 
volta per la strada maestra, Elisa seati che il suo passo pre- 
cipitato e la sua fisonomia turbata avrebbero potuto suscitar 
dei sospetti. Pose dunque il figlio a terra, rassettò le sue ve- 
sti, e progredì lungo la via con minor rapidità. Il suo far- 
dello conteneva una piccola provvigione di frutta e di piccole 
schiacciate. Onde illudere Enrico sulla lunghezza della strada. 
Elisa immaginò di scagliare innanzi a lui delle mele, ch'egli 
correva poscia a raccogliere. Giunse così vicino ad un denso 
bosco che era attraversato da un limpido ruscello. Siccome 
il fanciullo sì lamentava della fame e della sete, così Elisa ol- 
trepassò una siepe e gli fece far colezipne dietro 'un masso 
pietroso, che la celava agli sguardi dei viandanti, li fanciullo si 
meravigliò perchè sua madre non mangiasse, e passandole un 



Sì; 

braccio al collo tentò dolcemente dì farle entrar fralle labbra 
un pezzo di schiacciata. 

— No, gli disse ella 3 vostra madre non avrà fame fino a 
che non sarete in sicuro. Bisogna camminare e giungere al 
fiume. 

Ed ella Io trasse di nuovo sulla strada, ove cercò di ri- 
prendere una calma e regolare andatura. Se foss' anche rico- 
nosciuta, essa pensava che a nessuno sarebbe venuta l'idea che 
fuggisse, poiché tutti sapevano come fosse trattata colla più 
grande benevolenza. 

Ciò che serviva altresì a tranquillarla, si era la bianchezza 
della sua pelle, sulla quale i segnali della sua origine metic- 
cia non potéano essere constatati, che mediante un attento e 
minuzioso esame. Credè dunque innocuo l'arrestarsi a mezzo 
giorno in una fattoria per comperarvi il suo ed il pranzo del 
figlio. Siccome il pericolo diminuiva in proporzione della di- 
stanza, cosi le emozioni che Paveano sorretta si calmavano ed 
essa cominciava a sentirsi affaticata. La buona fittajuola, presso 
la quale si riposò, parve felice di avere alcuno con cui chiac- 
cheraréf ed accettò ciecamente tutte le dichiarazioni della 
fuggitiva j che diceva come andasse a passare una settimana 
in casa di alcuni amici. 

Un'ora prima del tramonto del sole Elisa entrò nel piccolo 
villaggio } i suoi sguardi si portarono tosto sull'Ohio^ sulla riva 
opposta v'era la libisrtà; questo fiume era per essa il Giordano 
che la separava dalla terra promessa. 

Si era al principio della ^primavera. I banchi di ghiaccio 
galleggianti ondulavano pesantemente sulle onde tumultuose. 
Dalia parte del Kentucky le sinuosità della sponda aveano fatto 
agglomerare delle enormi masse di ghiaccio che formavan^o 
una specie 4' immensa zattera, e rallentavano il corso del fiu* 
me. Elisa contemplò con tristezza questo spettacolo, poiché le 
facea temere interrotta la navigazióne. Entrò poscia nell'al- 
bergo per assumere informazioni. L' osl\eT;ìi ^V ^^^ <^^ca\^^^ ^ 



^8 

messo ìr tavola^ così i domeslìci poterono radunarsi intorno 
ad essa per ascoltarne le osservazioni. 

— Egli sarà abbruciato per tutta retemitàl disse Andrea. 
— « Ne sarei ben contento, aggiunse il pìccolo Giacomo. 

— ^ Miei figlia disse una voce che li fece trasalire tutti, 
voi non sapete ciò che dite. L^ eternità è una terribife ]j)aro- 
la, e voi non dovreste augurar nulla di simile ad una crea- 
tura umana. 

— Colui che parlava così, era Io zio Tommaso, che entrava 
in quel momento, e che stando sulla porta aveva udito quanto 
s' era detto. 

— Noi non auguriamo sventure ad altri fuorché ai mer- 
canti d'uomini, disse Andrea ^ essi sono tanto cattivi! 

— La natura stessa non grida contro essi? riprese la 
mammma Chloè. Non ìstrappano forse i figli alle loro madri, 
i mariti alle mogli? Eppure questi insensibili assassini be- 
vono, fumano, e godono i loro comodi. A cosa sarebbe buono 
il diàvolo se non portasse via costoro? 

£ la *mamma Cfaloe, coprendosi il viso col grembiule, si 
mise a singhiozzare. 

— ; 11 buon libro ci raccomanda di pregare per coloro che 
CI perseguitano. 

•i— Pregare per essi? gridò la mamma Ghloc) ciò mi sa- 
rebbe impossibile! 

— Pensate per altro^ riprese Tommaso, all'orrendo stato 
dell'anima d'un mercante di schiavi, e ringraziate Dio di non 
assomigliargli. Io preferirei esser venduto dieci mille volte 
anziché aver sulla coscienza tutte le opere inique di cui avrà 
a rispondere. 

— Anch'io la penso cosi, disse Giacomo. Non bisognerà 
prenderla^ Andrea. 

Andrea alzò le spalle e fischiò in segno d' assentimento. 

— Io sono contento, riprese Tommaso, che il mio padrone 
non sia uscito questa mattina come ne avea l'intenzione. Ciò 



^9 

mi sarebbe stato ancora più doloroso che l'essere venduto. Io 
]' ho veduto e comincio a rassegnarmi alla volontà del Cielo. 
Il mio padrone cedette alla necessità ed ebbe ragione : ma io 
temo che le cose non abbiano ad andar troppo bene qui durante 
la mia assenza. Il signore non può esercitare sulla casa una 
sorveglianza eguale alla mia. I giovani hanno delle buòne 
disposizioni, ma sono troppo dissipati. Ecco ciò che m'inquieta. 
Il campanello suonò, e Tommaso venne chiamato in sal^ 

— Tommaso, gli disse affettuosamente il padrone^ vi 
prego di osservare che dovrei pagare al signor Haley una di- 
sdetta di mille dollari, qualora non vi trovaste al luogo che 
vi sarà da lui assegnato. Egli debbe occuparsi quest'oggi del- 
r altro suo affare, sicché avete la giornata a vostra disposi- 
zione. Andate dove volete. 

-— Grazie, signore. 

— Ricordatevi di quanto vi venne detto, aggiunse il tra- 
ficante, e non giocateci una delle vostre gherminelle da ne- 
gro; giacché se non vi ritrovo qui, ripeterò il pagamento in- 
tegrale della disdetta. Se il vostro padrone volesse ascoltarmi 
non si fiderebbe ad alcuno di voi ; voi scivolate dalle mani 
come anguille. 

— Padrone,. disse Tommaso drizzandosi sulla persona; io 
aveva otto anni e voi un anno appena, quando vostra madre 
vi pose neHe- mie braccia — Ecco il vostro giovane padrone, 
mi diss' ella , bisognerà aver molta cura di hii. — Ora io vi 
chiedo se vi ho mai mancato di parola, massime dacché sono 
cristiano? . ' 

Il signor Shelby fu commosso, ed i suoi occhi si bagna- 
rono di lagrime. 

-— Mio buon amico,, dtss'egli, attesto clie voi avete detta 
la verità. Se lo potessi non vi venderei per tutto V oro del 
mondo. 

— lo vi prometto, aggiunse la signora Shelby, di ricom- 
perarvi appena ne avrò i mezzi. Si^uot \\a\e.^ ^ \^w^^ w^v*^ 



60 

della persona a cui lo venderete, e fatemene avvertita. 

— Mio Ì>io! rispose il mercante, io posso ricondurvelo 
entro un anno, se voi, signora^ lo desiderate. 

— Io lo riéomprerò accordandovi un guadagno, disse la 
signora Sbelby. 

— Non domando nulla di meglio, signora. Poco mi importa 
a chi debba vendere ano schiavo purché possa fare un buon 
negozio; io chiedo di vivere, ecco tutto. 

I due sposi erano stanchi delIMmpudente domestichezza 
del mercante^ ma vi si rassegnavano perchè comprendevano 
quanto fosse importante il non irritarlo. Più si mostrala egli 
insensibile , e più la Shelby temeva che avesse nd impadro- 
nirsi di Elisa. Ella impiegava perciò mille arti per trattenerlo. 
La nobile creatura adulava il sordido trafficante, gli sorrideva 
graziosamente^ gli parlava con affabilità^ e iacea ogni sforzo 
perchè non avesse ad accorgersi che intanto le ore passavano. 

Alle due Samuele ed Andrea condussero ì cavalli, che 
sembravano avessero preso vigore pella scappata del mattino. 

-^ Il vostro padrone non ha cani? disse Haley mentre 
s'éTpprestava a montare a cavallo. 

— Egli ne ha una quantità, rispose Samuele che aveva 
pranzato superbamente: Eccovi là a basse Brunoj e poi non 
vi ha negro nella casa che non possegga qualche piccolo cane. 

r— Via dunque! riprese Haley 5 il vostro padrone non ha 
qualche cane addestrato alla caccia dei negri? 

Samuele V avea già compreso perfettamente^ ma pure re- 
plicò con una disperante ingenuità : 

— I nostri cani hanno un eccellente odorato. Io li credo 
adatti alla caccia di cui parlate, sebbene non si sieno mai pro- 
vati a farla. Essi hanno delle qualità eccellenti! Qui Bruno ! 

Ed egli diè'il fischio al cane di Terra-Nuova, che esci 
dalla sua sonnolenza per avvicinarsi a Samuele. 

— • Che il diavolo ti trascini ! esclamò Haley. Andiamo ! che 
si parta! 



€1 

Montando a cavallo Samuele trovò il modo di solleticare il 
suo camerata, il quale diede in imo scoppio di riso, che eccitò 
rindegnazione del mercante. 

— La vostra condottami fa stupore, Andrea, disse Sa- 
muele con imperturbabile gravità ^ si tratta di un affare serio, 
e voi non dovete farne oggetto di scherzo. 

Essi ^'allontanarono. Quando furono arrivati ai confini 
della proprietà, il mercante manifestò Tintenzione di avviarsi 
direttamente verso il fiume. 

— Quale strada prenderemo noi? chiese Samuele^ voi sa* 
pete che ve ne sono due, la vecchia e la nuova. 

Andrea guardò con sorpresa il suo compagno, ma si af- 
frettò a convalidare la costui asserzione. 

— Io sarei portato a credere, riprese Samuele, che Elisa 
ha tenuto la vecchia strada perchè è la meno frequentata. 

Haley, sebbene fosse pieno d*esperienza e naturalmente so- 
spettoso, si lasciò ingannare da tale osservazione. 

— Se non foste due sfrontati mentitori l diss'^egli. 
L'aria pensosa e meditativa colla quale furono pronunciate 

queste parole diverti singolarmente Andrea. Egli restò alcun 
poco indietro, e neireccesso della sua ilarità fu vicino a la- 
sciarsi cader da cavallo. La iìsonomia di Samuele si mantenne 
invece oscura ed impassibile. 

— Il signore farà ciò^ che vorrà, disse il negro^ egli pren- 
derà la strada nuova, se il crede conveniente y per noi già è 
lo stesso. Del resto, riflettendovi, credo che sia il miglior 
partito. 

— -> Essa avrà naiuralmen^te seguita .la via men battuta, dis- 
se il mercante. 

— Ciò non é sicuro, riprese Samuele: le donne sono ca- 
pricciose^ esse non fanno mai ciò che sì crede abbiano a fare. 
La contraddizione le diverte^ quando si ritiene di trovarle qui 
si è certi di vederle là. 

. Questo filosofico apprezzamento del ^caT^VV^T^ \^\!ci\fiC\vc\^ 



62 

esercitò poca influenza sulle risoluzioni del mercante, che 
annunziò l'intenzione di prendere la strada vecchia, « chiese 
a Samuele se mancasse ancora molto prima d'arrivarvi. 

— Vi saremo fra pochi minuti, rispose il negro ammic- 
cando gli occhf^ ma io ho meditato ^ulla faccenda^ e sono d'av- 
viso che non ci convenga di seguir quella via. Essa è isolata 
e potremmo smarrirci. *i- 

— Non mi rimovo nùllameno dal mio partito. 

— Ho inteso a dire che questa strada abbandonata sia in- 
gombra di siepi e di steccati. Non è vero, Andrea? 

Andrea rispose che non ne era sicuro, ma che però an« 
ch'egli Pavea inteso a dire. 

Haley era avvezzo a pesare la verità o la menzogna d' un'as- 
serzione^ egli s'immaginò che Samuele avesse fatto prima 
menzione della strada abbandonata per semplice sconsidera- 
tezza^ e quindi credette che quanto ora questi diceva per 
dissuaderlo venisse suggerite soltanto dal desiderio di sal- 
vare Elisa. 

Si prese la strada vecchia, che, tollerabile per alcune miglia, 
apparve poscia interrotta da siepi e da barriere. Essa era abban- 
donata da tanto tempo, che Andrea ne ignorava persino l'esi- 
stenza. Egli seguiva i suoi due compagni con spmmessiohe ri- 
spettosa, ma esclamava ad ogni momento che il terreno era 
scabroso e troppo cattivo* pei piedi di Jerry. 

— Io vi conosco,. furfanti! disse Haley, ma con tutte le 
vostre Invenzioni tentate invano, ve ne avverto, di distormi da 

.questa strada. 

— H signore è libero, rispose umilmente Samuele, lan- 
ciando alla sfuggita un'occhiata ad Andrea, la ciii ilarità mi- 
nacciava una prossima esplosione^ 

Samuele sfoggiava uno zelo ed una vigilanza incredibile : 
ora egli gridava che si scorgeva un cappello di donna al ver- 
tice di una lontana altura, ora chiedeva ad Andrea se non fosse 
Elisa quella che si vedeva al basso dialcan declivio. Egli s' ab- 



65 

bandenava a tali esclamazioni quando la strada era -più sas- 
sosa e caltiva, é suscitava così continuamente le inquietudini 
e le incertezze del mercante. 

Do[N) un'ora di cammino i tre viaggiatori entrarono velo- 
•cemfsnte nel cortile d' una grande fattoria. Gli agricoltori erano 
alla campagna, e non v'era un'anima ih tutta la casa. Ma sic- 
come gii edifizii chiudevano la stcsada diveniva evidente che 
questa non oltrepassava la fattoria. 

— Ahi birbanti! gridò Haley; voi altri lo sapevate? * 

— : Ma non ve, l'avea detto, o signore? Io vi ho ripetuto 
che la strada non era praticabile, che era intersecata da bar- 
riere^ ma voi non avete voluto ascoltarmi. 

Era questa una verità incontestabile, sicché lo sventurato 
mercante fu forzato a rodere il freno; egli tornò indietro, ed 
i tre viaggiatori presero alla fine' la strada maestra. 

Per eausa di questi indugi, erano già scorsi tre quarti 
d'ora all'incirca dacché Elisa era arrivata all'albergo, quando 
quelli che la inseguivano fecero il loro ingresso nei villaggio. 
La fuggitiva era alta finestra, e guardava dalla parte opposta. 
Samuele fu il primo a vederla^ simulò che il vento gli por- 
tasse via il cappello e gettò un forte grido. Elisa trasali, e si 
ritrasse dalla finestra. Intanto i viaggiatori giunsero alla porta 
principale dell'albergo. 

In questo momento la vita della povera madre fu per cosi 
dire centuplicata. La camera ov^essa si trovaj^a avea una porta 
che metteva al fiume. Eliisa prese il figlio fralle braccia e di- 
scese precipitosamente i gradini^ il mercante di schiavi la 
vide nell'istante in cui dessa giungeva all'argine. Egli balzò 
da cavallo e si mise ad inseguirla come Jl bracco indegne il 
daino. Samuele ed Andrea gli tennero dietro. Elisa si credette 
perduta^ gettò un grido selvaggio e balzò attraverso io spazio 
che la separava da quella specie di zattera di ghiaccio che 
abbiamo indicata. Era un salto che soltanto il delirio e la di- 



64 

sperazione aveano reso possibile; lo slesso Haley sollevò isiin- 
tivamente le mani e rimase esterrefattOr 

L'enorme pezzo di ghiaccio sul quale Elisa era piombaia 
s'affondò crepitando sinistramente^ ma BIJsa non si arrestò; 
slanciossi successivamente dalPuna alPàltra massa dì ghiaccio, 
volta a volta inciampando e rialzandosi. Perdette le scarpe^ le 
punte acute del ghiaccio le straziarono ì piedi, il sangue 
segnava la via per cui s'era meissa, ma essa non sentiva^ non 
intendeva nulla, finalmente essa vide confusamente^ come in 
un sogno ^ la sponda del fiume, ed un uomo che le tendeva 
la mano. ^ 

— Chiunque voi siate, esclamò costui, bisogna dire che 
siete una brava creatura! 

Elisa riconobbe il proprietario di un tenimento. vicino al- 
l'abitazione dei Shelby. 

— Oh! signor ^ymmsee, salvatemi, nascondetemi! 

— Che Vuol dir ciò? riprese il signor Symmsee. 

—^ Sono la cameriera della Shelby! Es$i hanno voluto ven- 
dere mio figlio! Ecco là basso il suo padrone: Oh! signor 
Symmsee avete vjoi un figlio? 

— Sì, per dinci! disse Symmsee ajutandola ad arrampi« 
carsi lunghesso Targine scosceso. D'altronde voi avete del co- 
raggio, e ciò mi dà sempre a genio. 

Quando toccarono la sponda, egli aggiunse: 

— Io vorrei ^ar qualche cosa per voi , - ma non so dove 
ricoverarvi. Vi consiglio di andarelà basso, a quella gran casa 
bianca che vedete isolata all'estremità della strada principale 
del villaggio. È abitata da oneste créature; esse vi faranno 
buona accoglienza. 

-— Che Dio vi benedica ! disse Elisa fervidamente. 

— Ciò non ne vale la pena, rispose il Symmsee. Voi avete 
ben. guadagnata là vostra libertà, è, se ciò dipende da me, non 
la perderete. 



Eltsa s'allontana, ed il signor Symmsee llaccoK^Nigiiè'COglI 
sguardi mormorando fra sé steséori ^ . . 1..1 := '. ' ., 

— Shelby dirà senza dubbio cb« non ho agito da buon 
vicino^ ma che m'imf#rt9?^er. alienili» ^eye mie schiave fugge 
nelle medesime circostanze, gli permètfo di rendermi la pa- 
riglia. Io non pote^ .iiqj^dire ^«me ^t^jisovdi dar soccorso ad 
una donna che soffre e che è inseguita j è poi io non ho T in- 
carica di' correr dietro agU sqbia^ <d<egli alti^v; . ■ !! 

Donante il' inonoTogo. dell- onesto :pt?0pri«lMi0;fialepf iert 
rtmastotomepietrifibatèi Quàiida£l<i^ fo soompirsk égliportò 
gif sgucM'di sui due sdcylijompagni: - . ' 

•«^/Eéeo un l)«)l^ffar^^dls9e^aQlQelW•' 
-^ lo: criBdo^'ehé'qdei8(a ^i^gaaiur sia ditentlla itibbiosa^ 
mortiiorò'Hal^. ' ''■< '••'. • .. • -'■ -i- • ' • 

-— Spero, riprese Samuelefeha voi ei'f>erdoiitrele90inoii 
rabbiamo in^guità'i ma deèLsaiiiifeiite: non aTéfamò «oraggio 
di battere qneillà stmda. * i 

•M Io eredo cbe^Toì rìdiate 1 dbse 41 mnreanle agfròttando 
le sopraéiglià. . .1 . . j. j. • . = . 

— Che Dio mi guardi 1 non posso farne a meno. Bra si 
strano il rederla saltare^ far orepiiare il ghiacciò, aifondarsi, 
rkomparìrei Mìo Diot come ;SC l'è cavata benèl •■■'.'■■■■ 

B concedendo libero slogò alla lòroaotfdisfasioiitySatnaele 
ed Andrea rìsero ino alle lagripie. 

^ Ab far fon ti t ìio» riderete èemprel gridò •. il '- inercnnte 
brandendo lo seadiscio. 

I due negri schifarono il oi>lp<^ risali^onasairavgiiie^ e io 
un istante furono a cavallo. 

-— teona seva, signore, disse damnele, voi hon avete più 
bisognosi «ci) e noi rieondunremo i c*vtlli àUa^^oderia.'La 
nostra padrona hMh viarrebbè eicoramenteche -ai facessero 
passare^' le poifere^bestie sul ponte d^EHsa. ' 

DeHé' queste f^arole Samnefie éiè nn coljpo di fbnilto al 
fianco j|li> Andrea^ e^Murtt al galoppo seguito d%\'iMff^*tAì«à^^^<i» 



66 

Duraatealoniii fninuU il vento recòr al mercante il rumore 
dei lontani loro scoppii di rtso.V • . 

CAPITOLO Vni: - 

I caecialóri d'uoMini • ' 

j ■ . . M I •.■<■.. « l t ' . ' \ . '■.'.,. 

Elisa avea a.ttiiaver9ato TOhio fraoimexzo.aUe incerte o»eu- 
rità del crepOMotoiv Quando essdì df^sparvi» daMa ripa, lagrigia 
nebbia! deUa.acfrfii eie ;iiia$s^fli)Atuao4i di i^i^io opposero 
un invincibile ostacolo al suo. persecutore.. Questi ritoroò. dun- 
que tristamente airaU^ig«i>er^}fletl0r!e.$u<»òiebe|[U re&tasse 
A &re.'l4'Q$ijlM$ft gli»,l9cbitiSfe.la ^porki^) di: iunt flottino, il cui 
pavimento era coperto da un tappeto bucato.. Questa. camera 
conteneva a)e«Qae=«fcidi^ a %t»nM apaUiere dkp^gmi una panca 
posta vicina al camino >i9d «na iavoU s^Ua .quale. era. atesa 
una vecchia tela incerata. Alcune figurine /di. .geaso, dipinte. a 
vivi eidef i> ornavanai lia «apaatia.dirt; camii]^. Hatey , ai distese 
sulla panca, e si mise a meditare suirinslabilità.d^le umane 

vicende.: li 'il' r. '>!.!i,ì ■.;."•>.; ir^" !il.-iii;j imi ■!» . :. ■ 

. . TT, ffdrcbè ii4 venne .ii:«apricaio d- avere .questo piccolo 
furfantello? dis3'egljha.aè 6tQS6o. Epcooàiialtriettanto aeofnato 
•qoanto^UfiiA imlpetpresa.in.w irabocebellol ii, 

Egli accompagnò questet.paroto.iouiiuaa^eorUmentO'POco 
•scello^.dì iitip^6ea)(io»iti«>atroi8è itìesso. iMenirò U . buon gusto 
ci vieta di riprodurle, dobbiamo per ài tro.aituDettere .die erano 
:per{ettlMiii&iitor^giua^r.£laIfi3^ jfui t()lto:dalU!6tte« rìAessioni dalla 
voce scordata d'un viaggiatore che;s& fermò. alia porta. -. . 
. , -^Vi^iil &iel^^'gnd^^e^i.dQp9i>àter ^puardato,4alla-fine- 
,stra^e€ftQ uQ.jeff^tta/dijaiòi.Qbei.aefftiiné iobiaja\iA9 ila.Frovvi- 
.denzaw.|o.<i^redt>>ota4tteglii>2ùa {[}(«u«ttfOi^ e.?. . . 

Haley si recò iM^acjpitosamjenta n0Ua[lsate»«(Npune'4el^\a|- 
tberg«Ki|^ìI^<f<^,4iqMa2ìitialJ>aofia.t'eraìttf uomq> daM^itinta 
bromtìAa^fd^teuu^m^oa «iqqaeolofieii asr^a^ M^ft'^^iip^^i "ili 



;07 
iiUu» ed era grosso in propo^rzione. Il ano* BÌbin^isménio si 
componeva di una veste di pelle di biso^taVi ^ui piali solle- 
vati davano un aspéUopiii selvaggio all'iaditidno. Tittll i suoi 
lineamenti manifestavano la violenza brutale innalzata airul- 
Umo grado.. 1. nostri Jettori. si Cairannoiba'idea procisa del fi- 
sica di quest'uomo figurandosi un cane òoiMog (Convertito in 
uomo. Aveva egli im compagno di viaggio che forma^va con 
lui un sorprendente contrasto. Era questi un essere mingber- 
lino» che avea pochi neri ed acuti, e movimenti rassomiglianti 
a quelli di un gatto. U gao lungo naso. indicava Uifienetrazio- 
ne^ i suoi; rari capelli neri lasciavano Idra vedere uiia fromte 
angusta» ma piena di 'fineziap lineaJàoienti dell volto erano tutti 
ad angoli. i . ,. 

. L*uomo iSiUeiico si versò un enorme biccbieréd'acquavita, 
e lo tranguggiò senza dire una paròla.' 11 pficcolp.suo com- 
pagno s'inoltrò sulle punta dei piedi, volgendo intorno a sé 
sguardi inquieti. ]^po aver osservate in un.cantuecto diverse 
bottiglie, chiese :coa voce soùile del rosoglìi>:d^ menta. Prese 
il bicchiere eoa preequzionavr esaminò eoa compiacenza e ;si 
dispOise ad assaporarla con «aima.^ i. :;,..:..! : .. . ,; . ; 

: -^ É la ioiisi buona stqlla che! vi coojduise quii *^:Ed flaley 
endendo la mano air individuo colossale. /aggiimsehr- Come 
stale di salute, Loker? •..»;». ?::...;;;.- 

.-.^ Guardaimòi sietfò.toi? cosa.. disvoiaisitaitt' questo vil- 
laggio? : »: v ■ . t .'' ,.- ' ì 

. f^a. piccola creaiora^:€be;sl obiafi^avaSlarks^icess^dal bere 
per guardare Haley colla<iDaai^ra.ۓiMi'ctti:ut galt9 guarde- 
rebbe ttà topo. '>; .. ■ »■• . ••■..'■.■,,;;;•••'.;.•:•;:.:= !..-■• 

-r;8pnQ Jieto di.vedw??ii tipresfl flldeyj Jo.mtitrov^l il» Mn 
terribile imbarazzo, e voi po^Qtq .tii^^wefle fmfhì >: ;:,• "l » 

■,i^, Huw l.4ÌWI*ortoltaaio.TpflMa»fts«>,fiQkwr§ì qiiando voi 
WteJi^id^ Y^qr: «Iptinp isi ipuAi/enaeni^iMriMofae! aYetei;3ii- 

sogno di lui. Di Che<%Vi(^/?i^ i/ •../.<. j;;<: ; ■ IÌM:! ^ìJ:.-.» 



~ Voi a?ete un compagno I riprese Haley guardando il 
piccolo ipdiridQQ don esitanza. • 

^ ^, è Marks che mi ajnta nei «liei affarìi Atavks^ fu col 
signore eh' io boipercorsò il Natchev. 

•^ lo sarò felice di fòre là TOs>tra cònodeenza, dis»^ Marks 
^protendendo una mano nera e secca ébme la campa di un 
corvo. Voi siete il signor Haley^ a. quante credei 

— Sìj o signore j[ e giacohò ci siamo sì av?en|uratamente 

• incontrati io ti esporrò quanto mi preoccupa. Entriamo in 
questa sala. Facciamoci portar detracquÀ calda, dello 2uc- 

' chero, dei oigarf^ nu)lta acquavitài e noi chiacchiereremo. 

Si accesero le candele, sf rartrìTÒ il fuoco di carbone che 
ardeva sulla gratella ed i tre personaggi s' assisero intorno 
. ad una tavola coperta dai diversi oggetti di coiisumaiione che 
erano, stati da loro chièsti. 

Haley fece una patètica v narrativa dei Stto( infortunii. Lo- 
ker Pascoitò con aria tetra e con profonda attenzione. Marks 
che èva occupato ad apparecchiarsi un arUstico bicchiere di 
punch j in^rrompeva di quando in quando lo sue funzioni 
per isporgere innanzi il suo naso ed il iruo mento acuminati. 
La concbiusìoqe della narrativa parve divertirlo moltissimo, 
^elé contrazioni, delle sue labbra rugose tradivano rintema 
sua soddisfazione. 

:. — E così, disse Marks, essa Tha vinta? Hi) Hil Hi) deve 
essere un diavolo! 

> •*• Questo commerdo di fanciulli ci cagiona molti imba- 
' razzi, riprese Ualey lamentosamente. 

— Bisognerebbe avvezzare le donne ad essere indiiferenti 

• pei loro figliV disse Marks) salirebbe qùcisto il più grande fra 
i progressi deHa civiltà moderna. 

-*« 6i dovrebbe crederle^ felici di liberarsene, soggiunse 
' Halèyi ebbene! ^enteailàttbt.ptà un bambino è nojoso, sec- 
cante, inutile, e più esse vi si àttaiocano) 



69 

--rNoi siftiQo tuUi.in po9Ì3ioAt dlappreixare U giustesza 
della vostra osservazione^ signor Haley.^.t^ Adibiate la bontà 
di darmi rao^ua. calda v. .lo aveVa aitre yi»lte eoimperata una 
ragazza robusta e di. Usila apparenza^ essa aVea un bambino 
ipalaticcio»J)istoria, i1acliitied;CQl qiiale' don volli ìnibaràzsàr^^ 
Credereste voi che poa pot^ n^atl consolarsi d^easeriie divisa? 
Sembrava che vi attao(SaS8é Un pr«E;zo assaà maggiori^ appunto 
perchè non era buono a nulla! Essa lo domandava senza: tre-»; 
gaia, e, finì cona acappane per alidare:^ raggivngerìo.Xiò è 
v^amente singolare:! 't^ali stratte ideò baniio mai le donnei 
— r Io io so per esperienza; disse Haley-Neirvltima iBsfate» 
discendendo il fitkme: Robso, cùftipjetai una negra che avea un' 
OglìQ ben conformato, «di "bui eccìii sedibravartO' seìntillanti 
al pati dei vostra EsaminaQdolo m'accorsi the era affetto dalla 
cataratta. Volli jcangiarlo Con.una botte éì^wkiskyi ma quando 
sì trattò di torlo alla madre, questa s'abbandonò ad una t*«b?: 
bìa da tigre.' Eravamo tuttavia ancorati, e oìon siavea px»*anco 
incatenati i negrì^ -Essa s'arrampicò come ;ttna gatta ^ovra una 
balla Ai c(iU)nei strappò ^n coltello dalle mani d'un marinajo 
e si difese Contro; tutti j Aiecargendasi inalmente cbp la resi- 
stenza non.potea: prolungarsi, si gettò nel fittipe col fatnciullo^ 
e Jìoù la si è inù Div«dttta> i ■; • : :, 

— Bahl gridò Tommaso Loker, voi non ve ne intendete!, 
le mio niegre jìoq mi*giiiocano.vmal simili cemittedie. 
. — Come fate a porvi ostacolo ? chiese Marcks vivamente; 
-*«- Còme vi pongo, ostaeota^ <2uando compro una donna 
che abbia un figlio destinato ad essere, venduto, le metto il 
pugno al naso e le dico: State b>en attenta^ aé' borbottate vi 
schiaccio il viso. Ip non voglio sentfre ima tola parola, nep^ 
pure il princìpio d'una parolai II vostro .figlio èrnia e non vo-» 
stra proprietà^ voi non dovete ocouparvéne. Sto per vendcrta^ 
guardatevi bene dalle smorfie piagnolose od altrimenti....! 
Con questi suggerimenti le mie negre diventano, mute oomA 
pesci. Ma se alcuna sì permette di urlare aitaì:^u,. 4. 



7a 

■' K -Tomaso Loker eofnpletò il pceriodo lasciando cadére pe- 
sanieinonte il ^gno sulla tavola. 

'■ > — « Ecco;Ct^ chesi^hiaóia coiMluri*e le éottne a jtambaro bat* 
teittél dìisse IVfarks urtando col gqmito Haley. Che razza d'o- 
rifinale^è questo Lokerltbi t fai! hi ! I negri hanno un beiressere 
testardi; io sono isicarò che vi capiscono^ Tommaso. Se ?oi 
noh siete il diaroto» w siete però il fratello gemello^ Io garan« 
tiscoi . ■ «M 

' Lokei* ricef ette con modestia questo complimento, e la 
stia fisonomia s'atteggiò a tutta Taffabilità che era compati- 
bile col «uo truce' carattere, 

': HaleyaVea bevuto un bicchière dietro T altro, e comin- 
ciava a dìvenif' sensitivo. Le sue facoltà morali si svolgevano 
sotto r influenza deiraloool. È un fenomeno questo cheTeb* 
brei^za iproducé frequentemente negli nomini scrii e medita- 
bondi. 

•— Tommaso, disse egli, voi siete decisamente troppo cru* 
dele. Io vi ho già molte volte rimproverato per questo nel 
nostro viaggio di Nsatchess. Vi ho dimostrato che c'è dèi pro- 
fitto per qiiesto moiido nel trattar ben^ i n^rij v. ciò senta cal- 
colare che bi si. prepara una probabilità di andare In paradiso. 

— Storie! disse Locker trangugiando. un bicchiere d'ac« 
qdravita. ■ ; ,. . . : • 

Haley 81 riversò 4dll» sedia^, e riprese con gesti dram- 
matici: • ! . . . . ? - 

•^lo eereo^al pari d'ogni. altrO} di guadagnar deldenaro^ 
èquesto il inio primo pensiero; ma non trascuro la mia ktiimd. 
Io ho della religione, e presto o iardi, quando avrò fatta for- 
tuna, penserò^ alla mia futura salvezza. Non è cosa prudente 
r astenersi dalie crudeltà che non sono strettamente neces- 
sarie? - 

: — Voi vi prendete pensiero delia vostra animai replicò 
Tomaso Lokér con i^prezzo^ ma innanzi a tutto siete voi eerto 
d'averne una? 



71 

>*- Voi prendete male' la cosa^ dovreste capire cbe io iion 
parlo che per il fòstro Vantaggio. 

^-^£iil lasdifftémi.in^feél io non posbo sopportare que- 
ste fietose ciarlatanerie f tesse m'ammazsadol Alla fine qnal 
differenlEa passa ira Tói"é ipe 7 Vói avete iih po'più di senti- 
mento ':' è, pura fpocri«al.:Vòi :tolète~Mrace la vostra pelle ! 
AVeCe fatto nn patto col: diavolo, lo adempite scrbpolosamente 
e poi sperate di svignarfeia al mojnento della scadènxa! Via 
doUquel - 1 . 

» 

•-* Andiamo, andiamo, signori; disée Marks; non è questa 
la qnisUone. Ciascuno, Voi lo sapete, ha il suo modo di ve- 
dere. II signor Haléy segue le inspiraiiont della sua oosciensa, 
e voi Tommaso^ avete il Vostro sistema, efaè del restóse eccel- 
lenief i&li noi lion guadagneremo nalla^n^rattaccar lite; oc- 
cupiamoci d^aiTaril Vediamo, signor Haley, di che si tratti. 
Voi volete che vi ajutiamo a riprendere questa donna ? 

— Non mi cale ' delta > donna; essa ap(>attiene a Shelby ; 
ciò che mi preme è il fanciullo poiché he commessa la pazzia 
di comperarlo. • 

— Non è la prima che eomlnettete, disse Tomriiaso sgar- 
batamente. • 

— Andiamo^ interruppe Marks, non offendete il signor 
Bàìef 'y. voi vedete iehe egli d mette usuila strada di un buon 
affare. State quieto, ed ascoltate. Questi aggiustamenti sono 
il mio debotOi Come è la donna iq disoorso, signor Haley? 

— Biahca, bella,- bene educata: Volea dare pei* essa a 
Shelby ottècento o mille dollari, e Vi avrei ancóra guadagnato. 

*— Bianca, beHa, bene educata! gridò Marks animandosi in 
viso; quale magnifica speculazióne cf si presenta^ Loker! Noi 
cMncariehianio dell'impresa, noi agguanteremo i fuggitivi, 
restituiremo il fanciullo; oom' è giusto, al signor Haley, e ter- 
remo per noi la donna che andremo a véndere a Nuova-Or- 
léans. Non è questo un superbo progetto ? 

Tommaso che teneva durante questo '4i&c»t^^\^ >u^<:^*^ 



71* 

l|i$ogiia ebesl'Contentitio dMav»rare a baon mercato. LMnse**- 
guìmento di tre di questi negri é faci lei, poiché si tratta 'di 
ucciderli, o di , giurare: che li itf iia uociaì. É chiara che nen si 
può pretender, mcètò per 4iie8te« Lasciarne fò i Ruatrs veccfaF 
affari^ ed oocupiainocii dei nuoto. Signc^ Haley avete veduta 
gUmgere questa donna* alla sponda oppo^? : ^ : 

— ^ Tanto bene quanto vedo voi. 

r-' £d snudino l'ha ajutàta M arrampicarsi sttirargi&e? 
diiesé Lokeh.! '\: .-.i^h .:■ :.->:'r^: . 

— Posso assicurarlo. 5 

•u-HH Probàbilméute^TipresèMarks,11ianna condotta In qual- 
che inogof ma deve?* Geco iÌ4)roblema: Che nedife voi, Tom- 
maso.' -■ '■■'■'•■ J'i 'Jii --''■■• 'li.'.; 

'-^ Bisognai attrsrereare il fiàme'qnesta stessa sera; ri» 
spose Tommaso. = - 'miììv-.i: ì- r • 

.•^ Ma non vi è battello, ed ii gfriàecio rende pericoloso 
il passaggio. 

. -^ Ciò ^non fe nulla, bisa^ pa$Uire il fiume, disse Loker 
rìsolùtàmentei'.- ■ :>•> ••■.• -■•.■':" 

*-< Lo capisbo^naa pure il «ieto è lieii oscuro 1 

— Dite ad un tratto che Avete paiir», Màrks; nulTameno; 
bisogna che .vi ^éeóidiato' a partire.: Se voi vi fermate qui-, la 
donna non larderà, a: >Spfeirtre^ e voi non la iroverete più. 

«^ Non è già ch'io abbia paìira..'ir rèpIicò'Marks. f 

«— Ila diedùnqde? ' > ; j' 

•^ Ma non ci sono battelli ! 

•^ Ho sentito dire dMi-albergatore^che ve n^era uno que- 
sta, sera, e che v'è un uomo che ha r intenzione di attraver- 
sare il fiume.. Non bisogna esitare^ è duopo arrischiar il pas^ 
saggio con costui^ > : < 

— Ritengo chfS abbiate dei buoni cani, disse Haley^ 
««rrPeì cani dì prima qualitày/jspose Marks) maa che ser« 

viranno essi^.Vojnoq avete «uUa da far loro odorare. ^ 

— Sì, davvero^ riprese Haley cqa aria di trionfo ; nella 



7«: 
soà precipitazione essa ba abbaodoniio « 9al letto uiio «ialo 
ed un cappello. ,: / 

— Quale fortunal disse Loker. Tuttavia -ée i nostriilani 
si. gettano sulla donna senza riguardi, i^on^ può temere che 
la rovinino? * . . : -- 

-^ Ciò merita qualche considerazione ; riprese Mai^ I: 
nostri cani haniìo a Mobile fatto a pezzi un uomo priina:H^be 
aressimo il tempo di ricbianiarlì. ■ -. . .> ; • i . .. — 

• — In questo caso, non sono adatti, giaccbè la fuggitira non 
ba valore.cbe pel suo bel fiso. ' .\>:\ i.. <. - 

— CaiHsco, disse Marksf d'altra parte se essa, si irov» neo;*. 
yerata in una casa^ essi sono perfettamente inutili. I cani n4>n 
sono buoni che nelle piantagióni, ovai negri senz'itMlo^ vanno 
girando pei campi;- . ' •■.' ■' '^^i • -- 

Intanto Loker , dopo aver interrogalo i' oste , ritorni^: j4 
annunziare che il battello era pronto. .;.-.,. 

Siarks si alzò coti ripugnanza, e 'gettando sguardi dì 
rincrescimento sulla istania bep riscaldata: che era costretto 
ad abbandonare. Ilaley snocciolò i cinquanta dollari, ed i tre 
cacciatori uscirono dairalbergo. 

Alcuno fra i nostri lettori potrebbe negare Tesattesza della 
scena che abbiamo dese^itta,; ma noi allora gli ricordereou): 
che in certe parti degK Stati*>Uniti la caccia agli schiiayi ò sòl- 
levata alla dignità di l^ittima e patriotica professi^oe. Se la 
schiavitù farà qualche progresso nella vasta contrada, che «i 
stende fra il Mlssissiple rOceamr. Pacìfico, il mercanie ed il 
cacciatore di schiavi finiranno col prender podio neHe fila del* 
Tarìstocrazia americana. 

Mentre tenevasì nell'albergo questa conferenza, Samuele 
ed Andrea seguitavano il loro cammino. Il primo er^ in preda 
ad un'esaltazione che; si manifestava per mezzo dei più biz- 
zarri contorcimenti. Malgrado però queste «le evoluzioni mi- 
miche egli trottava con sufficiente celerità perchè le unghie 



n 

dei cavalli potessero fralle- dieci e le undici pre sollevare la 
sabbia a piedi della scalinata delPabitazione Shelby. . 
.. Laisignofra abeliiy corse.td iocontrarii* ' 
^-:-t Ebbene^. Sainuele, quali. notizie? . 

— 11 signor Haley riposa in un albergo; egli è orribiK 
mente stanco. ; 

■ >-.• Ed Etósa'?:: •.•..-., 

— Essa-ba attraversato il Giordane^ tocca la terra di Ca- 
naanj' i:-.^:.'" i''.: .■'.';':•;■.• ; . /. -i -. . -■ 

Samuele affettava sempre, quand' etra alla presenza della 
padrtnar, una-giande pietà, ed iiùpiegavà il più spesso.cbe gli 
era possìbile immagini toile dalia Sacra Scrittura. 

*^ Spiegatevi meglio, dis$è la: Shdby. ' 

— Ebbene, signora, Dio difende i suoi; Elisa ba passato 
ilfiuBie iik un mòdo bltreiitalìfo meraviglioso, quanto se fosse 
stata trasportata sovra un carro di fuoco tirato da due cavalli. 

' > «^'Salite,' disse il ìsigoor Sbelby, che aveà seguita sua mo- 
gUei è narcateiialla. vostra padraaa.ciò .che essa desidera 
saliere^ Emilia^ voi treipafe pel freddo, voi vi lasciate oommo-. 
vere troppo vivamente, - ,• ■ •.*: ; ^ » . .: 

- ' -^'Non sQfiò io qnv ddrina*? Non sotio madre? Koft siamo 
noti resiMHisabili. v«r80Dioidr quell&i. povera* figlia ? 

.!. ,^ Noi «bbiana agito skcendo ii noètroì dovere, Emilia^, 

' • "^ Pureio.miisentb còlpevolie;. avrà forse toi^o, ma iQ.non: 
pesM^'ragìorisrei .. ->•' . " • ., . ■',■ 

^^'Olàt Andrea,^ gridò: Samueleidairaltoe della scalinata > 
còndueetei cavalli ^aUa:atall^,imeiìtreich*ip. vado a parlare ai 
nostri padroni. 

.. »^ Ora, Sami|ele?> disse il signor Shelby; raccontateci la 
cosatale qual ha avuto, luogo. Dov^è^Blisa? 

-^C'hd veduta coi miici ocoki passare' sul ghiaccio oodeg-» 
gianto) Ideile più «è meno d'un véro miracolo. 
-^ Questo miracolo mi stoibrà apocrifo. 



77 

*- Eppure è Tesatla verità. Noi eravamo .^anti alla rrp^ 
del fiàme, Elisa era alla finestra d^un albergo. ÀTendo io per*- * 
dato improvvisamente il mio cappello gettai uno strido capa- 
ce di risvegliare i morii. Elisa l*iQtese e rolò alla ripa.Noi ci 
mettemmo tutti e troia correrle dietro, ma, iféiiti! essa fece 
un salto di dieci piedi ed artdò a cadere sopra feiha grand'isola 
di ghiaccio: noi sentimmo un tremendo craCj eroe; essa sal- 
tellava sul ghiaccio come una cerva. Che Dio mi guaHi4 vi è 
in quella donna una forza che non è comune v ^co là mia 
opinione. ■"'''■'". 

La signora Shelby, pallida d>mozione, stettt silentiosa du- 
rante il racconto di Samuele: 

-^ Dio sia lodato! Essa non è morta! Rta dove trovasi il 
povero fanciullo? 

— Il Signore l^ha salvato, rispóse piamente Samuele. Si 
vede là dentro il dito di quella Provvidenaa, sulla quale la si- 
gnora ci ha spesso tenuto discorso nelle sue istrusioni. Noi tutti 
non siamo che istruméntì fatti per adempire fa volmità del> Cielo. 
Senza me^ Elisa sarebbe stata presa piuttosto due volte che una 
sola. Non sono stato io che ho fatti imbtaaHref cavalli -questa 
mattina? Non sono stato io che feci fare cfiiqoe miglia al si- 
gnor Haley sulla vecchia stradir? È la Provvidenza che Ip ha 
volato. 

— Voi avreste potuta dispensarvi dair esséme, fagente, 
disse il signor Shelby con serietà. Io non desidero che ti abbia 
a prendersi spasso delle persone che ricevo fn casa mia. 

È aU^ettanto difficile simular la collera con un negro 
quanto con un fanciullo. Per quanta ajQfettazione vi si ponga, 
tutti e due indovinano prestamente le vere dispo^iioni del- 
Tanimo dei ioro fhtorlòculori. Satiiitìete iton fu per nulla sco- 
raggiato pei rimproveri del suo padrone ^ ma pure finse una 
profonda compunzióne^ e gli angoli della sua bocca si abbas- 
sarono tristemente ih segno df pentimento.' 

— Il padrone ha ragione, disse etV\\\iQ tàVVs tMÌ\^\^ ^^* 



T8 

fisco; ma nn povero negro è esposto spesso a cader in fallo, 
* fBassime quando è tràiscinato alla oollel*a da un modo d'agire 
tinaie fa' quello del signor flaleyv - 

-^ JBbbene.Sànineie, diséct la Shelby^ giacché sembra che 
id>biaie cosicienca dei .mostri mancamentij yoì potete andarvene 
da mamma, drioe e dirle che vi dia il resto di quel prosciutto 
ehe avete matigii^to a pranso; 

! -^ La signora: Jè' tròppo buona verso noi adisse Samuele 
incfalnandesL- '■ • . •' 

Sì é potuto osservare che Samuele possedeva una qualità 
naturale,chè nella carrieca potitiea l'avrebbe immancabilmente 
innalzato al posto più distinto. Egli s^ approfittava d'ogni acci- 
dente per convertirlo inuil capitale, che veniva da lui messo 
ad interesse a vantaggio del suo amor proprio e della sua 
rìputaEione. 'l^opo aver fatto sfoggio di pietà e d'umiltà per 
aggradirei! padcoDi, si conficcò ifieramente in te^ta il suo 
ca^ipelto di logiliQ di palma ^ e si avviò verso i. dominii della 
mamma Ciikis.y coir in tensione di acquistarsi i suffragi disila 
'Cucina. -'r-^/ ■*'?(•:.•. •■/i-^ •'■' ■ . ■. ^ ■ .\, 

^^'Ora^ disse Samiueieia* sé stesso, io. farò stupire I negri 
e li. riempirò df ammirazione.' ' ' 

L'4iilo Ira'i'pici vivi piaoieri dr Samuele il nero era .quello 
d'accompagnare il padrone ad ogni sorta di radunante ! poli- 
ticbevi App^llajatofisovra no- alb-ero H^Boyrauno ste^^ratp, egli 
.ac(coUi^a..]avidaìp(iente^gli ora toi^ -recandosi in seguito fram- 
mezaOfftgli uomini sdel- suo «olorei, eglt cercava riprodurre 
colla piiùb im|>er|urtiabile graTÀUii discorsi da; lui intesi. 

Qfie^iì^ imÀt^fàopi^ speEkso: i^rotteschev mai. qualche .volta «b- 
.bAstan2a\pre|(^e,' av^anp'a<;qijits(]ata:f Samjael^ uoa eerta fyìm 
.d'eloquenza ;. p^^rij^u^enti^rf^ la quale >^liiiion trasfiufa^a: al- 

■«ttPi^41«?orftV^I«;ftCQa6Ìao!ivj m;:- ! -h hrr-y ;;.-'; i ' <■! :.:k ...j 

-.i;,rS;Qra,^mpr#f,sWba»ifrH, k»i;;e fe m^mm^.Chl^ 
di 'freddezza la cwff^atA^fij^op jara,iii^s(ataichitaramerite.:ce«o- 
.sciulajiPi^ $i»«»mfl $ftmueleift'^r4. propogjp Mqaozì ^ tulio di 



70 

fare una larga breccia nelle pro?igioiii -d^ becca , cosi egli 
prese la risoluzione di mostrarsi rappaciato» Egli sapeva che 
i comandi della signora sarebbero stati obbediti alla lettera ; 
ma la buona volontà della cuoca pòtea^ allargarne considera^ 
volmente le vantaggiose comséguense. Comparve. dunque alla 
presenza della mamma Cbtoe con angaria di commovente ra»- 
siegnazione, cpme.un uomo che avesse sofferto crudelmente a 
difesa dell'innocenza perseguitata.. Hlvolgendosi direttamente 
airillustré funzionaria» tributò omaggio jiila costei superiorità 
gerarchica. Le sue moine. ebbero/eiine success»» e giammai 
candidalo alla, deputazione esercito sopra jua innocente ele^ 
lore r influenzai cho venne ottenuta «opra mamma Chloe da 
Samuele il aero. Fosse egli stato. il, figliuol prodigo, non. si 
avrebbe potuto. tcatUrlo pon una, generosità! più materna. Egli 
.ebbe La Boddisfaztooedi inovarsi assiso dinanti ^ un immenso 
piatto di stagno,: nel quale si UovayajiQ, accumulati confusa- 
mente gli avafifti'di :^tto qMadato da. tre giorni. era comparso 
in. tavola. Era uii artUtico, mescugUo di .ali di polio, di fette 
di proseiutto, di focaiec^e dorate, di r^sidiii. di pastìccio, che si 
prestava a riprodurre^ tutte!>to:iinmagin^ilili|iee; geometriche. 
Samuele, coronato daKsuo ^ppeilo^ disponeva in guisa di so- 
vrana di flutti questi jOQmiaesUbili, ed Aikirea era il^suo primo 
ministro. ,/ ; ,. - j i . . ; - . 

. Si accone d^ogni fkarte: pten ascoltare: il racconto delle 
imprese della giornata : fo questa. :un?i ora. <4Ì!glo}ria per Sa- 
muele, .x^be narro peplicatameAteJe.s.ue avventure, arricchen- 
dole con ogni sO]!ta:diabbeUimeati.^roAungati.'SCoppii di risa 
feateggiapooft le descri{(iom diiSainu^ie^ mAiiMe^ingiiameno 
non ces^^ di mante9e;«:si;fQrw^nAÌte^grAv41à.seiMeaziQisa!cl«e 
onvienj^aiai«|parte dft;l'tti.i;appre^ffitatoé, r, r:^ :! . ■'■■\ 
ppiYiOÌ iredetp,! miWocaniWPp^trAattijN^isse egli* bram»- 
cflf do «M:Ct»c4a di> p«(Up <A>ln(iìS!^ iKme.Hi!qf»^t(K icircDàftamb 

iQ'ftbbi9;#9s»nt4:iU>4Àf^^-)d*ftjilUi(Sbn(a^«4it|9^ 

barazzo uno di noi, è assolutamente utk,'4^^>S^3^>^^^^vN^'^Éi^ 



..'.( 



80 « 

di tuUt; il principio è 1q stesso. Allorefaà qualche mercanie 
di schiavi verrà a girarvi dintorno*, rivolgetevi a me, miei 
fratelli^ io saprò metterto alia rargione; io sosterrò i vostiì 
diritti fino aU^iillimo sospiro. 

-^ Pur^, diss^ Andrea, se jo non vi àressi avvertito, que- 
sta mattina voi sembravate disposto ad agguantare Elisa. ; 

-^ NoH' parlate di ciò che non sapete^ rispose Samuele 
«on-un tuono di superiorità, i^agazsi come voi, Andrea, hanno 
delle buone iuteneióni', ma non «anno approfondire i molivi 
ehe inspirano la còndott» d'un uomo. 

Andrea parve confuso-dèlia sua assersipiie. 

-^ Io ho pensalo cosbienziosamente a riprendere 'Elisa, 
aggiunse Samuele, quando credevjt che tale fosse il desiderio 
del padrof^e. Quando m'avvidi chela sigiidra' voleva. il contra- 
rio, ho mqtalo 4'avviso ancora piò: «oscieniiosamente. Còsi, 
voi lo vedete, io seguo pertinacemente le inspirazioni della 
mia coscienza, e mi attboco sempre ai principi!, si, ai prìnei- 
pli, giacché a ehé^iioverebbero dessi sé non avessero a co- 
municarci la pieMeveranÈa? Prendete ^uest^osso, Andrea, v' è 
ancora qualche oésa d* rosicchiare. - 

L'uditorio ascoltava in silenzio le frasi filosofiche deirora*- 
tore, il quare si vide forzato a continoare la sua arvlnga dac- 
ché nessuno più gli rispondeva. 

-^ La perseveraniti, miei cari amici, ò una virtù principale. 
-Grindìvidui che sostengono, og^ dna cosa e domani un'altra, 
non hanno alcun diritto al titolo d'uomini perseveranti... An- 
drea datemi quella focacoia.... lo mi servirò d'un paragone 
^ volgare, e spero éhol signori e le signore Vorranno perdo- 
naroielo. Ho voglia di salire sovra una catasta di fieno ^ ap- 
plico la scala da un lalo- e- m^ accorgo ohe questa è troppo 
' corta J Allora, senza, tentare nuovi sforzi da questa parte, porto 
la ala scal» all'allro lakH SI -potrà dire oh' lo manehi di per- 
'Sevèranza? No, sènza dubbie, giacché m'pstiuo a voler salire. 
Ciò rton é' forse ohiarc^ -' 



81 

— Voi non avete ipai applicata la vostra perseveranza a 
gran che di buóno^ disse la mamma Chloe^ annojata dalla ga- 
jeaa degli altri assistenti. 

— Si^ di^sse Samuele alzandosi in piedi per chiudere il 
suo discorso^ si, mìei conciltadini e voi signore delTaltro sesso, 
si io ho dei prìncipii , e sono troppo fiero per mettermeli in 
tasca 3 io li difenderei anche se mi si volesse abbruciar vivo, 
e si scolpirebbe cosi sulla mia tomba come la mia ultima 
goccia di sangue sia stata Versata a prò dei miei prìncipii, del 
mio paese, degFinteressi generali della società. 

. — £bbene, disse la mamma Ghloe, in forza dei vostri 
prineipìi bisogna che andiate a coricarvi, e non tenerci tutti 
svegli fino a domani mattina.- 1 nostri ragazzi non- hanno bi- 
sogno d'essere dissestati. 

— Negri, disse Samuele scuotendo il suo cappello, io vi 
benedico. Andate a letto e siate buoni. 

Dopo questa patetica benedizione T assemblea si sciolse.' 



CAPITOLO IX. 

Nel quale si ^ede come un senatore non sia che un uomo. 

lì bagliore d' un buon fuoco , acceso in una sala, lucente 
di pulitezza, si rifletteva sul metallo brillante d'un vaseUame 
da the. Il senatore Bird si levava gli stivali, e s'apprestava a 
mettere i suoi piedi in unpajo di graziose pantofole^ appena 
allora termirìiite dalla moglie. La signora Bird disponeva le 
tazze suTla tavola^ raffrenando di quando in quando gli scam- 
bietti di tre fanciulli pieni df vita. 

— Tommaso^ lasciate dunque stare la porta. . . Maria non 
tirate la coda al gatto; perchè tormentare questa povera ba- 
stia? Jim non bisogna montar sulla la\o\a . . , ^^^^\.^^\sv\^ ^'«^vi 



82 

amico, che siamo gradevolmente sorpresi di avervi fra noi 
questa sera? 

— Ho creduto 'opportuno di prendetemi un breve congedo 
per venire un po^ a godere le dolcezze dèi domestico Jòcolare. 
Il viaggio mi ha stancato orribilmente, ed ho molto male ai 
denti. -^ 

La signora Bird gettò gli occhi sopra una boccetta di can- 
fora, e fece Patto d'andarla a prendere. 

— No, no,* Maria; nessuna medicina 1 Una buona tazza di 
thCj ecco ciò che m'occorre. Ahi quanto è penoso il sedere 
alla camera, e coqie sento il bisogno di ripigliar un po' di forzai 

U senatore sorrise colla coòopiacenza di chi crede sacrifi- 
carsi per la patria. 

— Che avete dunque fatto al senato? 

La buona signora Bird abitualmente si occupava assai 
pòco dì quanto succedeva alle càmere -, ella credeva saviamente 
che le bastasse il meschiarsi nelle faccende di casa. La sua do- 
manda inusitata fé' quindi stupite il signor Bird, che rispose : 

*— Non v' ebbe nulla di qualche importanza. 

— Ma è vero che si sìa votata una legge per proibire di 
dar da mangiare e da bere a quelle povere creature di co- 
lore che vanino ramingando per le caìnpagne ? Ho inteso par- 
lare di questa legge , ma non supponeva che vi fossero cri- 
stiani capaci di adottala. 

— Ah 1 Ah ! Maria! A quanto sembra voi diveniate una 
donna politica? 

— No, In generale non darei una festuca per tutte le vo- 
stre discussioni; ma io considero questa legge come crudele 
e contraria alla religione e spero che sarà stata respinta. 

— Voi v'ingannate; gli abolizionisti hanno talmente scon- 
volto il Kentuky, dal tenére in cdhtlnui allarmi i proprielarii 
di schiavi di questo Stato. Per rassicurarli e dar loro delle 
garanzie si è proibito per legge di soccorrere gli schiavi fug- 
gitivi. 



85 

— Si proibisce forse di ricoverare per una sola notte 
queste povere creature^ di far fare ad esse un buon pasto, di 
abbandonar loro qualche vecchio ^traccio, e poscia di conge- 
darle? 

— Sì, mia cara, ciò sarebbe un farsi loro complice. 

La signora Bird era una donn» timida e di gracile appa- 
renza. La sua cute avea la pelurie della pèsca; la sua voce 
ed i suoi occhi azzurri erano pieni di dolcezza. In quanto 
al suo coraggio il chiocciare d' un pollo bastava per metterla 
in rotta, ed un cane da guardia la- intimoriva soltanto col mo- 
strarle i denti, duo 'marito ed i suoi figli costituivano per essa 
il mondo intiero. Essa regnava in famiglia piuttosto a forza 
di persuasione>che d^ energia. ^Essa s^ animava soltanto quando 
si ferivano le dolci simpatie inoculatele dalla natura. La mi- 
nima crudeltà la metteva in collera, ed i suoi impeti, facendo 
contrasto collasua abituale mansuetudine, eccitavano Tinquie- 
iudine e sembravano iaesplicàbili. Era d'ordinario la più in- 
dulgente fralle madri. Pare i suoi figli conservavano la ricor- 
danza del rigoroso castigo con cui li avea puniti per essersi 
associati ad alcuni -monelli del vicinato nel lapidare un gatto 
senza difesa. 

— Me^ne rimasero i segni, diceva a questo proposito il 
maggior dei figli. Mia madre era tanto furente che sembrava 
pazza 'y essa mi battè e mi mandò a letto senza cena prima 
che avessi agio di tornare in me. Dopo questo V intesi a pian- 
gere dietro la porta, il che m'addolorò più di tutto il resto. 
Da quel momento non ci è più capitato di gettare sassi ai 
gatti. 

Neir attuai occasione la signora Bird si alzò con vivacità, 
le sue guancie si colorirono, e la sua fisonomia s'abbellì d'un 
nobile sdegno. Essa si avvicinò al marito con aria risoluta: 

— John, gli diss'ella; desidererei sapere se voi trovl^tA 
giusta e cristiana questa legge? 

— Non bisogna uccidermi. Maria, se dvco vVv ù. 



84 

— Non mi sarei mai aspettata questo da voi ... ! Avreste 
votato per ... ? 

-^ Si, mia beila politica. 

— Voi dovreste arrossire, John! Infierire contro poveri in- 
nocenti privi di pane e di ricovero I La vostra legge è vergo» 
gnosa, abbominevole^ ed io qì mancherò id prima volta che se 
ne presenterà T occasione. Questa non si farà aspettare, lo 
spero! Che? una donna non avrebbe il diritto di dare una 
cena ed un Ietto ad infelici estenuati, perchè questi sono 
schiavi e sono stati oppressi durante tutta la vita ? 

— Ma, IMaria, ascolta teniiL I vostri sentimenti som) onore- 
voli, ed accrescono la stima che ho per voi 3 pure non biso- 
gna mai permettere che le nostre impressioni la vincano sul 
nostro giudizio. Riflettete che non si. tratta di consultare la 
propria particolar opinione j si debbo all' invece posporla per 
non avere in Vista che il sólo pubblico interesse, e le esigenze 
d' una situazione difficile. 

— John, io non intendo un'acca di politica ; ma io ho letta 
la Santa Scrittura. Essa mi raccomanda di nutrire gli affamati, 
di vestire i nudi> di consolare quelli che sono nelF afflizione. 
Sono questi i precetti che voglio seguire. 

— M^'se seguendoli gettaste il disordine nella società? 
.-^ Non si può mai recar pregiudizio obbedendo a Dìo , e 

si ha sempre diritto di fare ciò ch'Egli comanda. 

— Vogliate prestarmi attenzione. Maria, ed io vi dimo- 
strerò con un argomento irrepugnabile . . . 

*— A qual prò? voi potreste parlare tutta la notte senza 
convincermi. Io vi formulo una domanda: Caccereste voi dalla 
vostra casa una povera creatura agonizzante pel freddo e polla 
fame, perchè si fosse evasa dall'abitazione d' un padrone? 

Bisogna dire a lode del nostro senatore che egli era umano» 

affabile con tutti cd^incapace di respingere un uomo che fosse 

nell'imbarazzo. Sua moglie il sapeva, e T assaliva quindi dal 

si/o iato KuJDerabile. Prima di rispondere alla promossagli 



815 

ipotesi egli utilizzò tutte le risorse che d'ordinario s'adope- 
rano per guadagnare un po' di tempo. Tossi a più riprese , 
lerò il fazzoletto dalia tasca, si mise a pulire gli occhiali. Ve- 
dendo che il suo avversario esitava^ la signóra Bird non si 
fece scrupolo di approfittare dei proprii avvantaggi. 

— ^ Io vorrei vedervi a commettere una simile azione 1 Cac- 
ciare per esempio una pòvera donna mentre nevica^ o' farla 
condurre in prigione! 

^ Questo sarebbe sicuramente un dovere penoso da adem- 
piere, rispose il signoi* Bird con tuono melanconico. 

-^ Questo non potrebbe essere un dovere. Se i proprie- 
tarii vogliono impedire la fuga ai loro schiavi , che li trattino 
bene; ecco la mia teoria. Qualora avessi degli schiavi, ed io 
spero di non averne mai , sono sicura che non verrebbe loro 
la voglia d'abbandonarmi. I negri non fuggono mai quando 
sono felici; e quando scappano, vanno incontro a sufficienti 
privazioni e torture,* perchè non si abbia a collegàrsi contro 
loro. % 

— Mia cara Maria , lasciatemi ragionare . . . 

— Io detesto i ragionamentj, John , soprattutto poi quando 
versano su tali argomenti. Voi altri uomini politici avete l'arte 
di oscurare le cose più limpide, d'imbrogliare le questioni 
meno complicate. Ma voi, John, non siete coerente con voi 
stesso quando trattate la politica. Io vi conosco; alla lunga voi 
non siete più di me partigiano di questa legge. 

In questo critico momento, il vecchio Cudjoe,/acfofi/m ne- 

• • • ' 

grodella casa, schiuse a mezzo la porta per pregare la signora 
di recarsi un istante in cucina. Il senatore fu felice per que- 
sta interruzione. Egli vide allontanarsi sua moglie con una 
comica mescolanza di soddisfazione e di dispetto. S' assise po- 
scia in una poltrona per leggere i giornali. 

Dopo alcuni istanti, egli intese la moglie gridare: John! 
John! venite qui un momento! 

Il signor Bird si recò in cucina,* e rima^ ^V.\\^^V^5> \^- 



86 

nanzi allo spettacolo che si offriva ai suoi sguardi. Una gio^ 
vane donna, le cui vesti erano a lembi ed indurate dal fred- 
do, era stesa svenuta sovra due sedie. Essa non avea che una 
sola scarpa, e le sue calze stracciate erano macchiate di san- 
gue^ Esaminandola da vicino , si riconoscevano sul suo viso 
i segnali della razza detestata ! Pure non si potea esimersi 
dair ammirare la sua interessante bellezza, che non era di- 
minuita né dalla contrazione de' lineamenti, né dal disordine 
deir abbigliamento. Il senatore la contemplò in silenzio. Sua 
moglie e la vecchia Dinah, serva di colore, si forzavano di ri- 
chiamare in vita la straniera , il cui figlio riposava sulle gi- 
nocchia del vecchio Cudjoe. 

— Povera donna ! disse la vecchia Dinah, fu il caldo che 
la fece svenire. Essa era piena di vita quando entrò qui e mi 
ha chiesto il permesso di riscaldarsi. Io le volgeva appena la 
prima parola, quando cadde svenuta. 

La straniera aperse lentamente i sujdì grandi occhi neri , 
e li volse intorno a sé con aria smarrita. Ad un tratto la di- 
sperazione si dipinse sui suoi lineamenti , ed essa si alzò gri- 
dando : Oh mio Enrico ! me V hanno essi rapito ? 

Il fanciullo a queéte parole s** involò dalle braccia di Cud- 
joe, che dopo avergli levate le calze gli riscaldava i piedi, e 
corse vicino alla madre. 

— Eccolo ! Eccolo 1 esclamò questa : oh signora, protegge- 
telo ! non me lo lasciate rapire I 

— Nessuno vi farà del male qui, povera donna! disse con 
dolcezza la signora Bird. Non teihete niente; voi siete al si- 
cure. 

— Che Dio ve ne ricompensi! disse Elisa singhiozzando, 
mentre il piccolo Enrico, vedendola piangere, cercava di strin- 
gerla nelle sue braccia. ; 

Grazie alle assidue cure della signora Bird, Elisa non tardò 
a calmarsi. Le si apparecchiò un letto vicino al fuoco, ed essa 
cadde ben presto in uà sonno profondo. 



87 

ia pover^^ madre non volle abbandonare il figlio^ che s'ad- 
dormentò m\ suo seno. Sembrava che essa seguitasse a di- 
fenderlo anche cedendo alla stanchezza. 

Quando gli sposi tornarono in sala , non fecero alcuna al- 
lusione ai discorsi che aveano tenuti prima. La signora Bird 
prese il suo lavoro, ed il Bird finse di leggere ì giornali. 

— Sarei curioso di sapere chi sia dessa, disse il signor 
Bird dopo una mezz' ora di siFenzio. 

— Noi r interrogheremo quando si sveglierà. 

— Una delle vostre vesti non le andérebbe bene, riprese 
il signoi' Bird dopo una lunga pausa : essa è più alta di voi. 

Un sorriso quasi impercettibile sfiorò le labbra della si- 
gnora Bird. 

Dopo un nuovo silenzio^ il Bird aggiunse: -7 Dite dun- 
que , moglie mia ... ? 

•— Ebbene!, che? 

— ' Voi sapete, quel vecchio tabarro con cui voi mi coprite 
quando riposo al dopo pranzo^ voi potreste darglielo. . . : essa 
\ha bisogno di vesti. 

In qùesr istante Dinah venne ad avvisare che la donna era 
svegliata^ e desiderava vedere la signora. 

11 signore e la signora Bird si recarono in cucina accom- 
pagnati dahdue loro figli maggiori. Elisa era assisa vicino al 
fuoco, sul quale tenea fissi gli sguardi. Essa avea un'espres- 
sione d'abbattimento e di calma sinistra, che contrastava colla 
sua anteriore agitazione. 

— Voi volevate parlarmi , disse la signora Bird. Spero che 
ora vi troverete meglio. 

Elisa non rispose che con un lapgo Cospiro; ma essa alzò 
gli occhi, è questi erano tanto pregni di angoscia e di pre- 
ghiere, che la signora Bird ne fu commossa fino alle lagrime. 

— Non abbiate alcun timore^ povera donna! Noi abbiamo 
qui degli amici. Ditemi donde veiìiVe, e cq?»^ ^^s\\^\^^, 

— Io vengo dai Kentuky. 



.88 

. — Quando siete arrivala? disse il signor Bird.. 

— Questa sera ? ; 

— In qual modo? 

— Ho attra?ersato il fiume sul ghiaccio. 

— Sul ghiaccio t ripeterono in coro gli assistenti. 

— Si, coirajuto di Dio, io sono passata sul ghiaccio. Essi 
erano sulle mie traccie^ e stavano per mettere la mano su 
me^ io non aveva libera che questa strada. 

<— Ah ! mio Dio ! disse Gndjoe: il ghiaccio é tutta a pezzi 
che galleggiano sulle acque 1 

— É vero, rispose Elisa; ma ciò non potè arrestarmi. Non 
avea la speranza* di giungere a salvamento^ ma ero rassegnata 
a morire. Il Signore mi ha soccorsa : non si sa quali ajuti Esso 
dia a coloro che ardiscono 1 

— Siete voi una schiava ? chiese il signor Bird. 

— Si, o signore ; io apparteneva ad un abitante del Ken- 
tuky. 

--- Vi trattava egli male ? 

— No, signore ; egli era un buon padrone. 

•— Perchè dunque vi siete decisa ad abbandonare una 
buona casa, e ad affrontare tanti pericoli? 

Elisa fissò sulla signora Bird uno sguardo penetrante, ed 
osservò come fosse vestita di nero. 

— Signora, dissocila bruscamente , avreste voi avuta la 
sventura di perdere un figlio? 

La domanda giunse improvvisa e riaprì una recente ferita^ 
giacché fosse scorso appena un mese dacché un figlio amato 
era stato deposto nel sepolcro. 

— Si, io ho perduto un figlio. Perchè mi fate voi questa do- 
manda? 

-^ Per essere sicura che voi compatirete ai miei dolori. 
Allorché sono fuggita io avea già perduti due figli, Tuno dopo 
r altro. Mi restava questo solo, ed egli non m'avea mai ab- 
bandonata un istante. |Era il mio orgoglio e la mia consola- 



89 

zione. Ebbene! signora; si voleva togliermelo > per venderlo, 
per condurlo negli Stati del Sud, lui, un fanciullo che non passò 
un giorno solo lontano da sua madre, lo non bo potuto abi- 
tuarmi a quest'idea. Sentiva che m'era impossibile il vivere 
senza lui, e quando seppi che il contratto era firmato, che il 
fanciullo era venduto, io me lo presi in braccio e partii du- 
rante la notte. L'uomo che l'a\'ea comperato, mi insegui con 
alcuno dei servi del mio padrone; essi stavano per prendermi ^ 
io mi slanciai allora sul ghiaccio. Come abbia fatto a passare, 
lo ignoro; ma so che un uomo m'ajutò a salire la ripa del 
fiume. 

Queste spiegazioni eccitarono una viva simpatia negli udi- 
tori. I due piccoli figli della Bìrd, dopo aver cercale il fazzo- 
letto nelle lasche*, ove mancava sempre, si nascosero il viso 
nelle pieghe della veste materna, ed asciugarono cosi i loro 
occhi bagnali. La Bird singhiozzava, mentre Dinah gridava con 
fervore : — Che Dio abbia pietà dì noi l 

Il vecchio Cudjoe manifestò la sua commozione con una 
furia di strane smorfie, e colFasciugarsi gli occhi colle mani- 
che. (I nostro senatore, nella sua qualità d'uomo polìtico, non 
potea mostrare una sensibilità eguale a quella degli altri mor- 
tali. Egli rivolse il dorso ad Elisa ed al suo uditorio, si mise 
a pulire gli occhiali, e soffiò 'il naso con una certa rumorosa 
violenza. 

— E voi mi dicevate di avere un buon padrone? esclamò 
egli di subito raccostandosi alla donna. 

— Si, lo ripeto, rispose Elisa; ma egli era debitore di de- 
naro, e costretto, a sottomettersi ai capricci del suo creditore. 
Io lo intesi a dire queste ragioni alla mia padrona che interce- 
deva per me, e allorché conobbi che la vendila era f^tta, presi 
il solo partito che mi rimanesse per salvare l'unico mio bene. 

— Siete maritata? 

— Si, lo sono; ma mio marito appartiene ad altro pa- 
drone, che e durissimo con lui, e gU totvc^ìV^ ^tcv^^^^va. 



90 

di vedermi. Già minaccia di venderlo^ e forse non lo rivedrò 
mai piùl . 

La tranquillità, onde Elisa proferi queste ultime parole, 
avrebbe potuto far supporre ad un leggiero osservatóre, ch'ella 
fosse interamente apatica; ma i suoi occhi provavano il con- 
trario^ e rivelavano mortali angoscie. 

.— ^ E dove volete andare, la mia povera donna, le chiese 
il signor Bird. 

^— Vorrei andare al Cdnadà, se ne sapessi il sito, disse 
ella guardando alla signora Bir4 con occhio siemplice e cX)nfi- 
dente. É molto loniano di qua? 

•^Infelice! esclamò la signora Bird quasi involontaria- 
mente. • 

^ V^ha forse un lungo cammino? 

— Più assai di quello che imaginate, povera donna 1 Ma ora 
penseremo ai.mezzi per trarvi. d'impaccio. Dinah, appronta un 
letto nella tua stanza, presso la cucina^ e domani mattina ve- 
drò ciò che si potrà .fare per questa sventurata... Frattanto non 
temete^ mettete la vostra fiducia in Dio, ed egli vi proteggerà. 

Gli sposi entrarono nella sala; la signora Bird sedette da- 
vanti al fuoco nella sua piccola seggiola a bracciuoli. Il signor 
Bird corse' e ricorse la camera a gran passi biasciando fra\ 
denti: — Ecco un affare imbrogliato! Infine s'accostò alla mo- 
glie, e le disse: — Bisogna che parta subito di qui, stanotte 
medesima. Il suo padrone le terrà dietro domani di buon mat- 
tinò. Se fosse sola, si potrebbe facilmente nasconderla -, ma ci 
vorrebbe un^ armata, ci scommetto, per costringere il piccolo 
mariuolo a starsene tranquillo. Se per avventura facesse ca- 
polino alla finestra o agli usci, tutto sarebbe scoperto. Che 
direbbesi di noi se venissero trovati in questo luogo ... No, no, 
non li troveranno : è necessario ohe partano stanotte. 

— Questa notte! come è mai possibile? ove condurli? 

— Ho fatto il mio piano, disse il senatore, e prese a rimet- 
tersi gli stivali. AHorchè furono entrati per metà, strinse le 



91 

ginocchia con ambe le mani, e si chiuse in una profonda me- 
ditatone. 

— Io non mi disdico, ripigliò alla ^ne, questo è un affare 
spiacevole 1 nullameno spero che il mio piano potrà riuscire. 

Dopo aver qualche tempo fissati gli sguardi sui disegni del 
tappeto^ riprese i tira-stivali, terminò la calzatura, e mosse ad 
osservare fuori per la finestra. 

La signora Bird, che era donna discreta e prudente, guar- 
dossi bene dair interrompere la meditazione di suo marito^ 
ella continuò a dondolarsi bel bello, aspettando pazientemente * 
ch^ ei le rivelasse le sue intenzioni. 

— Vi ricordate, disse egli, del mìo antico cliènte Van 
Trompe? Egli abitava il Kentucky, e i^oichè ebbe ridonata ai 
suoi schiavi la libertà , venne a stabilirsi in fondo a' boschi 
«lello Stato deirohio. La sua casa è isolata, e difficile a tro- 
varsi. Quivi questa donna sarà in sicuro, ma il guajo si è che 
non altri che io posso per questa notte guidare una carrozza. 

— Ma Cudjoe non è forse un bravo cocchiere ? 

— Senza dubbio ; ma la strada è difficile, essendovi guadi, 
e siti di malagevole passaggio. La percorsi più volte a cavallo, 
e ne conosco tutti ì giri e rigiri, che fa duopo di prendere. 
ìf e ne -sbrigherò in questo modo. Cudjoe attaccherà verso mezza 
notte, e noi partiremo. Per dare un colore al mio viaggio, mi 
farò condurre ad un albergo, ove aspetterò la diligenza, che 
passerà fra tre e quattro ore, e che conduce a Colombo. Ivi 
ho degli affari, e me ne occuperò domani. ^ Non so poi qual 
figura fero davanti ai miei colleghi. La mia coscienza mi rim- 
provererà di violare la legge che ho votato, ma la mìa fede 
mi vi costringe. 

— : Il vostro cuore vale più assai della vostra testa, John, 
dissegli la moglie ^stringendogli la mano. Vi avrei potuto 
amare se io non vi avessi conosciuto meglio di quanto vi co- 
nosciate voi stesso? 

La cara donnina era si attraente con c^vl^** ^\ì^\ >\\eì\^\ 



02 

sguardi, che il senatore potè eredere di essere qualche^cosa 
per aver ispirato tanta affezione a cosi angelica creatura. Per 
compiacerle si affrettò a dare gli ordini opportuni al cocchiere. 
Era già in suIPuscio della porta quando ritornò indietro con 
qualche esitanza. 

— Maria, disse egli, ignoro quali siano le rostro Idee a 
questo proposito, ma r'ha una cassetta ripiena delle robe del 
nostro povero Enrichetto. 

A queste parole uscì precipitosamente^ e chiuse la porta 
* dietro di sé. • / 

La signora Bird entrò in una camera da letto vicina , vi 
prese una chiave^ e la introdusse nella toppa d'una cassetta , 
mentre 'i due figlia che T a veano seguita con una curiosità in- 
fantile, la osservavano silenziosi, e con non soqual aria d'in- 
telligenza. 

madri, che leggete questo libro, pon posse^idete voi una 
cassetta, o uno stanzino, F apertura d«l quale sia per voi 
come quella d^ma tomba? Se non siete in quésto caso, avete 
ben motivo di chiamarvi felici ! , 

La-signora Bird aperse lentamente la cassetta, ove giacevano 
delle vesticciuole di varie forme, dei grembiulini, delle cal- 
zette. Vedevansi altresì uscire da un involto di carta delle pìc- 
4;oIe scarpe fruste aUe calcagna. In un cestello vedevasi una 
palla, una .trottola, un carrozzino; memorie ch'erano state rac- 
colte con grande struggimento di cuore. La signora Bird ap- 
poggiò la testa su.lla cassetta aperta, e le sue lagrime caddero 
traverso le sue dita per entro; poscia, alzandosi tutto ad un 
tratto, trascelse con una fretta convulsa gli effetti migliori 'per 
farne un involto. 

— Mamma, disse uno dei fanciulli, toccandole dolcemente 
il braccio, a chi vuoi dare tutte queste cose? 

— Figliuoli miei, rispose la madre con tuono grave, se il 
nostro caro Enrichetto ci riguarda dall'alto de' cieli, sarà bene 
contento di quanto facciamo. Non mi avrebbe dato il cuore di 



9^ 

cedere queste vesti ad una persona felice^ ma vi rinunzio di 
buon grado per una madre più infelice di me, e spero che 
questo dono sarà accompagnato dalle benedizioni di Dio. 

V'ha in questo mondo alcune anime elette, le cui scia- 
gure sono una sorgente di..gioja.per altre anime, e le quali si 
consolano della perdita delle speranze terrestri col diffondere 
un balsamo salutare sulle piaghe degli afflitti. E tale era la 
giovine sposa, che alla luce d'una lampada apparecchiava pel 
figlio della fuggitiva i vestimenti del fanciullo, che aveya per* 
duto. 

A capo di alcuni minuti, fa. signora Bird ;aperse una guar- 
daroba, ne trasse due o tre oggetti, ch'erano ancora in buono 
stato, e collocandosi al suo tavolino da lavoro^ si diede a tut- 
t'uomo a rassettarli, come suo marito avevate' raccomandato. 
Ella depose V ago e le forbici al tocco di mezza notte , non 
appena udì il rumore delle ruote. 

— Maria, le disse il marito, che entrò col suo paletot in 
mano, bisogna svegliarla, e partire subito. 

La signora Bird acconciò tosto in una valigia i diversi oggetti 
che avea raccolti, la fece collocare nella carrozza, e quindi 
sì recò presso Elisa. Questa, tenendo il fanciullo fra le brac- 
cia, indossò prestamente un mantello^ un cappello ed uno 
scialo, che aveano servito alla sua benefattrice. Il signor Bird la 
fece precipitosamente entrare nella carrozza, e la signora Bird 
si collocò sul marciapiedi dalla parte sua. Elisa si. spinse al- 
riufuori, e tese una mano cosi morbida e cosi bella come 
quella che le era pòrta in ricambio^ fissò sulla signora Bird i 
suoi occhi neri e pieni d'intelligenza, e tentò di proferire alcu- 
ne parole, le quali furono soffocate dal pianto. Allora accennò 
d'un gesto il Cielo, come testimonio che non T avrebbe di* 
menticata mai, e poscia ricadde io sul cuscino: la portiera si 
chiuse e la carrozza parti ! 

Qual situazione per un senatore, che per una seUlisv^^sAc 
aveva appoggiato nell'assemblea \eg\s\aLV.\N^ ^^W ^\v\^ \^^v4. 



94 

energiche misure coatro gii schiavi fuggiaschi e i complici 
loro? 

La sua eloquenza avea pareggiato quella^ che procacciò 
si grande riputazione ai membri del Senato di Washington; 
egli avea motteggiato con sanguinosa ironia i sentimenti gene- 
rosi dei filantropi^ che pretendono sagrificare alla salute di 
pochi miserabili vagabondi i grandi interessi dello Stato. Era 
pervenuto con essa a comunicare le proprie convinzioni a tutti 
i suoi uditorit Ma Tidea d'un fuggiasco non s'era svegliata in 
lui che per le lettere che compongono questo vocabolo; non 
s' era mai scontrato in un infelice^ né avea mai sentito tremare 
una mano umana, né inteso le supplicazioni della dispera- 
zione, né veduto uno sguardo d'uomo rivolgersi a lui per im- 
plorare soccorso. Non avea mai pensato che il fuggitivo pò- 
teva essere una madre sfortunata, un fanciullo sen2a difesa , 
come quello sulla cui testa riconosceva in questo istante il 
cappellino di suo' figlio, che più non era. Il nostro povero se- 
natore non era né d' acciajo, né di marmo , ma un uomo do- 
tato di un cuore retto e generoso, e lo dimostrava col fatto. 

Del rimanente, il signor Bird rendevasi colpevole d'una 
infrazione alla legge. Se poneva la sua condotta in contrad- 
dizione col suo voto, ora l'espiava severamente. Il tempo era 
stato piovoso da qualche mese, e il fertile suolo dell'Ohio era 
cedevole in tutte le vie. Quella percorsa dai nostri viag- 
giatori era fatta sul gusto de' vecchi tempi: si erano collocati 
dei traversi di legno, ma quali traversi i Negli Stati dell'Ovest, 
ove il fango forma abissi d* una profondità incalcolabile , si 
pongono parallelamente dei tronchi d' albero rivestiti della 
loro scorza, si ricoprono di terra, di pietre o dì zolle, e finita 
siffatta operazione l'indigeno va lieto di possedere una nuova 
strada. In seguito le pioggie scalzano la terra e le zolle: i 
tronchi d'albero si sconnettono, e pigliano le giaciture più 
strane formando negli interstizi una bella varietà di fossati e 
ài gore. 



i 



Otf 

Sopra una dì cosiffatte vie moveva li nostro senatore, fa- 
cendo delle riflessioni morali, che le scosse della vettura ad 
ogni istante interrompevano. Ora la carrozza. sfondava in una 
buca di fango, nerastro^ ora saliva sopra un mucchio di legna. 
Il signor Bird, la donna e il fanciullo erano continuamente so- 
spinti da una parte e dall'altra; si urtavaifb^ si ammaccavano 
Tun V altro, il fanciullo gridava, il senatore già credevasi per- 
duto, e il cappello d'Elisa avea smarrita la sua forma. Al di 
fuori Cudjoe faceva scoppiettare la sferza, e apostrofava ener- 
gicamente i cavalli ricalcitranti. Eranvi quando a quando delle 
pose, di cui i viaggiatori approfittavano per acconciarsi le vesti, 
poscia la Carrozza ricominciava a muoversi di rotaja in rotaja. 

Tutto ad un tratto si fermò, e Cudjoe apparve allo spor- 
tello. — Padrone, disse egli, ecco un sentiero assai malage- 
vole^ e non so come ne potremo uscire. Penso che saremo 
costretti a porvi dei traversi. 

Nella sua disperazione il senatore volle discendere, e 
sprofondò nel fango fino al ginocchio. Cercando di uscirne , 
perdette Tequilibrio, e cadde lungo disteso nel pantano, d'onde 
era rialzato non senza fatica dal cocchiere in uno stato vera- 
mente compassionevole. 

Per non toccare troppo al vivo la sensività dei nostri let- 
tori, accorcìeremo il racconto dei patimenti del nostro eroe 
sventurato, augurando loro che ignorino sempre quanto sia 
grave il passare una parte della notte ad assestare dei pezzi 
di legno per far passare i loro veicoli sopra a' baratri della 
strada. 

Ad un'ora di notte molto avanzata la vettura si fermò 
al limitare d'una vasta fattoria. Fu mestieri d'una certa 
insistenza per risvegliare gli abit|inti della casa; ma alla 
fine venne ad aprire* lo stesso proprietario. Era egli un uomo 
di alta statura, vestito d'un camiciotto di flanella rossa; la 
sua scarmigliata capigliatura, del colore del canale l^^^w^., 
e la sua barba, che da più giorni liou era ^UV^ \.^^<ì;sò. ^^ ^^- 



9C 

sojo^ non rendevano troppo attraente e simpatica la sua lìsono- 
mìa. Dopo qualche minuta accese il lume^ fissando in volto i 
nuovi ospiti con aria di piacevole meraviglia^ senza ancora 
comprendere di che si trattasse. 

L' onesto John Van Trompe aveva in passato tenuto un 
vasito possedimento* nello Stato del Kentuky. Esteriormente 
avea l'aspetto selvaggio^ ma era uomo giusto, e come tale 
avea sempre veduto con orrore un sistema egualmente fu- 
nesto agli oppressori ed agli oppressi. 

Stanco ' finalmente della sua posizione, acquistò nello 
Stato deir Ohio un ampio tenimento , affrancò tutti ì suoi 
schiavi, e li fece trasferire sul suo nuovo possesso. Compiute^ 
ch'egli ebbe T ordinamento della sua colonia^ erasi ritirato in 
un poderetto solitario per vivere in pace il resto de' suoi giorni.. 

— Siete voi da tanto di dare ricetto ad una donna e sd 
un fanciullo, che sono inseguiti da cacciatori di schiavi? — 
gli domandò francamente il senatore. 

— Io credo che si, rispose il buon John Van Trompe con 
qualche fierezza. 

— Lo sapevo. 

— Se mi viene innanzi qualcuno di questi scellerati, ripigliò 
il brav' uomo sviluppando le sue forme muscolose, sono pronto 
a riceverlo. Se sarà più di uno^ io ho sette figlia giovani^ ro- 
busti, che mi aiuteranno nell'impresa. Salutate a.mio nome i 
cacciatori di schiavi, e dite loro che noi li aspettiamo a pie 
fermo. 

John incastrò le dita nel folto della sua capigliatura, e 
diede in uno scroscio di risa. 

Elisa più morta che viva, si trascinò sino alla porta^ ser- 
rando fra le braccia suo figlio addormentato polle poche 
forze che ancor le rimanevano. Van Trompe la guardò fissa- 
mente alla luce della candela, proruppe in una esclamazione 
di pietà, e introdusse la fuggiasca in una cameretta da letto 
contigua alla cucina. 



\ 

I 

\ 



97 

— Qui siete in sicuro^ disse egli ad É1i$a, accennandole 
lei carabine,- che erano appese al di sopra delJa cappa del ca- 
n^ino^ sono già abituato ai pericoli^ e d^ altra parte nessuno 
sarebbe sì imprudente d^ venirmi ad assalire in questo luogo. 
Dormite dunque tranquilla come vostra madre vegliasse sulla 
Tostra.culla. 

In cosi dire lasciò una candela sulla tavola, e se ne parti. 

— Ella è di una rara bellezza, disse egli al signor Bird; 
ma la bellezza è spesso un motivo di persecuzione, da cui una 
schiava non può togliersi che fuggendo, .per poco che nutra 
sentimenti di onestà. 

Il senatore raccontò in breve la storia di Elisa. 

— Ahi ahi disse Van Trompe con aria compassionevole j 
ella è perseguitata per avere ascoltato i sentimenti della na- 
tuira^ e per aver fatto ciò che ogni altra madre avrebbe fatto 
se si fosse trovata nella sua posizione. Queste sono di quelle 
cose che mi sdegnano in guisa da farmi bestemmiare. In pas- 
sato, signor senatore, io non frequentava la chiesa, perchè i 
ministri dei nostro paese parlavano sempre in favore della 
schiavitù, rawalprando la loro tesi con frequenti citazioni di 
passi greci ed ebraici^ ne trovai. alla fine uno che disse tutto al- 
l'opposto, ed ora assisto religiosamente alle sue prediche. 

Mentre cosi parlava^ Van Trompe sturava una bottiglia di 
buon sidro, di cui porse un bicchiere al suo interlocutore. 

— Voi fareste bene d'aspettare qui fin tanto che aggiorni, 
soggiunse egli. Sveglierò la vecchia, e vi farò approntare un 
buon letto. 

— Vi ringrazio, mio buon amico, disse il Senatore, biso- 
gna che vada ad aspettare la diligenza per Colombos. 

-^ In questo caso vi accompagnerò un tratto di strada, e 
mostrerovri un .sentiero migliore di quello che avete tenuto. 

'John Van Trompe prese una lanterna, e condusse la car- 
rozza sopra una via traversale, che passava al di dietro della 



sua Abitazione. NelPistante di separarsi, il senatore gli pose in 
mano un yiglietlo di dieci dollari. 

-^Questo per lei, disse laconicamente. 

— * Benissimo, rispose Van Trompe con aguale concisione. 

Scambiata una stretta di mano, si lasciarono. 

CAPITOLÒ X. 

Consegna della mercanzia. 

• 

La luce grigia d'una mattinata di febbrajo illuminava la 
capanna dello zio. Tommaso , e faceva vedere delle persone 
desolate. La mamma Cliloe ripassava delle camicie, che poneva 
mano mano sul desco di una cassa davanti al fuoco, portando 
d'ora in ora le mani a^ suoi occhi per asciugare le lagrime. 

Tommaso avea la testa appoggiata sulla sua mano , e te- 
neva sopra*le ginocchia una Bibbia aperta, ma sempre tacen- 
do. Era ancora di buon'ora, e i fanciulli riposavano tuttavia, 
insieme sopra il lor letto grossolano di .cinghie. Tommaso pos- 
sedeva al più alto grado quelP amore per la famiglia, che con- 
tradistingue sventuratamente la sua razza. Si levò in piedi, e 
mosse ad osservare i suoi figli. 

— É per l'ultima voltai disse egli. 

La madre Chloe non rispose; solamente lisciò di nuovo una 
camicia di già abbastanza ripassata. Alla fine, lasciando bru- 
scamente cadere il ferro, ella si pose a sedere, e diede in que- 
sti lamenti : 

— Forse dovremmo rassegnarci j ma in verità è ciò poi pos- 
sibile? Sapessi almeno dove andrete, e colme sarete trattato 1 La 
padrona promise di ricomperarvi entro un anno ^. ma si può 
esser sicuri di ritornare qpndo si va neg(j Stati del Sud? 
Si dice che nelle piantagioni della Luigiana, e del Misslssipi 
si uccidano gli schiavi a furia di lavoro. 

': ^ — Vi ha un Dio là come qui, mia buona Cbloe! 



99 

— Io non ne dubito ; ma il Signore permette qualche vol- 
ta cbe si commettano azioni colpevoli. Io non mi riprometto 
consolazioni da questa parte. 

— Io mi affido interamente in Lui, o Chioe. Niente avviene 
quaggiù senza sua permissione, e v' ba una cosa, onde io Io 
ringrazio, e si è che mentre io parto, voi rimanete. Qui voi vi- 
vrete tranquilla co' vostri figli, e la sventura sarà tutta per me. 

Tommasa parlava con una voce rauca e cupa, ma con ener- 
già. Raffrenava l'impeto dei suo dolore, per non accrescere 
queHo della sua famiglia. 

— Non pensiamo cbe ai beneficii del Cielo ! soggiunse egli 
con voce tremante. 

— I suoi beneficii! per me non li veggo punto. Ciò non 
è giusto! no> ciò cbe avviene qui non è conforme a giustizia.- 
11 postro padrone non avrebbe dovuto permettere cbe voi 
foste condotto via di qui per pagare i suoi debiti. Voi vi siete 
guadagnato dieci volte il prezzo cbe ritrae dalla vostra ven- 
dita. Vi era stata promessa la libertà, e già da lungo tempo 
ve l'avrebbe dovuta concedere. Sarà vero cb'ei ne sia profon- 
damente addolorato, ma io trovo ch'egli ba torto, e non mi 
potrete provare il contrario. Voi gli siete stato sempre fedele^ 
aviBte compiuto per lui molti affari importanti, vi siete occu- 
pato più di lui cbe di vostra moglie e de' vostri figli, ed egli 
vi vende-! Ab ! coloro che vendono in questo modo il sangue 
degli altri, le affezioni dell'altrui cuore, per trarsi d'impaccio, 
meritano la collera celeste! 

— Cbloe, se mi amate davvero, non parlate cosi, massime in 
questi momenti, nei quali siamo per dividerci e forse per sem- 
pre. Ve l'ho detto, ed ora ve lo ripeto, l'offendere il mio pa- 
drone è lo stesso cbe offender me. . . Non l'ho io cullato nelle 
mie braccia quando era fanciullo? Non è egli forse migliore 
degli altri? Sono persuaso» ch'egli non mi avrebbe abbando- 
nato mai, se non fosse stato trascinato dal bisogno ^ e ave^sst 
potuto fare diversamente. _, 

- ^1 




100 

— Non imporla, soggiunse Chloe, che aveva estrema- 
mente sviluppato il sentimento della giustizia^ egli ha -torto 
in qualche cosa; non saprei dire in che, ma lo senio, e ne sono 
sicura. 

— Solleviamo i nostri sguardi a Dio; Egli sta sopra tutti, 
e non cade una foglia senza il suo beneplacito. 

— Lo so, e nullameno ciò non vale a consolarmi. Ma a che 
giovano le nostre parole? La focaccia è cotta , e voglio appa- 
recchiarvf una buona coIezione.Ghi sa quando ne farete un'altra! 

Per farsi un idea dei patimenti dei negri, che sono tradotti 
negli Stati posti presso le foci del Mississipì, bisogna ricordarsi 
il loro atfelto istintivo pei luoghi da essi abitati. La natura ha 
negato ad essi Pamore per le. avventure; amano i focolari 
domestici, e non li abbandonano mai di buon grado. II negro 
per giunta è abituato fin dalPinfanzia a considerare il suo. tra- 
sferimento negli Stati del Sud, come il più severo dei castighi. 
Lo staffile e la tortura lo spaventano meno deNa minaccia 
d'essere venduto ai piantatori del Mezzodì. Nelle ore di riposo, 
gli schiavi del Kentucky e del Tennessee parlano con orrore del- 
le atrocità che si commettono nelle contrade contigue al mare: 
sono questi per essi paesi misteriosi, dai quali nessun viag- 
giatore ritorna più indietro. I missionari! del Canada asseri- 
riscono, che la maggior parte dei fuggiaschi, da loro confes- 
sati^ non si lagnan de'propri padroni, ma adducon a motivo della 
fuga il solo timore di essere venduti nel Sud. Basta ciò ad 
ispirare un coraggio eroico ad Africani, che sono per natura 
timidi ed indolenti. 

Il pasto della mattina fumava sul desco. La signora Sbélby 
avea dispensata la mamma Chloe dal compiere in quella gior- 
nata i suoi ufficj abituali nella abitazione^ e la povera negra 
aveva posto tutto il suo ingegno in quel banchetto di com- 
miato. Aveva ucciso e approntato il pollo migliore, fatta cuo- 
cere superbamente e secondo il gusto di suo marito una focaccia 
di grano d'india, e si vedevano sul piano del camino dei 



lOi 

piccoli vasi, i quali non pouevansi in mostra che nelle più 
solenni occasioni. 

— ; Che colezione i disse Nosè appena schiuse gli occhi. 

E stese subito la mano per agguantare un pezzo di pollo^ 
ma sua madre lo respinse menandogli per giunta un manrove- 
scio air orecchio. . 

— • Prendete questo! gridò ella; imparerete cosi a mettere 
a ruba Tultima colazione, che il vostro povero padre fa in questa 
casa. 

— ^. Oh 1 Chloc! disse Tommaso con dolcezza. 

— Qualche volta non mi posso franare, disse la mamma 
Chloe, nascondendosi la faccia col suo grembiule^ sono cosi 
turbala che non so quello che mi faccia. 

Mosè e Pietro si tennero tranquilli ^fissando gli occhi sui 
loro genitori^ ma. il più giovane, afferrando le vesti di sua 
madre , proruppe in fortissime grida. 

— Vi dà subito da mangiare, disse la mamma Chloe, pren- 
dendo il figlio nelle braccia j avrete del pollo, e la mamma 
non vi percuoterà più. 

Senza aspettare un secondo invito, i fanciulli si gettarono 
con vivacità sui commestibili. . 

— Mi occuperò adesso dei vostri abiti, disse la mamma 
Chloe allorché il pasto fu approntato. 11 vostro nuovo padrone 
non ve li lascierà forse portare , ma non importa. In questa 
angolo vi sono corpetti di flanella pe' vostri reumi ; fate di con- 
servarli bene perchè forse più nessuno ve ne lavorerà. Qui 
troverete le vecchie camicie e qui le nuove. Jeri sera, ho 
prese le vostre calze per aggiustarle . . . Ahimè! d'ora innanzi 
chi ve le racconcierà ? 

E la mamma Chloe, oppressa dal dolore, posò il capo sulla 
cassa, e diede in un pianto dirotto. 

— Pensare che nessuno si piglierà pensiero di voi, amma- 
' lato sano! Oh mi sarà difficile di essere buona d'ora in avanti. 

I fanciulli^ poiché ebbero divorato «^\x9aiV.q ^\^ ^\\ ^^^^^ 



minciarono a concepire un^ idea yaga della loro sitaasìone. 

edendo il padre così melanconico, e la madre piangente, 

, posero a sospirare, e a strofinarsi gli occhi. La bimba, 

;8tranea alla generale commozione, salse sulle ginocchia di 

»uo padre, e si diede a tirargli i capelli e a graffiargli la faccia, 

accompagnando questo esercizio con Tivaci trasporti d^ ilarità. 

— Godi ora^ mia povera bimba! disse la niamma Chloe; 
verrà anche per te la ttia volta. Tu vedrai un giorno vendere 
tuo marito^ e sarai tu pure venduta, come pure i tuoi fratelli 
non appena divengano atti a qualche cosai 

la questo istante ubo dei fanciulli esclamò. 

— Ecco, viene la signora. 

— Che desidera ella mai? La sua presenza può farci del 
bene, disse la mamma Chloe. 

La signora Shelby entrò; la mamma Chloe le presentò 
una seggiola con un fare aspro e indispettitola cui la sua pa- 
drona non parve di fare attenzione, ipllla era pallida e confusa. 

— Tommaso, vengo per . . . Essa s'interruppe tutto ad un 
tratto, e ^opo aver osservato il gruppo silenzioso, si pose a 
sedere, e si coperse il volto col fazzoletto. 

— Calmatevi, signora ! ripigliò la mamma Chloe singhioz- 
zando. 

Dopo qualche momento tutti piansero insieme, e questo 
dolore comune ai servi e alla padrona, attutò ogni risenti- 
mento nel cuore degli oppressi. 

voi che visitate gli afflitti apprendete, che il denaro dato 
. freddamente non vale una lagrima di simpatia! 

— Mio bravo Tommaso, disse la signora Shelby, non posso 
far nulla in questo momento per voi. Prendete questo po' di 
denaro; io intanto rinnovo innanzi a Dio la promessa solenne 
di tener dietro alle vostre traccie^ e di ricomperarvi al più 
presto possibile. Frattanto a'bbiate confidenza nel Signore. 

1 fanciulli annunziarono la venuta di Haiey , che apers« 
la porta con un calcio senza cerimonie. 



103 

Egli era di caUiyissimo umore, avendo fatto il giorno avanti 
una lunga strada a cavallo , e non essendo ancora consolato 
della sua preda perduta. 

— Andiamo, negro, sei tu pronto? Servitore di vostra 
signoria^ aggiunse il mercatante salutando la signora Shelby. 

La mamma Chloe chiavò la cassa, ravvolse d'Anna cìnghia, ed 
alzandosi, guardò fissamente Haley. Si sarebbe detto che le sue 
lagrime si fossero di subito trasformate in scintille di fuoco. 

Tommaso caricò il suo bagaglio sulle spalle, e si dispose 
a tener dietro al suo nuovo padrone. Quest'ultimo fu tratte- 
nuto un istante dalla signora Shelby, che gli parlò con calore. 
Durante questo colloquio, T intera famiglia rivolse gli sguar- 
di ad una carrozza, che era bella e pronta presso la porta. Una 
schiera di negri, giovani e vecchi, erasi raccolta per dare T ad- 
dio a Tommaso, che era amato da tutti tanto come soprainten- 
deate deir abitazione, quanto come istruttore religioso. Tro- 
vavansi parecchie donne nel gruppo.- 

-^ Ah 1 Chloe, tu hai più coraggio di noil disse una di esse 
osservando la calma rassegnata , con cui ella ten evasi vicina 
alla carrozza. 

— Ho disseccata la fonte delle mie lagrime, disse la ne- 
gra; non voglio piangere davanti a questo miserabile. 

Ed accennava con un gesto di sprezzo ad Haley, che entrava. 

— Monta, disse egli a Tommaso. 

.Tommaso sali, e il suo padrone pigliando nella vettura 
una lurida catena di ferro, gliela attaccò a' piedi. 

Un bisbiglio dMndignazione si diffuse fra gli astanti, e la 
signora Sbelby gridò dal pianerottolo della sua scalinata : 

— Signor Haley, vi sono garante io , che tale precauzio- 
ne è affatto inutile. 

— Non so nulla, signora^ ho perduto in questo stesso 
luogo uno schiavo di cinquecento dollari, e non intendo cor- 
rere ulteriormente pericoli di tal sorta. 

<— Potevasi attendere altra cosa d^ cq\.^Vvvv\ ^\^vt^^ 



<04 

mamma Chloe con indegnazìone, mentre ì du^ figli maggiori, 
die aveano alla fine compreso la sorte dal padre loro^ pro- 
ruppero in grida compassionevoli. 

— Sono dolente^ disse Tommaso, che non vi sia il signor 
Giorgio. '-' 

I figli del Shelby erano aqdati a passare qualche giorno in 
una piantagione attigua , ed erano partiti prima che la sven- 
tura di Tommaso fosse stata pubblicamente conosciuta. — As- 
sicurate il signor Giorgio della mia affezione, soggiunse Io 
schiavo con viva emozione. 

Haley sferzò il cavallo, e Tommaso si allontanò^ gettando 
uno sguardo doloroso sulla famiglia e sugli amici. 

Shelby non era in casa. Egli avea venduto Tommaso per 
togliersi dalla dipendenza d^jun uomo che temeva, e con- 
chiuso l'affare s'era sentito sollevato come da un peso^ ma 
le lagnanze di sua moglie e il disinteresse dello schiavo avea- 
no risvegliato i suoi rimorsi. Egli avea bel dire che operava 
conforme al suo diritto, come facevano gli altri; e che molti 
proprietarii si comportavano còme lui senza avere la scusa 
della necessità; con queste e simili riflessioni non era riuscito 
a metter pace nella sua coscienza. Per non essere testimonio 
della presa di possesso, avea simulato degli affari, ed erasi al- 
lontanato nella speranza , che tutto sarebbe finito prima del 
suo ritorno. 

Haléy tenne il suo cavallo al galoppo fino a che oltrepassò 
i. confini della piantagione. 

' Poiché ebbe fatto alquanto di strada sulla via principale, 
si fermò davanti alla bottega di un ferrajo, ove entrò per 
far accomodare un pajo di manette. 

— Esse sono troppo piccole per un uomo di questa ta- 
glia, disse Haley accennando Tommaso. 

— Ah! grande Iddio! esclamò il fabbro-ferrajo, è Tinten* 
dente del signor Shelby ! É lui che V ha venduto ? 

• — Certo che si, disse Haley. 



105 

— Giuro, che non l'avrei mai creduto. Ma voi non avete 
d'uopo d'incatenarlo; è il migliore, il più fedele... 

— Benissimo, interruppe Haley; ma i buoni negri sono 
appunto quelli che fuggono più facilmente. I bruti si lasciano 
condurre ove si vuo|e^ ma gli uomini intelligenti detestano il 
loro nuovo padrone y è più sicuro l' incatenarli. 

— Capisco, disse il maniscalco, che i negri del Kentucky 
non abbiano piacere d' essere trasferiti nelle piantagioni del 
Sud. Sembra che vi muojano come le mosche. 

' — Sì, rispose Haley, durano fatica ad acclimatarsi, e ne 
muojono abbastanza per far andar bene ij commercio. 

— È ben duro, ripigliò il ferrajo, l'inviare un bravo 
uomo come questi a perire in una piantagione di zucchero. 

— Egli ha de' buoni numeri in suo favore. Per ciò ho pro- 
messo di trattarlo bene. Lo collocherò come domestico in 
qualche buona famiglia , e se potrà sopportare la febbre e il 
clima , godrà tanto di bene quanto un negro può desiderarne. 

— Egli lascia una moglie e de' figli? 

— Si, ma ne troverà degli altri. Non v' è penuria di donne 
in nessun luogo. 

Durante questa conversazione , Tommaso era seduto in 
aria melanconica nella vettura , alla porta della bottega. Di 
improvviso udì dietro di ^é il trotto di un cavallo, e prima 
che fosse rinvenuto dalla sua sorpresa, il giovane Giorgio si 
era gettato al suo collo. 

— Protesto che questa - è un' infamia 1 esclamò egli con 
energia^ poco m'importa di ciò che si dirà^ la è una cosa 

' abbominevole, e se io fossi uomo la non finirebbe cosi. 

— Oh, padróncin Giorgio 1 voi mi fate dei benel Mi era 
doloroso il partire senza vedervi. Non saprei dirvi a parole 
qual bene abbiate recato al mio cuore! 

In cosi dire Tommaso fece un movimento del piede , e 
Giorgio vidde le catene. 



106 

— Qual iniquilài diss^egì^ sollevando le mani al cielo^ 
Bisogna ammazzare questo vecchio -seelldratoi 

7- Frenatevi, signor Giorgio, e non parlate cosi- forte. Voi 
non riuscireste ad altro che a farlo montare in sulle furie. 

-— Ebbene, mi tacerò a vostro riguardo; ma quando ci 
penso è un vero orrore! Non sono stato né manco avvertito, 
nessuno m^ è venuto a cercare, e senza «no dei vostri amici, 
io non avrei saputo nulla. Misi tutta la casa sossopra. 

— Io penso che abbiate avuto torto, signor Giorgio. 

— Non ho potuto frenarmi!.*.. Ma vedete zio Tommaso, 
aggiunse egli con tuono misterioso, levando la mano dalla 
tasca; io vi ho portato il mio dollaro! 

— Ottimo cuore! disse Tommaso commosso fino alle la- 
grime. 

— Bisogna che voi lo prendiate, riprese Giorgio. Sentite ! 
Ho detto alla mamma Chloe, che io ve k> donerei. Ella mi ha 
consigliato di farvi un buco nel mezzo , e di passarvi un cor* 
doncino, perchè possa appendervelo al collo. Voi lo nascon- 
derete, altrimenti questo vile mercatante ve lo ruberebbe. In 
verità, Tommaso, bisogna ch'io l'ammazzi, ciò farà del bene. 

-*— No, signor Giorgio, ciò non mi recherebbe alcun van- 
taggio. 

— - Dunque ri rinunzio, ma sq)o per vói, ripigliò Giorgio 
nelPatto che. gli appendeva al collo la moneta. Bottonate il 
rostro abito, e conservatela ^ e ogni Volta che la guarderete, 
ricordatevi ch'io verrò a ricercarvi e ricondiirvi presso noi. Ho 
già aperto il mio pensiero a mamma Chloe, e le ho detto di non 
temere. Io veglierò; e se mio padre non si darà cura di adope- 
rarsi in vostro favore, lo tormenterò fino .a* tanto che lo farà. 

— Non abbiate questo disegno rispetto a vostro padre, 
signor Giorgio. * 

*— Mio Dio, non ho mica nessuna cattiva intenzione! 

— Tanto meglio! riprese Tommaso, diportatevi sempre 
bene 5 pensate come v^hanno iilpini, la cui felicità dipende 



107 

da voi; non vi allontanate mai troppo da vostra madre, non 
imitate quei giovani che dimenticano le loro genitrici in mezzo 
alle loro follie. Ricordatevene bene , signor Giorgio; vi ha al- 
cune ottime cose^ che il Signore ci concede due volte: ma non 
ci da che una volta sola una madre. Affezionatevi ben bene 
. alla vostra, e siate la sua consolazione. Me lo pronvettete voi, 
non è vero? 

— Si, disse Giorgio con aria grave, lo farò. 

— State attento a quanto sono per dirvi, signor Giorgio. 
I giovinetti , come voi , crescendo coir età , divengono talora 
impetuosi; la natura li vuole co$ì ; ma quando sono bene edu- 
cati, come lo siete voi, non si lasciano mai sfuggire parole 
men che rispettose pe' Joro genitori. Spéro che non vi terrete 
per offeso di queste mie osservazioni, signor Giorgio. 

— No, no , zio Tommaso , voi mi deste sempre -de^ buoni 
consigli. 

Tommaso accarezzò colla sua larga e ruvida mano la bella 
testa innanellata. del giovinetto , e con voce affettuosa, come 
quella d'una donna, soggiunse: 

— • Sono più vecchio di voi, e conosco tutti i vostri doveri. 
Voi sapete leggere, voi avete istruzione, privilegi e riuscirete 
un uomo di proposito, che sarà ad un tempo Tenore e Pam- 
1)izione de^suoi genitori. Siate un buon padrone come il pa- 
dre vostro, siate un buon cristiano come vostra madre. 

— lo seguirò i vostri saggi consigli, zio Tommaso; ma vi 
prego di non iscoraggiarvi. Come dicevo alla Chloe stamane, 
quando sarò grande , riatterò la vostra casa, ed avrete un sa-* 
lotto con un tappeto. Oh si, sarete ancora felice. 

Haley apparve alla porta della bottega con le manette in 
pugno. 

— Ascoltate, signore, disse Giorgio in aria di superiorità, 
fero conoscere a mio padre e a mia madre il modo, con cui 
trattate zio Tommaso. 

— Cosi sia 1 riprese il mercante di schxavv. 



108 

. — Dovreste vergognarvi dì passare la vita a comperare 
degli uomini,^ ad incantenarli come fossero bruti. Il vostro 
è un mestiere vilissimo. 

— ^ Fino a che si eompreranno uomini e doane^ per parte 
mia non troverò disonorevole il venderli. 

— Io non farò nò V una cosa nò T altra quando sarò uomo, 
disse Giorgio. Finora andai superbo di appartenere al Ken- 
tuky., ora ne arrossisco. n > 

A queste parole Giorgio si rizzò sul sua cavallo, e pigliò 
un serio atteggiamento. Sembravagli che la sua opinione do- 
vesse produrre una profonda sensazione sulP animo de^ suoi 
concittadini. 

— Addio, zio Tommaso, e coraggio 1 

— Addio, signor Giorgio > rispose Tommaso^ fisando in lui 
lo sguardo pieno di tenerezza ed ammirazione, L'Onnipotente 
vi benedica! Ahi il Kentucky ha pochi uomini simili a voi. 

11 figlio del signor Shelbysi allontanò, e lo schiavo lo seguì 
cogli occhi^ e guardò da quella parte finché lo strepito delle 
ugne del cavallo venne meno, ed il giovanetto si tolse alla sua 
vista. Erano gli ultimi suoni, T ultima vista, che gli richia- 
massero il focolare domestico; ma gli pareva di sentire un 
luogo più caldo alla diritta, ove le mani del generoso giovi- 
netto aveano collocato il prezioso dollaro. Tommaso vi. sovrap- 
pose la mano , e se lo strinse al cuore. 

— Ascoltatemi ora, o Tommaso, disse Haley, entrando nella 
vettura e gettandovi le manette. Intendo di trattarvi bene, 
come tratto gli altri; ma per cominciare bisogna che voi pure 
trattiate a dovere con me. lo non sono già crudele co'miei negri, 
ed anzi mi adopero di trattarli il meglio che posso. Corrispon- 
dete dunque alla mia benevolenza con una buona condotta, e 
non tentate di farmi alcuno dei vostri scherzi. I negri ne fanno 
d'ogni maniera; ma io vi sono avvezzo, e sono inutili con me. 
Allorché vivono tranquilli, e non tentano di fuggire, io li tratto 
bene; altrimenti é colpa loro e non mia. 



109 

Tómitiaso assicurò solennemente Haley che non avea il 
benché minimo pensiero di fuggire. Le raccomandazioni del 
suo nuovo padrone erano d'altra parte superflue, come quelle 
che s" indirizzavano ad uno, che aveva i piedi incatenati. Haley 
aveva Tabitudine d'incominciare ]e sue relazioni colla propria 
mercanzia umana con esortazioni di questo andare. Pensava 
cosìM'i spirarle fiducia, e prevenire qualsiasi spiacevole colli- 
sione. 

Ora piglierenio per un istante congedo da Tommaso per 
intrattenerci degli altri personaggi del nostro racconto. 

CAPITOLO XI. 

Riflessioni della Proprietà contro il Proprietario, 

Verso la fine di una serata invernale,, un viaggiatore si 
fermò alla porla di un albergo del villaggio di K. . nel Ken- 
tuchy. Trovò nella- sala comune raccolta una svariata società, 
tratta a quel luogo di rifugio dalP inclemenza del tempo. Eran- 
vi alcuni Kehtuchiesi tarchiati e di alta statura, vestiti di 
abiti da caccia, che stavano sdrajati su scranne con quella 
negligenza che è propria della Idr .razza — Carabine, borsetti 
da polvere, carnieri stavano ammonticchiati alla rinfusa in un 
angolo sotto ki custodia dei cani da caccia. Qua e colà si aggi- 
ravano alcuni negri. Da ciascun lato del focolare scorgevasi un 
individuo dalle lunghe gambe, colla testa piegata alPindietro 
e coi piedi sui lembi della cappa del camino. È bene a sapere 
che gli abituati alle taverne delPOvest amano questa posizione, 
da essi considerata come favorevole alle mature riflessioni. 

L'oste collocato al banco aveva come la maggior parte de' 
suoi compatriotti, una taglia alta, un modo gioviale, articola- 
zioni flessibili, folta capigliatura sormontata da un grande 
berretto. 



110 

In generale, le acconciature del capo, vuoi di castoro , di 
seta, dì paglia o di palmizio possono servire a dare il carat- 
tere di coloro, che le portano. — I giovani d^ umore scherze- 
vole e motteggiatore le inclinano leggermente sulP orecchio 
— Gli uomini risoluti air incontro che amano a lor ca- 
priccio di aver modo di celarsi le abbassano sino al naso. — 
Gli uomini vivaci ed alacri, che amano vedere ogni cosa, le 
cacciano air indietro. Gli indifferenti senza prendersene alcun 
pensiera, danno ad e^so tutte le possibili modificazioni. 

Parecchi negri, che . portavano brache molto larghe e ca- 
micie strettissime, si aggiravano per. ogni parte, e mostravano 
la buona intenzione d' impiegare a beneficio del loro padrone 
e dé^ suoi ospiti tutti gli oggetti della natura^ ma il loro zelo 
era pressoché infruttuoso. — Onde completare il quadro, rap- 
presentatevi davanti un fuoco, che brilla giocondamente, un 
uscio e delle finestre aperte, delle cortine che si agitano per 
la forte. brezza, e voi avrete un'idea d'una taverna Kentu- 
ehiése. 

Qualche sapiente pensò, che gli istinti e le inclinazioni si 
trasmettano per eredità. — L'abitatore del Kentucky sembra 
somministrarne una prova. — 1 suoi avi, esperti cacciatori, vi- 
vevano ne' boschi, e dormivano sotto la vòlta del cielo allo 
splendore delle stelle. — Degno di seguire le tracce dì questi, 
egli si stende egualmente sopra un sòffà come in sull'erba: 
tiene i campi come case, non leva mai il cappello, pone gli 
stivali zaccherosi sulla spalliera delle sedie, come gli avi suoi 
li collocavano sui tronchi degli alberi delie foreste. — Egli 
apr€ le porte e le finestre così nell'estate come nel 'verno , af- 
finché i suoi larghi polmoni non diffettino mai d'aria. Chiama 
tutti col nome dì amico, con una negligente bonarietà, ed é a 
breve dire la più franca, la più sincera, e la più gioviale delle 
<;reature viventi. 

Il viaggiatore, che entrò nella sala da noi descritta , noma- 
tasi Wilson. Era ìin uomo dHina certa età, alla buona, ve- 



ni 

stilo con proprietà ; la soa faccia pienotta aveva qualche cosa 
di cortese ed originale. Non volle affidare a nessuno la cura 
di portare la sua valigia e il suo ombrello ^ e resistette osti- 
natamente ai tentativi che i domestici fecero per disgravarlo. 
Egli girò airintorno inquieti gli sguardr, poscia ritirossi col 
suo- bagaglio in un angolo più caldo, collocdlo sopra una sedia, 
e si pose ad osservare con non so quale apprensione un sen- 
sale di cavalli, i cui taloBi ornavano la cappa del camino. 
Costui sputacchiava a diritta e a sinistra con tale petulan- 
xa , da inquietare il borghese meno irritabile e meno meti- 
coloso. ' ' 

— E cosi^ amico, va bene? disse egli^ ed a guisa di saluto, 
cacciò nella direzione del nuovo ospite il succo del tabacco, 
che masticava per abitudine. 

— Si vive,, rispose il signor Wilson, schermendosi. 

— Quali novità? 

— Nessuna ch'io mi sappia. 

L''interlocutore die' di piglio ad un coltello da caccia, trasse 
da tasca un rnotolo di tabacco, e glielo presentò. 

— Ne masticate? gli chiese in aria amichevole. 

— Ve neTingrazio^ ripigliò il signor Wilson, facendo un 
passo indietro. Il tabacco mi fa male. 

-^ Tanto peggio, disse Taltro, e si ficcò i4 bocca il tabacco. 
Avendo osservato che ogni volta ch'ei sputacchiava , V altro 
faceva un movimento retrogrado , diresse la sua artiglieria 
con giustezza di mira dalla parte opposta. 

Intanto una parte della brigata si pose a far crocchio in- 
torno ad un grande cartellone. 

— Che cosa è? domandò il signor Wilson. 

— L'annunzio relativo ad un negro fuggiasco, rispose una 
voce. * . 

Il signor Wilson si levò in piedi, e dopo aver collocato in 
disparte la sua valigia e V ombrello , si pose gli occhiali sul 
naso^ e lesse quel che segue: 



lift 

M Un mulatto , per nome Giorgio, è fuggito dalla casa del 
signor Harris. È un giovine alto sei piedi, di carnagione quasi 
bianca, coVapelIi bruni e naturalmente increspati. Ha molta 
intelligenza, parla a meraviglia, e sa leggere e scrivere. Te n-i 
terà probabilmente di farsi credere un bianco. Il suo dorso e 
le sue spalle hanno profonde cicatrici, e nella mano destra porta 
la lettera H improntata a ferro rovente. Si daranno quattro- 
cento dollari a chi lo ricondurrà vivo, ed altrettanti a chi po- 
trà dare la prova ch'egli sia stato ucciso. >> . 

Il signor Wilson lesse questo avviso da' cima a fondo con 
voce lenta, come se volesse impararlo a memoria. Il sensale 
dalle gambe lunghe si alzò in piedi,, e si accostò all'affisso, 
che coperse audacemente d'una scarica di succo di tabacco. 

— Ecco là mia opinione a questo proposito, disse egli 
laconicamente, e si rimise a sedere. 

— Ehi; amico, che còsa fate?. domandò Poste. 

— Farei altrettanto coirautore di questo avviso, s'ei fosse 
qui presente, ripigliò il sensale. Chi possiede uno schiavo di 
queste doti, e noi tratta meglio, merita di perderlo. Così fatti 
annunzi! sono una vergogna pel Kentucky: in quésto modo 
la penso io, se alcuno ha voglia di saperlo. 

— La coàa è chiara, disse Toste* 

• — Signgjps^pigliò il sensale, io pure posseggo dei negri, 
e dico lor sempre u andate dove volete, né abbiate paura ch'io 
vi corra dietro » ecco in qual modo io li conservo. Persuadete 
loro che sono liberi di fuggire, e non vi pensano più. Inoltre 
per ogni accidente sinistro, ho sempre in pronto scritto e sot- 
toscritto l'atto di emancipazione^ essi Io sanno^ per ciò mi sono 
affezionati fino alla morte. Gli ho mandati da venti volte a 
Cincinnati con puledri, che eostavano più di cinquecento dol- 
lari, e se ne tornarono sempre portandomi il prezzo dèlia ven- 
dita. Trattateli da cani, e si diporteranno da cani; trattateli da 
nomini, e si diporteranno da uomini. 



115 

L'onesto sensale di cavalli concbiuse la sua arringa, lan- 
ciando sulla gratta del caminetto un vero diluvio di sputi. 

— Amico, disse il signor Wilson, credo che abbiate ra- 
gione. L'uomo, di cui abbiamo Jetti i contrassegni, ha certo un 
gran merito. EgJi lavorò per sei anni n^lla mia fabbrica da 
sacchi, ed era il mio migliore operajo. È dotato di molto in- 
gegno, ed ha inventata una macchina da gramolare il canape 
che è proprio un portento. La si usa in parecchie officine, ed 
il suo padrone ne ha il privilegio. 

< — 11 mulatto gli fa guadagnare del denaro, esclamò il sen* 
sale di cavalli, e in ricompensa V inventore è marchiato col 
ferro rovente. Ah 1 se mi venisse per le mani V infame pro- 
prietario lo marchierei .in modo, che ne portasse il segno 
per tutta la vital 

— Codesti mulatti intelligenti danho sempre degli im< 
picei, entrò a dire un uomo di goffo aspetto, che si teneva 
dair altra parte della sala^ ed ecco il perchè si. è costretti a 
marchiarli. Ciò non accadrebbe invece se si diportassero bene, 
e facessero il loro dovere. 

— • Questo avviene, ripigliò seccamente il sensale, perchè 
Iddio li ha creati uomini, ed essi si sforzano di ridurli alla 
situazione di bruti. « 

— Cotesti famosi negri non producono alcuna utilità ai 
loro padroni^ ripigliò lo stesso individuo. A clie giovano i loro 
talenti se non ce ne possiamo servire? Essi non ne fanno uso 
che per ecclissarne, o per fuggire. 

— Se io possedessi di tal sorta di schiavi, li venderei tosto 
per la Nuova-Orleans , altrimenti sarei esposto a perderli o 
tosto tardi. 

— Meglio sarebbe T deciderli, disse il sensale^ le loro 
anime sarebbero almeno del tutto liberate. 

Qui la conversazione fu interrotta dairarrivo di un biroc- 
cio ad un cavallo. Ne discese un uomo garbatissimo d'aspetto, 
che entrò nella sala seguito da un famiglio Av ^iqVq^^.IvìNKx ^v 



114 

astanti si misero ad esaminare Testraneo con quella curiosità» 
che in un di piovoso c'inspira la venuta d'un nuovx) compagno in 
mezzo ad un crocchio di sfaccendati. Era egli alto della per- 
sona , aveva la tinta spagnuola, gli occhi neri ed espressivi, 
ed ì capelli di un nero lucente. Il naso aquilino ^ i contorni 
delie labbra, le belle propoi*zioni delle sue membra fecero 
una buona impressione su quella comitiva, la quale giudicò 
il soprarrivato un uomo di riguardo. Egli si fece innanzi con 
disinvoltura, accennò al suo famiglio il sito, ove deporre la sua 
valigia, salutò gli astanti, e col cappello in mano mosse tran- 
quillamente verso il banco , facendosi notare col nome di 
Ehrico Botler , d' Oaklands , contea di Shelby. Indi vol- 
gendosi con indifferenza, si appress.0 al cartellone, e si mise 
a leggere. 

— Jim, disse egli al suo famiglio, mi pare che abbiamo 
scontrato a Bernon un individuo con quasi tutti questi con- 
trassegni. 

—^ È vero, padrone, disse Jim, ma non aveva alcun mar- 
chio alla mano. 

— Ciò poco mi cale , ripigliò T incognito; ed accostatosi 
airoste il pregò di dargli una stanza e quanto è necessario 
per iscrivere; 

L'oste fu sollecito di servirlo. Una dozzina di negri dai due 
sessi e di età diversa si pose tosto in movimento come uno 
sciame d'api, affrettandosi, urtandosi, dando su' piedi gli uni 
degli altri} tanto erano premurosi di preparare una stanza 
al forestiero. Questi siedette sopra una scranna in mezzo alla 
sala^ ed appiccò discorso col suo vicino. 

Dopo l'arrivo dell'incognito, il fabbricante Wilson non 
avea cessato di osservarlo con non so quale curiosità. Pare- 
vagli d'averlo visto, ma non poteva richiamarsi alla memoria 
né il dove né il quando. Ei fissava gli occhi su lui, abbassiandoli 
non appena si scontravano con quelli del forestiero, che sem* 
brava starsi del tutto tranquillo. 



iì6 

Poiché l'ebbe ben bene squadralo, il fabbricante, colto da 
una subita idea, gli si appressò con sembiante d'inquietudine 
e di stupore. 

— Il signor Wilson, se non m'kiganno, disse Tincognilo 
con tono familiare, e stendendogli la mano: scusate, vi 
prego, non vi aveva a prima giunta ravvisato. £ voi pure mi 
riconoscete, Enrico Butler, d'Oaklands contea di Shelby. 

— Si, sì, signore, disse il signor Wilson, come un uomo 
trasognalo. 

In quella enlrò un negro ad annunziare che la camera 
era allestita. 

— Jim, abbiate attenzione al baule, disse sbadatamente 
rincognito : poi dirizzandosi al signor Wilson, soggiunse : Mi 
premerebbe di dirvi alcune cose nella mja stanza intorno ad 
un affare importante. 

Il signor Wilson lo segui macchinalmente: entrarono in 
una grande stanza, ove scoppiettava un fuoco appena acceso, e 
dei negri si aggiravano ancora per porre alcuni arredi in assetto. 
Allorché fu terminata ogni cosa se ne uscirono , ed il preteso 
Butler chiuse risolutamente le porte, si pose le chiavi in ta- 
sca, e con le braccia conserte guardò in faccia al fabbrica- 
tore. 
• — Giorgio! esclamò il signor Wilson. 

— Si, Giorgio, rispose il giovine. 

— Non l'avrei mai creduto. 

— Sono bene travestito, non è vero? disse il giovine sor- 
ridendo. Con una decozione di corteccia di noce cangiai la 
mia tinta gialla nel colore della pelle d'uno spaguolo; ho an- 
nerita la mia capigliatura, e così, voi lo vedete, non v'ha alcuna 
somiglianza tra me e lo schiavo designato dall'avviso. 

— Giorgio, sapete voi che giocate un giuoco terribile? Io 
non ve l'avrei per certo consigliato. 

— Ne assumo la responsabilità sopra me slesso , risposo 
Giorgio con altero sorriso. 



116 

Osserveremo di passaggio cbc Giorgio discendeva per 
parte di suo padre dalla razza bianca. Quanto a sua madre , 
ella era una di quelle sciagurate creature, che la bellezza 
condanna ad una schiavitìi peggiore delle altre ^ ed a dare 
la vita ad esseri , che non conosceranno mai il padre loro. Da 
una delle più notabili famiglie del Kentucky egli avea credi- 
tato un bel tipo europeo^ un'anima elevata ed un'indole in- 
domabile.. Da sua madre avea ricevuto una tinta leggermente 
giallastra ma ben compensata dalla vivezza de' suoi sguardi. 
Modificando il color della carnagione e delle chiome , si era 
trasformato in uno spagnuolo. * 

La grazia de' movimenti e V eleganza delle^manìere^ che 
gli erano del tutto naturali , V aveano ajutato a sostenere 
con felice esito la parte difficile da lui assunta, quella cioè 
d' un signore, che viaggia in compagnia del suo domestico. 

11 signor Wilson era dotato d'un cuore eccellente: ma 
s^mpauriva facilmente, e la sua prudenza trascorreva agli 
estremi. Imbarazzato per V inattesa comparsa del suo antico 
operajo andava avanti e indietro per la camera^ posto fra 
il desiderio d'essere utile a Giorgio, ed una certa velleità di 
far osservare le' leggi e mantenere V ordine pubblico. In fine 
senza smettere ilsuo andirivieni si espresse in questi termini: 

— Or bene, Giorgio, suppongo che voi siate fuggiasco, che 
voi abbiate 'abbandonato il vostro legittimo padrone. Non ne 
stupisco, ma nello stesso tempo ne sono dolente . . . perchè, 
decisamente, deggio pur dirvelo ... ne sono profondamente 
addolorato. 

— Di che siete voi addolorato, signore? rispose Giorgio con 
calma. 

^-* Ma ... di vedervi in opposizione alle leggi della vo- 
stra patria. 

— La mia patria? disse Giorgio con enfasi amara ^ ho io 
forse altra patria che il sepolcro? Volesse Iddio che vi Jossi 
già disceso. 



Ii7 

— Ali t Giorgio^ questo linguaggio è scon?enieBte, contra- 
rio alla Santa Scrittura. È vero che il vostro padrone si è male 
condotto y non pretendo giustificarlo. Ma voi pure sapete che 
r Angelo ordinò ad Agar di tornar dalla sua padrona , e di 
sottomettersi a lei, e che P Apostolo rispedi Onesimo al suo 
padrone. 

— Non mi citate la Bibbia male a proposito , signor Wil- 
son , sciamò Giorgio con impazienza } sono cristiano quanto 
voi , ma non sono in questa congiuntura disposto a sentire 
sermoni tratti dalla Bibbia. Me ne appello a Dio onnipoten- 
te^ sono diiposto a difendere la mia causa dinanzi a Lui, ed a 
chiedergli se io faccio male cercando la mia libertà! 

— Questi i|ntimenti sono naturali, ripigliò il signor Wil- 
son , soffiando n naso -, ma è mio dovere di non incoraggiarli 
in voi. Sì, figliuol mio, la vostra situazione mi strazia il cuo- 
re 5 essa è ben triste, tristissima. L'Apostolo dice*. « Cia- 
scuno rimanga nello slato a cui fu chiamato ». Dobbiamo 
tutti sottometterci ai santi fini della Provvidenza, non lo sa- 
pete forse? 

Giorgio se ne stava ritto innanzi a lui ) con la testa al- 
quanto spinta alfindietro, e colle braccia serrate al petto, 
mentre un ironico sorriso contraeva le sue labbra. 

— Dite, signor Wilson, se gP Indiani vi facessero prigionie- 
ro, se vi strappassero dal fianco di vostra madre e de' vostri fi- 
gli, se vi condannassero tutta la vita a vangare la terra, cre- 
dereste vostro dovere il rimanere nello stato a cui sareste 
chiamato? Mi pare anzi che il primo cavallo in cui foste per 
imbattervi, sarebbe tenuto ^a voi come un mezzo indicatovi 
dalla Provvidenza. 

11 vecchio fu colpito da queste parole, e benché non fosse 
gran ragionatore, aveva tuttavia il buon senso, di cui difetta- 
no molti logici, di non dir nulla quando nulla aveva a dire. 

Laonde si contentò di voltare e rivoltare ìa mano sul suo 
ombrello, acconciandone con tutto studio le ^\e^^* 



liB 

— Sapelé^ Giorgio, riprese egli, che fui sempre vostro ami- 
co, e che non ebbi in vista altro mai che il rostro bene. Mi 
sembra pertanto che ora andiate incontro a rischi tremeadì, 
cui difficilmente potrete scansare. Se foste preso, sarete più 
infelice che mai, verrete oppresso da mali trattamenti, vi uc- 
cideranno mezzo, e termmeranno col vendervi al Mississipi. 

— Signor Wilson, so a quali pericoli mi espongo^ ma 
presi per altro le mie precauzioni. 

E in cosi dire allargandosi i petti dell' abilo, lasciò vedere 
due pistole e un pugnale. 

— Vedete come sono disposto a ricevere i mj^i aggresso- 
i*i> soggiunse egli -, io non andrò mai negli Stati del Sud. Se 
mai vengono a questa, saprò costringerli a ^tfmi sei piedi di 
terra libera, che io possederò nel Kentucky perla prima e T ul- 
tima volta. 

— Oh Giorgio, lo stato dell' anima vostra mi strazia il 
cuore, mi inquieta , mi dispera. Violare le leggi della vostra 
patria ! 

— E ancora la mia patria! Signor Wilson, voi si avete una 
patria 5 ma io e tutti gP infelici che al pari di me nacquero 
schiavi, qual patria abbiamo noi? Quali leggi ci proteggono? 
Noi non le facciamo, non le approviamo, non abbiamo a far 
nulla con esse, e non servono che ad opprimerci e a mante- 
nerci sotto il giogo. Non ho io udito i discorsi che avete pro- 
nunziato il 4 luglio, anniversario della proclamazione della 
vostra indipendenza? Non ispacciate forse tutti gli anni, che 
i governi non ritraggono il loro potere che dal consenso dei 
governati 1 Pensate forse che n^n si sappia da noi riflettere 
ai vostri discorsi per trarne le conseguenze? 

L'intelletto del signor Wilson era di quelli che si potreb- 
bero paragonare ad una balla di cotone, cioè molle, arren- 
devole, impacciato e senza consistenza. Compiangeva Giorgio 
con tutta la sua anima, aveva un'idea vaga e confusa delle emo- 
zioni che devono esaltare Io schiavo ribellato; ma per un sen- 



no 

timento di mal inteso dovere, persisteva a volerlo ricondurre 
sul diritto caitimino. 

«»— Giorgiofdisse egli, mordendo con una specie d^irritazione 
convulsa il manico del suo ombrello^ non dovreste permettervi 
idee così fatte; esse non possono che esservi fatali, somma- 
mente fatali nella vostra condizione. 

Giorgie si pose in atto risoluto a sedersi rimpetto a lui. — • 
Guardatemi, signor Wilson, sclamò egli, non sono io forse un 
uomo come vqijNteservate bene il mio volto^ le mie mani, tutta 
qnanta la mia persona! — Indi si rizzò in sui piedi con alterez- 
za. — Non s6|io forse un uomo al pari di qualunque altro ? Ebbe- 

Hie, mio padre, uno dei vostri piantatori del Kentucky, non si 
prese alcun pcfljuero prima di morire di fare le debite pratiche 
per impedire che io venissi venduto co^ suoi carri e co''s noi caval- 
li. Vidi mia madre posta alPincanto, con sette suoi figli, i quali 
furono venduti sotto a'suoi occhi, ad uno ad uno, a padroni di- 

. versi. Io era il più giovane -, ella s'inginocchiò dinanzi il com- 
pratore, supplicandolo di comperarla con me, affinchè le rima- 
nesse almeno uifo de' suoi figliuoli; ma egli la ributtò con un 
calcio. Io era presente; ei mi fece legare al collo del suo ca- 
vallo, e mentre mi trascinava, i gemiti e le grida di mia ma- 
dre risuonarono alle mie orecchie per Tultima volta. 

— E poi, che ne avvenne? 

— Il mio padrone trattò di nuovo con un mercante per . 
comperare la mia sorella maggiore; pia e buona figliuola, 
ascritta alla Chiesa degli anabatisti, e tanto bella quanto era 
stala la mia povera madre. Essa era bene educata , e possedeva 
modi gentili. In sulle prime fui lieto di quelPacquisto, poiché 
avea così vicino una creatura che mi amava ; ma dovetti ben 
presto pagare questo innocente piacere col più amaro dei do- 
lori. La vidi percossa a colpi di frusta, e ciascun colpo pare- 
va che flagellasse il mio cuore, e non potevo soccorrerla. La 
frustavano perchè ella voleva vivere onestamente, ciò che le 
vostre leggi non concedono ad una schiavaiAvv^w^^^^^^wxV^^ 



i120 

una mdndra di schiavi, che un mercante andava a vendere 
alla Nuova-Orleans, e da indi in qua non ebbi più sue notizie. 
Crebbi negli anni, senza padre,jiBenza madre, senza sorella, sen- 
za anima vivente che si prendesse pensiero di me^ sempre bat- 
tuto^ ingiuriato, privo di ogni cosa. Patii talvolta la fame in modo 
che sarei stato felice di poter divorare le ossa che si gettavano 
ai cani. Tuttavia quando ero fanciullo, e passava le intere notti 
vegliando, non piangevo per la"fame, non piangevo per lo 
staffile 3 no, o signore, piangevo per non aftfn^iù madre, né 
sorella, piangevo perchè non avevo in terra un cuore che mi 
amasse. Non seppi mai che cosa fosse felicità, ncjj^ m'era stato 
mai detto una parola affettuosa fino al di^ in cui entrai nella 
vostra fabbrica. Fui trattato bene da voi, sjikior Wilson; in 
grazia vostra appresi il leggere e lo scriver?, ebbi la nobile 
ambizione di comportarmi bene, e di divenire qualche cosa^ e 
«allo Iddio qual gratitudine io vi professi. Quivi incontrai mia 
moglie; voi l'avete veduta, e sapete-come sia bella. Allorché 
seppi eh' ella mi amava , quando la sposai , credetti toccare 
il Cielo colle dita, tanta era la mia felicità. Essa era bella non 
meno che buona. Ma a che servirono le sue qualità? Sorvenne 
il mio padrone, mi strappò al mio lavoro, a' miei amici, 
a tutto ciò ch'io amavo*, egli mi ha posto sotto ai piedi, nel 
fango. Hai dimenticato ciò che sei, egli mi disse^ e volle farmi 
ben capire, che non sono altro che un negro. Ei si frappose 
tra me e mìa moglie, ei m'ordinò di abbandonarla per ispo- 
sarne un'altra 1... E tutte queste infamie sono permesse dalle 
vostre leggi, a dispettò della coscienza e di Dio 1 Capite, signor 
Wilson j non ve ne ha una che non sia sancita dalle vostre 
leggi; si può spezzare il cuope dellemadri, delle sorelle, dello 
mogli, e nessuno vi può contraddire! E voi chiamate queste 
le leggi della mia patria t .. . Signore, io non ho patria più che 
non abbia padre: ma ne voglio aver una. Quanto alla vostra 
io non richieggo altroché di poterne uscire. Quando avrò rag- 
giunto il Canada, ove le leggi mi proteggeranno come citta- 



dino^ quella sarà la mia patria^ ed io obbedirò alle sue leggi. 
Ma se alcuno tenta di arrestarmi^ badi bene perchè sono di- 
sperato! Pugnerò per la mia libertà fino air ultimo sospiro. 
Voi dite che i padri vostri impugnarono le armi per esser li- 
beri; ciò era nel loro diritto, io pure sono nel miol 

Giorgio accompagnò questo suo discorso con lagrime e 
gesti di disperazione, ora sedendosi dirimpetto a Wilson, ora 
passeggiando a gran passi per la camera. Il vecchio, a cui si 
era rivolto, fu talmente commosso, dal non poter resistere 
alla sensazione che lo forzava a recare agli occhi il suo faz- 
zoletto onde asciugarne le lagrime. 

— Che il diavolo li porti 1 esclamò egli ^ che sia maledetta 
r Infernale condotta dì cotesti padroni t . . . . Che Pio mei 
perdoni se ho bestemmiato 1 ... Su > ia^ Giorgio , va per la 
tua via, ma sii prudente, amico mio. Non uccidere nessuno, 
tranne in caso di legittima difesa; anzi non uccidere nessuno; 
ciò sarebbe meglio. Ov' è tua moglie ? 

-~ Ella è partita, recando il figlio in braccio per andare 
Dio sd dove ; ella ha per guida la stella polare. Chi può dire 
ove ci troveremo, e se ci scontreremo più mai sulla terra? 

— Possibile? la famiglia Shelby era tanto buona ! 

— Le buone famiglie hanno dei debiti, e le leggi del vo- 
stro paese permettono di strappare il figliuolo dal sebo della 
madre per pagare i debiti del padrone. 

— Basta, riprese il buon Wilson, frugandosi in tasca; non 
voglio discutere più oltre. 

Trasse dal suo portafogli parecchi biglietti di banco, e^ — 
Giorgio, disse, questi sono per te. 

— No, mio ottimo signore, rispose Giorgio, faceste già 
molto per me e questo dono potrebbe incomodarvi. Ho danaro 
che basta, frutto delle mie economie sottratte alla ingordigia 
del signor Harris. Spero non mi verrà meno pei bisogni del 
mio viaggio. 

— Accetta, amico mio. 11 denaro è >\tv %\'d.\A^ ■5ò:Ysi^^^'^ 



192 

non se ne ha mai di soverchio purché lo si acquisti onesta- 
mente. Prendilo, te ne prego, figliuol mio. 

— A patto però che mi permettiate di restitiiirvelo quando 
che sìa a titolo di prestito, rispose Giorgio, prendendo i bi- 
glietti di banco. 

— Ora Giorgio, dimmi> per quanto tempo hai tu in animo 
di viaggiare a questo modo? Spero per pòco ancora. Rappre- 
senti bene la .tua parte, ma il tuo ardimento è imprudente. 
Chi è il servo negro che ti accompagna? 

— « Un uomo dì cuore, che or fa un anno passò al Canada. 
Egli seppe che il suo padrone, adirato per la sua fuga , avea 
fatto vergheggiare ìk vecchia sua madre. È ritornato per con- 
solarla^ e per strapparla se lo potesse dalle ugne di quel- 
l'uomo brutale. 

— N' è egli venuto a capo ? 

— Non ancora» ei girò attorno alla piantagione, dov'è sua 
madre, ma non gli si presentò occasione propizia. Ora mi ac- 
compagnerà fino airohio per raccomandarmi ad alcnni amici, 
che Pajutarono a fuggire, poscia ritornerà in cerca di sua Aiadre. 

— La è cosa pericolosa, ma assai pericolosa, disse il vecchio. 
Giorgio sollevò il capo, e sorrise sdegnosamente. Wilson 

r osservò con una specie d'ingenua meraviglia. 

— Ti sei ben sviluppato, figliuolo mio. Hai un fare così si- 
curo, parli ed operi in modo, che mi sembri tutt' altro uomo 
di prima. 

— Perchè sono libero , rispose con alterezza il mulatto. 
Sì, padrone, è per Tultima volta, che io chiamerò un uomo 
con questo nome^ io sono libero t 

— Bada bene, tu non sei ancora in salvo, e potresti esse- 
re ripreso. 

— Tutti gli uomini sono liberi ed eguali nella tomba, si- 
gnor Wilson, ed io vi discenderò, se farà d' ^opo. 

— In vero il tuo ardimento mi confonde. Entrare in una 
taverna così vicina! 



123 

— Signor Wilson^ la mia condotta è si ardita, e questo 
albergo è cosi vicino, ch'io non potrei ispirare alcun sospet- 
to. Mi si andrà a ricercare più. lontano^ e' poi non sono io 
bene trasformato? Il padrone di Jim non abita questa contea, 
ed egli non è conosciuto in questi luoghi; Jim non è qui ri- 
cercato, ed a nessuno, mi penso, verrà Tidea di confrontar- 
mi coi connotati offerti dall'avviso. 

— Ma il marchio della vostra mano, la lettera H? 
Giorgio si levò il guaatp, e mostrò una cicatrice appena 

rimarginata. 

— . £ questa una delle ultime prove deiraffelto del signor 
Harris. Quindici giorni fa gli venne il grillo di marchiarmi 
colla sua lettera iniziale, perché pensava eh' io gli volessi fug- 
gire. La còsa è graziosa, non è vero? 

— In vero il sangue mi si agghiada nelle vene quando 
penso al vostro rischio. 

— 11 mio sangue fu gelato nelle mie vene per troppo 
tempo y ma ora esso mi bolle. 

E, dopo un istante di silenzio, continuò: 

— Appena mi sono accorto che m'avevate riconosciuto, 
credetti che il meglio fosse confidarmi a voi per tema che il 
vostro stupore avesse a discoprmi. Partirò domani prima del- 
l'alba -y dimani sera spero riposar sicuro nello Stato deirOhio. 
Viaggierò di pieno giorno, e mi fermerò nei migliori alberghi. 
Pranzerò alla tavola comune coi signori del paese. Addio, dun- 
que ', se udite che m' hanno preso, dite pure che son morto. 

L' uomo di colore gli stese la mano con dignitosa maestà 
Il buon vecchio gliela strinse cordialmente, raccomandò di 
nuovo la prudenza al suo antico operajo, prese il suo ombrello 
e parti. 

Giorgio tenne per un istante gli sguardi fissi air uscio, 
che il vecchio avea chiuso ; quando un' idea gli balenò im- 
provvisa alla mente, aperse l' uscio e gridò dalla scala : 



124 , 

— Signor Wilson, ancora una parola! 

II fabbricatore rientrò^ e Giorgio, dopo aver rinchiuso 
r uscio^ stette per un istante irresoluto, e cogli occhi bassi. 

— Signor Wilson, disse con subitaneo sforzo, ri conte- 
neste con me da cristiano . . . , vorrei chiedervi un atto ancora 
di carità cristiana ... 

— E quale? 

— Avete ragione; io corro un gran pericolo ... Se io 
muojo, nessuno si prenderà pensiero di me; sarò sepolto 
nella prima fossa come un cane. A capo di qualche di nes- 
suno ci pensei*à più, nessuno, tranne la sventurata mia moglie!.. 
Povera amica! ella sola mi piangerà, ed-io desidererei, si- 
gnor Wilson, che le faceste consegnare questa spilla ,« che mi 
regalò il di del Natale. Dategliela, e ditele che ramerò fin- 
ché mi basterà la vita. Mei promettete? chiese egli in tuono 
supplichevole. 

— Si , certo, povero giovine, te lo prometto ; disse il vec- 
chio pigliando con niano tremante la spilla, mentre i suoi oc- 
chi erano pièni di lagrime. 

— Ditele, prosegui Giorgio, che la mìa ultima volontà si è 
che se ne vada al Canada. Poco importa che la sua padrona sia 
buona, poco importa che essìi stessa sia affezionata alla pian- 
tagione; non ritorni indietro, perchè la schiavitù non può 
generare che la miseria. Ditele eh' ella feccia di nostro figlio 
un uomo libero, affinchè ei non patisca quel che ho patito io. 
Gliel direte, n' è vero? 

— Si, tei prometto; ma spero che non morrai. Datti co- 
^^%%^^^ 6 confida in Dio, Giorgio. Vorrei saperti già in salvo; 
te r auguro di tutto cuore. 

— C'è forse un Dio, in cui possa aver fede? esclamò 
Giorgio con tal tuono di amara disperazione, che agghiacciò la 
parola sulle labbra del vecchio. Ho visto in mia vita troppe 
cose , le quali mi provarono che non vi può essere un Dio. 
Pure queste cose non fanno su' cristiani quelP impressione , 



i26 

che su noi. €' è un Dio per voi ; ma non oe esiste alcuno 
per noi. 

— Ohi non parlare così ^ amico mio, esclamò il vecci^o 
singhiozzando^ e soprattutto non pensare cosi. C è un Dio, 
€^ è un Dio^ le nubi e V oscurità Io circondano, ma il suo so^ 
glio è fondato sulla misericordia e sulla giustizia. Esiste un 
Dio, Giorgio, credilo, riponi la tua fiducia in Lui, ed Egli ti 
assisterà. Il di della giustizia verrà , se non in questo mondo, 
neir altro. 

La pietà e la benevolenza di queirottimo vecchio diedero alle 
sue parole una dignità ed un'autorità insolita. Giorgio so- 
spese involontariamente gli agitati suoi passi, e rimase un 
istante pensoso; poi disse: 

— Vi ringrazio di queste vostre parole; non le dimenti- 
cherò mai. 

CAPITOLO XII. 

Curiose particolarità di un commercio legale. 

Haley e Tommaso proseguivano il lor cammìoo, ciascuno 
immerso nelFe proprie medicazioni. Sono pur interessanti i 
pensieri di due uomini assisi d'accanto. Si trovano a sedere 
nel posto medesimo, hanno entrambi una eguale organizza- 
zione, entrambi fissano gli sguardi sui mjBdesimi oggetti^ e 
tuttavia le riflessioni differiscono essenzialmente tra loro. 

Haley, per esempio, pensava alla corporatura del pro- 
prio schiavo, ed al prezzo che ne avrebbe ottenuto, coiiscr- 
vandola sana e vegeta fino al di del mercato; bilanciava in 
fantasia il numero delle teste onde comporrebbe il suo gregge, 
e rammontare dei maschi, delle femmine, dei fanciulH. Poi, 
considerando che gli altri mercatanti incatenavano le mani 
ed i piedi dei lori negri, mentre e%\i w^ \i^xtèkR\ViN'5s. X^'ì^^vì 



186 

r uso a Tommaso, fino a che sì diportasse bene, meraviglia- 
vasi della sua umanità, e gemeva nel pensiero delP ingrati- 
tudine umana, ingratitudine si profonda da impedire forse 
in Tommaso la giusta estimazione della sua bontà, ciò che 
pur gli accadde con altri schiavi , ai quali aveva usato i mag- 
giori riguardi. Laonde la costanza della sua filantropia gli pa- 
rca Teramente un miracolo. 

Tommaso invece ruminava per la mente questo versetto che 
ricorreva continuo alla sua mente: ^ Non è qui il luogo 
della nostra stabile dimora, ma cerchiamo quella che deve 
venire; Iddio medesimo non si vergogna d'esser chiamato no- 
stro Iddìo, perchè vi ci ha preparato una città ». 

Queste parole, che appartengono ad un libro sacro, con- 
sultato specialmente da uomini ignari 6 senza dottrina^ eser- 
citano sempre un meraviglioso potere sui poveri e sui sem- 
plici come era Tommaso, ne esaltano T anima, la salvano 
dalla disperazione, la riempiono di coraggio e d'entusiasmo. 
Haiey, tratti di saccoccia alcuni giornali, si mise a per- 
correrne gli annunzj con sommo interesse. Egli non era un 
lettore dì gran vaglia, per cui studiava prima le lettere e 
poi lento lento le leggeva a mezza voce. Cosi giunse a recitare 
con sufficiente chiarezza il seguente avviso: 
Vendita giudiziale di negri. 
In conformità al decreto della Corte di giustizia, merco- 
ledi 20 febbrajo, alla porta del Tribunale della città di Wa- 
shington, si procederà alla vendita degli infradescritti negri: 
Agar — deir età di sessanta anni. 
John « di trenta. 

Ben i> di ventuno. 

Saule » di cinquantacinque. 

Alberto >» di quattordici. 

La vendita andrà a beneficio dei creditori ed eredi di lesse 
Blutchford, ecc. Gli esecutori testa men tarli, 

Samuele Monis — Tommaso Flint. 



127 

— Bisognerà assistervi, disse Haley, volgendosi a Tom- 
maso in difetto di un'altro interlocutore. Penso di acconipa- 
pàgnarti ad un! assortimento di prima qualità. Cosi avrai un' 
ottima compagnia. Subito dunque alla volta di Washington, 
dove starai in carcere infino che io abbia spedite le mie fac» 
cende. 

Questa notizia fu accolta con umilia di cuore da Tom* 
maso. Solo pensava che tr» questi infelici ve ne sarebbero aN 
curii con moglie e con figli , e che nel distacco avrebbero 
a soffrire al pari di lui. 

Si può credere altresì che gli sarà stato doloroso Tintendere 
di dover essere trattato come un delinquente, egli la cui con* 
dotta fu sempre irreprensibile, egli cosi altero della sua pro-« 
bità, egli persuaso nella sua coscienza che appartenendo ad 
una classe sociale elevata, non avrebbe meritato mai una con- 
danna infamante. Checché ne sia, sul cadere del giorno Haley 
e Tommaso si trovarono a Wasinghton , il primo in una lo-> 
canda, il secondo in un carcere. 

Erano le undici, antimeridiane del giorno successivo , ed 
una fitta calca dì popolo si andava raccogliendo air ingresso 
della Corte di giustizia. In aspettazione dell'apertura delP in- 
canto, gli armadori fumavano, masticavano tabacco o conver^ 
savano a seconda dei gusti rispettivi. Gli uomini e le donne 
da vendere formavano un gruppo a parte. — La donna desi- 
gnata negli annunzii sotto il nome di Agar, avea il tipo af- 
fricano, ma sembrava molto vecchia, comunque non oltre-^ 
passasse forse i sessamr anni. Quasi cieca , e piena di reu- 
matismi, le fatiche e le malattie i'aveano resa anzi tempo ca* 
dente. Le stava dappresso Alberto, giovinetto di quattordici 
anni, ultimo rampollo di una famiglia numerosa, i cui mem- 
bri erano stati venduti per la Novella Orleans. La vecchia ma- 
dre il teneva stretto con ambe le mani, mentre contemplava 
con ansia affannosa chiunque si avvicinava per esaminarlo. 

— Coraggio, mamma Agar, disse U p'vù n^crJkv^ ^^\ \»fc^\v 



128 

Ho parlato coir esecutor testanìentark)^ e spero sarete ven- 
duU voi e vostro figlio in un loto solo. . 

— Non sono ancor disprezzabile, rispose Agar, levando 
le sue mani tremanti. — So ancora cucinare e tener mondo 
il vasellame^ e tanto più valgo la pena d' una compera in 
quanto questa sarà a buon mercato. 

In questo punto Haley ruppe la folla e s'avvicinò al vec- 
cbio. Gli aperse la bocca , gli esaminò le mascelle, e per giu- 
dicare relasticità de'suoi muscoli^ fece ch'egli stesse ora ritto, 
ora incurvato, con diverse altre evoluzioni. Passò quindi ad 
un'altro schiavo, a- cui fece subire lo stesso esame> Venendo 
poi al giovinetto che trovavasi per ultimo, gli palpò le brac- 
cia, ne osservò le dita, e lo fece sai tellar.e perchè desse a 
conoscere la propria agilità. 

— Non lo vorrete già comprare senza di me! esclamò la 
vecchia con appassionata veemenza; noi formiamo un capo solo 
di vendita. Io sono ancora robusta, padrone, e posso ancor fare 
di molti lavori. 

— Nella piantagione? Come mai? rispose Haley con disprez- 
zante sogghigno. Soddisfatto del suo esame « si ritirò da un 
lato ove stette fermo, colle mani nelle tasche^ col sigaro in 
bocca, col cappello sopra un orecchio, parato all'azione. 

— Che ve ne pare? chiese un uomo il quale avea segui- 
tato cogli òcchi l'esame di Haiey, come per formulare la pro- 
pria opinione su quella di lui. 

— Penso, disse Haley, di fare l' offerta pe' due giovani e 
pel fanciullo. * 

— Si vuol vendere insieme il fanciullo e la vecchia. 

— • Eh-, non è quella vecchia, esclamò Haley, più che un 
sacco di ossa, né ha il valore di quanto mangerebbe. 

— Dunque non la volete? 

— Bisognerebbe che fossi uscito di senno... Non vedete 
che è m^za cieca, ratlratta pei reumatismi, e per giunta sem- 
pUcionu? Che volete che ne faccia io mai? 



IftO 

— Alcuni comprano queste vecchie, e vi trovano il lor 
tornaconto più che non si pensa, disse l'altro con aria di rifles- 
siva serietà. ' 

— Non sarò io certo quello, rispose Haley; non la pren- 
derei neanche se me la donassero. L'ho veduta, e ciò basta. 

— Oh la sarebbe pure una trista cosa il non comperada 
còl suo figlio: ella non potrà vivere senza di lui. Supponete 
che la mettano ad infimo prezzo . . . 

— ' Sia per coloro che han denaro da gittare. Quanto a 
me, comprerò il giovinetto per una piantagione; ma non mi 
sento d'ingarbugliarmi con quella vecchiaccia, quando anche 
me la cedessero per niente. 

— Ella sarà disperata. 

— Naturalmente, rispose con freddezza il mercatante. 
Qui la conversazione fu interrotta dal movimento, che si 

fece intorno ad essi. ' 

Il banditore, omicciattolo che si dava un'aria d'importanza 
e di gran faccende , aprìvasi il passo tra il popolo accalcato. 
La vecchia respirò con più affanno, e si attaccò istintiva- 
mente a suo figlio. 

— Alberto, diss'clla^ tienti ben accosto a me; ci porranno 
insieme. 

— mamma, ho paura di no, disse il giovinetto. 

— Bisogna che ciò sia,1figIiuoIo, perchè se si facesse altri- 
menti, io ne morrei, disse la vecchia con impeto appassionato. 

La voce stentorea del banditore annunziò che la vendita 
stava per cominciare. 1 giovani negri furono aggiudicati a 
prezzi, che dinotavano come fossero vive le domande sul mer- 
cato. Due di loro toccarono ad Haley. 

— Ora a te , garzoncello , disse il banditore , toccando il 
figlio della vecchia negra col suo martello; levati in piedi e 
mostra Ja tua snellezza. 

— Poneteci insieme, padrone, insieme! ve ne supplico^ 
padrone! disse la vecchia aggrappandosV ^\ ^^\Q« 



130 

— Togliti di costi, disse il banditore facendole ritrarre 
le mani, verrà la volta anche per te. Su, negrotto, avanti! 

E sospìnse il giovinetto verso il palco > mentre un sordo 
gemito rispondeva a quelle parole. II giovane fermossi, e 
guardò addietro, ma non gli si diede agio di arrestarsi ; e per- 
ciò, tergendosi col dosso della mano le lagrime dagli occhi 
lucenti, montò sul palco. 

La beila sua conformazione , le membra agili e ben pro- 
porzionate, ed il volto leggiadro eccitarono una concorrenza 
immediata, e una dozzina di offerte giunsero nel tempo stesso 
airorecchio del banditore. Ansioso , atterrito , il fanciullo ri- 
guardava a vicenda- coloro, che contendevano il suo possesso , 
fino a che il martello cadde giù ed Haley riusci il compratore. 
Alberto sospinto verso il nuovo suo padrone si soffermò un 
istante, rivolse lo sguardo dalla parte ove stava la povera sua 
madre, la quale non avea membro che non. tremasse , mentre 
protendeva le braccia verso. Haley. 

— Compratemi con lui, padrone, per amore del buon Dio! 
Compratemi 1 AUrimenli io morrò dal dolore. 

— Tu morrai, quand'anche ti comprassi, la cosa è chiara, 
rispose Haley. Ti dico di no, e in cosi dire diede un risvoltata, 
di spalle. 

La vendita della povera vecchia fu fatta rapidamente! 
L^uomo che avea rivolto la parola ad Haley, e pareva non 
fosse senza campassione, la comprò per pochissimo^ e gli spet- 
tatori cominciarono a disperdersi. 

Le vittime infelici delia vendita, le quali per molti anni 
avevano convissuto sotto il medesimo tetto , si raccolsero at- 
torno alla vecchia madre, la cui disperata agonia lacerava il 
cuore degli astanti. 

-r- Non si poteva lasciarmene uno almeno? Il padrone 
jni aveva sempre detto, che uno me ne resterebbe ^ si, me lo 
aveva assicurato, ripeteva la vecchia con voce straziante. 



151 

— Fidate ia Dio, Agar, disse tristamente il più attempato 
degli schiavi. 

• — Qual bene avrei da ciò? rispose ella singhiozzando di- 
rotiamente. 

*^ Mamma! mamma 1 non piangere cosi, le diceva il gio- 
vinetto. Dicono che ii sia toccato un buon padrone. 

— Che importa a me? Alberto 1 oh figliuolo mio! mio 
nltimo figliuolo! ah signore Iddio, che farò? 'J 

— Animo, via, si conduca altrove, disse Haley duramente; 
non le giova nulla il fastidirci a questo modo. 

Alcuno di quella comitiva, parte colla persuasione, parte 
colla forza , divelse la povera donna a quei disperati abbrac- 
ciamenti, e la condusse alia carrozza del suo padrone. 

— Andiamo! disse Haley, spingendo dinanzi e sé le sue 
tre compre; poi strinse con manette i loro polsi, e. attaccata 
ch'ebbe a ciascuna di esse una tunga catena, cacciò quei po^ 
veri negri fino alle carceri. 

Pochi giorni dopo, Haley ed i suoi acquisti erano collocati 
a bordo di un piroscafa deir Ohio. Erano questi il primo nu- 
cleo di una mandra , che doveva mano mano che il naviglio 
procedeva nel corso, aumentar d'altre merci dello stesso ge^ 
nere, che un agente di lui teneva preste sopra varii punti 
del fiume. 

La Bella Riviera^ uno de' più veloci e leggiadri piroscafi, 
che abbiano mai solcato le acque dalle quali esso tolse il nome, 
discendeva bel bello la corrente, spiegando sotto un'atmosfera 
purissima le stelle e i pennoncelli della bandiera Americana. 
I ponti erano pieni zeppi d'una folla elegante; tutto era vita, 
movimento e allegria, e pareva che quella superba giornata fosse 
una festa per tutti, tranne pei poveri negri, i quali erano stati 
ammucchiati nella stiva vicino ad altri carichi di merci, e là 
favellavano tristamente e a voce sommessa tra loro. 

— Ragazzi, disse Haley, spero che starete contenti e di 
buon .umore. Abbasso dunque, quelle c\^\^ ^^wwwnvX-^vì..^^- 



152 

raggio^ giovinoci ; portatevi bene, e non avrete certo a lagnarvi 
di me. 

I poveretti^ acquali erano indìritti questi conforti risposero 
con rimmutabUe: sij padrone, che da secoli è la parola d^or- 
dine della infelice lor razza; ma non per questo divennero 
meno malinconici. Ciascuno di essi avea i suoi piccoli pregiu- 
dizii; essi non potevano^ per esempio], dimenticarsi le mogli, 
le madri, le sorelle ed i figli, acquali aveano dato pur ora 
rultimo amplesso^ e quantunque^ chi era la causa di cosi do- 
lorosa separazione, comandasse loro di esser lieti, la gioja 
non poteva farsi strada nel loro cuore. 

r— Io ho una moglie, disse l'articolo registrato sotto il 
nome di John d'anni trenta, posando la sua mano incatenata 
sovra le ginocchia di Tommaso 5 ed essa non sa ancor niente 
di tutto ciò, la povera donna. 

— Ove dimora essa ? dinaandò Tommaso. 

— In un'osteria, non molto lontano di qui< Ahi sMo po- 
tessi rivederla un' altra volta almeno su questa terra 1 

Povero John) Era questo un desiderio ben naturale, e 
le lagrime scorrevano sulle sue guance così^ come se egli 
pure fosse stato un bianco. Tommaso sospirò profondamente 
e si provò ^ come meglio poteva, a mitigare l'afflizione del 
suo compagno. 

Nella camera, al di sopra della lor testa, stavano riuniti 
padri, madri, mogli, sorelle; graziosi fanciulli li circondava- 
no, aggirandosi intorno a loro come altrettante farfallette. 
Oh! come in questo crocchio sorriso dalla fortuna, la vita 
sembrava facile e dolce! 

— Mamma j disse un fanciulletto che ritornava dalla sti- 
va; v' è a bordo un mercatante di negri, ed io ho 'veduto lag- 
giù tre quattro schiavi ch'egli mena con sé. 

— Poveretti! disse la madre tra afllilta e sdegnosa. 
-^ Che è dunque? disse un'altra signora. 



135 

— Vi sono dei poveri schiavi a bordo con noi, rispose la 
madre. 

— Quale obbrobrio pel nostro paese t esclamò una terza 
interlocutrice. 

— Ohi vi è molto a dire prò e contro, disse una leggia- 
dra signorina, la quale, seduta vicina air uscio della sala di 
mezzo, sMnterteneva cucendo, nel mentre due de' suoi figli 
le giocavano intorno. Io sono stata nel Sud, e vi confesso che 
ho veduto i negri molto più felici che se fossero liberi. 

— Ve ne avranno alcuni, lo concedo, i quali per certi 
nspetti sono felici, disse la signora a cui la giovine madre 
aveva rivolta la paròla ^ ma quel che è più orribile nella schia- 
vitù,- si è, a parer mio, Toltraggio che si fa ai sentimenti e 
agli affetti della natura; la separazione, per esempio, dei 
membri d' una stessa famiglia. 

— * Certo, la è questa una sventura, replicò la giovine, scuo- 
tendo una vcsticciuoia da fanciullo che avea pur allora ter- 
minata, e della quale stava attentamente esaminando il rica- 
mo j ma penso altresì che ciò non accada cosi di sovente. 

— Oh ! più spesso di quanto non si pensi, esclamò la pri- 
ma signora. Ho vissuto parecc^ii anni nel Kentucky e nella Vir- 
ginia, e ne ho. vedute tanto che basta per averne un male al 
cuore per tutta la mia vita. Supponete un istante, o signora, 
che alcuno venisse a strapparvi dal seno i vostri due figliuo- 
letti per venderli! 

— Noi non possiamo giudicare de' sentimenti di cotal razza 
di gente confrontandoli ai nostri, rispose la giovine signora , 
che scompartiva della lana sulle sue ginocchia. 

— In verità, signora, voi non li conoscete gran fatto, se 
potete parlare cosi, replicò la sua interlocutrice con vivacità: 
io nacqui e crebbi tra loro, e so ch'essi sentono profondamente 
e forse più profondamente di noi. 

— Davvero? rispose la signora, poi sbadigliò, guardò fuori 
dal finestrino, e finalmente, come per coucl\\\x^^\^^ fv^^^^\^ 



134 

ossenrazione colla quale area dato comìnciamento al discorjso: 
io credo^ a ogni modo, che sieno assai più felici che se fossero 
liberi. 

— Senza dubbio è nei fini sapienti della divina Prorri- 
denza, che la razza africana rimanga soggetta e in una con- 
dizione umiliante, disse un grave yentlemenj vestito di nero, 
un membro del clero, che era seduto presso Puscio della ca- 
mera : u tlaledizione sia sopra Canaan; egli sarà servo de^servi 
de'suoi fratelli, »9 dice la Santa Scrittura. 

— Dite un po\ amico; è egli propriamente questo il senso 
di quelle parole? domandò un altro che stava in piedi vicino 
a lui. 

— - Sì, certamente. La Provvidenza/per un fine che igno- 
riamo, volle condannare questa razza alla schiavitù, e noi 
non dobbiamo permetterci di esprimere la nostra opinione in 
proposito. 

— Benissimo, noi dunque andremo innanzi e compreremo 
dei negri, essendo questo un decreto della Provvidenza: che 
ne dite voi, o signore? continuò T uomo d'alta statura, rivol- 
gendosi ad Haley, il quale stavasi diritto presso alla stufa e 
colle mani nelle tasche^ ascoltando attentamente il colloquio. 

— Si, prosegui egli a dire, bisogna bene sottomettersi ai 
decreti della Provvidenza; bisogna che i negri sieno venduti, 
barattati e tenuti in servaggio; per questo appunto essi sono 
stati creati. Un cotal modo di considerare la cosa è anche con- 
solante: non è vero, amico? disse egli ad Haley. 

— Io, rispose postui, non vi ho mai pensato, n^è mi sarebbe 
mai riuscito di poter fare da per me simile ragionamento: 
non sono abbastanza dotto, o signore. Entrai nel commercio per 
guadagnarmi la vita, calcolando che, se pur vi fosse del male, 
sarei sempre in tempo di pentirmene, ed ord.... 

— Ed ora vi risparmiate questa fatica? replicò r altro. 
Guardate che cosa vuol dire conoscere la Sacra Scritturai Se 
voi aveste studiato la vostra Bibbia, come quel bravo signore 



15tf 

)à, conoscereste tutto eie da molti anni, e vi avreste rispar- 
miato questo affanno. Avreste detto: « Maledizione sia so- 
pra.... » non mi soccore più il resto, e avreste avuta la co- 
scienza tranquilla. 

E lo straniero 9 il quale non era altri che l'onesto sensale 
di cavaMi die abbiamo già presentato ai nostri lettori nel- 
Tosteria del Kentucky, si mise a sedere e a fumare, mentre 
un sorrise enigmatico balenava sul lungo ed angoloso suo 
volto. 

Vn giovine, alto anch^egli, e svelto della persona, il cui 
sguardo esprimeva molta vivacità di sentire e aperta Intel- 
ligc^nza, prese allora la parola e ripetè queste parole : « Tutto 
quel che vorreste fosse fatto a voi stesso, e voi pure fatelo 
agli altri. >» Suppongo, soggiuse egli, che anche ciò sta scritto 
nella Bibbia al pari di: « Maledetto sia Ganaanl » 

— Sì , disse il sensale ciò sembra chiarissimo a poveri 
diavoli come noi. E John al pari di un vulcano mandava fUori 
dalla bocca ondate di fumo. 

Il giovine parea pronto a riprendere il discorso, allorché 
il piroscafo s'arrestò d'improvviso: tutti accorsero per vedere 
il luogo dello sbarco. 

— Que'due sono ecclesiastici? domandò John a uno della 
ciurma nel mentre uscivano. 

L'altro fece un cenno affermativo. 

Nel momento, in cui il piroscafo si fermò, una negra vi 
si precipitò con impeto, attraversò la folla, lanciandosi in mez- 
zo al gruppo di schiavi, e fra le lagrime e i singulti gettò le 
sue braccia al- collo dell'infelice, che vedemmo notato col 
nome di John» dell'età di trent'anni. 

Ma a qual prò ridire una storia già troppp spesso narrata, 
una storia di pianto e di disperazione? A qua! prò mostrare 
il debole oppresso, torturato a vantaggio del più forte? Que- 
sta storia si rinnova ogni di, e grida vendetta al cospetto di 
Colui che non è sordo, benché non abbia ancorai t\%^^%V^. 



156 

Il giovine che aveva difesa la causa dcirumaniià e di Dia 
gtava là^ conserte al seno le braccia, muto testinfionio.di quella 
scena. Egli sì rivolse subito ad Haley che gli si trovava dap- 
presso. 

-^ Amico mio , gii disse con voce profondamente com- 
mossa; come potete, cooke osate far voi un simile commercio? 
Mirate que' poveretti ! Mentre io mi vo consolando al pensiero 
di riabbracciare mia moglie ed il mio figliuoletto, quella me- 
desima squilla che annunzierà a me ristante della riunione, 
darà loro il segnale d'una eterna separazione. Sappiatelo; Dio 
vi chiederà conto delle loro lagrime. 

Il mercatante si allontanò in silenzio. 

— Che cosa vi dicevo io? disse ad Haley il sensale di ca- 
valli toccandogli col igomito il fianco; non futti gli ecclesia- 
stici si rassomigliano .ift/a{ede^^o«ta Canaan^ non pare gli vada 
molto a sangue. 

Haley fé' udire un cupo brontolìo. 

— E v'è anche di peggio, prosegui John; può darsi che 
ciò non piaccia gran fatto neppure a Dio, quando voi andrete, 
quando che sia ad aggiustare i conti con Lui, come tutti 
presto tardi, dovrem fare. ,^ 

Haley si mise a passeggiare air altro capo del piroscafo 
in atto d' uomo pensoso. 

— Se fo ancora con buon guadagno una o due altre ven- 
dite di schiavi, penso che ne avrò abbastanza, disse tra sé: 
ciò diventa pericoloso davvero. 

E traendo il suo portafogli di tasca, diedesi ad esaminare 
i suoi conti: spediente che bdoUi altri al pari di Haley^ trova* 
rono spesso efficace per reprimere i moti importuni delia 
loro coscienza. 

Si abbandonò di nuovo la riva^ e ogni cosa, riprese il solito 
aspetto. Gli uomini ciarlavano, fumavano e leggevano ; le 
donne cucivano o ricamavano, i fanciuUetti giuocavano, e il 
piroscafo segnava un rapido solco sopra le acque. • 



i57 

Un di mentre. il piroscafo si era, per alcune ore fermalo 
presso una piccola città del Kentucky^ Haley vi si recò pe'suoi 
affari. 

Tommaso, a cui le catene non impedivano di muoversi 
più che a certa distanza, si era inoltrato verso il parapetto del 
navìglio, riguardando con occhio distratto la spiaggia, allor- 
ché dopo breve ora vide il mercante che tornava a lesti passi 
menando seco una giovane di colore^ la quale, portava in brac- 
cio un bambino. 

La giovane era decentemente vestita, e le ienea dietro un 
negro, che avea tra le mani una valigetta, e tutti e due, fa- 
vellando lietamente fra loro, entrarono nella vaporiera: la 
campana sonò, la macchina gemette, il vapore fischiò e il 
piroscafo ricomincip la sua coraa. 

La giovane arrivata di fresco si assise tra le balle e le 
casse della stiva, e diedesi a scherzare col suo bimbo. 

Haley, fatto due o tre volte il giro del piroscafo ,■ si pose 
a sedere presso a lei e indirizzandole quando a quando al- 
cune parole con aria indifferente. 

Tommaso osservò poco stante rannuvolarsi la fronte della 
giovane, la quale rapidamente e con voce concitata rispose : 

— Non lo credo, non lo crederò mai> voi vi prendete 
giuoco di me. 

— Se voi non volete credermi, guardate qui, disse il mer- 
cante presentandole una carta : ecco Tatto di vendita, ed ecco 
la firma del vostro padrone; io sono in grado di accertarvi 
che vi ho ben pagata; e quindi componete il vostro animo in 
pace. 

— Non posso credere che il mio padrone mi abbia ingan- 
nata a tal segno; ciò non è vero, esclamò la povera giovine 
con crescente agitazione. 

— liichiedetene a tutti coloro che sanno leggere la scrit- 
tura. Ehi, amico, disse Haley ad uno che passava, volete log-- 



138 

gere qui? Questa giovane non mi vqoI credere allorché le dico 

quello cbe è. 

Ehi qaesto è un alto di vendita, sottoscritto da John 

fosdiek, col quale egli vi cede ogni suo diritto sulla negra 
Lucy e sul figlio suo. È abbastanza chiaro, mi sembra. 

Le esclamazioni angosciose della povera creatura attras- 
sero la foUa intorno a lei^ e il mercante chiarì in brevi parole 
il motivo di que>la scena. 

— Egli m'avea detto che mi mandava a Louisville per es- 
sere cttclniera nelP osterìa, dover serve mio marito. Questo è 
ciò che il padrone mi disse di stia bocca^ ed io non posso ere* 
dere.che abbia mentito, ripeteva P infelice. 

— Ha egli vi ha venduta, povera giovane, non sé ne può 
dubitare, disse un uomo di benevolo aspetto, che aveva esa- 
minate le carte ^ egli vi ha venduta, ciò è incontrastabile. 

— In tal caso è inutile parlar tanto, disse la poveretta, 
che incontanente parve calmarsi, e stringendo il suo bambino 
tra le braccia, si pose a sedere sulla cassa, volgendo a tutti 
la spalle, e guardando nel fiume con occhio immoto e noncu- 
rante. 

— Essa prènde, ad ogni modo, il suo partito abbastanza 
bene, disse il mercante 5 oh pare che sia ragionevole. 

II legno continuava la sua corsa, e la povera giovane sem- 
brava affatto tranquilla. Pari ad uno spirito misericordioso^ 
un venticello tiepido e profumato le passò sulla fronte, dolce 
aura del cielo che non dimanda di qual colore é la fronte 
che viene a carezzare. 

La poveretta vedeva i raggi del cielo scintillare tremolan- 
do sulle acque in vivi riflessi dorati^ udiva voci di gioja din- 
tomo a sé, le voci dei gaudenti del mondo; ma parevate che 
un peso enorme le fosse piombato sul cuore. Il fanciul Ietto 
si sollevò sopra i suoi piccoli piedi per giungere fino al volto 
materno 5 e saltellava e pispigliava come se avesse voluto di- 
strarla. DI isubito lo serrò tra le braccia, e fortemente pre- 



iS9 

Olendoselo al cuore , le cocenti sue lagrime caddero ad una 
ad una su quella faccina meravigliala e sorridente. 

Il fancinllino era d'una bellezza e d'una fona non co- 
mune, e sua madre si adoperava assiduamente a frenarlo ed 
a antivenire i pericoli della sua eccessiva vivacità. 

•^ Ecco un bel fusto di omettine ì disse uno de' passag- 
gìeri fermandolesi dinanzi colle roani nelle tasche. Qual è la 
età sua? ^ 

— Dieci mesi e mezzo, rispose la madre. 

11 passaggiero chiamò il bimbo e gli offerse un baston- 
cello di zucchero, che il poverino aggrappò avidamente^ e sei 
cacciò subito in bocca. 

— Diavoletto d'un fanciullo, prosegui quegli, come sa 
bene il fatto suoi E detto ciò^ volse altrove il passo zuffo- 
lando. Giunto all'altra estremità del piroscafo, si fermò 
dinanzi ad Haley che stava fumando in piedi sopra un muc- 
chio di casse. 

n passeggero accese un sigaro, dicendo ad Haley : 
*-* Voi avete là una biella giovine, o amico. Buona mer- 
canzia davvero I 

— Infatti, la è discretamente bella, rispose Haley, lan- 
ciando una ondata di fumo. 

— É ella pel Sud? 

Haley fé' cenno di si colla testa, continuando a fumare. 

— Per una piantagione forse ? replicò il primo interlocu- 
tore. 

— ' Ho in questo momento una commissione per una pian- 
tagione, e credo, disse Haley, che la giovine ne farà parte. 
M' hanno detto che è buona cucinlera, e che potranno ser- 
virsene come tale oppure metterla a ripulire il cotone: osser- 
vai che ha delle dita che paiono fatte a bella posta per que- 
sto mestiere. Ad ogni modo essa yal bene il suo costo. Ed 
Haley rimise in bocca il suo sigaro. 



140 . 

. •— » Del bimbo però non sapranno che farsi in una pianta- 
gione. 

-^ Alla prima occasione lo venderò, rispose Haley, accen- 
dendo un secondo sigaro. 

— M'immagino che lo venderete a buon mercato ripi- 
gliò il passaggierò, montando sul mucchio delle casse e sdra- 
jandovisi con tutto il suo comodo. 

— Quanto a ciò, non ne so niente , rispose Haley ^ il pic- 
cino è bello, vispo, ben fatto, paffutello, carne dura come un 
marmo. 

— É vero j ma aggiungete anche i fastidii e la spesa per 
-allevarlo. 

— Bah 1 disse Haley^ non v' è alcun animale che si allevi 
più facilmente^ esso non dà maggior noia di un cagnolino. Da 
qui a un mese quel bamboccio correre da per tutto. 

— Io mi trova, riprese T altro, in una buona posizione 
per allevare de' bimbi^ e mi piacerebbe di- procurarmene qual- 
cun altro di più. Per appunto, la mia cuciniera ha perduto , 
nella scorsa settimana, un suo faneiuUetto, che si annegò nel 
tino mentre distendeva la sua lisciva: penso che potrei dar- 
glielo da allevare. 

Haley e il passeggiero continuarono a fumare per qual- 
che tempo in silenzio: nessuno de' due pareva disposto a toc- 
care la quistione principale del loro colloquio: finalmente il 
passeggiero ripigliò a dire: 

— Certamente voi non domanderete più di dieci dollari 
per quel negreltinoj perocché, in. ogni caso, dovrete sbaraz- 
xarvene. 

Haley scosse la testa dicendo: 

— Ciò non mi conviene, e cominciò di bel nuovo a fu- 
mare. 

— Ebbene, amico ^ quanto dimandate? 

— Capite bene, rispose Haley, che io .medesimo potrei al- 
levare il piccino, oppure farlo allevare^ e siccome è d'una 



141 

salute e d- lina bellezza non 'comune^ 4a qui a sei mesi ne 
caverei sicuramente cento dollari, e tra uno o due anni due^ 
cento: però ve ne chiedo ora soli cinquanta, ma neppure un 
soldo di meno. • 

— É una domanda ridicola, replicò il passeggìero. 

— Né più, né meno, soggiunse Haley, risolutamente. 

— • Ed io ve ne darò trenta, riprese TaltrO; neppure un 
soldo di più. 

— Sentite, disse Haley: aggiustiamo la differenza cosi; 
datemene quarantacinque; è proprio tutto quello che posso 
fare. * 

— Bene, accetto, disse l'altro, dopo un istante di rifles- 
sione. 

— Qua la mano, replicò Haley. Per dove siete diretto? 

— Per Louisville, 

— Per Louisville? Ottimamente. Vi saremo suirimbrunire; 
il bambino sarà addormentato; tutto andrà bène. Portatelo 
via chetamente, senza strilli, né strepito. Per me amo che le 
cose succedano tranquillamente, e detesto i tumulti e i disor- 
dini di qualsiasi specie. 

Pronunziate queste parole solenni e fatto entrare nella 
sua tasca certi biglietti di banca, che uscivano da quella del 
compratore, Haley riprese a fumare il suo sigaro. 

La serata era placida e chiara, e poco stante il piroscafo 
si arrestò nel porto di Louisville. 

La giovine negra si era alzata dà sedere, tenendo il bimbo 
tra le braccia immerso in un sonno profondo. Quando ella 
udì il nome del luogo dello sbarco, posò in fretta il bambino 
in una specie di culla formata da un piccolo spazio vuoto tra 
le balle di mercanzie, avendovi prima con amore di madre 
steso sopra il proprio mantello; poi si lanciò verso lo scalo, 
sperando vedervi suo marito tra i camerieri di locanda , dei 
quali il porto era pieno. In questa speranza mosse verso la 
balaustra di fronte, e protendendo la faccia» ^ %\\^\^l^ viSN»^'^^ 



menle tra le teste che si movevano sulla riva; intanto la folla 
de' passeggieri si accalcò tra lei ed il suo figliuoletto 

— Questo è il momento! disse Haley, prendendo il bimbo 
addormito, e deponendolo tra le braccia del passeggiero. Ba- 
date adesso di non destarlo e di non farlo gridare; altrimenti 
tra lui e la madre accadrebbe un remare del diavolo. 

Il passeggiero pigliò con gran precauzione il fardello; e 
si perde tra la folla, che si avviava verso lo scalo. 

Allorché il piroscafo, fischiando, cigolando, sbuffando, 
ebbe lasciata la spiaggia, e cominciato a riprendere lento 
lento il suo cammino, la donna ritornò al primiero suo posto. 
Il mercatante vi stava assiso; il bimbo non v'era più! 

— Come! come ! . . . . dov'è? esclamò ella fuori di sé. 

— Lucy, disse il mercatante, il vostro piccino è partito; è 
meglio che ve lo dica subito. Lo sapeva^ vedete, che voi non 
potevate condurlo con voi nel sud, e ho. trovato una eccellente 
occasione di vénderlo ad una delle primarie famiglie, la quale 
lo alleverà assai meglio che non avreste potato fare voi stessa, 

Il mercatante era pervenuta a quel grado di perfezione 
cristiana e politica, che è stata raccomandata da alcuni predi- 
catori ed uomini di stato del Nord, e in virtù della quale 
Tuomo riesce a* spogliarsi del tutto d'ogni pregiudizio o de- 
bolezza del cuore. E il cuore d'Haley era precisamente quale 
il vostro^ signore, ed il mio potrebbero esser foggiati me- 
diante una idonea e ben intesa coltura. 

iio. sguardo di dolore immenso e di cupa disperazione, 
che la donna lanciò ad Haley , avrebbe per fermo cagionalo 
un qualche turbamento neiranimo d'un uomo meno eserci- 
tato in quella sorta d-affari; ma il m^catanle vi era abituato 
da Junga pezza^ e cento altre volte avea veduto quel medesi- 
mo sguardo . . . . • 

E anche tu^ caro lettore, ti potresti assuefare; tale si è il 
grande scopo, che i nostri uomini di stato si ebbero, non ha 
guari, proposto: cioè di avvezzare a quegli sguardi, a quegli 



145 

spezzamenti di cuore le intere, nostre popolazioni del nord, 
per la maggior lode e gloria della nostra Unione. Epperò il 
mercatante, oell- ingoscia infinita che premerà quelle scure 
sembianze, nelle niani contratte e nel singhiozzar soffocato di 
leì^ non vide altro che uno degP incidenti ineritabiii del suo 
traffico^ e andava soltanto tra sé ruminando, che non avesse 
con le sue strida colei a mettere in commovimento il pire- 
scafo; poiché Haley^ al pari di molli altri difensori delle no- 
stre istituzioni^ nutriva un odio assoluto e profondo contro 
ogni specie di agitazione. 

Ma la misera non mandò alcuna voce. Il cuore di lei era 
troppo mortalmente ferito, perché potesse alzare un sol grido 
o versare una lagrima sola. 

Come trasognata s'assise ^ le deboli mani le caddero senza 
vita sul fianco^ i suoi occhi guardavano fisamente, ma nulla 
vedevano. Lo schiamazzo ed il ronzio della foUa , i muggili 
della macchina le giungevano confusi e dolorosi alle orecchie^ 
e quel cuore povero, muto ed infranto non avea né un grido 
né una lagrima nella sua estrema miseria. Lucy era piena- 
mente tranquillai 

Il mercatante che alla fin de' conti era quasi altretanto 
umano e compassionevole quanto alcuni de' nostri uomini po- 
litici, pensò gli corresse Tobbligo di tenere un discorso alla 
giovine 4 e amministrarle quei conforti voluti dalle circo- 
stanze. 

— > Conosco, o Lucy, disse egli, che la cosa é un po' dura in 
sulle prime ^ ma una giovine di giudizio e perspicace, come 
▼ci, non si lascia cader d'animo per questo. Voi capite bene 
che ciò era necessario j e che non ci potreste recare rimedio 
alcuno. 

— Oh, per carità, padrone, per carità ! esclamò la donna 
con un suono di voce come di persona che affoghi. 

— Voi siete una giovane di spirito, continuò Haley; io vo- 
glio farvi del bene, e trovarvi unbaoiiiiiii^V^%Q^^\^^%^^,\!\^- 



146 

mosse ad osserrare la sua merce virente. Si ristette volgendo 
gli occhi d' intorno con atto perplesso. . 

— Ove si è nascosta la giovane? diss' egli a Tommaso. 
Tommaso, che aveva apprèso ad essere prudente, non si 

credette obbligato a manifestargli i suoi sospetti, e rispose 
che non ne sapeva liulia. 

— Ella non può certo essere sbarcata stanotte 5 perchè 
io stetti sempre in guardia quantunque volte il piroscafo si 
arrestò, lo non lascio mai ad altri questa cura. 

Codeste parole erano indirizzate confideftemente a Tom- 
maso , quasiché contenessero un senso che lo riguardasse in 
particolare. Tommaso non rispose. Il mercante frugò tutto il 
naviglio da poppa a prora, ricercò fra le casse, i barili e le 
balle di merci, intorno alla macchina, presso il cammino, esem- 
pre indamo. 

— ^ Su via, Tommaso, dìss'egli allora dopo la sua infruttuosa 
ricercar^ tu ne jsai qualche cosa. Non dirmi di no. Io ne sono 
B persuasissimo. Vidi la giovane iersera alle IO sdraiata qui; 
a mezzanotte, indi fra un^ora e le due v'era ancora; alle quat- 
tro non v'era più. Devi adunque saperne qualche cosa, Non te 
ne puoi scusare. 

-— Or bene, padrone, disse Tommaso^ prima di giorno, 
alcunché si mosse daccanto à me; io mezzo desto a quel fru- 
scio, intesi subito dopo un gran tonfo nelPacqua. Mi destai al- 
lora del tutto, ma la giovane non v^era più. Ecco quanto 
posso dirvi. 

Il mercante per nulla si commosse ^ né stu]^, perocché, 
come già dicemmo, era avvezzo a molte cose, a cui altri non pos- 
sono abituarsi. Nemmeno la spaventosa presenza della morte lo 
colpiva del solenne terrore ond'essa investe generalmente Ta- 
nimo umano. Ei Tavea più volte veduta, Taveva scontrata nel 
corso de'suoi alEari, ed aveva stretto con essa conoscenza. La non 
era altro per lui che un fiero competitore, il quale attraversava 
jng^/ustamente le sue operazioni mercantili. Et se la passò col 



f 



I 
L 



/ 



147 

dire che quella giofine era mala roba, che il diaroio se la 
prendeva seco lui , e che se gli affari gli andassero tutti a 
quel modo, non buscherebbe un centesimo in quel piccolo 
viaggio. Laonde parve ch'eì si andasse confortando come uomo 
deluso. Già non eravi più rimedio al male^ la schiava era» 
fuggita in un paese, che non restituisce mai i fuggiaschi, nenn 
meno ad inchiesta dell'intera nostra gloriosa Unione. 11 mer* 
canto non trovò meglio che cavar fuori con aria contrita il 
suo libercolo dei conti , ed inscrivervi il corpo e V anima as- 
senti nella colonna delle perdite. 

— Oh r abbominevole creatura che è cotesto mercantel 
Qual durezza di cuore 1 La è cosa veramente orribile! 

— Eh, ciascuno conosce che cosa sia tale genìa di mercan- 
ti. Essi non hanno che il dispregio universale, né sono mai am- 
messi nelle oneste brigate. 

— Ma dite, o signore, chi forma il mercante? Qual dei 
due è degno di maggior biasimo, Tuomo intelligente, istrutto, 
colto , che sostiene un sistema , onde il mercante di schiavi 
è una necessaria conseguenza, o il povero mercante? Voi concert 
rete ad allimentar Popinione pubblica che rende indispensabile 
questo traffico, che Io invilisce e deprava a tale da non sen- 
tir più la vergogna di quel commercio obbrobrioso. In che 
dunque valete meglio di lui? Voi siete educato, egli ignorante. 
Voi appartenete ad un'alta classe della società, ed egli ad 
un'inferiore 5 i vostri modi sono squisiti, triviali i supi^ voi pos- 
sedete belle doti d'ingegno^ egli n'è del tutto privo.- Nel giorno 
del finale giudizio le stesse considerazioni possono renderlo 
assai meno colpevole di voi. 

Concludendo questa descrizione di alcuni piccoli accidenti 
d'un commercio legale, dobbiamo pregare i nostri lettori a 
non immaginarsi che i legislatori americani sieno affatto spo- 
gli di umanità, come si potrebbe a torto inferire ponendo men- 
te ai grandi sforzi fatti per parte del tvo^Vt^ ^^^^x^^ \^ 
prot^^ere e perpetuare questa sorU d\ Vt^V&K.^. 



148 

Chi non sa eoa quale facondia i nostri grandi oomini de- 
clamarono a gara contro la tratta dei negri all'estero? Kei 
Tedemino SQrgere di meno a nói un drapello di ClarksMi e di 
Wilberforce^ ed era edificante il sentire i discorsi loro su' 
questo argomento. Far mercato dei negri deirAfrica, miei cari 
lettori^ è abbominerole; ma è cosa ben dirersa far mercato 
dei negri del Kentucky! 



FINE DEL PRIMO VOLUME. 



• • 



DELLO ZIO tOmiMASO 

OSSIA • 

* -LiWiTA .DI NEGRI IN AMERICA 



• 



• 



DI 



£NaiCHETTA BEEGHER STOTVE 

\ 

o^^^l^o 



Tradazìoiie dì 'B. Bermaiu. 



VOLUME II. 



« 



MIUNO E LODI 

PRESSO LA TIPOGRAFIA DI CLAUDIO WILHANT E FIGLI 

« 



.1 



«• 



1 



lA CAPAMA DELIO ZIO TOMASO 

OSSÌA 

LA VITA DEI NEGRI IN AMERICA 



• • 



CAPITOLO XIII. 

. • / Quaccheri. 



I nostri sguardi si riposano oramai «sovra una scena' di 
pace. Noi cMnollriamo io un^ampia cucina, le cui pareti sono 
graziosamente dipinte, e sul cui pavimento di gialle quadrella • 

. è impossibile scorgere uii sol atojno di polvere. Le fornella 
di ferro fuso, sono conservate lucenti a forza di care minu- 
ziose e diligenti. Il vaseflame di stagno , allogato sovra alte 
scanzie, ^uscitanplo una folla di idee gastronomiche ptinge ed . 
invigorisce Tappetiti. Le.sedie di legno sono antiche, ma so- 
Hde e perfettamente pulite. Una d'esse, fiancheggiata da due 
hracciuoli e' guarnita da due molli guanciali, ondula sui curvi 
sostegni come un'altalena. Sovr'essa è ceduta una donna, che 

' tiene gli occhi intenti a quanto va cucendo. E questa' Elisa, 
la nostra antica conoscenza ,- un po' più pallida e m,agra di 
quello il fosse quando si trovava presso i Shelby. L'interno 
dolore da cui è afflitta ha dato un più forte rilievo ai molli 

. contorni della sua bocca, ed abbrunata l'ombra delle flinghe 
e nere sue ciglia. Ma l'aqgoscia, modificando la. bellezza d'E- 
lisa, le ha comunicato altresì una più soda ed energica espres- 
sione. Quando la schiava solleva i suoi grandi occhi ^et ^q>\- 
ridere ai giocondi sollazzi del suo plccoYo 1.wy\<ì^vÌ\ ^^^%^v«^ 



4 

essi una fermezza ed «una risoluzione di our difettavano nei 
giorni della felicità, e della* contentezza. 

'Vicino ad l^lisa v'è una donna che tiene sulle ginocchia un 
piatto di stagno^ sul quale sta disponendo simmetricamente 
delle pesche disseccate. Essa può aver cinquantacinque ases- 
sant'anni; ma la sua fisonomia è una di queUe che sembrano 
trovar nuove bellezze 'nello scorrer delPità. 11 suo cappello 
di velo liscio, il fazzoletto di bianca, mussolina che disegna 
delle* pieghe regolari «ul ^uo petto ^ la sua succinta veste di 
lana, indicano la setta a cui.dessa appartiene. É questa una 
quacchera. Il suo viso è rotondo, la sua cute conserva la.pe^ 
lurie delia giovanezza, il suo colorito svela una robusta sa- 
lute. I suoi capelli, leggermente imbianchiti dalPetà, circon- 
dano una bella fronte, sulla quale gli anni non hanno scolpita 
die questa sola iscrizione: /e pace sulla terra agli uomini di 
buona volontà 99, Non è «necessario di decomporre minuziosa- 
mente la limpida luce dei suoi occhi- azzurri, per 'trovarvi 
l'espressione d'un'anima pura, affettuosa e le^le. 

Si ha* le mille volte celebrata Tavveneìiza delle gioyani 
donne; perchè non si potrebbe parlare di quella delle vec- 
. chie? Sé alcuno sentisse bisogno d'inspiraziooe per occuparsi 
di questo genere di bellezza finora troppo dbbliato, non avrebbe 
d'uopo d'altroché di poter contemplare la buona Rachele 
Halliday tale eguale l'abbiamo descritta. 

Essa era seduta, al- pari d'Elisa, sovr'qna di quelle scranne 
ad altalena che sono tanto comuni àgli Stati-Uniti. Quella 
scranna, i cui servigi risalivano ad un'epoca rimota, e che 
forse era stata nella sua giovinezza esposta alle intemperie delle 
stagioni, avea contratto, per cosi dire^ un'affezione asmatica. 
Quando la si dimenava ne usciva uno schricchiolio che sarebbe . 
stato kitoller£01)ile per un indifferente^ ma il vecchio Simone Hal- 
liday. lo trovava invece armonioso, mentre i ragazzi dicevano 
che per nulla al mondo avrebbero volutorinunzis^eal piacere 
d} udire a scbricchiare la sedia materna. Egli è lehe da oltre 



veoranni partivano da quella sedia venerabile, come dq| una 
s^ci:a cattedra, le* parole di tenerezza, le dolci ammonizioni; 
egire che innumerevoli sofferenze d'anima e di jcorpo erano 
state medicate, molte incertezze spirituali e. temporali orano 
state risolte da. coìei che la occupava, da essa sòia, la brava 
donna! CbcDìo la benedica 1 

— Elisa, disse la quacchera continuando ad ordinare le 
pesche; conti tu sempre d'andartene al Canada? . 

— Si; signora, rispose Elisa risolutamente; bisogna che 
me ne vada; non ho coràggio di fermarmi qui. * 

— É che farai quando ti sarai giunta? Vi hai tu pesato 
figlia mia? 

« Figlia mia! '» Era questa uha parola che discendeva 
spontaneamente dalle labbra di Rachele , e che armonizzava 
colla sua fisonomia ineffgbil mente materna. * 

Un brivido scorse nelle vene d'Blisa, ed una lagrima cadde 
sni suo lavorio. 

— • Cercherò qualche occupazione, diss'ella; spero di'tro- 

, farne. ' 

• — Sai bene che puoi restar qui fino a che t'aggrada? 

. — Vi ringrazio, ma io non posso dormire,' riprese Elisa 

designando col dito suo figlio; io non ho un minuto di riposo. 

Anche questa notte sognai chequelPuoma entrava nel cortile. 

— Povera figliai Ma tu non devi conturbarti di questa 
maniera.' ti Signore non ha mai permesso, che- uno schiavo 
fuggitivo fosse ripreso nel nostro villaggio. 

La por£a s'apri, e si vide entrare una graziosa donnetta 
di cii;<» venticinque anni, rotonda come un gomitolo, di colorito 
vivace come una* mela matura. Era dessa abbigliata con una 
modes4a stoffa grigia ; il bianco fazzoletto di mussolina com- 
primeva il suo seno riccamente sviluppato; il suo piccolo cap- 
pello da quacchera scambiettava sempre sulla sua testa, mal- 
' grado i frequenti tentativi con cui la sua proprietaria cercox^* 
di metterlo a dovere. 



'^'. 



• 6 

--- Rulh Stedmanl disse Rachele andandole ìncohlrq e 
tendendole ambe le mani. Come stai, mia cara ? « 

— Perfettamentel rispose Ruth^ Poscia si levò il cappèllo, 
che yenne da lei pulito con un fazzoletto. La cuffia che por* 
lava al disotto lasciava sfuggire qua e là déll^ cijocche di ca« 
pelli arricciati, che .la nuova venuta rimise a poslo. S^acconv 
ciò innanzi ad uno specchio, e sembrò ne ritraesse sul pro- 
prio conto un^ opinione favorevole, che ognuno certamente 
avrebb» divisa. Era «decisamente una creatqra graziosa , di 
gaja fisonomia, col viso radiante, che colla sua presenza ral- 
legrarla gli occhi ed il ci\ore.« • .• 

— Ruth, c[uesta amica è Elisa Harris 3 ed eccoti !{ fanciulfo 
di cui ti ho spesso parlatd. 

Ruth diede una stretta di mano alla schiava come ad una 

• • • ' 

vecchia ^mica da lei riveduta doponi^a lunga assenza — Elisa, 
ella disse , sono felice di cederti ! È questi tuo figlio ? gli ho 
recata una focaccfa. 

Dicendo queste parole, Ruth offri al piccolo Enrico unafocàc- 
cia*fatta in forma di cuore, che il fanciullo accettò timidamente 
adocchiando la donatrice attraverso le ciocche dei«suoi capelli. 

— • Ov' è tuo figlio? chiese Rachele alla Stedman. 

— Sarà qui a momenti 3 la tua Maria me Tha tolto onde 
farlo vedere ai ragazzi. 

Maria, fresca fanciulla che avea la fisonomia aperta ed i 
grandi occhi azzurri del la madre entrò in questo mehtre: Ra- 
chele prese in braccio il bambino bianco e paffutello. 

— Ah! Ahi diss^e11a,-còm'ha beir aspetto 1 come cresce! 

— É vero,* rispose Ruth mentre sbarazzava il fanciullo da 
un cappuccio 'lii seta azzurra e da diverse aìtre appendici di 
abbigliamento. Dopo averlo aggiustato, essa Io abbraccia tene- 
ramente e lo depose a terra. Egli si mostrò avvezzo a questo 
sistema, poiché portò silenziosamente il dito alla bocca e 
parve itmmerso in profonde riflessioni, mentre la madre si 
jDose a lavorar solertemente dietro un p^jo di calze. * 



. 7 

— MetCi la caldaja al fuoco^ disse Rachele a sua figlia. 
Maria andò al pozzo per riempire fa caldaja e la pose sul 

fornello. 9en presto si diffuse un odoroso vapore, quale in- 
censo sacro airos|Mt^ilà ed al buon appetito. . * 

La slessa mano, per obbedire alle ìngìunzioni*di Rachehe , 
pose al fuoco le pescbe.secche, mentre la niadre, dopo essiersi 
messa un grembiule, si pose a preparare dei bigotti sópra 
una tav.ola di abbagliante bianchezza. 

*—- Àbigaille Peters è 3empre ammalata? chiese Rachele. 

— Sta meglio, rispose Ruth; sono andatala Vederla^questa 
mattina, ho dato ordine alla sua casa e vi ho tutto ripulito. 
Lia Stili vi è andafta questo dopo pranzo, e le ha apparecchiato 
■tanto psme-che basti per alcuni giorni. Ho promesso di ritor- 
narvi questa, sera. • ^ ', 

^ V'andrò io domani, disse Hachele, e mi prenderò cura 
della biancheria/. 

— Farai Sene, riprese Ruth. Sembra che anche Anna Stan- 
wood sia ammalata, iftio marito John ha passata la notte nella 
di lei tasa; io debbo recarn^vi domani. * • 

-7- Se tu fossi troppo occupata, John jpuò venir a pranzo 
da noi. . ' 

• — Grazie, Rachele^ staremo a vedere ... Ma ecco Simeone. 

Simeone Halliday, lor sposo c^i Rachele, era yn uomo di 
forza erculea, d'alta statura. Avea Tabito e le brache di' panno 
grossolano; ed il cappe\Jo a larghe ali. Strinse nella sua larga 
mano le dita affilate di Ruth, dicendole: — Come stai, e come 
sta John Stedmann? 

* — Assai bene, ^me tutta la famiglia, rispose Ruth con 
ilare accento. , 

— Quali. notizie, papà? disse Rachele ponendoci suoi bi- 
scotti nel forno. 

— ^ Pietro Stebbins m'ha fatto avvertire che verrebbe qui 
q«esta sera con qualche amico, disse Simeone dal fondo d'un, 
salotto ove era entrato per lataftsi \e iQàAvv 



8 . . . 

— Veramente! esclamò Rachele sogguardando' Elisa penr- 
sosamente. • ' 

-r- Non m'hai tu detto ohe ti chiamavi .Harris? «chiese Si- 
meone alla schiava* \ / • • 

* '-^ Si, rispose Elisa cori voce tremante, essendoché le paure 
cha non l'abbandonavano mai le facessero temere la possibi- 
lità che si l'ossero pubblicati degli avvisi relativi s^ìla sua fuga. 

— - Mamma! una parola se non ti rincresce! disse Sjmeóne 
a sua moglie. * •. * . 

—•Che vuoi da me, f^apà? 

— Il marito di questa donna trovasi nella colonia!^, mor- 
morò sommessamente Simeone 5 egli verrà qui questa sera.. 

— Oh! ne sei ben certo? disse I^cbele raggiante di- 
gioja. 

— É una cosa positiva. Pietro, essendo jeri alla campagna, 
ha incontrato una vecchia donna e due uomini: Tuno di essi 
si palerò per Giorgio Harris. Da quanto Questi ^i ha detto in- 

* torno ai fStti suoi, non posso dubitare dèlia sua identità. E Un 
giovane molto disinvolto, a quanto sembra, e d'una rarst intel- 
ligemta. ^ * 

— ; Bisogna parteciparlo a Ruth. Olà, Ruth, avvicinati, ti 
prego! Il papà dice che il marito d'Elisa sta per gitingere, é 
che Io vedremo qui questa sera. 

La graziosa quacchera nel trasporto della gioja fece un 
. balzo battendo le mani, e due ciocche della sua otpìgliatura, 
sfuggendo dalla cuffia che le 'teneva prigioniere, andarono a 
posarsi sul biapco fazzoletto ch^ le cingeva il collo. 

— Adagio., mia cara! riprese Ràche^. Credi tu che sia 
opportuno il • dirgliejo subito ? 

^- Senza dubbio, sul momento ! Io mi metto n^i suoi panni, 
. e in'immagino che sia il mio* John che ritorni. 

. — Tutti i tuoi pensieri collimario coll'amore del prossimo, 
disse Simeone guardando Ruth con affettuosa commozione^ 
^ Non è a qq^sto fine'oh&Doi fummo posti sulla t^rra? 



9. 

Se io non amassi mio marito e mio figlio^ io nop potrei indo- 
vinare i sentimenti d^ Elisa. Va a djrglielo, ra subito! 

^ con- un gesto graziosamente persuasivo posò le mani 
sul braccio di Rachele, aggiungendo. — Gondycila nella tua 
camera; intanto che parlerete io avrò cura della cena. 

Rachele s^awicihòad Elìsa e le disse con dolcezza: — Se- 
guimi, mia cara; ho delle nuove da darti. 

Il sangue imiprporò le pallide guanCie della schiava, un 
tretnito nervoso la colse,* ed il suo sguardo si volse ansioso * 
sul piccolo Enrico. ♦ . 

— Non aver paura, le disse Ruth. Le notizie sono buone, 
Elisa; sii tranquilla. . • . 

Nel mentre pronunciava queste parole ^ssa spinse dolce- ' 
mente la schiava verso la porta della Stanza da letto, e s*af- 
frettò poi a prendere in braccio il piccolo Enrico. 

— Bambino! gli dissocila accarezzandolo appiana fu richiusa 
la porta -, sah tu che stai per vedere tuo padre? 

• ^ssa ripetè più yolt^ queste parole al fanciullo che stava 
guardandola in atto di stupore.' Fra ttantot Rachele Halliday 
invitava lia schiava ad avvicinarsele, e le diceva t- Il 'Signore 
ha avuto compassione di te, figlia mia; tuo marito sì è. sot- 
tratto dalla casa della* schiavitù. / . • 
Elisa senti il sangue salirle al viso e ripiombarle rapida- 
mente al Guore. Pallida e smarrita essa % lasciò cadere sovra 
una sedia. . . - 

— Patti coraggio, aggiunse Rachele poaendole fa mano 
. sul capo ; esso trovasi con amici che lo condurranno qui que- 
sta sera. 

,— Questa séra? ... Questa sera? ... — mormorò Elisa senza 
comprendere il senso delle parole che esciVano dalle sue lab- 
bra. LQSue i^ee èrano scompigliate, confuse, nebbiose. Qu'ando . * 
rinvenne, essa era sdrajata sul Ietto, e la graziosa Ruth le 
stropicciava le mapj con alcooPcanforato. La moglie di Gvq^^^ 
era immersa in un. soave languore, come e\ù l^ss»^ ^>\w\.^^ìS&kì 



• • 



40 . . 

liberato da uq peso opprimente. I suoi nervi, che dal dì della 
foga areano subita una tensione dolorosa e «enza tregua, pro- 
varono il refrigerio ^^una dolce reazione. La povera cres^tura 
era come acca\^ezzata da una singolare sensazioile' di calma 
fìura e serena. Quantunque tenesse aperti gli occhi, pure i 
movimenti di quanti la circondavano le apparivano come at- 
traverso un sogno. 'Essa vide nella stanza vicina la tavola 
apparecchiata e coperta da una candida to^glia^ essa udì il 

* simpatico bollimento dell'acqua pel ffté; essa scorse Ruth 
Stedman che portava dei piatti dì pasticcierie e dei vasi di 
confetture. La graziosa quacchera s'arrestava nei suoi andari- 
vieni per mettere una focaccia nelle mani d'Enrico> per acca- 
* rezzargli le guancie o per lisciargli i capelli colle candide 
dita. Di quando in quando Rachele s'avvicinava al letto, ac- 
conciava i guanciali, ripiegava la coltre, raggiustava ^ua e là 

. le lenzuola onde far palese la sua bi|ona volontà; e lo -sguardo, 
degli azzurri suoi occhi cadeva «sul l'ammalata come un raggio 
di sole. Quando arrivò John Stedman, Ruth. gli corse aìV in- 
contro e gli parlò fi bassa voce^ ma vivamente, indicandogli col 
dito la s'tanza da letto. Posti che furono a tavola per prendere 
il thèjW piccolo Enrico si appollajo sopra una gran sedia 
airoml>ra, per cosi, dire, di Rachele Halliday. Il mormorio dei 
colloqui, l'armonico tintinnio delle tazze, i suonf argentini 
delle voci femminili^iungevano dolcemente confusi alle orec- 
chie dì Elisa. Ella poscia prese sonno e dormi come non ave^ 
mai dormito daw. quella notte fatale in cui avea attraversat/ 
l'Ohio sopra un ponte di ghiaccio. 

'Essa sognò un paese ridente, con verdi praterie « con iso 
ombreggiate, con acque che scintillavano alla luce del so^ 
Là\ in una abitazióne ove alcune vóci affettuose le diceva 

. ch'era in casa propria, giocava* un bimbo libero .e felice. E 
riconobbe il suono del passo del marito ; questi le si avric 
.ìi strinse nelle braccia, e baga^ iKdi lei yj^o di lagrime 
JSUftì Sì risvegliò. Non era più un sogno. 11 sole era tramoi 



da varie ore;' Enrico riposava tranquillaaiente vicifìo*a lei^ 
una luce morente 4^mbiva oscillando gli orli del candeliere, e 
Giorgio singhiozzava appoggiato al capezzale del' letto. 

L\ indomani fu lin giorno di letizia, kacfaele in piedi fino .. 
dall'alba, èra circondata dai suoi figli d'ambo i sessi, che 
non ebbimo opportunità di presentare ai nostri lettori, e che 
s' ocpupAvano atticamente, sotto la materna sorj^egfiaoza, dei 
prepafatiiù per la colezione. Nelle ricche vallate dello Stato 
d'Indiana, la coleziofie è un affare èomplicato che esige le 
cure di numerosi ajutanti. John correva alla fontana per^ìren- 
dervi. T. acqua fresca. Simeone junior crivellava della farina; 
Maria macinava il ca£fè, e la madre manteneva Parmonj^ fra 

* i suoi giovani ausiliarii, dava unit^ di fine alle loro fatiche,. ed 
Impediva che commettessero sbagli per eccesso di zelo. 

* 

In un angolo Simeone major , in maniche/di Camicia, sì 
radeva la barba dinanzi ad .uno Specchio. 

La pace e la cpncordia regnavano nella vasta cucina; vi* si 
respirava come un atmosfera dì vicendevole confidenza e di 

• affetto fraterno. Le forchette ed 1 coltelli sembravano che * 
emettessero anch' essi dei suoni amichevoli quàiido 31 urtavano 

• fra loro allorché li si posavd sulla tavola. Si s&rebbe quasi 
détto cbe persincf il pollo ed il prosciutto, che friggevano nella 
casseruola, vi si trovassero aloro*agio. Quando Giorgio, Elisa 

' ' e^ il piccolo Enrico escirono dalia loro camera, ricevettero 

• l'accoglienza più cordiale. Questi sventurati credevano di 
sognare. 

Si fece cojezione ; Maria si pose ad abbrustolare delle focac- 
de, che venivano di mano in mano da4ei poste in- tavola appena 
aveano raggiunto queh bel. colore« bruno dorato, che è il se- 
gnale della perfetta loro cottura. Rachele non era mai apparsa 
tanto lieta; essa metteva nelle sue minime azioni, nei suoi' 
movimenti più inavvertiti ima vivacità affatto insolita; persino 
nella maniera con cui faceva passare i piatti e versava il c^€& 
v' era dna ineffabile impronta di matoua &o\W\V\<^\\i^. 



i2 . V , 

Er^ (|uesta la prima'volta che Giorgio s'assideva da eguale 
ad eguale alla tavola d^ un* uomo bianco. Eff^ì ne risenti dap- 
prima un pò^di soggezione e d'imbarazzo, ma T affetto che 
• gli si dimostrava «cacciò da lui ogni molesta sensazione; co- 
me i raggi deir aurora mettono in fuga ì% nebbie. Egli* ebbe 
finalmente un'idea di ciò che fosse upa flimiglia; egli .co- 
minciò t credere in Dio e ad aver fiducia n^lla Provvidenza. 

t' 

La sua misantropia, la sua incredulità, la sua disporazibne si 
squagliarono innanzi ai soavi splendori dèlP Evangelio vivente, 
respinante da Tolti sorridenti, e posto in pratica da una ca- 
rità, che si rivelava p^ersino nelèe ìnfime particolarità dell*an- 
dameckto domestico. 

— Papà, disse Simeone jwmor ; cosa farai tu se si pro- 
cede contro te ? • • ' . * 

• — Palerò la multa; rispose tranquillamente Simeone 
major. ,* . ». 

— Ma se ti si m^ttein prigione? 

— Non siete forse capaci, tua madre e tu, di dirigere la 
' masseria ? rispose Simeone sorridendo. 

— Mia madre è ^pace di tutto; ma non è una vergogna 
il fare similf leggij • - 

, — Tu non pievi parlare male delle leggi, Simeone; dis^e 
con gravità il padre, ir Sighore -ci ha concessi i beni terreni 
onde ci fosse dato compiere -opere di giustizia e di misericor- 
dia. Se il governo cele fa pagare, «rassegniamoci. 

— Quanto detesto i proprietarii di sclfiavil esclamò Si- 
. mcone junior, 

. — : Seno meravigliate nelP udirti parlare di questo modo , 
riprese.il padre; tu non hai tratto budn profitto dalle lezibni 
che rha date la madre. Io non porrei differenza neli'agiré verso 
lo schiavo come verso il proprietario di schiavi, quando que- 
sti battesse alla mia ^orta per infocare la mia compassione. 
Simeone jt^^ior arrossì fino nel bianco delPocchio; ma sua 
madre disse sorridendo: . * *' • 



• — Simeone è il mio braro •figlio ; crescendo diverrà si- 
mile a suo padre. • * ^ 

— Io spero; mio' buon signore, disse Giorgio ansiosamente, 
che là mia presenza non vi sarà causa df dispiaceri.* 

' -r— Non. temer nftìl la, Giorgio; noi adempiamo ai doveri che 
ci sono imposti 3 se non sapessifrio patir qualche cosa per la 
buona causa, noi saremmo indegni della nostra riputazione.. 

• — Ma voi v'arriscliiàte per me, disse Giorgio; io non. posso 
pfrmellerlo. , 

— TNon temer nulla ti ripeto, amico Giorgio; non è per 
te che m'arrischio, ma per 'Dio e pelFumanità. Resta qui tran- 
quillsMnen te -tutta la giornata; questa *sera a dieci ore, Finca 
FIfitcher condurrà te e la tua famiglia fino alia prima fermala. 
.1 tuoi persecutori f inseguono davvicino, non bisogna perder 
tempo. .* . • 

— In tal caso posso io aspettare fino a questa sera? 

— Durante il giorno tu sei»qui insicurezza; tutti gli abi- 
tanti di questo villaggio appartengono alla setta degli amici, 
e stanno assiduamente in vedetta. Inoltre si corrodo minori 
pericoli viaggiando dì nòtte. 



CAPITOLO XIV. . .' . 

Evàngelina, ' • 

• Il Mississipi! Quanto è desso mutato dal giorno in cui Cha- 
teaubriand, colla poetica* sua prosa, ha descritto P immenso 
fiume irsigante interminabili solitudini, vergini ancora d'orme 
umane! • • * 

In pochi anni ha avuto luògo una grandiosa trasformazione; 
ma non per questo il Mississippi ha i^rdutì i suoi, incantevoli 
prestigii. Ke^un fiume porta »ir. Oceano maggior tribuiA ^\ 
ricchezze, essendoché i prodotti dei \tOT^\!C,\^tk^^\s:\^^v^2tw»si 



14 • • 

« 

condensati nella regione di ciuesso facilita i rapporti commer** ' 
dali. Le torbide e spumanti sue acque, che rodono le sponde 
nella precipitosa loro corsa, armonizzano colla foga faccendiera 
da cui è travolta uns^razza, più energica e più attiva di ({iiella 
che abita il vecchio mondo. Piacesse al opeld che je ond^ dei 
Mississipi cessassero dal trasportare dei cariche umani, delle 
creature oppresse e gementi, che volgono con amarezza gli 
sguardi ^al muto ed invisìbile Dio, che (lon ha ancóra compita * 
' la sua promessa di redìmere i poveri soffrenti su que&ta mi- 
sera terra ! ' . • • 

Il sole al tramonto rischiara il fiume largo come un mare; 
esso indora le lunghe canne di zucobero che frequono sotto li 
baicio del vento, e i melanconici cipressi involti dal muschio. 
Un bs^ttello a vapore moUo carico s'inoltra respingendo Tac-.. 
qua verso le rive. Delle balle di cotone, ingomt)rano i ponti 
colle loro masse grigie. Noi siamo costretti *ad un esame mi- 
nuzioso se vogliamo scoprire frammezzo alle mercanzie ed ai 
passeggierì Fumile nostvo amico Tommaso; noi lo scorgiamo 
finalmente in un cantuccio sovra il secondo ponte. 

Sia che le raccomandazioni del' signor Shelby avessero 
avuta qualche efficacia, sìa che se la fosse guadagnata col suo 
Qiirattere dolce ed ÌQriocuo , il fatto si è che Tomni^o avea 
acquistala poco a 4)oco la confidepka di Haléy. Da principio il 
mercante di schiavi Pavea sorvegliato davvicino durante i? 
giorno, e Tavea tenuto incatenato ddpo il tramonto del sole; mt 
la pazienza^ Tappar ente contentezza di Tommaso erano giunf 
a tranquillare il nuovo padrone^ che avea inìto col disme 

• 

.4ere le sue rigorose {5recauzioni. Tomaso era da qualche gior 
come prigioniero sulla sua parola, ed avea quindi la faco 
di aggirarsi a suo caprìccio sul piroscafo.* Sempre obbligar 
sempre pronto a dare àjulo ai iftarinaj ogni qualvolta .se 
offrisse Poccasione, Tommaso s'era fatto amare e stimar 
.tutto Tequipaggio. Egli prestava mano alle mai\p\ure più 
cose coììst medesima compiacenza come se fosse ancora 



rabìtazione Shelby. Quando non v'avea nAHa a faro, egli si 
incantucciava in una specie di celietta che s'avea disposta ffa 
alcune balle d) cotone, e s'occupava a leggere ed a meditare 
la Bibbia. É là che noi lo ritroviamo. 

Prima di toccarg la Nueva-Orleaqs ^ il.Missjssipi ha un li-, 
vello più elevato del circostante paese ^ esso §corre maestosa* 
mente'fra due argini massicci di venti piedi d'altezza. Il pus- 
seggiero domina dal ponte del battello a vapore, come dalid 
' piatta-forma d'una tor^è galleggiante^ tutta la contrada per 
Io spazio di molte miglia. Tommaso avea dunque sotto* gli oc- 
chi^ di mano in mano che vedea passarsi dinanzi le pianta* 
gioni, una 'specie di indicazione della vita a cui ers^ destinato. 
Egli vedeva da lontano* gli schiavi al lavoro, e poteva esser- . 
vare sovra molte piantagioni le loro capanne ordinate in lun* . 
ghe fila e divise dalle imponenti abitazioni e dai parcM dei 
proprietari!. Mentre questo panorama si svòlgeva dinanzi ai 
suoi sguardi, egli tfilora contemplava col pensiero la fattoria del 
Kentucky, il folto fogliame dei vecchi faggi, i vasti e freschi a^ 
partamenti del padrone, la capanna, ch'era stata sua, ombieg- 
giata dai ipille fiori e dalle bignonie. Gli sembrava di.riVedere i 
camerati, assieme ai quali avéà vissuto fino dall'infanzia, la sua 
. operosa compagna (yicupata ad apparecchiare la cena, i suoi 
figli maggiori mescolanti sqroscii di rìsa ai loro sollazzi, la 
sua ultin^ bambinella balbettante* ed arrampicantési sui pa- 
terni jgindcchì. Pòscia quella visione .svaniva; i suoi sguardi 
si fissavano ancora sulle canne e sui cipressi; il suo orecchio 
era percosso dallo stridore della macchina , tutti i sifoi sensi 
gli rì^rdavanq tristemente come il primo periodo della sua 
esistenza fosse* chiuso irrevocabilmente. 

In tal caso si scrive d'ordinario alla moglie, si mandano 
le proprie notìzie ài figli 5 ma Tommaso non sapea scrivere. 
La posta non esisteva per quel misero, egli non potea far sa- 
per nulla alla pròpriar famiglia, per esso non v'era uà ^<\^^ ^ 
che congiungesse l'abisso che lo scpóìvai^SL.^». ^'^^x^axV^X 



16 • 

dovrà dunque meravigliarsi se alcuna volta le sue lagrime ca- 
' devano sulle pagine della Bibbiaj lentamente percorse del pà- 
ziente suo* dito? Giaccbè Tommaso,- che avea cominciata assai 
tardi la propria istruzione, leggesse con difficoltà, ed avesse 
bisogno del socy^orso del. dito per éecifrace le parole: 

Felicementer.per lui la Bibbia è uno di quei libri che non 
perdono nulla neir essere compitati^ ognuna quasi di quelle 
divine parole merita d^ essere^ meditata separatamente, onde 
lo spirito possa valutarne il prezzo ei il senso «inestimabife. 
peniamogli dietro un istante mentre segna le parole colFin- 
dice e le va mormorandola mezza voce: 

— Cli^ . . .'. il ... vostro .... cuore . . . .non .... sia ... . 

turbato Nella .... casa . ... del ... . padre mio .... 

vi sono — diverse .«. .•; dimore .... Io . ... vado ... a . . . 

prepararvi un . .*. posto . . . per . . . voi. 

Gli uomini cblti,- quando leggono TAntico ed il Nuovo Te- 
stamento, sono colpRi da frequenti incerte;eze.*Essi chiedono 

* 

a sé stessi se il testo non sia stato per avventura alterato, se 
la traduzione sia esatta, se certi fatti non possano essere con- 
traddetti,, se vertf passi non sieno apocrifi. Ma pel giostro po- 
vero Tommaso la Bibbia era tairtb autentica e tanto divina, che 
non avrebbe potuto mai nutrire neppure il pensiero d'un dub- 
bio. Era necessario che* le prooiessé dell'Evangelo fossero 
vere, giacché altrimenti come avrebbe potuto coi|^inuare a 
vivere?. • . 

Là Bibbia di Tomrhaso non avea al margine dotte annota- 
zioni dovute a sapienti comentatori, ma però era arricchita 
da segni inventati ed applicati dal silo povero lettore. Il figlio 
Shelby e Tommaso aveano designale colla penna delle freqcie a 
lato dei versetti che aveano più vivamente colpito il loro 
cuore deliziato il loro Orecchio. Mercé tale precauzione Tom- 
maso *trovava immediatamente, senza essere costretto a com- 
pitar le parole delle linee interposte,*! simjgatìci frammenti 
che risvegliavano in lui la ricordanza del focolare domestico. 



17 

Nel novero dei passeggieri v'era un gidvine appartenente 
ad una ricca e distinta famiglia. Si chiamava Saint-Giare e di- 
morava alla Nuova-Orleans. Avea seco una sua figlia di circa 
sei anni^ ed una parente a cui avea affidata la cura della fan- 
ciullclta. 

Tommaso avea osservata spesso la piccola ragazzina. Era 
questa una di quelle creaturine vivaci^ celesti, infaticabili, cbe 
presentano il tipo più perfetto della bellezza infantile. Essa 
avea la grazia aerea che vien attribuita alle divinità mitolo- 
giche. Il suo viso, anziché per la regojarità dei lineamenti, 
era notabile per una singolare espressione pensosa, che col* 
piva gli uomini d'immaginazione, e non lasciava indifferenti 
neppure ì caratteri più positivi. e volgari. La forma del suo 
capo, i contorni del suo collo e del suo busto aveano un'ele- 
ganza affatto singolare; i suoi lunghi capelli dorati ondeg- 
giavano come una nube intorno alle sue tempia^ i suoi occhi 
d'un azzurro violaceo, ombreggiati da lunghe cigAa, aveano 
una strana impronta di gravità. Tutto serviva a distinguerla 
dagli altri fanciulli, ed a fissare sovr'essa Paltrui attenzione. 
Pure non era dessa una ragazzina triste e seria; tutto al 
contrario; la gajezza dell'innocenza, simile all'ombra tremo- 
lante d'un ricco fogliame , scherzava sul fresco suo viso. Essa 
era in continuo movimento, e le sue rosee labbra sempre sor- 
ridenti, non cessavano ad ogni passo dal canticchiare. Suo 
padre e la sua aja le tenevano dietro senza tregua ; ma non l'a- 
veano appena afferrata che tosto la fanciullina tornava a sfug- 
gire. Essa percorreva a sua voglia tutto il battello, senza che 
alcuno ardisse di trattener] a con una parola di rimprovero o 
con un gesto di cattivo umore. Sempre vestita di bianco, essa 
attraversava come un'ombra i varii compartimenti del piroscafo 
senza lordarsi mai d'una macchia. Non v'era cantucccio del 
primo del secondo ponte che essa non avesse rovistato coi 
suoi occhi azzurri, ch'essa. non avesse deliziato colla sua ma- 
gica apparizione. Spesso il macchinista eU^ ^v ^^<ìaw%v^'^*A ^^•' 

roi II. ' "^ 






20 

fatti alcuni gìri^ quando per un improvviso movimento la fan- 
ciulla perde Tcquilibrio e cadde nel fiume. Suo padre stava per 
gettarsi nell'acqua, allorché fu trattenuto da un passaggero 
che s' era avveduto come la fanciulla potesse contare sopra 
un ajuto più efficace. 

Tommaso, che in quel momento era occupato sul ponte» 
appena vide la caduta di Eva, si lanciò tosto nel fiume. Egli 
avea il petto largo e le braccia robusta; si tenne sull'acqua 
fino a che la fanciulla risalì alla superficie, e poscia affer- 
randola per le vesti potè rimetterla quasi istantaneamente 
nelle mani che si protendevano per riceverla. La si trasportò 
svenula nella cabina delle signore, ove, come d'ordinario av- 
viene in simili congiunture, varie donne rivaleggianti di pre- 
mura e colle migliori intenzioni del mondo, adoperarono tutti 
ì modi possibili per ritardare il ristabilinrento dell' amma- 
lata. 

All'indomani il piroscafo a vapore si trovò in vista della 
Nuova^Orleans. A bordo si sviluppò un movimento generale. I 
viaggiatori raccoglievano i loro elTetti ed accomodavano la 
loro toilette. Il maggiordomo del battello e la cameriera pu- 
livano, stroppicciavano, mettevano tutto in ordine nel magni- 
fico piroscafo onde prepavargli un'ingresso trionfale. 

Sul primo ponte il nostro amico Tommaso, colle braccia 
incrociate, osservava inquietamente un crocchio di persone che 
gli stava dirimpetto. 

V'era là Evangelina, più pallida del giorno innanzi, ma 
che però non risentiva alcuna conseguenza per l'avvenutole 
accidente. Suo padre, appoggiato ad una balla di cotone le 
era vicino, e teneva fralle mani un portafogM «perto. Egli avea 
dei modi eleganti e gentili. I suoi lineamenti, i suoi occhi az- 
zurri, i suoi capelli castani leggermente dorati, rassomif liaTano 
a quelli della figlia; ma l'espressione della sua fisonomia era 
del tutto diversa. In quella di Saiat»Clare dominava un'aria 
di fierezza, di ironia^ di autorità, che non avea però nQlla di 



2i 

vanaglorioso e di disaggradevole. I suoi occhi esattamente 
eguali pella forma e pei colore a quelli di Eva, scintillavano 
d'una luce affatto terrena; la vaporosa astrazione avea preso 
congedo da essi. Egli ascoltava sbadatamente , e forse un po' 
sprezzatamente il mercante di schiavi Haley , che enumerava 
con grande speditezza di lingua i rari pregi deir articolo di 
cui bramava sbarazzarsi. 

— In una parola, disse Saint-Giare, egli è una raccolta 
completa di tutti i precetti cristiani legata in pelle nera. Eb- 
bene! mio bravo, cosa ne chiedete? Vediamo, non siate troppo 
indiscreto. 

— In fede mia, rispose Haley, se vi domandassi mille e 
trecento dollari ricupererei appena quanto ho sborsato. 

— Povero diavolo ! disse Saint-Giare sogguardandolo con 
aria di motteggio; oppure voi me lo lascereste a tal prezzo 
•soltanto per farmi piacere! 

— Si, signore; la vostra signorina ne sembra pazza, il 
che è affatto naturale. 

— Non lo nego, amico mio; essa implora la vostra bene- 
volenza. Ora, per carità cristiana, di quanto ribasserete le vo- 
stre pretese per questo negro In favore d'una signorina che 
ne è pazza? 

— Esaminatelo attentamente, riprese il mercante; tenete 
calcolo di quelle membra, di quel torace, di quella forza da 
cavallo, di quella testa sviluppata. Le fronti alte sono sempre 
indizio di negri calcolatori ed atti a tutto. Un negro cosi vigo- 
roso costa sempre assai caro, anche qualora sia un idiota. Ma 
se possiede Tattitudine al calcolo ed altre qualità, allofa il suo' 

• prezzo cresce in proporzione. Ora, ed io posso provarvelo, que- 
st'uomo è fornito di una grande intelligenza; egli ha ammi- 
nistrati i tenimenli del suo padrone é palesò sempre le dispo- 
sizioni più straordinarie pel maneggio degli affari 

— Tanto peggio, tanto peggio, replicò Saint-Giare cdtvvt^- 
nia; egli sa troppe cose e non nesdtk «\;v\ ^ w\3^\^ $!\\i\sss^^' 



22 

Queste creature tanto abili sono sempre pronte a scappare, a 
rubare i cavalli, a fare il diavolo a quattro. Voi dovreste dimi- 
nuire il prezzo di almeno duecento dollari in vista delle 
troppo squisite qualità della mercanzia. 

;— Ciò cbe voi dite è generalmente abbastanza giusto; ma 
bisogna altresì che mettiate in bilancia il carattere di Tommaso. 
Io sono in situazione di potervi mostrare jdei certificati che 
provano come egli sia effettivamente pio> fedele e colmo di 
virtù. Nel suo paese lo si chiamava il predicatore. 

— Ne potrei dunque fare il mio cappellano! Ecco un 
buon pensiero. La religione è una derrata assai rara a 
casa mia. 

— Voi scherzate. 

-r Cosa ne sapete voi? Voi me lo date dunque come un 
predicatore? Sarei curioso di sapere innanzi a qual sinodo 
od a qual concilio egli abbia passati gli esami. Mostratemi 
dunque le vostre carte. 

11 mercante di schiavi era vicino a perdere la pazienza; 
ma egli indovinava dalTammiccamento degli occhi del suo in- 
terlocutore cbe 1 motteggi , pei quali si sentiva quasi spinto 
a mostrarsi offeso , avrebbero finito coirìmpinguare i profitti 
a favore della sua cassa. Egli svolse dunque con tranquillità 
il suo portafogli sulle balle di cotone , e passò lin rivista le 
carte in esso contenute, mentre Saint-Clare lo contemplava 
con aria beffarda. 

Evangelina sali sopra una balla di mercanzia e si attaccò 
al collo ;del padre dicendogli: 

— > Papà compratelo a qualsiasi prezzo; voi avete sufficiente 
denaro, lo so; io voglio averlo. 

— Perchè, mia carina? Hai tu forse intenzione di adope- 
rarlo a guisa di un bamboccio o di un cavallo di legno? 

— Io voglio roderlo felice. 

— Ecco decisamente uno strano motivo. 

II mercante di schiavi presentò un attestato firmato Shel- 



25 

by. Saint-€Iare lo prese colPestremità delle dita e lo percorse 
con indifferenza. 

— Ciò è scrilto assai bene e da un uomo ben educato, 
disse egli^ ma la pietà di questo negro mMnquieta. Il paese 
è ingombro da bianchi che sono possessori d^una pietà ecces- 
siva ; noi abbiamo degli uomini pii per candidati alle prossime 
elezioni; vi è in ogni classe di persone una tale abbondanza di 
religione, che oramai non si sa più adii fidarsi. Siccome è qual- 
che tempo che non. ho letti giornali, cosi non so il prezzo 
attuale della religione ed a quanto si possa esitarla; ma in 
eonchiusione qual valore attribuite alla religione del vostro 
Tommaso? 

— Voi vi beffate di me, riprese il mercante; ma permet- 
tetemi ch^ io faccia una distinzione. Vi sono delle congrega- 
zioni, delle assemblee, le cui salmodie, le cui preghiere, la 
cui pretesa pietà non sono che pura ipocrisia; ma v'hanno 
altresì dei negri e dei bianchi dotati d' una fede sincera, one- 
sti, fermi nelle loro convinzioni, che non commetterebbero 
un'azione cattiva per tutti i tesori della terra. Tommaso è di 
questo numero come lo attesta la lettera del signor Shelbj. 

— Se voi mi garantite, riprese gravemente Saint-Clare, 
ch'io sto per acquistare una pietà di buona lega e tale che me' 
ne sia tenuto calcolo in cielo come di una cosa che m'appar- 
tiene, io non guarderò ad un aumento di spesa. Che ne dite? 

— Io non garantisco niente, rispose Haley; io credo che 
ciascuno sia responsabile verso il cielo delle proprie opere, 
e the quelle degli altri non gli sieno d'alcun profitto. 

— E propriamente una disdetta il dover pagare, quando 
si compra un negro, un tanto pella sua religione, e il non 
poter rivenderla nel paese ove essa è più necessaria. 

Malgrado una tale osservazione, Saint-Clare levò dal suo 
portafogli alcuni biglietti che presentò al mercante. 

— Eccovi la sommai egli riprese; numerateli, vecchio mio, 

— 11 conto è giusto, dissfò Haley WeUsbVavù ^^ «w^ \s«x- 



24 

cato. Tolse poscia dalla tasca un vecchio calamajo d' osso^ e 
riempi gli spazii bianchi d'un contrailo di vendila, che rimise 
al compratore. 

— Sarei curioso di sapere a qua! somma mi si farebbe 
salire se venissi inventariato io slesso, riprese Saint-Giare dòpo 
aver gettato sbadatamente uno sguardo sul contratto trasmes- 
sogli da Haley. Tanto pel viso, tanto pelle braccia, pelle mani, 
pelle gambe, tanto per Teducazione, peliMstruzione, pelPin- 
telligenza^ pelPonestà^ pella religione. Non ci sarebbe, lo scom- 
metto, un grave aumento di prezzo per quest^ ultimo s^rticolo! 
Andiamo, Eva, mettiamoci -in cammino. 

Passando dinanzi a Tommaso lo toccò sotto il mento coi- 
Testremità del dito. 

-^ Guarda bene, disse Sain-Clare allo schiavo, e dimmi se 
il tuo nuovo padrone è di tuo gradimento. 

Era impossibile vedere quel bel volto, brillante di gio- 
ventù e di gajezza, senza provare una sensazione di piacere. 
Tomnpiaso avea le lagrime agli occhi quando esclamò dal fondo 
del cuore: — Glie Iddio vi benedica, o signore 1 

'. — Lo desidero, rispose Saint-Giare. Tu ti chiami Tommaso, 
non è vero? Sai tu guidare? 

— Sono pratico di cavalli, giacché il mio padrone ne al- 
levava. 

— Tu sarai il mio cocchiere, colla coedizione però di non 
ubbriacarti che una sola volta per settimana, salve sempre le 
grandi occasioni. 

Tommaso sì niostrò sorpreso ed anche offeso pelle parole 
•di Saint-Giare. 

— [o non m' ubbriaco mai, o signore, rispose seriamente 
lo schiavo. 

— Ognuno ripete la stessa canzone, Tommaso; ma dipende 
da te il provarlo. Se tu userai moderatamente del vino, sarà 
meglio per te e per me ^ del resto sono persuaso che tu abbia 
r intenzione di condurli a dovere. 



2i5 

— Voi potete contare su me, o signore. 

— Sarai contento del papà, disse Evangelina, egli è buono 
con tutti; soltanto si diverte a burlarsi delle persone. 

— Il papà vi ringrazia pel modo con cui io iodate, disse 
Saint-Giare sorridendo. Poscia facendo una giravolta sui calca- 
gni si apprestò a discendere a terra. 



CAPITOLO XV. 

Il nuovo padrone di Tommaso. 

Il filo deir esistenza del nostro eroe^ si trova oramai me- 
scolato a quello della vita di Saint-Giare. È quindi necessaria 
qualche srpiegaziene sul conto di quesr ultimo. 

Agostino Saint-Giare era figlio d' un ricco piantatore della 
, Luigiana. La sua famiglia traeva T origine dal Ganadà. Di due 
fratelli, il cui carattere era molto somigliante, Tuno avea fon- 
dato jaello Stato di Vermont un considerevole stabilimento^ 
r altro avea presa dimora nella Luigiana. La madre d'Ago- 
stino discendeva da una famiglia di protestanti francesi, che 
aveano emigrato air epoca in cui ebbe cominciamento la for- 
mazione della colonia. Essa non avea avuti che due figli. Que- 
gli di cui attualmente ci occupiamo , avea ereditato da sua 
madre una costituzione assai gracile, sicché dietro il consìglio 
dei medici era stato confidato ancora fanciullo alle cure dello 
zio, ed avea quindi passati i suoi primi anni nello Stato di 
Vermont, il cui clima freddo e salubre avea invigorito il suo 
' temperamento. 

Agostino Saint-Giare nella sua infanzia, s'era reso osserva- 
bile per un'estrema sensibilità, che ricordava piuttosto la dol- 
cezza femminile anziché la virile energìa. Tuttavolta il temi^o^ 
senza annientare simile disposizioive, V vi«i^<iW!ftfc\\v^ifc<^N.^^^ 



26 

un^ aspra corteccia^ attraverso la quale era difficile indovi- 
narne la sussistenza. Dotato di rara intelligenu. Agostino 
amava lanciarsi nel mondo delle idee^e non s^ occupava senza 
molta ripugnanza delle faccende positive della vita. Appena escito 
di collegio egli s'era abbandonato a tutta Teffervescenza d'una 
passione romanzesca per una donzella d' uno fra gli Stati del 
Nord, primeggiante tanto per Io spirito quanto per la bellezza. 
La sua ora era scoccata, quest'ora dell'amore profondo che 
consunta non torna più^ la stella era comparsa sull'orizzónte 
della sua vita, ma per ecclissarsi rapidamente. Dopo avere 
scambiata una sacra promessa, egli ritornò nella Luigiana per 
disporre ogni cosa pel suo matrimonio; ma mentre accarez- 
zava progetti di* felicità, le sue lettere gli furono rinviate, ed il 
tutore della sua fidanzata gli scrisse come questa fosse vicina 
a divenir la moglie d'un altro. Il suo dolore trascorse fino' ai 
delirio; ma egli fini col lusingarsi che un giorno avrebbe po- 
tuto esigliare dal suo cuore l'immagine della sua armante. 
Troppo fiero per chiedere spiegazioni egli si lanciò nel tur- 
bine del mondo, e quindici giorni dopo eh' ebbe ricevuta la 
lettera fatale Saint-Clare era l'amante riconosciuto della bella 
della stagione. Avea questa un volto grazioso, dei begli occhi 
neri pieni di fuoco, e centomille dollari. Egli sposò tutte que- 
ste cose, e generalmente Io si ritenne felice. 

I nuovi sposi passarono la luna di miele nella magnifica 
loro villa posta sulle sponde del lago di Pontchartrain, e fram- 
mezzo ad una vivace comitiva di amici. Un giorno, mentre il 
Saint-Clare trovavasi in numerosa compagnia, e largheggiava di 
spirito, gli venne recata una lettera, di cui riconobbe tosto il ca- 
rattere. Divenne pallido come la morte, ma serbò abbastanza 
sangue-freddo dal poter continuare con ammirabile disinvoltura 
i suoi galanti sollazzi. Alcuni momenti dopo egli sfuggiva dalla 
sala, e saliva alla sua camera per leggervi la lèttera, oramai 
peggio che inutile. La sua «x-fidanzata gli scriveva come fosse 
sì^t3 esposta ad una lunga persecuzione. Il suo tutore avea 



27 

un figlio pel quale volea serbata la mano della ricca eredi- 
tiera; era stato ordito un intrigo;. si aveano soppresse le let- 
tere d'Agostino. Essa gli avea scritto ripetutamente^ ed avea 
finito co] dubitare del suo amore e col cadere ammalata. 
Essa avea finalmente scoperto il complotto. La chiusa della 
lettera conteneva assicurazioni di eterna tenerezza, che rie- 
scirono più crudeli della morte al giovane sventurato. 

Egli rispose immediatamente. 

" Ho ricevuto la vostra lettera, ma troppo tardi. Avea cre- 
duto vero quanto mi si era scritto; io era disperato: Sono am- 
mogliato e tutto è finito. Dimentichiamoci. Ohimè! ecco tutto 
quanto ci è dato sperare! « 

Cosi ebbero fine per Saint-Clare V ideale ed il romanzo 
della vita^ da quel giorno egli si trovò legato al positivo. Egli 
era simile ai viaggiatore che contempli dalla sponda i flutti 
argentini sui quali stanno ondulando le navi colle candide 
loro. ali. Un momento dopo il riflusso le trascina lontano, le 
onde £(ì ritirano, e il viaggiatore non vede più al posto occu- 
pato dalle navi che un pamtano deserto, triste, nauseante, la 
coi spiacente realtà annienta ogni poetica fantasia! 

Ordinariamente nei romanzi gli eroi che hanno il cuore 
straziato soccombono al peso dell'amoroso loro martirio; ma 
nella vita positiva è difficile che si muoja quando si spegne in 
in noi ciò che dà maggior vaghezza alPesistenza. Bisogna man- 
giare, bere, vestirsi, passeggiare, far visite, vendere, comperare, 
ciarlare , leggere , e queste importanti occupazioni ci fanno 
passare il tempo; quando la parte morale del nostro essere 
è stata colpita mortalmente abbiamo ancora la vita esterna e 
nói ne approfittiamo. L' angoscia non uccise Agostino. Se sua 
moglie avesse avute le preziose qualità che talora si trovano 
nel gentil sesso, essa avrebbe potuto forse rannodare le fila 
infrante della esistenza di Saint-GIaire e comporne un tessuto 
d'orp e di seta; ma essa non s'immaginava neppure che vi fos&e. 
qualche cosa di spezzato del cuore del manVoX^vci^V ^iJs^Sv^- 



28 

mo già detto, dei gentili ]inean>enti, degli occhi neri e cento 
mille dollari componevano tutt^ intera la Maria Saint-Giare. 
Essa non possedeva nulla di quanto occorre per poter guari- 
re dalle sue ferite uno spirito soffrente. Quando si trovò Ago- 
stino steso sul sofà della sua stanza^ e quando per giustificare 
la sua livida pallidezza egli accampò il pretesto di un violento 
male alla testa^essa gli raccommandò di respirare il fumo del 
corno di cervo abbrucciato. Il pallore ed il male alla testa con- 
tinuarono per molti giorni, per mólte settimane, e Maria non 
cessava dal ripetere^ che non. avrebbe mai creduto il marito 
tanto malaticcio; che sembrava andasse soggetto ai mali di 
capo; che ciò era assai desolante per lei poiché egli non avrebbe 
potuto condurla nelmondo; che dovea parere una cosa strana 
il saperla quasi sempre sola dopo un mese di matrimonio. ' 
Agostino si congratulava seco stesso d^ avere una moglie 
sì poco veggente e non le augurava una mag:giore penetrazio- 
ne; ma quando le feste e le visite della luna di miele ebbero 
compito il loro corso ^ egli s' avvide come una bella giovane, 
adulata e viziata fino dalFinfanzìa, p/btesse divenire in seno aiIa 
famiglia una padrona sufficientemente tirannica. Maria non 
era mai stata suscettibile d'una viva e sincera affezione. La poca 
sua potenza sensitiva era stata assorbita da un profondo egoi- 
smo, che la rendeva inetta ad apprezzare il merito degli altri^ 
« la chiudea in un' enfatica idolatria di sé stessa. Essa era 
sempre stata circondata da schiavi che non pensavano ad al- 
tro che ad appagare i di lei capricci, ed il pensiero ch'essi po- 
tessero avere dei sentimenti e dei diritti non le era mai sorto 
in mente, neppure confusamente ed alla sfuggita. Suo padre, 
di cui era Tunica figlia, non le.avea mai rifiutato nulla di 

* 

quanto stesse nei limiti deJTumano potere. Quandò.essa, bella, 
ricca, squisitamente educata, fece il suo ingresso nel mondo, 
vidde sospiranti ai suoi piedi i giovani più distinti e più alla 
moda , sicché rimase convinta che Agostino ottenendo la sua 
mùno fosse stato il più avventurato dei mortali. 



«9 

Sì cade in inganno quando si crede che una donna senza 
cuore abbia ad essere di facile accomodamento in fatto di afUtr 
zioni. Essa esige l'amore colPavidità d'un' implacabile credi- 
trice^ meno è amabile più vuol essere amata. La gelosia 
prende nella sua anima tanto posto quanto l'egoismo. Saint- 
Giare ei*a gentile colle signore^ egli prodigava ad esse per 
abitùdine le premure più delicate. La sua sultana ne provò 
rancore. Vi furono lagrime, stizze, tempeste, accessi di collera. 
Saint-CIare cercò di tranquillare sua moglie con dolci parole e 
con regali, e quando questa lo rese padre egli provò momenta- 
neamente per essa un sentimento che rassomigliava la tenerezza. 

La madre di Saint-CIare era stata una donna distintissi- 
ma per la purezza del cuore e per 1' elevatezza delle idee. 
Saint-Giare sperò che queir angelo fosse per rivivere nella 
nipotina, a cui diede il nome della madre. L'affetto da lui mo- 
strato pella piccola Evangelina eccitò il malumore di sua mo- 
glie. Essa si lagnava , quasi fosse rapita a lei la tenerezza 
che Saint-CIare nutriva per sua figlia. La salute di Maria, 
andò sensibilmente declinando dopo la nascita d' Evangelina. 

L'inerzia costante dello spirito e del corpo, la noja, il cat- 
tivo umore, le fisiche conseguenze del parto, tramutarono 
rapidamente là giovane e bella creatura in una donna gial- 
lastra ed avvizzita, perseguitata da una folla di malattie im- 
maginarie, e comjpletamente disposta a considerarsi come la 
più misera fralle umane creature. Essa non cessava di la- 
mentarsi assalita da ogni specie di mali , e particolarmente 
dal mal di capo, che la affliggeva regolarmente almeno tre 
volte per settimaiui. Allora Maria non esciva di camera, e tutte 
le faiceende di eaaa ricadervano esclusivamente a carico "dei ser- 
vi La foinigliA ài Salot-Ciare era quindi mal regolata. La sua 
qdìqi figlia, d'^ttiui costituzione estremamente delicata, potea 
essere U titllma dell'incapacità d'una madre indifferente. In 
nn viaggio d» lui fatto a Vermont, avea condotta seco Evange- 
lina, ed ayéa fatto risolvere la cugina Ofelia S^v\\VO:^\^ %. a%- 



52 

pinione pubblica si divise su questo importante argomento. 
Gli uni ammettevano che le circostanze potesisero benissimo 
giustificare questa pompa^ e che per questa volta non vi fosse 
nulla a ridire. Altri invece sostenevano che si sarebbe meglio 
operato se si avessero inviati i cinquanta dollari alia società 
delle missioni. Del resto Pammirazione era unanime per una 
veste di seta che stava in piedi da sé, e»per un para-sole spe- 
dito da Nuova- York. Si citava altresì un fazzoletto da tasca 
ornato di merletti^ e si osava sospettare che gli angoli ne fos- 
sero ricamati^ ma quest'ultima circostanza non fu mai preci- 
sata regolarmente, ed è ancora argomento d'incertezze. 

Miss Ofelia, quale la vediamo a bordo del battello a va- 
pore, era vestita con un abito da viaggio di tela oscura. Essa 
era grande, robusta, angolosa. Avea lineamenti asciutti ed 
acuminati, labbra strette indicanti risoluzioni immobili. I suoi 
occhi neri e penetranti scorrevano con inquieta espressione 
su quanto la circondava^ quasi cercasse qualche cpsa da met- 
tere in ordine. Tutti i suoi movimenti erano bruschi^ energici, 
risoluti. Essa parlava mal volentieri, e tutte le sue parole 
colpivano nettamente la mira. In tutte le sue abitudini era. 
un tipo d'ordine, di metodo,' di esattezza. Precisa come un 
pendolo, inesorabile come una locomotiva,. essa nutriva un 
sovrano dispregio per tutti i caratteri differenti dal suo. La 
fatuità, la leggerezza era ai suoi occhi il più grosso dei pec- 
cati, Tabominazione della desolazione. Quando avea giudicato 
qualcuno come leggiero ed incoerente, non v'era più per co- 
stui speranza di salute. Essa sprezzava chiunque non s^vviava 
verso uno scopo disegnato • senza scostarsi mai dalla linea 
retta. Le persone oziose, o quelle che non sapevano esatta- 
mente quanto avessero a fare, o che non battevano la vìa più 
breve nel realizzare i propri progetti, erano affatto indegni 
della sua stima. Non si compiaceva neppure di esternar loro 
con parole il suo malcontento^ ma li trattava con agghiac- 
ciante freddezza, colla più austera rigidezza. 



35 

Per quanto riguarda la parte intellettuale^ Miss Ofelia avea 
una mente attiva, limpida e vigorosa. Conosceva bene la storia 
e gli antichi classici inglesi^ ed i suoi pensieri, fatta astrazione 
dalla strettezza dei limiti in cui erano circoscritti, non manca- 
vano dì forza. Le sue opinioni religiose erano formulate net- 
tamente, contrassegnate ed inventariate minuziosamente, di- 
sposte in órdine come il suo equipaggio. Essa ne avea stret- 
tamente un dato numero che non dovea essere oltrepassato. 
Avea altresì delle idee determinate sulla vita pratica, sui diversi 
rami delPeconomia domestica, sugli affari politici, ristretti però 
alla circonferenza del paese natio. Il suo pregio principale si 
era quello d'essere coscienziosa ^ era questo il principio do- 
m'inante del suo essere, come della maggior parte delle donne 
della Nuova-Inghilterra. La coscienza entrava nella conforma- 
zione morale di Ofelia come in quella del globo lo strato di 
granito, di cui si constata resistenza tanto nelle cavità più 
profonde quanto sul vertice delle più alte montagne. 

Miss Ofelia era la schiava sommessa del dovere. Il fuoco 
e Tacqua non sarebbero stati capaci di disviarla, quando era 
^sicura, *per usare la sua frase favorita, di camminare nel sen- 
tiero del dovere. Essa sarebbe andata a gettarsi in un pozzo 
ed avrebbe affrontata la bocca fulminante di un cannone, se le 
si avesse dimostrato che questi due oggetti erano sul^ sentiero 
da lei prediletto. S'era dessa formato un ideale di giustizia e 
di perfezione tanto sublime, tanto perfetto, dal farle sentire 
rimpossibilità di raggiungerlo malgrado gli sforzi più eroici, 
e dal lasciarla sempre inquieta in balia al sentia\ento della 
propria insufficienza. La fragilità umana non otteneva mai da 
lei la più leggera concessione. Queste sue abituali disposizioni 
servivano a dare alla sua pietà un'apparenza austera e quaisi 
tetra. 

Ma come miss Ofelia poteva simpatizzare con Agostino Saint- 
Giare , ascetico , tollerante, schernitore, irregolare in tutte le 
sue abitudini? La ragione ne è affatto sew\^\teft-.^^%^\tt^xtìaH^ 

Fot. IL ^ 



54 

sinceramente. Durante Tinfanm del cugino, era stata dessa. 
che gli avea insegnato il catechismo^ che avea racconciati i 
suoi vestiti , che gli avea prestate tutte le cure richieste da 
quell'età innocente. Ofelia nutriva per Saint-Clare una vera 
affezione, di cui questi avea saputo, trar partito per persua- 
derla che il sentiero del dovere correva dritto verso la Nuova- 
Orleans^ e che perciò essa era forzata a recarsi colà per sor- 
vegliare Teducazio^ne di Evangelina, e per salvare la famiglia 
dal disordine alla quale era esposta, per le frequenti malattie 
dalla moglie jdi Agostino.' Il cuore di Ofeìia fu tocco dall' idea 
di una casa, di cui nessuno si prendeva pensiero. Quantunque 
considerasse Agostino presso a poco come un pagano, pure avea 
per lui delPinteressamento, rideva dei suoi motteggi^ preve- 
deva i suoi errori e vi poneva ostacolo , forse più frequenti 
volte di quanto potessero supporlo coloro che lo conoscevano. 
I nostri lettori potranno giudicar meglio miss Ofelia dalle 
sue azioni. Noi ia troviamo assisa ancora nella camera da essa 
occupata durante il* tragitto^ è circondata da una quantità dì 
borse da viaggio, di scatole, di canestri^ che si affretta di at- 
taccare assieme col mezzo di alcune cordicelle. * ^ 

— Andiamo, Eva, numerate i vostri effetti^ voi non ci 
avete ancora pensato^ ne sono sicura^ siete stordita come lo 
sono tutti i fanciulli. La bórsa di lana colorata e la scatola 
azzurra «he contiene il vostro cappello, fanno due, la valigia 
di caQutchouCy tre, la mia cassetta da viaggio, la mia scatola 
di cartone, quella pei merletti, fanno sei, la piccola valigia di 
cuojo, sette. Dove avete posto il vostro ombrello? Datemelo 
che lo involgerò nella carta e lo unirò al mio . . . 

— Ma, cugina mia, a quale scopo tutto questo? Siamo alla 
porta di casa ... 

— Bisogna aver cura dei propri effetti, mia cara, se non 
si vuol perderli. Cosa avete fatto del vostro ditale? 

— Non lo so, cugina mìa. 

— Cerchiamolo; guardiamo prima nella vostra cassetta da 



5S 

lavoro. Un ditale, della cera, due cucchìaj, le forbici, un tem- 
perino, un cartoccio d'aghi... ecco che non manca nulla. Che 
facevate, figlia mia, quando viaggiavate con vostro padre? . . . 
Sono sicura che smarrivate la metà dei vostri effetti. 

— ' É vero, cugina mia^ ma il papà me ne comprava degli 
altri appena ci fermavamo in qualche luogo. 

— Misericordia 1 qual modo di conìiursi! 

— Era però un sistema assai comodo, cugina mia. 

— Si, ma d'una leggerezza imperdonabile, riprese miss 
Ofelia. 

— Ma, cugina mia, ripigliò la fanciulla, cosa farete ades- 
so? Questa valigia è troppo piena perchè la si possa chiudere . . . 

— Bisogna che essa si chiuda, disse miss Ofelia con tuono 
imperioso e gravitando ^con tutta la persona sul coperchio. 
Pure, ad onta di reiterati tentativi, si travedeva ancora una 
lieve fessura fra il coperchio e la parte inferiore. 

— Eva, salite qui anche voi l gridò la coraggiosa Ofelia. 
Questa valigia dev'esser chiusa colla chiave, non v'ha che direi 

^La valigia, intimorita forse da quest'ostinata pei*severanza, 
•fini col cedere. La toppa trepitò quando la chiave entrò nel 
buco della serratura. Miss Ofelia girò la chiave e la mise 
poscia con aria di trionfo nelle sue tasche. 

— Ora. eccoci pronte. Dov'è il papà? . . . Credo che sarebbe 
tempo di far trasportare i nostribagagli... Vedete voi il papà, 
ragaz^ mia? 

•— Si, è là basso nella cabine dei signori occupato a man- 
giare un arancio. 

— Egli non sa^;he siamo leste. Non sarebbq opportuno 
che andaste ad avvertirloé 

— Il papà non ha mai premura, disse Evangelina^ e poi non 
siamo ancora arrivati al luogo di sbarco. Ponetevi alla fine- 
stra, cugina mia^ ecco, all'estremità di quella strada, la no- 
stra casa. 



56 

[I piroscafo si apriva intanto un passaggio fra le barche che. 
ingombravano gli approcci della sponda. Evangelina numerava 
con gioja i campanili, i monumenti, gli edificii che le faceano 
riconoscere la sua città natale. 

— Si, si, cara mia, disse Ofelia, tutto ciò è sicuramente 
magnifico... Ma misericordia! il battello è fermato... ov'è 
vostro padre? 

II tumulto abituale d'uno sbarco successe a queste parole. 
Dei domestici sì misero a correre per ogni parte, dei facchini 
sMmpadronirono delle valigie, delle casse, delle borse da viaggio, 
delle donne si misero a chiamare ansiosamente i loro piccini, 
ed ognuno accorse poscia verso il tavolato che metteva alla riva. 

— Volete che prenda la vostra valigia , o signora ? 

— Desiderate che vi porti queste borse? 

— Ciò tocca a me, signora. 

— Ne, signora, vi porterò io tutto ciò a terra. 

Tali furono le parole da cui venne assalita miss Ofelia , 
la quale^ dopo aver disposti i suoi effetti in linea di battaglia, 
sembrava pronta a difenderli fino alla morte. Diritta come^un 
ago infisso in una tavola, lenendo alfa mano il suo fascio d'om- • 
brelle, essa rifiutò i servigi che le venivano offerti con una 
risolutezza, che sarebbe stata sufficiente a sconcertare un coc- 
chiere di fiacre, 

— Ma che fa dunque il vostro papà? diceva dessa ad Evan- 
gelina; egli non è sicuramente caduto nel fiume. Eppure bi- 
sogna che gli sia arrivato qualche cos2^. . . In verità comiticiT) 
ad essere inquieta. 

In que^ mentre Saint-CIare s'avviciffò con passo lento, 
e diede a sua figlia uno spicod'araflcio dicendo: 

— Ebbene, cugina mia, ritengo che siate pronta? 

— Se io sono ! È quasi un' ora che vi aspetto. 

— La carrozza ci attende, non c'è più folla, e noi possiamo 
adesso andarcene tranquillamente senza pericolo d'essere ur- 
tati. Qui^ cocchiere! Porta via questi bagagli i 



57 

— Corro a veder se sanno collocarli debitamente nella car- 
rozza, disse miss Ofelia. 

— Bah! a qua! prò? riprese Saint-Clare. 

— Ad ogni modo io voglio tener con me questo, questo 
e poi questo . . . disse miss Ofelia mettendo in disparte tre 
scatole ed una borsa di lana. 

— Non bisogna recar fra noi le abitudini delle verdi mon- 
tagne, cugina mia. Piegatevi un po' alle costumanze del Sud 
e non passeggiate intorno con tutti questi fardelli j che vi 
danno Tarla d'una cameriera. Dateli al cocchiere ^ esso li 
porterà in carrozza con tanta cura come se fossero uova. 

Miss Ofelia gettò uno sguardo di disperazione sovra Ago- 
stino che le rapiva i suoi tesori; ma essa trovò un refrigerio 
nel pensare che in carrozza le sarebbero tornati vicini. 

— Dov'è Tommaso? chiese Evangelina. 

— Sul sedile, rispose Saint-Clare. Io voglio dargli il posto 
dell' ubbriacone che ci ha rovesciati qualche tempo fa. 

— Oh ! Tommaso sarà un eccellente cocchiere, disse Evan- 
gelina, io so che non beve mai. 

La carrozza si ferm^ dinanzi ad una vecchia casa, co- 
strutta con uno stile metà francese e metà spagnuolo, coma 
se ne vedono ancora in diversi quartieri della Nuova-Orleans. 
Il cortile, a cui si giungeva per mezzo d'una porta centinata, 
era perfettamente quadro, ed avea all'ingiro portici moreschi. 
Sottili colonne sostenevano delie loggie dipinte ad arabeschi, che 
richiamavano al pensiero le splendide ricordanze del dominio 
degli Arabi nella^ Spagna. Questo cortile accennava ad evi- 
denza come fosse stato cosi designato per soddisfare i ca- 
pricci d'un uomo volutttoso ed amico del pittoresco. Uno zam- 
pillo d'acqua si slanciava dal centro in pioggia d'argento, e 
ricadeva in un bacino di marmo contornato da larghe zolle 
di viole odorose. Migliaja dì pesci dorati, scintillanti quasi 
gemme viventi, nuotavano nell'acqua del bacino ^VvKv^SSsa^ 
come UB cristallo. II pavimento alloruo aA\^ l!W^ia3ft3k^^^V^^- 



58 

malo da un mosaico a disegni fanlastici. AI confine di questo 
si stendevano tutto air ingiro delle zolle erbose, folte ed unite 
come un verde velluto. Una strada carrozzabile scorreva lun- 
ghesso i portici. Due grandi piante d'arancio, coperte di fiori, 
projettavano su tutto questo assieme un' ombra deliziosa. Dei 
vasi di marmo^ dispostf in cerchio intorno al terreno erboso 
e scolpiti come quelli dell' Alhambra, contenevano i fiori più 
vaghi dei tr.opici. Degli enormi melagrani dalle lucide foglie 
e dai fiori scarlatti, dei geranii , dei rosai pieganti sotto il 
peso delle balsamiche loro fronde, dei gelsomini d' Arabia 
dal fosco fogliame sparso di stelle argentine, dei gelsomini 
gialli, delle verbene^ confondevano i loro profumi e le loro 
ombre. Qua e là dei vecchi aloè innalzavano bizzarramente le 
massiccie loro foglie, e sembravs^no contemplare alteramente 
la gracile vegetazione dei fiori da cui erano circondati. 

Tutti i portici erano addobbati da arazzi a dis^ni e tinte 
orientali, che potevano essere abbassati a volontà onde inter- 
cettare i raggi del sole. L'apparenza di tutta quella dimora 
era sontuosa e romanzesca. 

Quando si scese dalla carrozza, Evangelina in estasi sem- 
brava un uccelletto nell'atto di sfuggire dalla gabbia. 

— Non è magnifica la mia casa? diss'ella a sua cugina. 

— £ graziosa senza dubbio, rispose miss Ofelia, ma essa 
ha un' apparenza soverchiamente pagana. 

Tommaso, appena si calò dal sedile, volse intorno a sé 
degli sguardi pieni di ammirazione. Assaporò con calmd le 
splendidezze che s' offrivano alla sua vista. Bisogna rammen* 
tarsi che il negro trae la sua origine dafle più fertili e più 
belle contrade del mondo. Esso ami con passione lo scintil- 
lante, il ricco, lo strano. Questa passione, alla quale s'abban- 
dona senza ritegno, e che non è moderata e diretta dal gu- 
sto , gli vale spesso^ i motteggi della razza bianca più fredda 
e più riflessiva. 

^int-Clare sorrise pel giudizio recato da miss Qfelia in- 



59 

torno la di lui proprietà, e volgendosi verso lo schiavo , la di 
cui fisonomia ^a radiante di piacere, gli disse : 

— Tommaso^ amico mio^ ciò ti va a genio ? 

— Si, signore -, mi pare che tutto questo sia assai bello. 
Intanto una folla di servitori di tutte le età e di tutte le 

corporature si protendevano dalle logge, dal piano terreno^ 
dal primo piano per vedere a rientrare il loro padrone, in- 
nanzi tutti eravi un giovane mulatto, che sembrava un perso- 
naggio d' importanza^ a giudicarlo dalla squisitezza della sua 
toilette, dalle sue vesti tagliate air ultima moda^ e dal profu- 
mato fazzoletto di tela batista che gl'ingom brava graziosamente 
la mano. Questo dignitario chiamato Adolfo, facea ogni sforzo 
per respingere la moltitudine accalcata nel vestibolo. 

— Indietro 1 Indietro tutti i gridava egli imperiosamente. 
Voi mi fate vergogna davvero 1 Aver coraggio di importunare 
il vostro padrone nei primi istanti del suo ritorno 1 

Scossi da questa frase elegante, gli schiavi si recarono 
tutti ad una rispettosa distanza, tranne però due robusti gio- 
vinotti occupati a trasportare i bagagli. Grazie all'ordine in- 
trodotto da Adolfo, Saint-Giare rivolgendosi dopo aver pagato 
il cocchiere, non vide dinanzi a so che il signor Adolfo in 
persona, osservabile pella sua veste di raso, pella sua catena 
d' oro, pelle sue candide brache e per la squisita soavità dei 
suoi modi. 

— Ah 1 sei tu Adolfo ? disse il suo padrone tendendogli 
la mano , come stai ragazzo mio ? 

Adolfo cinguettò, con singolare prestezza di lingua, un 
discorso improvvisato, dietro il quale stava pensando da quin- 
dici giorni. 

— Va bene, va bene, disse Saint-Giare col suo solito tuono 
di negligenza e di motteggio^ la tua arringa è degna di elogi, 
Adolfo. Guarda di far mettere i Iiagaglì a posto. Fra un istante 
verrò a vedere i domestici. 

Egli introdusse miss Ofelia in una \8is\a «aNaiN ^\\s!S»sìte 



40 

Eva, leggera come un uccello, corse ad aprire la porta di un 
gabinetto, ove sovra un letto agiamo stava sdi^jata una donna 
grande, pallida, dagli occhi neri. 

— Mamma! esclamò Eva con trasporto gettandosi al collo 
di quella donna e baciandola ^ più riprese. 

La madre corrispose languidamente a quei segni d^affetto, 
e poscia disse: 

— Basta cosi^ figlia mia^ lasciami tranquilla che potresti 
farmi venire il mal di capo. 

Sopravvenne Saint-Clare che abbracciò sua moglie con un 
contegno ortodosso e completamente maritale, e le presentò 
miss Ofelia. Maria esaminò sua cugina con una certa curiosità, 
e raccolse con una gentilezza piena d'indolenza. 

Vn gruppo di domestici stava intanto accalcato alla porta 
del vestibolo ; fra questi una mulatta di età matura , di fiso- 
nomia simpatica, e palpitante d'ansia e di gioja. 

— Ecco Mammyi gridò Evangelina gettandosi nelle braccia 
della mulatta. 

Questa povera creatura non disse di aver male al capo, ma 
stripse al seno la ragazzina ridendo e piangendo in modo da 
far temere della sua ragione. Eva lasciò Mammy per abbrac- 
ciare un'altra, seguitando a compartire strette di mano e baci. 

— (n fede mia, disse miss Ofelia, i ragazzi del Sud fanno 
cose dì cui io non sarei capace. 

— : Che volete dire? chiese Agostino. 

— Io sono buona con tutti, e non vorrei nuocere a chic- 
chessia; ma in quanto a baciare .... 

— Dei negri? Voi non sapreste piegarvi? 

— Precisamente. Come mai può essa far ciò? 
Saint-Clare sì pose a ridere, e andò a salutare i numerosi 

domestici che lo aspettavano. • 

— Olà! venite tutti, Mammy, Jimmy, Polby, Sukey! gridò 
egli stringendo la mano a questi ed a quelli; siete dunque 
contenti di rivedere il vostro padrone? In guardia i ragazzi! 



41 

aggiunse egli urtando un fanciullo nericcio che 31 trascinava 
a carpone. Se per. accidente calpesto alcuno che mi si avverta. 

Gli schiavi risero fino alle lagrime, e ringraziarono Saint- 
Clare che distribuiva loro della piccola moneta^ poscia se ne 
andarono seguiti da Evangelina che portava nella sua borsa 
delie mele, delle noci, dei nastri, degli zuccherini, dei merletti, 
dei balocchi d'ogni sorta, comperati per viaggio. 

Tommaso, alquanto imbarazzato, stava in un cantuccio, 
mentre Adolfo appoggiato alla balaustrata della scalalo con- 
templava colPocchialino, e con un'aria che avrebbe fatto onore 
ad tin damerino. 

^- Ebbene, facchino, gli disse Saint-Giare portandogli via 
r occhialino, è questo il modo di guardare chi è venuto con 
me? Gos'è dunque questa bella veste di raso ricamato? Direi 
quasi che essa è mia! 

— Ohi padrone, disse Adolfo; essa era tutta macchiata di 
vino, e voi non avreste potuto portarla decentemente. Non era 
più adattata che per un povero negro cidme me. 

Adolfo pronunciando queste parole fé' ondulare graziosa- 
mente la testa, e lisciò colla mano i suoi capelli profumati. 

— Giò che è fatto è fatto , riprese Saint-Giare. Io adesso 
presenterò Tommaso alla tua padrona, e tu lo condurrai poscia 
in cucina. Guardati bene di fare il prezioso con lui, giaCbhè 
vale due farfallini tuoi pari. 

— 11 padrone si compiace sempre dì scherzare, disse 
Adolfo sorridendo: io sono felice di vederlo d'umore tanto 
allegro. 

— Seguimi Tommaso, disse Saint-Giare. 

Tommaso entrò neirappartamento. I molli tappeti, gli spec- 
chi, i quadri, le statiie, le cortine, lo colpirono di meraviglia. 
Restò stupefatto come la regina Saba al cospetto di Salomone. 
Egli osava appena di porre i piedi a terra. 

— Maria, disse Saint-Giare a sua moglie; io vi ho compe- 
rato finalmente un bravo cocchiere. ^ouV\\^ì\^\i<^^^^^^ 



44 

CAPITOLO XVI. 

La Padrona di Tommaso. 

♦ 

— Oramai, o Maria, disse Saint-Clare, sorgeranno per voi 
dei giorni felici. La vostra cugina della Nuova-Inghilterra è 
una donna esperta, ed intelligente. Essa vi terrà sollevata da 
tutte le faccende della casa, regolerà le nostre spese , vi per- 
metterà di starvene tranquilla, e vi lascerà cosi tutto il tempo 
libero per farvi giovane e bella. Bisognerà cominciare col con- 
segnarle solennemente le chiavi. 

SainfrClare teneva questo ■ discorso, alcuni giorni dopo 
r arrivo di miss Ofelia, mentre faceva colezione. 

— Essa è ìa ben venuta, disse Maria appoggiando svoglia- 
tamente il capo alla su» mano. Io credo ch^essa s^ avvedrà 
essere qui le padrone che sono schiave. 

— Oh certamente ! se ne avvedrà, e scoprirà inoltre molte 
altre verità.. 

— Ci si rimprovera di tener degli schiavi, quasi ciò ridon- 
dasse a nostro vantaggio 1 disse Maria. Il nostro vero interesse 
ci consiglierebbe invece di dare loro la libertà. 

Evangelina fissò sulla madre i suoi grandi occhi pieni di 
gravità, e disse ingenuamente : 

^- Perchè dunque li conservate? 

. — Non saprei dirlo, giacché mi tormentano la vita. Sono 
dessi, ne sono sicura, che* mi fanno ammalare. Ah !: quali es- 
seri insopportabili ! 

— Da qual mosca siete stata punta questa mattina ? escla- 
mò Saint-Clare. Voi siete ingiusta coi nostri negri. Mammy, 
per esempio, non è forse la più buona delle creature? Vi sa- 
rebbe possibile il farne s^nza? 

— Non nego che Mammy abbia delle buone qualità, ma 
come tutti qaelli del suo colore essa ha un egoismo ... ! 



45 

— Ah ! r egoismo è un gran difTétio ! disse gravemente 
Saint-Clare. 

— Non è un orrore, riprese Maria, che essa dorma tanto 
profondamente tutta la notte? Mammy sa ch^io ho bisogno 
quasi ogni momento di qualche cosa, eppure non si risolve 
mai ad escire dal letto. Se questa mattina sto peggio del so- 
lito, ne sono causa gli sforzi che ho dovuto fare per risve- 
gliarla. 

— Non ha essa passate molte notti vegliando al vostro 
letto? chiese Evangelina. 

— Come Io sapete voi ? disse Maria con asprezza : Mam- 
my s'è dunque lagnata? 

— Essa non si lamentò, mi disse soltanto che voi avete 
avuto delle notti cattive. 

— Perché Giovanna e Rosa non prendono il suo posto , 
disse Saint-Clare, onde lasciarle il tempo di riposare ? 

— Cosa vi vien in testa? Davvero, Saint-Clare, voi man- 
cate di riflessione. Io sono tanto nervosa dal non poter sop- 
portare il menomo rumore, e la presenza di una persona alla 
quale non fossi avvezza basterebbe per farmi cader in con- 
vulsione. Mammy si risveglierebbe più sollecitamente se mi 
portasse un po' più d' interessamento. Ho intwo a parlare di 
persone che aveano dei domestici ^affezionati ^ per conto mio 
sono ridotta ad invidiare questa loro fortuna. 

Maria sospirò. Mss Ofelia avea ascoltato questo dialogo 
senza prendervi parte. Essa volea, prima di formulare un'opi- 
nione, studiare le situazioni ed analizzare i caratteri. 

— Mammy ha qualche buona qualità, senza dubbio, ri- 
prese Maria: essa è sottomessa, rispettosa, ma è altresì. es- 
senzialmente egoista. Non può consolarsi d'essere separata 
del marito. Allorché venni , dopo il mio matrimonio , ad abi- 
tare la Nuova-OrleaiK, sentii il bisogno di condurla meco, e 
mio padre non potè far a meno di tenerne presso di sé il ma- 
rito, abile fabbro, i cui servizii gli erano \nd\s^w%^'^\X^^\ 



di persuadere Mammy «troncare definitivamente ogni rapporto 
col marito. Sono dispiacente di non aver insistito, giaccliè 
avrei potuto farle sposare un* altro 3 ma io sono tanto indul- 
gente ! Io dissi a^ Mammy che non dovesse sperare di rivedere 
il marito più d^una volta due durante il resto della sua 
vita 9 poiché Tarla del paese di mio padre essendo nociva 
alla mia salute, io non avea intenzione di ritornarvi. La con- 
sigliai a provvedersi al trimentij ma, lo credereste? ebbe il 
coraggio di respingere i miei suggerimenti l Io sola so fino 
a qual punto quella donna sia testarda 1 
— *Ha essa dei figli? chiese miss Ofelia. 

— Ne ha due. ^ 

— Essa dev* essere angosciata non potendo più vederli. 

— Io non poteva condurli meco. Erano due sucidi furfan- 
teUì, che mi faceano schifo al solo vederli, e che del resto le 
portavano via troppo del suo tempo. Credo che Mammy se- 
guiti a nutrire un segreto rammarico per tutta questa fac- 
cenda. Essa non volle maritarsi nuovamente, e quantunque 
sappia quanto mi sia necessaria se quanto sia rovinata la mia 
salute, pure sono sicura che, se lo potesse^ domani ritornerebbe 
presso suo marito. Ahi i migliori fra t negri hanno un egoismo 
spaventevole l 

— Non si può pensare a questo loro difetto senza fremere! 
' disse asciuttamente Sain-Clare. 

Miss Ofelia Io guardò attentamente. Egli avea il viso colo- 
rito dai dispetto, e le labbra corrugate da un sarcastico sor- 
riso. 

— Mammy è sempre stata la mia favorita, riprese Maria. 
Io vorrei che i vostri domestici del Nord potessero vedere le 
sue vesti di seta e di mussolina, i suoi fazzoletti di tela bati- 
sta. Qualche volta consumai metà della mia giornata per ac- 
conciarle i suoi cappelli. Sempre ben trattata , le sue spalle 

non sentirono ìa sferza che tre quattro volte in tutta la sua 
rita. Le do tutte le mattine del the d^\ ^^^ t^sW^ <ax\^^ ^ 



47 

col migliore zucchero bianco. È questo, senza dubbio, un so- 
vercliio abuso; ma Saint-CIare vuole che non si guardi af mi- 
nuto in fatto d^ alimenti; in cucina ciascuno fa quello che de- 
sidera. La verità si è che i nostri schiavi sono viziati, ed è 
forse un po' colpa nostra se si ha da rimproverar loro un si 
forte sviluppo d'egoismo. Ma ho parlato di ciò a Saint-Clare 
tante volte e sempre inutilmente che ne sono fradicia. 

— Lo sono io pure, disse Saint-Clare prendendo un gior- 
. naie. 

Evangelina avea ascoltata sua madre con quell'aria di mi- 
steriosa preoccupazione che le era particolare. 

Essa s'avvicinò dolcemente a Maria, e mettendosele in 
ginocchio dinanzi le disse: — Mamma, -non potrei assistervi 
io per una sola notte, niente più che per una sola notte? 
Sono certa che non imiterò i vostri servi e che non dor- 
mirò. Io passo spesso le notti vegliando e pensando.... 

— Quale pazzia l interruppe la madre. Tu sei una strana 
fanciulla! 

— Me lo permettete, madre mia? riprese con timidezza 
Evangelina. Mammy non istà bene; essa jeri m' ha detto che 
avea male al capo. 

— Ecco un nuovo capriccio di Mammy 1 Tutti questi ne- . 
gri si danno per morti appena abbiano il male più leggero 
alla testa d ad un dito. Non lo tollererò mai e poi mail Su 
questo rapporto ho principii inalterabili, e voi capirete bene, 
miss Ofelia, quanta sia la necessità di non lasciarsi rimovere. 
Se voi permettete che i vostri domestici si lagnino delle più 
leggere indisposizioni, dei minimi loro dispiaceri, ve ne mar- 
telleranno le orecchie dalla mattina alla sera. Dal canto mio non 
mi lamento mai; non v'ha alcuno che sappia quanto mi tocchi 
patire; credo che sia mio dovere sopportare pazientemente 

i miei mali, ed io lo adempio. 

Questa singolare conchiusione fé' bx'\\\vt^ \a.^Vfò ^'^^'«tr 
mente Degli occhi rotondi di miss OfeWa wiv^ ^QVcJv». ^«^\^v 



48 

sione di stupore che Saint-Clare non potè rattenersi dal dare 
in uno scoppio di riso. 

— Saint-CIar^ ride sempre quando parlo delia-mia cattiva 
salute! riprese Maria con voce da agonizzante. Desidero non' 
venga troppo presto if giorno che abbiano ad essere giustifi- 
cate le mie tristi previsioni! 

Maria si coperse languidamente gli occhi col fazzoletto: 
vi ebbe un momento di silenzio^ dopo il quale Agostino si alzò 
dalla sedia. Guardò il suo orologio^ e disse d'esser costretto ad 
escire per un affare importante. Evangelina lo segui. Maria e 
7ni$$ Ofelia restarono sole a tavola. La prima si affrettò, appena 
lo sposo fu fuori della stanza^ di abbassare il fazzoletto, divenuto 
oramai inutile poiché non ci fosse più il colpevole, a cui quel- 
la atteggiamento dovea servire di rimprovero e di condanna. 

— Ecco come mi tratta Saint-Clare, dissocila. Egli non si 
renderà mai ragiojde di quanto soffro, di quanto ho sofferto 
da molli anni. Se io fossi una di quelle donne che non ces- 
sano dal gemere, che non desistono dal gridare ad ogni mi- 
nima indisposizione, comprenderei la condotta di mio marito; 
un uomo si stanca facilmente d^una donna che sì lamenta 
sempre. Ma io ho taciute tutte le mie sofferenze, le ho corag- 
giosamente soffocate, e Sainl-Clare ha finito col ritenermi ca- 
pace dì sopportare ogni cosa! 

Miss Ofelia non sapeva esattamente qual risposta»dovesse 
fare alla cugina. Mentre vi meditava , Maria «i asciugò le la- 
grime e si rassettò le vesti , presso a poco come la colomba 
che liscia le sue piume dopo la tempesta. Essa entrò quindi 
in lunghe spiegazioni sugli armadi, sulle credenze, sulle bian- 
cherie, sulle dispense, che doveano, giusta il convenuto, es- 
sere affidate alla sorveglianza di miss Ofelia. Le sue racco- 
mandazioni, osservazioni ed ingiunzioni furono si complicate 
e molteplici, che avrebbero finito collo sconvolgere il cervello 
di qualsiasi donna, che avesse avuto minor sangua-freddo 
dclPindigena di Vermont. 



49 

. — Credo d'avervi detto tutto, aggiunse Maria. La prima 
volta che m'ammalerò, voi sarete in grado d'agire senza con- 
sultarmi. Abbiate rocchio fisso sovr'Eva; quella ragazza ha 
bisogno d'essere sorvegliai». 

— Mi sembra che abbia il miglior carattere del mondo. 

— Essa è estremamei^e bizzarra, disse la madre. Yi hanno 
in lef delle particolarità assai strane, che non posso compreu: 
dere. Decisamente essa non ha alcuna rassomiglianza con me. - 

Maria emise un profondo sospiro^ per indicare come questa 
le sembrasse la più infausta delle circostanze. Miss Ofelia 
pensò invece che fosse una fortuna per la figlia il non rasso- 
migliare alla madre^ ma la prudenza le vietò di formulare ad 
alta voce quest'opinione. 

— Eva ha sempre prediletta la compagnia degli schiavi ^ 
e ciò non presenta forse alcun notabile inconveniente. An- 
ch'io nella mia infanzia ho giocato coi piccoli, negri di mio 
padre ^ senza che me Ae sia proceduta alcuna cattiva conse- 
guenza. Ma Eva tratta da eguale ad eguale quanti l'avvicinano; 
è una strana mania che non ho potuto mai farle perdere^ e che 
sembra approvata da suo padre. Il fatto si è che Saint-(^lare 
invizia tutti, eccettuata sua moglie. 

Miss Ofelia seguitò a mantenersi in un sepolcrale silenzio. 

— Non v'è da fare che una sola cosa cogli schiavi, ve- 
dete cugina mia^ continuò Maria^ bisogna far sentir ad essi 
la loro inferiorità e tenerli ben bassi. Questo fu il mio si- 
stema fino dalla mia prima infanzia. Ma Eva è capace di in- 
trodurre il disordine in tutta una casa ; quando essa ^arà la 
padrona qui, non so cosa sarà per avvenire. Anch'io non desi- 
dero altro più vivamente quanto il poter esser buona versD i 
miei domestici -, ma fa d' uopo saperli tenere ai loro posto. 
Eva non solo ignora questo principio fondamentale^ ma non 
c'è neppur mezzo di farglielo capire. Non mi ha dessa propo- 
sto di- assistermi di notte per lasciar dormire Mammy? Ecì;^ 

un indizio di quanto farebbe se venisse abb^xn^^ti^Vd^^^^'^V^'^'^* 
roL II. ^ 



30 

— Ma suppongo, disse miss Ofelia, che voi consideriate i 
vostri schiavi come creature umane, che abbiano bisogno di 
riposo quando sono affaticate? 

— Sicuramente; io concedo, loro ed assai volentieri, tutto 
quanto può contribuire al loro benessere, purché ciò non si op- 
ponga al Padem pimento dei loro doit^ri. Io lascio che Mammy 
dorma quando ne ha tempo; essa non morrà, ve rassicuro, 
per mancanza di riposo^ giacché s'addormenta seduta» in piedi, 
camminando, ad ogni ora, dappertutto. Ma trovo decisamente 
ridicolo che si trattino gli schiavi come fiori- esotici o come 
vasi di porcellana. 

Maria sommerse nelle profondità di un voluminoso guan- 
ciale, aspirò il profumo d' una boccetta di cristallo piena di 
essenze odorose, e riprese con voce fievole : 

— Voi lo vedete, cugina Ofelia ^ io non parlo quasi mai 
di me 3 ciò noji entra nell» mie abitudini e non mi é punto 
gradevole; d'altronde non avrei neppure la forza di farlo. Ma 
io non sono d'accordo con Saint-CIare sui punti che vi ho in- 
dicati. Saint-Clare non mi ha mai compresa, non mi ha mai 
apprezzata; è questa la causa principale dei miei patimenti. 
Egli ha delle buone intenzioni, ne sono persuasa; ma gli uo- 
mini sono tutti essenzialmente egoisti, e mancano di riguardi 
verso le donne: tale almeno é il mio sentimento. 

Miss Ofelia, come la maggior parte delle sue concittadine 
della Nuova-Inghilterra, evitava con ogni cura di frammet- 
tersi alle querele di famiglia. Essa previde la minaccia di 
una pericolosa confidenza, e cercò di neutralizzarla col dare 
al suo volto un' espressione di fredda impassibilità. Perché la 
sua* neutralità risultasse più evidente trasse dalla tasca una 
calza, che tenea sempre in pronto per combattere l'ozio, e si 
mise a lavorare con energia. Le sue labbra chiuse non ave- 
vano bisogno di mcJdular parole per dir chiaramente — non 
cercate di farmi parlare; io non voglio prender parte alle 
rostro discordie. — 



8Ì 

Ad onta che miss Ofelia non palesasse maggior interes- 
samento di quanto ne avrebbe potuto mostrare una sfinge 
di marmo^ pure Maria non ne fu punto sconcertata. Essa avea 
trovata una persona a cui parlare, credeva che fosse suo do- 
vere il parlare, sicché prosegui il suo discorso dopo aver 
odorato nuovamente la sua boccetta da . profumi onde rimet« 
tersi in forza. 

— Vedete, cugina mia, diss'ella^ allorché io sposai Saint- 
Clare gli portai in dote i miei beni ed ì miei schiavi, ma ho 
conservato il diritto legale di usarne a mio gradimento. Saint 
Giare ha una fortuna e degli schiavi proprii, ed io sarei con- 
tenta se volesse applicare soltanto con quest'ultimi il suo 
sistema ^ ma egli si preoccupa anche dei miei negri. Egli ha 
idee strane sopra molti argomenti, e specialmente sul modo 
di trattare cogli schiavi. Questi lo mettono spesso in gravi 
imbarazzi, ed egli li sopporta. Saint-Giare ha a questo riguardo 
delle opinioni che decisamente mi fanno spavento^ egli ha 
ordinato che , qualunque cosa succeda, non si debba dare in 
tutta la casa un colpo di sferza che dalla sua mano o dalla 
mia. Ghe ne avviene ? Voi potete indovinarlo! Mio marito non 
batterebbe i suoi negri, neppure se lo calpestassero, e dal 
mìo lato sarebbe una crudeltà il pretendere da me un simile 
sforzo fisico. Gli schiavi, voi lo sapete, non sono alla fine che 
vecchi fanciulli. 

— Non so nulla, e ne rendo grazie al cieloj disse laconi- 
camente miss Ofelia. 

— Se voi rimanete qui finirete a saperlo a vostre spese. 
Voi non potete immaginarvi la sciocchezza irritante, la ne- 
gligenza, r ingratitudine di questi miserslbili. 

Sembrava che Maria avesse ricuperate miracolosamente 

le forze ed obbliata la sua situazione infermicela nel trattare 

« 

questo argomento. 

— Voi non avete idea, essa riprese, di quanto abbia ^l^t- 
nalmente a soffrire per causa loro una padtotv^CiX ^^^^.^\ 



52 . . 

lamento di ciò a Saint-Giare, ma a qual prò? Egli pretende 
che siamo noi che li abbiamo resi quali sono, e che bisogna 
quindi sopportarli colle loro imperfezioni. Egli sosHene che ì 
loro difetti provengono da noi, e che sareèbe quindi una 
cosa crudele il punirli per falli di cui siamo complici. Egli 
dice altresì che noi non ci condurremmo meglio se fossimo al 
loro posto: quasi si potesse paragonarli a noi! 

— Ma credereste per avventura che il Signore non abbia 
dato loro uh sangue eguale a quello dei bianchi? 

— Davvero che no! Quale ridicola idea! Essi apparten- 
gono ad una razza degradata. 

— Non credete voi forse che essi abbiano delle anime 
immortali? replicò miss Ofelia con crescente indegnazìone. 

— Sì, riprese Maria sbadigliando^ nessuno ne dubita ; ma 
volerli paragonare a noi, considerarli come nostri eguali/ ciò 
è pazza utopia. Saint-Clàre ha avuto coraggio di dire che 
dividere Mammy da' suoi figli era precisamente la stessa cosa 
che il dividere me dai miei. Quale assurdità! Mammy non 
può avere gli stessi .miei sentimenti, giacché, checché ne dica 
mio marito, noi differiamo essenzialmente Tuna dall'altra. 
Mammy può forse amare i suoi brutti bambocci come io amo 
Eva? Eppure Saint-Giare ha tentato persuadermi che fosse del 
mio dovere di rinviare Mammy alla sua famiglia ad onta 
della mia gracile salute! Era uno spingermi agli estremi... Io 
non faccio mai conoscere ciò che provo , ìo^ soffro in silenzio^ 
con rassegnazione, ma quando egli mi ha fatta questa pro- 
posta, oh! allora non potei far a meno di montar sulle furie. 
IDa quel tempo non me ne ha più parlato direttamente, ma si 
permette di quando in quando di farvi allusione; io m'avvedo 
eh' egli vi pensa sempre, e ne sono proprio stomacata ! 

, Miss Ofelia non osò rispondere a simili parole, ma la pre- 
dpitazione con cui agitava ì suoi aghi da calze aveva un' elo- 
quenza, che Maria non era atta a comprendere. 

— Voi vedete dunque, questa continuò^ quale sia la casa 



ss 

di cui assumete V amministrazione. Nessuna regola , nessun 
ordine; gli schiavi fanno sempre ciò che vogliono^ tranne ì 
pochi momenti che mi sento abbastanza in forze per occuparmi 
delle domestiche faccende. Qualche Volta adopero^il nervo dì 
bue^ ma troppo spesso la mia debolezza m'impedisce d'usarlo. 
Ab! se Saint-CIare volesse imitare gli altri proprietarjt 

— Che fanno dessi? 

— Essi mandano i loro negri alla Calebasse^ ove lì si 
sferza. È questo il solo mezzo dì venire a capo di questi mi- 
serabili: ah! come li farei arar dritti s'io non fossi una po- 
vera e debole creatura! 

— Ma Saint-Clare come fa ad esserne obbedito? Voi m'a- 
vete detto che egli non li bàtte mai. 

— Gli uomini hanno qualche cosa ch'impone, voi lo sa- 
pete; è loro assai più facile che a noi il farsi rispettare. D'altra 
parte se osserverete i suoi occhi direte anche voi che sembrano 
fiammeggiare quando egli parla con tuono risoluto. Colla inià 
collera ottengo meno di quanto Saint-Clare ottiene con uno 
de' suoi sguardi; ma voi v'avvedrete che è assolutamente im- 
possibile il domare i negri se non si adopera il rigore ; essi 
sono tanto cattivi, tanto furbi, tanta indolenti ! 

— E questa una vecchia canzone! disse Saint-Clare en- 
trando improvvisamente. Ohi avranno un grosso conto da re- 
golare il di del giudizio, massime in causa della loro inerzia 1 
Sono veramente indegni d'essere difesi, giacché Maria ed io 
oon diamo loro certamente cattivi esempi a questo riguardo ! 

Dicendo queste parole egli si distese sovra un canapè di- 
rimpetto a sua moglie. 

— Quanto siete cattivo, o Saint-Clare 1 

— lo credeva invece che voi avreste approvate le mie 
parole, giacché prestano appoggio alle vostre idee; mi sarei 
forse ingannato? 

— Sembra davvero che-voi desideriate vedermi di cattivo 
umore ! 



54 

— Che Dìo me ne liberi 1 fa caldo^ ed ho avuta appena 
adesso una lunga discussione con Adolfo, che m'ha eccessiva- 
mente stancato. Siate dunque amabile, ve ne prego, ed ono- 
rate d'un sorriso il vostro amico. 

— Adolfo cosa ha fatto di nuovo? chieste Maria. L'impudenza 
di questo mulatto sf è fatta insopportabile^ oh! m'incaricherei 
io di domarlo se lo avessi un istante sotto la mia direzione 1 

— Ciò che voi dite, mia cara, porta l'impronta della vostra 
solita perspicacia. Eccovi ciò che ha eccitato il mio malcon- 
tento: Adolfo si studia da tanto tempo di imitare le mie gra- 
zie e le mie perfezioni, che ha finito per credersi egli il pa- 
drone, ed io fui costretto d'avvisarlo del suo errore. 

— Ed in qual modo? chiese Maria. 

— Ho dovuto avvertirlo che avrei avuto piacere di conser* 
vare per mio uso almeno alcuno dei miei abiti. L'ho pregato 
d'essere men prodigo d'acqua dì Colonia e di contentarsi sol- 
tanto d'una dozzina dei mfei fazzoletti di tela batista. Adolfo 
s'approfittava di tutto questo con una petulanza, che ho dovuto 
reprimere con rimproveri coiìipletamente paterni. 

— ^"Oh! Saint-Clare, quand'è che tratterete i vostri dome- 
stici come conviene? La vostra indulgenza a loro riguardo è 
decisamente abbominevole. 

-^ Ma alla fine che male c'è se questo povero diavolo 
cerca di rassomigliare al suo padrone? Se, per mancanza di 
una conveniente educazione, egli fa consistere la sua felicità 
in acqua di Colonia ed in fazzoletti di t^la batista, perché^ noq 
dovrei io donargliene? 

— Ma perchè la sua educazione è stata negletta? disse 
miss Ofelia risolutamente. 

"^ Perchè i suoi padroni sono infingardi, cugina mia; la 
pigrizia conduce alla perdizione maggior numero di anime di 
quello che potrebbe essere salvato dal vostro esempio. Senza 
la pigrizia io stesso sarei quasi un angelo. Il vecchio dottore 



55 

Boitheren, vostro concittadino^ qaalifi<;a la pigrizia come la ma- 
lattia morale per eccellenza, ed egli ha ragione. 

— I proprietari (Ji schiavi assumono una grave responsa- 
bilità 5 eh' io non vorrei prendere per tutto Toro del mondo ! 
rispose miss Ofelia^ che non poteva più a lungo nascondere i 
pensieri da cui era assalita. Voi dovete istruire i vostri schiavi 
e trattarli da creature ragionevoli, dotate d'un'anima immor- 
tale, ed assieme alle quali voi dovrete un giorno comparire in- 
nanzi aT tribunale di Dio. 

— Andiamo, andiamo, disse Saint-Giare alzandosi rapida- 
mente, aspettate di conoscerci prima di giudicarci. 

Égli andò al piano-forte e si mise a suonare una vivace e 
graziosa cantilena. Le sue dita correvano sui tasti con grande 
facilità e leggerezza^ egli esegui successivamente diversi pezzi, 
come un uomo che cercasse di porsi di buon umore. Final- 
mente quando cessò dal suonare egli disse gajamente a miss 
Ofelia; 

— Cugina mia, voi m'avete data un'eccellente lezione, 
che accrebbe la mia stima a vostro riguardo. M^avete gettata 
al viso una verità preziosa come una' perla 5 ma essa ha col- 
pito tanto giustamente che per un momento ne rimasi stordito. 

— Dal canto mio^ riprese Maria, non divido intieramente 
questa opinione; nessuno si è adoperato più di noi in favore 
degli schiavi, ma essi non ne traggono alcun profitto: io ho 
parlato ad essi tanto spesso dei loro doveri che ne ebbi più 
volte la voce affocata; io permetto loro d'andare alla chiesa 
quantunque non capiscalo una parola della predica: essi hanno 
dunque tutti i mezzi possibili per educarsi, ma, come ve lo 
diceva, questa è e sarà sempre una razza degradata. Voi non 
ne trarrete mai niente malgrado tutti i vostri sforzi. Credetelo 
all'esperienza di chi, al pari di me, nacque e fu allevata in 
mezzo ad essi, cugina Ofelia. 

Miss Ofelia, ritenendo d'aver detto abbastanza, prese il 
partito di tacersi; e Saint-Clare si pose a i.\if[o\aLt^\k\i^ ^;»:o>^^w^. 



S6 ^ ' 

— Saint-CIare, dissQ Maria, vi prego di non zufTolare;yoi 
accrescete il mio mal di capo. 

— V'obbedisco, cara mia 5 desiderate ch'io faccia ancora 
qualche cosa per voi? 

— Vi pregherei d'avere un po' di simpatia pe' miei pati- 
menti; voi non li avete mai compresi! 

— Oh l caro angelo accusatore ! * 

— Voi mi mettete in collera parlando di questa maniera. 

— Come desiderate che vi parli? Io sono pronto 'a pren- 
dere il tuono che sarà di vostro aggradimento. 

Un rumore di allegre risa che s' alzava dal cortile pene- 
trò attraverso le cortine di seta. Saint-Clare si recò alla fine- 
stra e fu preso anch'esso da un accesso d'ilarità. * 

— Che vi ha dunque di nuovo? disse miss Ofelia awicF- 
nandosi al cugino. 

Tommaso stara assiso nel cortile sovra una catasta di mu- 
schid , ed aveva a ciascun occhiello dell' abito dei mazzolini 
di gelsomini^ Evangelina sorridendo li cingeva il capo con una 
ghirlanda di rose^ e&'assideva sulle sue ginocchia continuando 
sempre a ridere. 

— Tommaso, essa gli disse, che razza di figura fate voi 
mai ! 

Tommaso prendeva altrettanto piacere quanto la sua pic- 
cola padroncina a quello scherzo, e sorrideva con aria di be- 
nevolenza. Quando egli vide il suo padrone sembrò che ne 
implorasse cogli sguardi l'indulgenza. 

— Come potete voi permettere t^tto questo? chiese miss 
Ofelia. 

— E perche non Io permetterei? rispose Saint-CIare. 

— Non lo so , ma ciò mf sbigottisce ! 

— Voi vedreste senza inquietudine un fanciullo che ac- 
carezzasse un grosso cane; ma se invece della bestia egli ac- 
carezza un essere capace di pensare, di ragionare, di sentire, 
voi fremete. Quale incoerenza! Io vi conosco 'assai bene, voi 



^7 
altri Americani del Nord ! Voi detestate la schiavitù, ma avete 
delle sinf^tre prevenzioni contro gli schiavi*; ne avete più che 
non ne abbiamo noi, giacché almeno Tabitudine fa in noi quanto 
dovrebbe esser fatto dal Cristianesimo. Voi vi mostrate sdegnati 
per l'oppressione dei negri, ed intanto avete per essi un or- 
rore si profondo quasi fossero rospi o sapenti. Voi non vor- 
reste vederli maltrattati, ma intanto Tidea di avere con essi 
il più leggero rapporto vi ripugna. Per compiacervi conver- 
rebbe spedirli in Africa, lontani più eh' è possibile dai vostri 
occhi, ed inviar loro qualche missionario che volesse prendersi 
cura della loro educazione. La cosa non è cosi? 

— Vi ha alcun che di vero in quanto dite , replicò miss* 
Ofelia, dopo aver meditato un istante. • 

Saint-Giare s^ appoggiò alla finestra per contemplare Evan- 
gelina che passeggiava tenendo Tommaso per la mano. 

— Che farebbero i poveri e gli sventurati senza i fanciul- 
li? disse egli. I fanciulli sono i soli sinceri democratici. Tom- 
maso è un eroe per Eva -, le storie che le narra eccitano la 
sua ammirazione^ le salmodie metodiste da lui cantate sono 
preferite da essa al miglior drammt musicale; non v' ha pre- 
zioso giojello ch'abbia ai di lei occhi il valore dei giocherelli 
che il povero negro tiene nelle ^ue tasche. Eva è una di quel- 
le rose del Eden che il Signore ha seminate sulla terra a con- 
solazione dei soffrenti e degli oppressi. 

— Ciò è strano, cugino mio 1 disse miss Ofelia; ascoltan- 
dovi si finirebbe qualche volta col credere che voi abbiate un 
po^ di religione. 

— Sventuratamente non ne adempio le pratiche. Shak* 
speare fa dire ad uno de^ suoi personaggi: » Preferisco inse- 
gnare il bene a venti persone che essere una delle venti per- 
sone che seguiranno i miei insegnamenti ». Non v'é niente 
che possa gareggiare colla divisione del lavoro: jl niiio forte è 
parlare, il vostro, operare. 

Come lo si vede da quanto precede la i^QSYL\<Q»t^-^ "l^^&r 



8S 
maso era sopportabile. Evangelina in forza di qaell^ amicizia 
che nutriya per luì, di quella riconoscenza che era pfcpria del 
suo carallere generoso, chiese a suo padre il permesso d** es- 
sere accompagnata dal nuovo schiavo tutte le volte che le co? 
corresse una scorta nelle sue passeggiate. Tommaso ricevette 
quindi l'ordine di aU)andonare le sue altre occupazioni per 
porsi a disposizione di miss Eva, e si crederà facilmente che 
un tale comando non gli riesci disagradevole. Lo si abbigliò 
decentemente dal capo alle piante. I suoi servìgi di scuderia, 
limitati a una quotidiana ispezione, divennero un vero ìdqk 
piego senza incombenze. Maria dichiarò che essa non vole- 
va che egli stvesse indosso la puzza dpi letamajo e chiese per- 
do che lo si dispensasse da ogni servìgio che potesse renderlo 
nauseante , giacché, a quanto diceva , la scossa impressa sui 
suoi nervi dalla puzza avrebbe infallibilmente messo fine alle 
sue sofferenze terrene. Tommaso ebbe in conseguenza un bei- 
r abito di panno pulito con cura, un cappello di castoro, de- 
gli stivali lucidi, un collo da camicia e dei manichelti irre- 
prensibili ^ cosi abbigliato e col suo simpatico viso nero egli ave- 
va un'aria abbastanza risfettabile dal renderlo degno della 
sedia vescovile di Cartagine, che era stata altre volte occupata 
da uomini del suo colore. 

E poi egli abitava una graziosa dimora , circoManza che 
non è mai indifferente pegli uomini della sua razza. Egli go- 
deva soavemente dei fiori, degli uccelli, delle fontane, della 
luce^ delle cortine di seta, dei quadri, degli specchi, delle pic- 
cole statue, delle dorature che faceano rassomigliare quella 
casa ad una specie di palazzo d' Aladino. 

L'Africa avrà la sua volta nella marcia delF incivilimento, 
e quando essa si sarà riabilitata, la sua vitalità avrà uno splen^ 
dorè ed una magnificenza ignote alle fredde tribù dell' Occi- 
dente. Su quQsta terra dell' oro e delle gemme, degli aromi 
e dei palmeti, splendida di fiori maravìgliosì e ricca d'una 
fertilità prodigiosa, l' arte si svilupperà sotto forme ancora igno- 



rale. La razza mora, cessando dair essere disprezzata e calpe- 
stata^ ci recherà forse le ultime e le più attraenti rÌTehi- 
zioni dell'umana attività. Si vedranno fruttare le qualità clie 
distinguono 1 negri, la loro dolcezza, la loro docilità, la loro 
infantile ingenuità, il loro carattere affettuoso, la loro facilità 
al perdoi^o^ la loro deferenza per la superiorità dell' intelli- 
genza. Dio, che castiga coloro che ama» ha forse imposte tante 
miserie alla povera Africa per farne jin giorno , dopo la ca- 
duta dei regni e degli imperiì, la più grande e la più felk» 
delle nazioni. 

Maria Saint-CIare non pensava sicuramente a tutlo questo, 
mentre una mattina di domenica dava T ultima mano alla sua 
toeletta per recarsi alla Chiesa. Essa era letteralmente coperta 
di diamanti, di seta e di merletti. Maria si faceva un dovere 
di mostrare molta pietà tutte le domeniche. Faceva tanto bella 
figura quando era in piedi od inginocchiata sul suo banco! 
Essa aveva tanta eleganza e tanta pieghevolezza in ogni soo 
movimento, si drappeggiava con t£^nto gusto nella ciarpa di 
.merletto che la involgeva come una nube! Miss Ofelia forma- 
va con essa un perfetto contrasto: l'indigena di Vermont avB^ 
va anche lei là veste di seta e il fazzoletto ricamato, ma era 
stecchita, rigida, angolosa, mentre la sua compagna possedeva 
tutte le grazie, eccettuata però quella dì» Dio. 

— Eva, dov' è? disse Maria. 

— La fanciulla , disse miss Ofelia, s*è fermata sulla scala 
per dir qualche cosa a Mammy. 

Ecco ciò che diceva la fanciulla : 

— Cara Mammy, io so che tu hai un forte mal di capoj 
questa passeggiata ti farà del bene, ma prendi la mia boccet- 
ta d' amoniaca. 

— Che! replicò la mulatta, questa graziosa boccetta dì)ro 
tanto splendente! Ah! miss, io non posso accettare la^ vostra 
offerta. 

— Perchè non vuoi accettarla? Tu ne hai bisogno ^ \5RA\ir 



' 60 

tre per me non serve a nulla. Mìa n^adre l'adopera sempre 
contro il mal di capo. Prendila per farmi piacere. 

Dopo queste parole Eyangelina le mise la boccetta in seno, 
l'abbracciò e corse a raggiungere la madre. 

— Tu ci hai fatte aspettare, disse Maria. 

— Mi sono fermata un momento per dare a Mammy la 
mia boccetta. 

— La vostra bocce\(a d' oro a Mammy t gridò Maria bat- 
tendo il piede ^ quand'é che voi imparerete a comportarvi 
come dovete? Andate tosto a farvela restituire. 

Eva si dispose a rifar la strada con una cera piena di 
tristezza. 

— Maria, disse Saint-Clare, lasciate che Eva faccia ciò 
che vuole. • 

— Oh ! Saint-Clare , come potrà ella fare la sua via in 
questo mondo? 

— Dio lo sa t Ma essa farà la sua^via verso il cielo meglio 
di voi e di me. 

— Oh! papà, disse Evangelina, voi recate del dispiacere 
a mia madre. 

— ; Ebbene, cugino, disse miss Ofelia volgendosi verso 
Saint-Clare colla rigidezza d' un soldato che faccia un mezzo 
giro a dritta^ siete disposto a venire in Chiesa? 

— Vi ringrazio, cugina, ma non ci vengo. 

— Io vorrei che Saint-Clare sì risolvesse a venire ai di- 
vini offici ; ma egli non ha una briccìola di religione, il che è 
veramente deplorabile e contrario alle costumanze delle per- 
sone che appartengono alla buona società. 

— Lo so bene, disse Saint-Clare; voi altre signore andate 
in Chiesa per imparare ad atteggiarvi e per farvi osservare. Se 
io dovessi assistere agli uffici divini lo farei nella Chiesa 
óve va Mammy j là almeno un uomo non è obbligalo a dor- 
mire. 



61 

— Che ! gridò Maria, preferireste ascoltare ì ragli dei me- 
todisti ? 

— La loro vivacità vai meglio che la stupida quiete delle 
Chiese alla moda^ nelle quali io non metterò mai piede. Ti 
preme molto d' andarvi, Eva? resta a casa a giuocafe con me. 

— Grazie, papà, ma io preferisco d^ andare in Chiesa. 

— Eppure tu ti annoii, rispose Saint-Clare. 

— Qualche volta, disse Evangelina, ma io procuro di re- 
sistere al sonno. 

— Perche dunque ci vai ? 

— Mia cugina mi disse, mormorò la ragazzina, che Dio 
desidera vederci in Chiesa, e siccome è da Lui che derivano 
tutte le cose, com& sapete, è affatto naturale che noi abbiamo 
a fare quant' egli desidera. Alla fine la noja non è poi troppo 
grande. 

— Tu hai un eccellente carattere, riprese Saint-Clare ba- 
ciando la figlia ; va dunque, e prega per me. 

— È ciò che non tralascio mai di fare, disse la fanciulla 
balzando nella carrozza al fianco di sua madre. 

Mentre le tre' donne s* allontanavano, Saint-Clare si tenne 
in piedi sui gradini della scalinata, e colla mano inviò dei 
baci a sua figlia. Egli av^và le lagrime agli occhi. 

— Ah! Evangelina, disse egli, il tuo nome ti sta pur 
bene ! tu sei per me come V incarnazione deir Evangelo t 

Egli si sottrasse a questa impressione fumando un cigaro 
e leggendo il giornale della mattina. 

— Sentì^ Eva, disse Maria durante la strada, bisogna mo- 
strar sempre della benevolenza verso gli schiavi, ma non è 
poi necessario di trattarli come fossero nostri parenti o per- 
sone della nostra classe. Per esempio , se Mammy cadesse 
ammalata tu non vorresti certamente cederle il tuo letto. 

— E perchè no? disse Evangelina^ ella vi starebbe meglio 
che nel suo e sarebbe più facile il prestarle le nostre cure. 



Maria fu desolata per la totale mancanza di sentimento 
morale attestata da questa risposta. 

— Che posso mai fare, esclamò dessa, perchè questa ra- 
gazza arrivi a comprendermi ? 

— Niente, replicò freddamente miss Ofelia. 
Erangelina provò un momentaneo turbamento; ma avven- 

turamente i ragazzi non sottostanno lungamente alle stesse 
impressioni, sicché dopo alcuni minuti essa si divertiva nelFos- 
servare i differenti oggetti da lei traveduti attraverso i cri- 
stalli della carrozza. 

— Ebbene, signore, disse Saint^llare durante il pranzo; 
qual'era quest'oggi il programma della Chiesa? 

-^ Il dottore Goodway ha fatto un magnifico discorso che 
sarebbe stato buono per voi e che corrisponde perfettamente 
a tutte le mie idee. 

— Ha trattati dunque molti argomenti? disse Saint-Clare. 

— Io alludo alle idee che ho intorno alla società, rispose 
Maria. Egli avea scelto per testo: « Il Signore ha fatto ogni 
cosa secondo la sua stagione >?, ed ha provato che le distin- 
zioni sociali provengono da Dio^ e che tuttb era disposto in 
questo mondo di tal maniera dair esigere necessariamente 
delle classi superiori e delle classi inferiori, degli esseri nati 
al governo e degli esseri nati al servaggio. Egli ha vittoriosa- 
mente combattute tutte le rifiìcole calunnie dirette contro la 
schiavitù, ed ha dimostrato che la Bibbia ci dava ragione e 
giustificava tutte le nostre istituzioni. É proprio peccato che 
non l'abbiate inteso. ' * 

— Io non ne avea bisogno; ho letto il mio giornale ed 
ho fumato il mio zigaro, il che non avrei potuto fare in Chiesa. 

— Ma, disse miss Ofelia, voi non tenete forse per vere 
le asserzioni del dottgre? 

— Confesso con vergogna che non sono gran fatto com- 
mosso per la maschera religiosa con cui si vogliono travisare 
simili questioni. Se dovessi parlare della schiavitù io direi fran- 



65 

camente: noi ne approfittiamo e noi vogliamo mantenerla per- 
dio dessa ci conviene, perchè giova ||k nostri interessi. Ecco il 
problema risolto in due parole e svincolato da tutti i pietosi 
argomenti con cui si cerca d' impasticciarlo. 

— t>ecisamente, disse Maria, voi mancate di rispetto verso 
le cose più nenerabili. . 

— Io dico la verità. Perchè le interpretazioni religiose si ar- 
restano a mezzo cammino? « Ogni cosa è fatta secondo la sua 
stagion e ! » Perchè non si dimostra coU'appoggio di questo testo 
che si fa bene qualche volta col bere un bicchiere di più del 
bisogno, col passare la notte al gioco e gol permettersi alcun' 
altra di quelle distrazioni che la Provvidenza si è degnata di 
apparecchiarci? Sarebbe piacevole sentirle giustificate a forza 
di testi dèlia Bibbia 1 

— Ii\ conchiusione, disse miss Ofelia, pensate voi che la 
schiavitù sia giusta od ingiusta? 

— Voi altri della Nuova-Inghilterra, cugina mia, avete un 
modo d^argomentare che spaventa. Se io rispondessi alla vostra 
domanda voi formulereste immediatamente un'altra mezza 
dozzina di interrogazioni più complicate, alle quali converrebbe 
rispondere con un si o con un no. 

— Voi non ne caverete mai nulla, riprese Maria j egli 
trova sempre modo di tergiversare, e fa ciò, io credo , per^^hè 
non ha religione. ^ 

— Non ho religione! gridò Saint-Clare con un accento che 
fece alzare gli occhi delle due signore. É forse una religione . 
quella che può piegarsi a tutti i caprìcci d'una società egoi- 
sta ? £ forse una vera religione quella che ha per Tuomo mi- 
nor generosità, minor giustizia, minor rispetto di quanto ne 
abbialo, creatura ignorante e soggetta all'errore? Per ricono- 
scere una religione io debbo guardare al di sopra e non al di 
sotto dì me. * 

^— Voi dunque non credete che la Bibbia giustifichi la 
schiavitù? chiese miss Ofelia. 



64 

' — Là Bibbia era il libro di mia madre^ disse seriamente 
Saint-Clare. Essa ne ha illguiti i precetti dorante la sua vita 
ed alfora della sua morte; ed io sentirei con dolore che que- 
sto libro possa giustificare la schiavitù. Sarebbe come s^ io 
cercassi la prova che fosse permesso a mia madre di bestem- 
miare e di bere delF acqua-vita e cosi convincermi chMo ho 
il diritto d'imitarla. Non muterei la mìa opinione su questi 
difetti) ma perderei la venerazione ch'io conservo per la me- 
moria di mia madre ^ ed è una cosa tanto dolce Paver in que- 
sto mondo qualche cosa da rispettare! Ciò ch'io voglio alla 
fine si è che ciascuno parli come deve parlare. L'edifizio so- 
ciale in Europa ed in America si compone di elementi che non 
sopportano Tanalisi, considerati dal punto <ft vista della mo- 
ralità astratta. Si riconosce da tutti che gli uomini non aspirano 
. alla giustizia assoluta^ contenti come sono di mantenersi ad 
un certo livello. Che alcuno mi dica: ce La schiavitù ci è 
necessaria^ noi non ne possiamo fare a meno , senz' essa noi 
saremmo ridotti alla miseria ». Ciò è chiaro e netto , ed io 
rispetterò la sua lealtà. Ma non posso giudicare che sfavo- 
revolmente dell'ipocrita che mi rompe la testa citandomi 
r Evangelo a difesa della schiavitù. 

— Voi siete senza carità, disse Maria. 

— Ebbene, riprese Saint-Clare, se per una circostanza 
accidentale il* prezzo dei cotoni avesse a ribassare, se gli 
schiavi perdessero il loro valore, credereste voi che non si 

.inventerebbero immediatamente delle altre interpretazioni 
della Scrittura? Fate che la schiavitù divenga inutile e voi ve- 
drete la Chiesa, illuminata da luce novella, scoprire che era 
condannata dalla Bibbia e dalla ragione. 

— In ogni caso, disse Maria agitandosi mollemente sul 
sofà, io mi dichiaro felice d'esser nata in un paese nel quale 
regna il servaggio ; io 16 trovo legittimo, sento che deve esser 
tale, e noo ne vorrei far senza per qualsiasi ragione. 



65 

-r Che ne dici, piccina? chiese Saint-Giare ad Eyangeli'na, 
che entrava tenendo un» fiore alla ihano. 
. — Di che si tratta, papà? 
-^ Preferiresti vivere ««ome il tuo zjo di Vei-mont od 
avere come noi un gran numero di schiavi? 

— Oh! la nostra maniera di vivere è assai più aggra- 
devole! » , ^ • 

* — Perchè? disse Saint-Giare accarezzando dolcgnente la 
testa d^lla figlia. 

— Perchè abbiamo maggior numero di persone da poter 
amare. 

— Riconosco Eva a simile risposta, disse Maria ^ essa ha 
sempre delle idi^ mol^ strambe. 

— É molto «tr^ba la mia idea dunquet mormorò Evan- 
gelina arrampiccandosi sulle giopcchia del padre. 

* — Si, mia carina, agli occhi del mondo, rispose Saiiit- 
CUre. Ma dove sei stata duvante il pranzo? 

— JSella camera di Tomasso a sentirlo cantare, e mamma 
binar mi ha portato colà da mangiare. 

— Tu hai sentiti i canti di Tommaso? 

— Sì, egli sa degli inni *assai bèlli sulla novella Gerusa- 
lemme, sugli angeli, sulla terra di Ganaan. * 

— 1 sono sicuro che tu li preferisci ad un^opera in musica. 

— Si , ed egli ha promesso d'insegnarmeli. In compenso 
io gli leggo, la Bibbia* ed egli me ne spiega U significato. 

— Sulla mia parola, disse ridendo Maria, è questa la più 
beli» commedia della stagione. 

-T- Io Scommetterei, riprese Saint-Glàre, che Tommaso non 
sia il più cattivo commentatore della Scrittura. Egli ha una 
naturale disposizione ^Ila pietà: questa mattinar di buon^t)ra, 
accorrendomi i cavalli, mi sono introdotto furtivamente nella 
camera al disopra della scuderia dove riposa Tommaso, e Tho 
inteso che teneva da solo una specie di conferenza religiosa. 

rol IL * . ^ 



% 



• • 



66 

La sua preghiera era piena d'unzione^ e mi raccomahd|iya a 
Dio con UQO zelo veramente apostolico. 

— Egli sapeva forse che voi stavate là ad ascpHarlq; la 
gherminella non avrebbe neppuia il pregio della verità: * 

— In questo caso egli non sarebbe un abile politico, 
giacché. si esprimeva con sufficiente libertà sul mio conto. Mo- 

' strava credere che, io avessi bisogno dr divenire migliore, e 
pregava (;on fervore per la mia conversione. 

— Spéro che voi ci penserete, disse miss Ofelia. 

— Ho paura che voi dividiate le idee di Tommaso, riprese 
Saint-Clare.* Ebbene noi vedremo, non è vero, Eva? 



CAPITOLO xvir. • 



La difesa dell' uomo libero. 

Ritorniamo ora fra i quaccl\^ri. Durante il dopo pranzo 
del giorno in cui avvenne la riunione di Giorgio e di EliSa^ la 
Halliday ^ndò frugando nei suoi armadii per cercarvi quanto 
potesse riescir* utile ai fuggiaschi, che dovea'no partire nella 
notte.* L' oriente era già velato dalle prime ombre della sera. 
11 rosso disco» del sole projettava dall'orlo dell'orizzonte i 
suoi ultimi raggi giMIastri nella piccola stanzuccia ove si tro- 
vavano assisi Giorgio e sua moglie. Il mulatto stringeva nelle 
sue le mani della schiava, e teneva il figlio sulle ginocchia. 
Ambidue aveano Taria grave e pensosa, e traccie di lagrime 
sui loro volti. • . 

— Si, Elisa, disse Giorgio j è vero ciò che dite. Voi siete 
mighore di me, ed io procurerò di altenermi a quanto voi 
niMndicale. Io voglio tìhe il mio ^odo d'agire sia degno di un 
uomo libero e d'un cristiano. L'Onnipossente conosce se le 
mie intenzioni sieno buone 1 

— Quando noi saremo nel Canada, disse Elisa, io potrò 



67 . 

aiutarvi neir andamento della famiglia. Io so cucire /lavare, 
ripassare, e spero Che troveremo modo di vivere. 

— Sì, Elisa, noi. saremo felici purché non ci dividano. Ah! 
se i nostri nemici sapessero quale soddisfazione provi un 
uomo, ir quale possa dire a sé st^so che la moglie ed i figli 
che hai) sono suoi! Io mi meravigliai spesso nello scorgere 
delle persone che hanno moglie e figli proprii, assolutamente 
proprii, torturaci T)er ottenere qualche altra cosa.» Per conto 
mio, quantunque ogni nostra speranza sia riposta nelle nostre 
braccia^ io mi sento forte e ricoo. Non chiedo nulla di più a 
Dio. Sono venticinque anni che lavoro infàticabihnente, e non 
ho né denaro, né tetto che mi copra, né cantuccio di terra 
che m'appartenga; ebbene 1 che ipi si lasci soltanto la libertà, 
ed io sono contento. Iil quanto al mio ailtico padrone io Tho 

^ rimborsato largamente eli quanto ha speso per rae^ io non gli 
debbo più nulla. .*. 

— Noi noa. siamo ancora fuori di pericolo, disse Elisa; il 
Canada è lontano. 

— E vero, riprese Giorgio; ma mi sembra respirare di già 
un'aura libera che mi dà speranza e vigore. 

In* quesf istante s'udirono alcune voci nella cucina: un 
minuto dopo si batté alla porta, che Elisa dischiuse trasa- 
lendo. « 

Simeone Halliday comparve in compagnia d'un ìratello 
quacchero che fu da lui presentato a Giorgio sotto il nome 
di Finea Flecteri Finca era alto di statura, ed estremamente 
sottile. Avea i capelli rossi, e dai suoi lineamenti trapelavano 
r acutezza e la perspicacia. Egli non avea l'aspetto placido e 
campereccio di Simeone Halliday; sembrafva invece pieno di 
fidanza e di risoluzione,* e mostrava di conoscere il proprio 
merito e d'andarne altiero; disposizioni queste che non ar« 
mopizzavano troppo col suo cappello a larghe ali -e col suo 
frasario da quacchero. 

— Il nostro amico Finea | disse S'vnieow^, \va. v:«^«^\s^ 



■r 



70 . . 

sto mercato della Nuova-Orleans, ove so perchè si jirendano le 
donne; ed io permetterei che vi si mettesse air asta mia* mo- 
glie fino à che mi- resta un pajo di pistole per difenderla ? 
No, Dio me ne guardi! io combatterò fino air ultimo sospiro 
prima che misi rapisca la moglie ed il figlio. Chi avrebbe co^- 
raggio di biasimarmi? 

— Nessuna creatura umana potrebbe rimproverarti, disse 
Simeone. Tu segui gP impulsi della carne e del sangue. €uai 

' al mondo, pei suoi peccati! nra innanzi a tutto guai a coloro 
che dannò causa al -peccato ! * 

— N^n fareste Io stesso se foste nei miei panni? 

— PrjSgo Iddio che non mi metta alla próya, disse Simeo- 
ne; la carne è debole. 

— Io credo che, in -un caso simile^ la mia carne avrebl^ 
un vigore* sufficiente, disse J*'ìhea agitando i suoi bracci mu- 
scolosi quasi fossero le ali d^un mulino a vento. Se tu hai 
qualche conto .da aggiustare con alcuno, amico Giorgio, io 
ti prometto d'ajutarti. 

. — Si vede bene che tu non .b^i appartenuto sino dalla 
nascita alla società dèi' quaccheri; le tue vecchie tendenze si 
lasciano scorgere ^i quando in quando. ^ ' 

Diffatti Finca avea per molto tempo condotta nei boschi 
là vita del cacciatore, e s'era refso il terrore delle fiere; ma 
avendo sposata una bella quacchera , avea finito .colI'ai:rolarsi 
nella colonia degli amici. Vi si mostrava • onesto è laborioso, 
sicché non si*potesse formular contro lui alcuna diretta accusa ; 
jna pure coloro che aveano tocco il punto più elevato della 
perfezione spirituale gli rimprocciavano un po' di attaccamento • 
alle cose'della terra. 

— L'amico Finca ha il suo modo di pensale, disse Rachele 
Ualliday, ma alla fine il suo cuore trovasi al posto giusto. 

r- Ebbene, riprese Giorgio, non è forse opportuno raf- 
frettare la nostra fuga? 

— lo mi aono alzato alle quattro del mattino, disse Finca, 



71 

ed àbbiànJb quindi tre ore di vantaggio su quelli che intendono 
inseguirci , qualora vogliano mettere in esecuzione i loro pro- 
getti. In ogni ca|o sarebbe pericoloso ij partire prima delPim- 
brunii^e. Vi sono attorno degli uonSìni di mal affare* che forse *^ 
ci molesterebbero e ci ritarderebbero il cammino. È oieglio 
aspettar qui, e porci ìA istrada verso le dif^. Io andrò a iroVa'r 
Michele Crass^ Io pregherò di seguirci sulla sua cavalla, di 
farcì guardia t d'avvertirci qualora vedesse approssimarsi co- 
loro che cMnseguono. La sua cavalla è eccellente, capace di 
sopravaui^are qualsiasi corridore, sic^è potrà raggiungerai 
facilmente al minimo pericolo. Noi^bbiamó quajche j^tobabllità 
di giungere alla fermata, prima d'essere attaccati. Prendi dun- 
que coraggio^ amico Giorgio! non é questa la prima evasione 
ch'io abbia condg^to a buon fine. ^ ^ 

Dette queste parole Fìneà usci dalla stanza. 

— ^Finea è astuto, disse Simeone; lasciati dirtgere da lui, 
egli si lascerà tagliare a pezzi per te. 

— Ciò che m'addolora, si è il ri^diio al quale vi veggo 
esposti. 

^— Ti saremnìo riconoscenti se non ne parlerai più, amico 
Giorgio. La nostra coscienza è quella che l'egola la nostra con- 
dotta, e noi non potremmo agire diversamente. Andiamo^ 
maipma, aggiunse egli rivolgendosi a Rachele, sollecita ituoi 
apparecchi ; non bisogna lasciar partire digiuni i nostri amici. 
. Mentre Rachele ed i suoi* figli s'occupavano a far cuocere 
un pollo e del presciutto; e 'manipolavano delle foca^cie di 
grano d'India^ Giorgio e* sua moglie si ritirarono nella piccola 
loro stanza^ e confusero assieme le loro lagrime pensando che 
potevano forse fra poco essere divisi per sempre. 

— Elisa, dissfe la sposo; coloro che hanno amici^ case, po- 
deri, denaro, non possono amarsi còme ci amiamo noi, che 
non possediamo nulla. Prima di conoscervi io non era stato 
amato da alcuno, fuorché da mia madre e da mia sorella. ^^^ 
mattino del -giorno in cui il mercante eou^w^^^ nK*^ ^\sC^\^ 



72 

essa veitnea trovarmi nel cantuccio ove io riposava, é mi disile.* 
Giorgio la tua ultima amica se ne va; che sarà di te, povero 
fanciullo? lo mi* alzai,. le gettai siqgbiozzan^o le braccia al < 
*collo, ed éisapure proruppe in lagrime. Dieci anni passarona 
prima che mi iosse concesso r.n(}ire nuove parole d'affetto ^ 
il mio» cuore s'era disseccato, era dìveftuto arido come la ce- 
nere. Quando vi vidi , mercé r amor vostro , io divenni come 
un uomo risorto dalla tomba. Ed ora, Elisa, io spsfìrgerò rultima 
goccia del mio sangue, tna non visi strapperà dalle mie brac- 
cia; ì)ìsognerà che calpestino il mio cadavere prima*, che mi 
siatd toltat • . 

— Che il Signore cinsi misericordia! disse Elisa; che Égli 
ci accordi la grazia di poter abbandonare assieme questo 
paese! Ecco tutto quanto imploriamo da tu\^ 

— Dio è forse alleato dei bianchi? riprese Giorgio, meno 
per rispondere alcun che a sua moglie, quanto per dsgre uno 
sfogo ai suoi cupi pensieri. Vede egli ciò che èssi fanno? Per- 
ché permette che accadano simili cose? Sicuramente la forza 
é dal' loro l^to, ma vi é altresì T Evangelo^ come essi asseri- 
scono? Essijsono ricchi e felici, appartengono ad una Cliiesa 
e ritengono- d'andaf e in Cielo sen^^a rinunziare alle dolcezze 
dì questo mondo,- naentre dei poveri ed onesti cristiani, dei 
cristiani egualmente buoni € forse migliori di loro , giacciono 
nella polvere sotto ai loro piedi! Essi li vendono e lì comprano, 
trafficano del lor sangue, dei loro gemiti, delle loro lagrime 
e Dio Ji lascia' fare! 

— Amico Giorgio^ gridò Simeonedal fondo della cucina, 
ascolta questo salmo e tra^gine profitto. 

Giorgio e sua moglie s'avvicinarono a Simeone che lesse 
il principio ilei salmo 72. \ * 

« Poco mancò che i \niei piedi non vacillassero, e che non . 
uscissero di strada i miei passi; 

ce Perchè io fui punto da indegnazione verso gli iniqui, in 
osservanào- Ja pace dei peccatori. 



75 

« Non hanno parte alle afflizioni degli uomini e con gli 
uomini noh sono flagellati. 

« Per questo la superbia li prese: sono ricoperti delIa4oro 
ìQiquìtà ed empietà. « 

« Dalla. grassezza in certo modo scaturì la loro iniquità; 
si sono abbandonati agli affretti del loro cuore. 

i< Pensano e parlano malvagità^ da luogo sublime ragio- 
nano di far del male. . * 

u Han messa in cielo la loro bocca, e la loro lingua va.scer- 
rendo Id terrai 

« Per questo il popolo mio a tali cose si ritolge e trova , 
' giorni pieni d^afflizione. 

«< £ hani\o detto: Come inai Iddio sa questo? e rAltissimo 
ne ha egli notizia? » 

— Ecco il linguaggio tenuto da te^ amico Giorgio. 

' — Io sarei pronto a sottoscrivere queste parole, rispose 
.Giorgio. . *• 

— Ebbene^ ascolta il seguito, disse Simeone. ' . 

u Mi*studiava di intender questo^ cosa laboriosa è questa 
eh mi .si -pone davanti, 

«e Perfino a tanto ch'io entri nerSantuario di Dio,% intenda 
qual sia la fine di coloro. 

u Per altro in ingannevole felicità li hai posti^ tu li ^hai 
gettati a terra nell'atto che si levavano in alto. • 

<t Come mai son eglino^ rtdotti in desolazione^ sono ve- 
Quti meno a un .tratto^ sono andati in perdizione iJer ia loro 
iniquità? ♦ . • 

« Come il sogno d'un che si sveglia; cosi tu nella tua 
città^ ó Signore^ ridurrai nel nulla la immagine di costoro. 

«< Ma perché il mio cuore fu in tormento ed ebber tor- 
tura gli affetti miei, ed io fui annichilato senza sapere il 
perchè; 

« E fui qual 'giumento innanzi a te, e mi tenni sempre 
con te; 



74 • 

i< Mi prendesti per la mia destra^ e secondo la «voloh tà 
tua mi conducesti, e con onore mi accogliesti. 

te Imperocché ecco che coloro «he da te si allontanano 
periranno; tu manderai ki perdizione quelli che a te roio)- 
- po^po la fede, 

' « Ma per me buona cosa è lo stat unito a Dio, il porre 
in Dio Signore la mia speranza. >> 

Questi versetti , proferiti dal buon vecchio con tuono so- 
lenne, produssero) T impressione di una divina armonia; sul 
cuore ulcerato di Giorgio. La collera che aniniava i suoi linea- 
, menti lasciò il posto air umiltà ed alla dolcezza. 

. — Se non- vi fosse nulla al di là di questo mondo, riprese ' ^ 

Simeone, jtu avresti ragione di cTiiédere: ov' è il, Signore? Ma 

. Egli sceglie spesso per popolare il suo regno coloro che sono 

privi di tutto sulla terra. Abbi fiducia in Lui, qualunque cosa 

ti accada in quesla vita. Egli saprà più tardi renderti i^iustiziat 

Se queste* parole fossero escile dalle labbra di qualche 
predicatóre di mestiere, dalla volgare eloquenza, ed avvezzo 
a prodigare agli syenturati stucchevoli luoghi comuirf e vuote 
e sonore frasi rettoriche, non avrebbero eccitata alcuoa emo- ' 
zìonej* ma siccome chi fé pronunciava s'esponeva ciascun 
giorno con calma intrepidezza alle multe ed alla prigióne per 
obbedire ». Dio e per difendere la causa delr umanità, cosi 
esse furono comprese,*ed.inlusePO una nuova energia nel 
cuore di quegli infelici fuggiasfchit 

Rachele prese affettuosamente Elisa per \^ mano e la 
eondussc a tavola. Si cominciava a cenare quando entrò la 
Ruth Stèdman. 

— Vengo a portarti delle calze pel fanciullo, dis^'ella; 
eccone,tre paja di lana che lo terranno ben caldo: fa tantp 
. freddo al Canada! Ho recata pure qualche ghiottornia pel pic- 
colo Enrico j'i ragazzi, già tu lo sai, mangiano dal mattino 
alla sera. 



75 
, Dicendo queste parole diede, una focaccia al fanciullo e 
strinse cordialmente la mano della maclre. * 

— Obi grazici voi siete troppo buona 1 esclamò Eli3a., 
— Andiamo^ Aulhj mettiti g tavola/ di3se Racbele. 

— NoD ppàso assolutamente accettare. Ho lasciato a casa 
Jobn col figlio e coi biscotti già infornati ; se mi fermo un 
solo momento Jobn lascerà abbruciare tutti^i biscotti, e darà 
al bambino tutto lo zucchero della zuccheriera; fa sempre 
cosi! Dunque addio *Elisa! addio Giorgio! che il Signore vi 
conceda un viaggio felice. , 

La graziosa quacchera sconiparve saltellando. Appena ter- 
minata, la cena ui> gran carro coperto si fermò dinanzi alla 
porta. Finca abbandonò il [fosto da lui occupato per accoido- 
• dare F interno del veicolo. Giorgio esci da quella, casa ospita- 
le tenendo con una mano ii figlio e eolPaltra la moglie! Egli 

f 

avea il, passo franco, T Rispetto calmo e risoluto. Gli tenevano 
dietro Rachele e Simeone. 

— Scendete un momento, disse Finca a coloro che stava- 
no sul carro \ lasciate che ne disponga il (ondo per le donne 
e pel fanciullo,, * 

• — Ècco due pelli di bisoni;e, disse Rachele^ cf)pri con esse 
• accuratamente i sedili, giacché i sobbalzi si faranno sentire 
.questa notte. • ^ • 

Jim discese dal carro col fa vecchia sua madre, che volge- 
va intorno gli occhi inquieti, poiché temesse ad ogni mpmento^ 
dì sentirsi alle spalle i suoi perseciUori. 

— Jim 5 chiese Giorgio a basfe voce; le vostre pistole 
sono in bucino stato? • . 

— Si, davvero. 

— * E voi sapete T uso che bisognei^ farne qualora ci as-" 
salissero? 

— sènza àlcdn dubbio, rispose Jim drizzandosi fiera- 
mente sulla persona; credete forse che voglia lasciarmi rapire 
inia madre ? * 



76 • 

Durante questQ breve (lialogo^ Elisa prese congedo dalla 

sua amica RachelB^ s^li sul carro, « e s^ assise col suo Enrico 

sulle, pelli di bisonte. La vecchia si collocò al di lei fianco e 

innanzi ad esse sì posero. Jim e Qiorgio. tinca occupava il 

• posto davanti. , . '^ 

— Addio^miei amici 1 disse Simeone. 

— Che Dio v\ custodisca 1 risposero i viaggiatori. 

Il carro si mosse sul terreno agghiacciato^ ed il rumore 
delle ruote impedi ogni conversazione. La strada scorreva at- 
traverso grandi boscaglie, sterili, pianure, ed ineguali vallate. 
Il piccolo Enrico cedette ben presta al sonno, e s^ abbandonò 
sul seno della madre. La povera vecchia dimenticò le s^ie pau- 
re, e gli occhi stessi d^ ^lìsa si cifiusero. Finca era il più vigi- 
laifte della ^mpagnia^ ed ingannava la noja del lungo e l«n- 
to cammino zufolando cantilene ,* discretamente profane per 
un quacchero. 

Verso le tre, Giorgio intese distintamente Id scalpito d^un 
cavallo che rumoreggiava sulla via già percorsa dal carro: 
Egli diede un leggero colpo di gomito a Finea,,che fermò i ca- 
valli per ascoltare. 

• — Que^o dev' essere Michele, egli disse; mi sembra rico- 
noscere r andatura della sua cavalla. 

Finca si alzò e prótesQ V orecchio dalla parte, donde par-, 
tivano i suoni. Travide attraverso la bruma, sulla vetta d^ una 
^lootang collina un uomo che accorreva al galoppò. 

— É proprio lui, a quanto pare ! disse Finca: 

Giorgio e Jim balzanftm dal carro prima di riflettere a 
ciò che dovessero fare. Tutti i viaggiatori volsero silenziosamen- 
te gli sguardi verso l'aspettato messaggero. Questi s'avvici- 
nava; scomparve un fhomento dietro il declivio d'una vallata, 
ma si udivano sempre più distintamente i passi precipitosi 
del suo cavallo. Lo si vide alla fine sulla sommità d' un' emi- 
nenza a portata di voce. 



» 77 

— Si, è Michele, disse Fìnea. Olà, Michele^ da questa parte! 

—.Sèi tu, Finea? * • 

• ■ • • • 

* — pi. Quali notizie? Giungono forse? 

— Ci tengono dietro in numero 'di otto o dieci, imbal- 
danziti dalL'acqua-Tita , bestemmiando e gettando bava come 
lupi. ' . 

• In quello stesso momento il vento arrecò stifle sue ali il 
loiftano rumore del galoppo di varii cavalli. 

— Risalite, amici miei, risalite presto, gridò Finea. Se do- 
vete combattere, troveremo un miglior luogo un po' più lungi 
di qui. • • 

Giorgio *e Jim ripresero il* loro posto, Finest sferzò i ca- 
vali, ed il carro corse rapidamente sul terreno agg)iiacciato; 
ma lo scalpito dei cavalli che sopraggiungevapo »si facea di 
nfomento in momento più distinte. Le donne l'intesero, spor- 
sero la testa e videro sopra un opposto pendio alcuni indivi- 
dui , le cui persone si disegnavano a neri contorni sovra -un 
fóndo debolmente illuminato dalla fiacca luce del crepu- 

• scolo. Ben presto i persecutori mostrarono d'aver visto il farro, 
riconoscibile da lungi per la sua copèrta di bianca tela, poiché 
alzar'otko delle feroci grida dr vittoria. Elisa senti mancarsi 
e strinse il figlio al seno. La 'Vecchia pregò e singhiozzò. 
Giorgio e Jim strinsero con mano convulsa il calcio delle loro 
pistole* , • 

La banda nemica andava guadagnancfo terreno. Il carro 
fé' improvvisamente una risvolta e «i fermò ai piedi d' una 
roccia scoscesa che s'innalzava solitaria nel mezzo della pia- 

,. nura. Questo masso isolato, specie di naturale fortezza, era 
conosciuto da Finea, che vi si era frequenti volte arrestato 
durante le sue caccie. Fu appunto per raggiungerlo eh' egli 
avea* fatto affrettare il passo ai suoi cavalli. • 

— Discendete ed «arrampicatevi con me su questa roccia, 
disse'Finea: Michele, attacca il tut> cavallo al carro, va a tro- 



78 

vare Amaria e pregalo di correr qui coi suoi figli per dir qual- 
che parola a*q"6sti furfanti. " . 
. In un lan»po ognuno prese la via per cui era diretto. ' 

— Io mMncarico dèi fanciullo, aggiunse Finea prendendo *. 
in braccio Enrico; voi altri vegliate sulle donne «ed' affretta- 
tevi più che potete. * . 

Non v' ef a" bisogno di questa esortazione j i fuggitivi pas- 
sarono al di là d' lina siepe e s^ avviarono precipitosamehte 
verso la roccia. L^ ultima luce delle stelle mescolata a quella 
dell'aurora nascente, lasciò traveder loro le orme d' un sen- 
tiero che coaduceva al vertice del masso. * 

— Àvantf! gridò Finea, e*^teBendo il fanciullo nelle sue 
braccia si arrampicò coir agilità d' una capra. Jim sali dopo 
lui portando $ulle sue spalle la tremante sua vecchia ma'dre. 
Giorgio ed Elisa formarono -la retroguardja. * 

' I persecutori s' arrestarono *al di là della siepe e disce- 
sero da cavallo. * . • 

1 fuggitivi erano giunti all'alto della roccia e seguitavano 
a caipminare V un dietro Faltro lunghesso l'angusto sentiero. • 
Ad un tratto trovaronb Fa via interrotta da lin burrone, o me- 
glio da un profondo crepaccio largo airjncirca quattro piedi. Fi- 
nea Toltrepassò facilmente. V'era al di là una massa rocciosa, i 
cui fianchi uniti e perpendicolari, come quelli d'un castello, 
erano separati dal rimanente masso. Termir^siva dessa'in una 
Piattaforma rivestila da niuschii biancastri e da licheni incre- 
spati. • * , 

— Saltate 1 gridò Finea, si tratta della vita. Il burrone fu 
superato ed i fuggiaschi s'affrettarono di costruire con pietre, 
una barricata che potesse sottrarli alla mira degli ass^dianti. 

— Eccoci tutti riuniti^ disse Finea; che essi ora ci attacchino 
se ne hanno il coraggio 1 bisognerà bene che passino uno ad 
uno fra queste due roccie sotto il fuoce delle nostre pistole. 

— Lo vedo* disse Giorj^io, ma siccome siamo noi che essi 
JnseguonOf cosi lasciate correre a ùoi soli tutti i pericoli. 



79 

— Tu sei padrone di corabaltere, Giorgio, disse Finea, 
ipastìfando alcune foglie di gelso selvatico -, ma tu permet- 
terai ch'io diriga le operazioni: 1 nostri nemici stampo deli- 
berando fra loro e sollevano il eapo in ajria come galline che 
,s' apparecchino a volare sul poUajo. Non sarebbe bene che 
tu parlassi loro prima che tentino la loro scalata, onde avver- 
tirli che si'espongono ad essere spediti all' altro mondo? 

La masnada» degli aggressori era composta dalle nostre 
vecchie conoscenze Tom Lock^tr e Marks, da due constabili ^ 
e da aUìuni malandrini reclutati all'osteria, che sedotti da un 
po' d'acquavi ta aveano acconsentito apprestar mano per pren- 
dere i negri. . • 

— Ebbene, Tommaso, disse iSno di questi satelliti, ecco i 
vostri conigli presi «nel loro covo. 

— Si,» li ho veduti salire su questa roccia, ed ecco un s^n- 
tiero^ io li seguirò, essi non possono sfuggirmi^ fra alcuni 
minuti saranno in mio potere. 

— Ma, disse Marks, sarebbe dispiacevole se. tirassero su 

noi dall'alto della loro fortezza.* 

• •• 

— Come siete coraggioso l esclamò Tommaso con accento 
di scherno^ voi pensate sempre a salyare la vostra pellej ma 
non abbiate parura, essi sono mezzo, morti di spavento. 

— Io non so perchè non avessi a cercare di salvare lamia 
pelle, poiché alla fine non ne posseggo che una sola.*I negri 
si battono* talora come demonii. 

In ques'to mentre Giorgio comparve sovra una piccola spia- 
nata posta ardi sopra del ]oro*capo,*e gridò c;pn voce ferma: 

— Signori, chi siete e cosa cercate? 

— Noi cerchiamo una banda di negri fuggiaschi , rispose 
Tommaso Loker: Giorgio Harris, sua moglie ed il Ipro figlio; 
Jim Selden e la sua vecchia madre. Noi abbiamo un mandato 
d'arresto contro costoro, e siamo accompagnati da pfficiali di 
giustizia. Siete voi Giorgio Harris, appartenente al signor Harris, 
della contea di Shelby nello Stato del Keu\.wck^*l 



80 ' 

^ ~ Io sono Giorgo Harris. Un certo Hafrrìs del Kentucky 
sì pretendeva mio j^adrone, ma io adesso sono un uomo Uberp 
e 'prema un libero suolo. Vi sono qui pure mia moglie .^ mio 
figlio^ Jim e sua madre. Abbiamo armi ed intenzione di difen- 
derci. Voi potete salire se lo volete; ma il primo cbe giunge 
alla portata delle nostre palle è un uomo morto, ed i suoi 
compagni avranno di mano in mano la stessa sorte. 

-•- Andiamo, andiamo^ gioyinotto! disse facendosi innanzi 
un personaggio corpulento ed asrhatico; voi parlate da spen- 
sierato. Noi siamo officiali di giustizia^ noi abbiamo dalla no- 
stra parte la legge e la'forza ; fareste quindi assai meglio ad 
arrendervi tranquillamente/ senza aspettare d^ esserne co- 
stretto. . * 

— So bene cbe avete dalla vostra parte la legge e la 
focza, riprese Giorgio con amarezza : Voi vplete condurre mia 
moglie alla Nuova-Orleans per venderla, esporre mio- figlio 
sopra un .mercato come un vitello , rinviare la madre di Jim 
al brutale che la* batteva a morte perchè non poteva infierire 
* coloro il figlio della sventurata. Voi volete che Jim ed io ri- 
cadiamo in potere di coloro che>i dicono nostri padrini, ed 
i quali ci staaqo preparando la sferza e le* torture. Se le vo- 
stre leggi vi appoggiano nei vòstri progetti/ è unMnfamia 
per voi e per esse ! Ma voi non ci avete ancor presi. Noi non 
riconosciamo le vostre fe^i, e ripeghiamo il vostro paese j 
noi siamo liberi, e, qjbI Dio che ci ha creati 1 noi combatteremo 
per la nostra libertà«fino alla morte. 

Giorgio, mentre prdcIamaVa in tal modo la'propria indi- 
pendenza, stava in piedi sull'orlo della roccia. Le sue brune 
gpancie erano colorate dalla mite luce delPalba, ed i suoi 
sguardi sdntillavano di sdegno e di disperazione. Egli alzò le 
mani al cielo quasi volesse appellarsi dalPuomo alla giustizia 
divina. La sua audacia, il suo sguardo , il suo fiero atteggia- 
mento impressionarono vivamente tutti gli aggressori eccet- 
ifìaione Maris. Questi^ mentre | suoi compagni erano immersi 



4 



81 

nel silenzio dello stupore, armò la ^i3L pistola e la scarico 
contro Giorgio. 

— Poco importa che lo sì riconduca nel Kentucky vivo o 
morto, diss'egii freddamente mentre puliva la pistola colla 
manica dell'abito. 

Elisa mandò uno strido, Giorgio rinculò involontariamente; 
la palla gli avea sfiorati i capelli, e dopo essere passata a 
breve distanza dalle guancie di Elisa, era andata a ficcarsi 
nel tronco d^un albero. 

— Non è nulla, disse Giorgio con calma. 

— Invece di parlare, dovresti piuttosto pensare a metterti 
al coperto, disse Finca; abbiamo acbe fare con veri furfanti. 

— Jim, riprese Giorgio, tenete al pari di me lo sguardo 
intento a questo passaggio : io mMncarico del primo cbe pas- 
serà, voi farete fuoco sul secondo, e cosi di seguito. Non bi- 
sogna gettare due palle per ciascuno di questi miserabili. 

— Ma se voi non colpite giusto? 

— Colpirò giusto, replicò Giorgio con sicurtà. 

— Questo giovane ba delle buone disposizioni, mormorò 
Finca fra i denti. 

Gli assedianti frattanto lasciavano travedere una certa in- 
decisione. 

— Bisogna che abbiate ferito qualcuno, disse uno degli 
ufficiali: bo inteso un grido. 

T — Andrò ad assicurarmi della cosa, disse Tommaso Lo- 
ker: non bo avuto mai paura dei negri, e non comincierò ad 
averla quest'oggi. Avanti! all'assalto! Chi vuol seguirmi? 

Giorgio intese queste parole, ed appuntò Tarma verso lo 
stretto passaggio. 

Uno fra i più coraggiosi segui Tommaso Loker, ed essen- 
dosi cosi formata l'avanguardia, tutto il drappello cominciò 
a salire, gli ultimi spingendo i primi più vivamente di quanto 
questi avrebbero per avventura desiderato. Neir istante in cui 

il largo viso di Tommaso si mostrò all' orlo deVbww^^i^^^x^v 
FoL IL ^ 



82 

gio fece faoco; ma quantunque ferito in un fiatnco Tommaso 
non indietreggiò. Mandò un muggito come quello d'un toro 
furioso^ diede un balzo e piombò .nel bel mezzo degli assedia- 
ti. Finca si fece allora innanzi, e respingendolo colle sue lun- 
ghe braccia gli disse: — Amico, qui non v'ha alcun bi- 
sogno di te. 

Tommaso cadde nel burrone da an' altezza di trenta pie- 
di, e rotolò frammezzo alle pietre, agli spineti ed ai cespugli. 
La caduta sarebbe stata mortale, se non fosse stata ammorti- 
ta dai rami d'un albero, ai quali s'appiccarono le Testi di 
Loker. 

— Misericordia I sono veri demonii! gridò Marks dirigen- 
do la ritirata con maggiore attività di quanto ne avesse ado- 
perato quando si trattò di salire. 

La banda lo segui a tutte gambe, ed il grasso officiale di 
giustìzia, che avea esortato Giorgio ad arrendersi, si distinse 
fra tutti per una celerità che gli tolse il respiro. 

-7 Camerata, disse Marks, andate a raccogliere Tommaso 
Loker, mentre io corro a cercare dei rinforzi. 

E senza abbadare ai motteggi e persino alle fischiate dei 
suoi compagni, egli risali a cavallo e s'allontanò. 

— Qual miserabile t disse uno degli ausiliarii reclutato 
all'osteria; ci mette in pericolo pei suoi interessi, e poi ci ab- 
bandona vigliaccamente. 

— Ad ogni modo, aggiunse un altro, bisogna soccorrere 
il suo amico ^ mi porti però il diabolo se mi dò affanno per- 
chè sia vivo morto. 

Guidati dai gemiti di Tommaso Loker, essi s' apersero un 
passaggio attraverso i cespugli, le radici, gli alberi abbattuti, 
e giunsero al luogo ove l' eroe giaceva a terra tutto sciancato, 
e trascorrente alternativamente e coli' eguale violenza dal la- 
mento alla bestemmia. 

— Voi gridate con molta forza, disse uno degli ausiliarii^ 
ìù vostra ferita è grave? 



85 

— Lo so io forse? Portatemi via di qui . . . Al diavolo 
r iniquo quacchero 1 Senz'esso avrei fatto precipitare alcuno 
con me! ... 

11 ferito venne alzato da terra, e potè, sostenuto sotto le 
ascelle, esser condotto in vicinanza ai cavalli. 

— Non chiederei altro che di poter tornare air osteria. 
Datemi un fazzoletto^ un pezzo qualunque di tela per ista- 
gnare il sangue . . . 

Giorgio sempre in agguato vide coloro che assistevano il 
ferito procurare di metterlo in sella; ma costui, dopo inutili 
tentativi per tenersi a cavallo, barcollò e cadde pesante- 
mente a terra 

— Spero che non sia morto 1 disse Elisa. 

— « Perchè questa speranza? rispose Finea; non avrebbe 
avuto alla fine che quanto si è meritato. 

— Ma dopo la morte viene il giudizio, riprese Elisa. 

— Si, disse la vecchia negra che durante il pericolo non 
avea cessato dal pregare ^ è questa una necessità terribile per 
r anima d'un essere umano. 

— In fede mia credo che lo abbandonino! esclamò Fine^u 
Finea diceva il vero. Dopo essersi consigliati fra loro, 

tutti gli uomini di quel drappello salirono sui loro cavalli e 
partirono al galoppo. Appena li si perdette di vista, Finea 
fece ai suoi compagni la proposta di discendere. 

— Noi siamo costretti, disse egli, di fare a piedi un qual- 
che tratto di via per raggiungere Michele, che ci aspetta col 
carro ... 

Aveano appena abbandonata la roccia che i fuggitivi vi- 
dero il carro che reddiva verso loro sotto la scorta di alcuni 
cavalieri. 

— Bravi! esclamò Finea 3 ecco Michele, Stefano, Amaria! 
Ora noi siamo tanto sicuri come se fossimo già arrivati al no- 
stro ricovero. 

— Allora fermiamoci un momento, disse EV\^^^ ^ i^<:x;vwfi«i 



84 

qualche cosa per uuesto poreretto^ sembra che egli soffra 
assai. 

— Abbiamo dovere di soccorrerlo, disse Giorgio 5 portia- 
molo con noi. 

— Per farlo medicare dai quaccheri? disse Fìnea; così sia, 
io non mi vi oppongo. Vediamo come sta. 

Durante il tempo che il quacchero avea condotta nelle 
foreste la vita del cacciatore avea acquistate delle superficiali 
cognizioni di chirurgia ; .s'inginocchiò quindi a lato del ferito 
per esaminarne la piaga. 

— Siete voi, Marks? chiese Loker con fievole voce. 

— Tu lo chiami inutilmente, amico; Marks non si cura 
di te, purché possa mettere in salvo sé stesso. É già molto 
tempo che se Tè svignata. 

— Credo d'essere servito come si deve! disse Loker; quel 
vigliacco furfante mi lascerà morire come un cane 1 Ah !.. . 
Mia madre mi avea sempre predetto quanto ora mi è capitato ! 

— Sentite questo povero diavolo? disse la vecchia negra, 
egli chiama sua madre. Non posso fare a meno di compian- 
gerlo. 

— Adagio, adagio, disse Finea al ferito, che adoperava il 
resto della sua energia nello scuotersi e nel respingerlo; non 
farmi il cattivo. Tu sei belPe spedito se non riesco a sta- 
gnarti il sangue. 

— Siete voi che m' avete gettato dall'alto della roccia ! ri- 
spose il Loker. 

— Tu ce ne agresti precipitati tutti se io non avessi an- 
ticipato. Nessun rimprovero dunque, e lasciami invece fasciarti 
le ferite. Noi non conserviamo alcun rancore verso di te ed 
anzi vogliamo trasportarti in casa d'una persona che ti pro- 
digherà delle cure materne. 

Tommaso mandò un sospiro e chiuse gli occhi; la riso- 
luzione e l'audacia degli uomini del suo carattere dipendono 
essenzialmente dalle condizioni del loro fisico e scompaiono 



85 

quando manca il sangue. La prostrnzioqe di questo colosso 
era realmente degna di compassione. 

II secondo drappello dì quaccheri s^ avvicinò. Si sguarni- 
rono le panche del carro e si disposero da un canto le pelli di 
bisonte in modo da formare una specie di letto; quattro 
uomini riescirono con qualche stento a stendervi sopra Tom- 
maso Loker. Durante il tragitto egli perdette i sensi del 
tutto. La vecchia negra spinta dalla compassione gli tenne 
il capo appoggiato contro il proprio seno. Elisa ^ Giorgio e 
Jim si collocarono come poterono dair altro cauto del veicolo 
e si si rimise in cammino. 

— Che pensale sul suo conto? disse Giorgio che s'era 
posto vicino a Finea sul sedile del conduttore. 

— Le carni soltanto sono tocche, ma le contusioni e le 
scorticature che sì è fatte cadendo hanno peggiorata la sua si- 
tuazione. Egli è rifinito pel sangue che ha perduto; ma giun- 
gerà a ristabilirsi e forse questa lezione non sarà per esso per- 
duta. 

— Sono lieto di quanto mi dite, rispose Giorgio: mi sa- 
rebbe stato doloroso Taver commesso un omicidio, benché 
per legìttimo motivo. 

— Si, disse Finea, è sempre una brutta cosa T uccidere 
un uomo od una bestia. Io fui allre volte cacciatore per la 
vita, e ti posso dire che ho veduti deicapriuoli feriti ed agoni:»- 
zànti guardarmi con occhi tali da farmi decisamente pentire 
di averli uccisi. Se si tratta poi d'un uomo la faccenda è an- 
cora più grave, giacché, come diceva tua moglie, alla morte 
succede il giudizio. Non giudico quindi troppo severi i prin- 
cipii della nostra setta a questo riguardo. 

— Che faremo noi dunque di questo povero diavolo? chie- 
se Giorgio. 

^- Lo porteremo in casa di Amaria. La sua vecchia nonna 
chiamata Dorca é meravigliosa per curare gli ammalati. Essa 
non si trova mai meglio al suo posto che c^w^iM''^ ^^^'^^niui\'^ 



86 

di un uomo che abl^isogni d' «ssere medicato. Sta sicuro che 
il tuo ferito^ mercè la premura di questa buona vecchia, sarà 
guarito in una quindicina di giorni. 

Dopo un^ora di cammino i nostri stanchi viaggiatori si fer- 
marono in una fattoria, ove venne loro .imbandita un^ abbon- 
dante colezione. Tommaso Loker fu deposto con cura sovra 
un Ietto più pulito e più molle di quanti ne avesse mai oc- 
cupati. Le sue ferite vennero fasciate ed egli restò sdrajato 
sulle spalle come un fanciullo affaticato, aprendo e chiudendo 
languidamente gli occhi e fissando le bianche cortine e le 
persone che s* aggiravano silenziosamente nella sua stanza. 

Lo lascieremo per ora in questa situazione e ritorneremo 
presso Io zìo Tommaso. 

CAPITOLO XVIII. 

Tribolazioni 4i 'niiss Ofelia. 

Il nostro amico Tommaso nelFe sue ingenue meditazioni 
paragonava spesso il proprio al destino di Giuseppe in Egitto. 
Diffatti la sua posizione migliorava di giorno in giorno, sicché 
l'analogia trovata da Tommaso non poteva dirsi del tutto strana. 

Saint-Giare era accidioso e non faceva alcun conto del de- 
naro. L^acquisto delie provigioni era stata fino allora unMncum- 
benza di Adolfo, che possedeva per Io meno tanta negligenza 
quanto il suo padrone, sicché tutti e due lottavano di sciala- 
qui. Lo zio Tommaso, avvezzo da molti anni ad amministrare 
i beni del signor Shelby, osservava con vero dolore le pazze 
spese che andavano facendosi nella casa di Saint-Giare e si 
permise alcune indirette e timide allusioni. 

Dapprincipio Saint-Giare non gli avea dato qualche inca- 
rico che affatto accidentalmente^ ma poscia colpito dalla sua 
capacità, dalla sodezza della sua intelligenza, gli confidò un 
maggior numero di faccende e finì col incaricarlo esclusiva- 



k 
\ 



87 

mente della spesa. Adolfo spossessato di questa mansione si 
lagnò^ ma inutilmente. 

-^ Lascia fare a Tommaso^ gli disse il padrone ^ tu com- 
pri a dritto ed a rovescio tutto quanto ti viene in capo ; Tom- 
maso invece calcola la spesa ed impedisce ch^ io abbia a ro- 
vinarmi. 

Tommaso possedendo la confidenza illimitata d'un padro- 
ne spensierato, che gli consegnava i biglietti di banco senza farvi 
attenzione e che intascava il dan^^ro senza contarlo, avrebbe 
potuto commettere facilmente delle trufferie; ma la sua lealtà 
e la sua fede cristiana lo preservarono dalle tentazioni. Egli 
si credeva obbligato ad una fedeltà tanto più scrupolosa 
quanto più liberamente potea disporre degli altrui denari. 

Adolfo aveva un modo di pensare del tutto differente: 
dissipato, egoista, viziato da un padrone che trovava più 
comodo il sopportare che il correggere, egli stabiliva fra il tuo 
ed il mio una confusione, che talvolta eccitava le inquietudini 
dello stesso Saint-CIare. Questi nel suo buon senso capiva 
bene che si comportava coi proprii schiavi con una pericolosa 
indulgenza. Era assalito come da una specie di cronico rimorso, 
il quale però non era abbastanza vivo da forzarlo a mutare Tan- 
damento delP economia domestica. Egli perdonava i falli più 
gravi, giacché sentiva in sé stesso che i suoi servi non li 
avrebbero commessi qualora egli avesse adempito al proprio 
dovere. 

Tommaso nutriva pel suo giovane padrone una singolare 
mescolanza di attaccamento, di rispetto e di paterna solleci- 
tudine. Saint-Giare non leggeva mai libri religiosi, non an- 
dava mai alla Chiesa, motteggiava liberamente sovra qualsiasi 
argomento. Passava le sere delle domeniche al teatro, fre- 
quentava i clubSy assisteva a cene ove si beveva smoderata- 
mente. Da tutte queste circostanze Tommaso avea dedotto che 
il suo padrone non fosse cristiano, sicché pregava spesso Iddio 
di farlo convertire, ed osava air occasione , caI \d2to ^^ ^^^ 



88 

ossenra nei negrì, manifestare persino il proprio modo di 
pensare. \ 

Otto giorni dòpo la domenica di cui abbiaiho patlato, 
Saint-Clare, che avea assistito ad uno stravizzo, fu ricondotto a 
casa verso le due ore del mattino in uno stato, che lasciava 
evidentemente alla materia ogni dominio sulF intelligenza. 
Tommaso ed Adolfo lo ajutarono a porsi a letto -, quest^ ulti* 
mo trovava la cosa piacevolissima e derideva la goffa inge- 
nuità del compagno, il quale manifestava un profondo ri- 
brezzo. 

Air indomani Saint-Giare in veste da camera ed in panto- 
fole trovavasi assiso nel suo gabinetto. Aveva già finito d'in- 
caricare Tommaso di alcune incombenze, quando vedendo che 
questi non faceva atto di muoversi gli disse: 

— Ebbene, Tommaso? cosa stai aspettando? non è forse 
tutto in regola? 

— Ho paura che no, o signore. 

Saint-Giare depose sulla tavola la sua tazza di caffè e guar- 
dò fissamente lo schiavo. 

— Che vi è dunque di nuovo, amipo Tommaso? Tu sei 
grave e misterioso come un sepolcro. 

— Io ho delle afflizioni, o signore ^ aveva sempre creduto 
che voi tòste buono verso tutti. 

— Non lo sono io forse? via dunque, cosa desideri? Tu 
hai volontà di dirmi qualche cosa, e non sai come escire dal- 
l'esordio. 

-^ Il padrone è stato sempre buono verso me; io non ho 
a lamentarmi a questo riguardo ; ma vi è alcuno verso il quale 
il signore non è buono. 

— Ghe vuoi tu dire? Qfuaì capriccio ti viene? spiegati. 

— Questa notte verso le due ore ho fatte le mie osserva- 
zioni, e dopo ho riflettuto sovriesse. Il mio padrone non è 
buono verso sé stesso. 

Dicendo queste parole Tommaso rivolse le spalle e fé' 



89 

per aprire la porta. Saint-Giare arrossi fino nel bianco deiroc- 
chìo^ ma nello stesso tempo si mise a ridere. 

— Non hai altro a dirmi ? diss^egU giocondamente. 

— Nulla! rispose Tommaso, e rivolgendosi bruscamente 
cadde ai ginocchi di Saint-Giare. — Ohi mìo caro padrone, 
io temo che voi non corriate alla vostra perdita , anima e 
corpo. II buon libro Fha detto: « Il peccato morde come un 
serpente ed avvelena come un colubro y> Oh! mio caro pa- 
drone ! 

I singhiozzi soffocarono la voce di Tommaso. 

— Povero pazzo! disse Saint-Giare, che aveva anch'esso 
le lagrime agli occhi. Alzati Tommaso i Io non merito che si 
pianga per me. 

Ma Tommaso rifiutò di alzarsi e prese un'aria supplichevole. 

— Io non dividerò più oltre le loro follie, riprese Saint- 
Giare^ non so neppure spiegarmi perchè vi abbia preso parte 
le tante volte. Io ho sempre disprezzati questi stravizzi, e 
mi sono sempre rimproverato da me stesso quando vi assi- 
steva. Gonsolati Tommaso, e va a compiere le tue commissioni. 
Ti dò la mia parola d'onore che non mi vedrai più in simile 
stato. 

Tommaso s'asciugò gli occhi ed usci colmo di gioja. 

— Gli manterrò la parola, disse Saint-Giare a sé stesso. 
Diffatti Saint-Giare non mancò mai alla sua promessa^ 

la sensualità triviale non era il suo difetto dominante. 

Occupiamoci. ora delle numerose tribolazioni di miss Ofe- 
lia, che avea assunto r esercizio delle sue mansioni di sorve- 
gliante. 

A seconda del carattere e della capacità del padrone di 
casa avvi molta differenza fra gli schiavi dei varj stabilimenti 
del Sud. Negli Stati del Sud, come pure in quelli del Nord, 
certe donne dotate d'una singolare attitudine, esercitano senza 
rigore ed anzi con apparente facilità una sovrana influenza sui 
loro domestici. Esse sanno mantenere fr^ e^B\ \^ <^\i^^\^^ ^ 



90 

utilizzare le loro qualità speciali, equilibrare l'inesattezza di 
alcuni colla zelante precisione degli altri. Se non si trovano 
molte di tali donne negli Stati del Sud, egli è perchè sono 
rare dappertutto, ma ve ne ha là altrettante quanìte in qua- 
lunque altro sito, e Torganizzazione sociale propria di questi 
Stati offi*e a tali padrone di casa una brillante occasione di 
sviluppare la loro capacità nel disimpegno delle domestiche 
faccende. 

La signora Sbelby era uqa di queste donne, ma non ne 
era un'altra Maria Saint-Giare. Accidiosa e puerile, ineguale 
nel suo modo d' agire e destituta di previdenza, quest'ultima 
non poteva avere che servi simili a sé stessa. Il quadro che 
essa avea fatto a miss Ofelia della confusione che regnava 
nella casa era completamente esatto 3 ma Maria avea omesso 
di dire ch'essa fosse la causa principale di questo disordine. 

Miss Ofelia si levò il bel primo giorno a quattro ore del 
mattino, e dopo, aver da sé stessa messa in ordine la propria 
camera con grande stupore della cameriera, si dispose a pas- 
sare in rivista gli armadii, le dispense, la cucina, la cantina, 
la lavanderia, i magazzini di cui aveva le chiavi. La paura che 
si scoprissero misteri nascósti nelle tenebre mise V allarme 
frai. domestici, e si alzarono nella cucina dei mormorii con- 
tro le signore del Nord. So?ra ogn' altra la vecchia Dina, cuci- 
niera in capo, montò sulle furie per quanto, era da lei conside- 
rato come un' invasione dei suoi privilegi. £ssa fu presa da 
una rabbia simile a quella che le usurpazioni della corona 
avrebbero fatto provare al tempo della gran Carta ad un ba- 
rone feudale. 

Dina avea uno strano carattere, e sarebbe un mancar 
di rispetto alla sua memoria omettendo di darne qui uno 
schizzo ai nostri lettori. Essa era nata cuoca come la mam- 
ma Clhoe, come molte fra le donne della razza africana^ ma 
Clhoe era una creatura sistematica e adempiva ai propri doveri 
con invariabile regolarità^ Dina air incontro era una donna 



91 

a improYTise inspirazioni, soggetta alf errore, ostinata nelle 
$ue opinioni. Essa nutrirà al pari dì certi modani filosofi un 
sovrano disprezzo per la ragione e la logica, e non obbediva 
che alla propria intuizione. Non vi era superiorità dMngegno 
e d'autorità che valesse a persuaderla che vi poteva essere 
un sistema migliore del suo, o quanto meno che il suo aveva 
bisogno d' essere modificato. La madre di Maria, sua antica 
padrona, s'era piegata innanzi a questa inflessibile convin- 
zione, ed anche miss Maria, per servirci dell'epiteto che Di- 
na continuava a darle, ad onta del di lei matrimonio, preferi 
cedere anziché lottare. 

Dina possedeva in massimo grado quell'arte diplomatica 
che consiste nel saper associare la più grande ostinazione 
alle apparenze della sommissione più comple\a. Non era mai 
in diffetto di scuse, e innalzava alla potenza d'assioma il prin- 
cìpio che una cuoca in capo non può aver torto. Qualora ac- 
cadeva qualche inconveniente, essa era circondata da un nu- 
mero bastevole di peccatori per renderli responsabili dell'av- 
venuto, e per serbarsi di tal maniera immune di macchia. 
Avea in pronto cinquanta ragioni tutte irrepugnabili quando 
andava a male parte del pranzo, poiché ciò avvenisse sempre 
ed incontestabilmente per colpa di cinquanta 'altre persone, 
di cui aveva cercato inutilmente di stimolare lo zelo. Era però 
assai rara l' occasione che desse luogo a giuste querele sui fi- 
nali risultati dell' industria di Dina. É vero che essa prefe- 
riva le strade oblique e tortuose, ^ero che disprezzava le unità 
di tempo e di luogo, é vero che sì avrebbe potuto dire che un 
oragano sì fosse preso il piacere di metter in ordine nel suo 
passaggio la cucina, é vero che essa avea per ciascun uten- 
sile tanti ripostigli quanti erano i giorni dell'anno, ma pure, 
ad onta dì tutto questo, e qualora non fosse mancata la pa- 
zienza dell'aspettare, il pranzo veniva imbandito con un or- 
dine perfetto , e tutte le vivande erano condizionate in modo 
da mandar in estasi il più fino epicureo. 



92 

L'ora in cui cominciayano abitualmente gli apparecchi pel 
pranzo era suonata. Dina che avea d^uopo di riposo e di ri- 
flessione, e che cercava sempre i proprii comodi, era assisa 
sul pavimento della cucina. Essa fumava una vecchia pipa , 
peli a quale nutriva una profonda affezione, e che era da essa 
accesa a guisa d'incensiere ogniqualvolta sentiva il bisogno 
d'inspirarsi. Era questa la maniera con cui Dina invocava le 
domestiche muse. 

Dintorno a Dina stavano seduti diversi membri di quella 
fiorente gioventù che abbonda nelle abitazioni delPAmerioa 
del Sud. Erano dessi occupati a sgusciare dei piselli^ a spelare 
dei pomi di terra, a*spiumare dei polli. Durante tali prepa- 
rativi Dina interrompeva di quando in quando le sue medi- 
tazioni per dare un colpo di ramajuolo sul capo dei suoi gio- 
vani ajutanti. Dina li teneva tutti sotto un giogo di ferro, 
poiché credeva ingenuamente che non fossero venuti al mondo 
che per risparmiarle la fatica. Questa era la base del regime 
di cui avea veduta Papplìcazione fino dairinfanzia, e che essa 
tentava di portare al suo ultimo sviluppo. 

Dopo aver fatta la sua girata riformatrice nelle altre parti 
della casa, nàiss Ofelia comparve in cucina. Dina, informata 
già d'ogni cosà, avea risolto di tenersi sulla difensiva^ di met- 
tersi alla testa del partito conservatore, e d'opporre ad ogni 
novità una irremovìbile forza d'inerzia. 

La cucina era un vasto locale lastricato da quadrella , il 
cui antico camino occupava un'intera parete. Dina, idolatra 
di quanto era incomodo purché avesse la consacrazione del 
tempo, s'era ostinatamente opposta a che si mutasse il vec- 
chio focolare in un moderno fornello. Allorché Saint-Giare 
ritornò dagli Stati del Nord, impressionato com'era dall'or- 
dine mirabile che regnava presso suo zio , avea provveduto 
riccamente la cucina d'armadii e di credenze. S'era immagi- 
nato che Dina ne avrebbe approfittato; ma all' invece quanlo 
maggìOTe fu il numero dei cassetti d'altrettanto si moltipli- 



93 

careno i nascondigli che servivano a Dina per riporre degli 
stracci, delle ciabatte, dei pettini, dei nastri^ dei fiori artifi- 
ciali, ed altri oggetti di simil fatta. 

All'apparire della nuova sopran tendente, Dina non de- 
gnò neppure d'alzarsi. Continuò a fumare con una calma su- 
blime fingendo di sorvegliare gli apparecchi del pranzo, e li- 
mitandosi a guardare di soppiatto miss Ofelia. 

Miss Ofelia cominciò le sue investigazioni. 

— Cosa chiudete in questa. credenza? dissocila, 
—^ Ogni sorta di oggetti, missis. 

Questa asserzione era esatta, a giudicarla da quanto era 
contenuto nella accennata credenza. Miss Ofelia cominciò a 
trarne una bella. tovaglia damascata tutta lorda di sangue^ e 
che era stata evidentemente adoperata per. involgervi della 
carne cruda. 

— Cos'è questo. Dina ? Avete forse Tabitudìne di'servirvi 
delle più belle tovaglie per involgervi la carne? 

— Mio Dio ! no , missis ; ma non avea più tovagliuoli ed 
ho dovuto servirmi di questa tovaglia ^ V avea messa là per 
mandarla alla lavandaja. 

— Stordita! disse miss Ofelia. 

Rifrugando poscia nella credenza vi trovò due noci mo- 
scate, una raccolta di inni metodisti, una grattugia, dei fax- 
zoletti stracciati, un cartoccio di tabacco, una pipa, del filo, 
un ditale , alcuni petardi, due salsiere di por^cellana dirata 
contenenti della manteca, degli scarpini, delle cipollette bian- 
che accuratamente involte in un pezzo di flanella, degli stro- 
finacci, diversi tovagliuoli damascati, dei ferri da calze e dei 
cartocci di carta, da cui sfuggivano delle erbe aromatiche. 

— Dove riponete le noci moscate^ Dina? chiese miss 
Ofelia coiraccento di chi implora dal cielo una larga dose di 
pazienza. 

— Ora qui, ora là, missis j ve ne sono in questa tazza 



94 

fessa, in quest'armadio... Ebbene, Giacomo, perchè state là 
ozioso? Occupatevi dunque delle vostre faccende. 

E Dina punì il colpevole con un colpo del suo ramajuolo. 

— • Cos'è questo? domandò miss Ofelia additando una sal- 
siera piena di manteca. 

— É del grasso pei miei capelli^ lo ho messo là per non 
perder tempo a cercarlo quando mi abbisogna. 

— E voi fate quest'uso delle salsiere di porcellana dorata 1 

— Dio mio! missiSi ero tantd pressata 1 Avea Tintenzione 
di torre di là la mia manteca quest'oggi stesso. 

--^ Ecco due tovagliuoli damascati. 

— Gli ho messi là per darli a lavare uno ^i questi giorni. 

— Non avete forse un luogo apposito per chiudervi la 
biancheria sudicia? 

— Il signor Saint-Clare ha comperato a quest'uopo un 
cofano, ma non è facile l'alzarne il coperchio; d'altronde 
l'adopero per dimenarvi sopra la pasta. 

— Perchè non impastate su questa tavola ? 

— Mio Dio! missisj essa è tanto ingombra di vasellame 
e d^altri oggetti, che non v'è più posto per nulla. 

— Voi potreste lavare il vasellame ed allogarlo. 

— Lavare il vasellame! gridò Dina, che vinta dal furore 
cominciava a dimenticare le sue rispettose abitudini; è di tal 
modo che le signore sono al fatto delle incombenze d'una 
cuoca in capo? Se dovessi impiegare il mio tempo nel lavare 
e neir ammucchiare dei piatti, chi preparerebbe il pranzo? 
Miss Maria non mi ha mai parlato di questa maniera. 

— Bene, bene. Perchè queste cipolle si trovano in questa 
credenza? 

— Non me ne ricordo più; mi pare d'averle messe da 
parte per uno stufato, e le ho poscia dimenticate in questa 
vecchia flanella. 

— E queste erbe? 

— Pregherei la signora di lasciarle star là; io amo che 



w 

le cose rimangano a quel posto o?e sono sicura di trovarle 
quando ne ho bisogno. 

— Mft la carta è tutta a buchi. 

— Cosi posso prenderle più prestamente. 

— Ma voi vedete che si spandono per la credenza. 

— Si, perchè voi le avete scompigliate, disse la cuoca av- 
vicinandosi con ansia inquieta. Voi avete tutto disordinato là 
dentro, miss Felial Se voi voleste starvene in sala fino all'ora 
in cui si mette tutto in assetto, allogherei ogni cosa al suo 
posto; ma io non sono capace di nulla quando vedo una si- 
gnora che mi gira dintorno 1 Perchè vi siete permesso , 

Samuele, di dare la zuccheriera a questa bainbina ? Abbiate 
giudizio^ altrimenti ... 1 

— Io darò ordine alla cucina, e spero che voi lo conser- 
verete. 

— Mio Dio t miss Felia, le signore non agiscono di questa 
manierai né la mia antica padrona , né miss Maria non eb- 
bero mai tali abitudini, ed io non so vedere a che possano 
giovare 1 

Dette queste parole la cuoca sdegnata s'allontanò dalla 
credenza. Miss Ofelia, senza alterarai , allogò il vasellame, 
vuotò in un solo recipiente i pezzi di zucchero sparsi in una 
dozzina dì vasi^ separò la biancheria netta dalla sudicia, e ri- 
pulì tutto con una prestezza di cui Dina rimase stupefatta. 

— Ah! dissocila a uno dei suoi satelliti; se le signore del 
Nord hanno simili abitudini, esse non sono delle vere signore, 
lo fo le mie faccende a dovere quanti altri mai nei giorni in cui 
procedo al generale riordinamento, ma non mi piace che le 
signore vengano à ficcar il naso in cucina , ed a cacciare le 
cose in siti, ove non mi sarà mai possibile il trovarle. 

Bisogna render giustizia a Dina; essa avea dei periodici 
parosismi di riforma, che essa chiamava i giorni di generale 
riordinamento. Allora essa vuotava tutti i cassetti V uno sopra 
r altro, aumentando cosi la mescolanza e Va e^iiV^^aìv^w^ \^^^ 



96 

oggetti in essi contenuti. Accendeva poscia la pipa ed a tatto 
suo agio procedeva al loro classìficamento. Essa esaminava 
ciascun oggetto Tuno dopo T altro facendo osservazitHìii sulla 
varietà degli usi a cui potevano venir applicati, comandava 
alla giovane generazione di ripulire senza risparmio di fatica 
gli utensili di rame e di stagno, e durante alcune ore get- 
tava tutto in un indefinibile scompiglio, ch'essa giustificava 
lodevolmente dicendo esser quello il giorno del riordina- 
mento generale. Essa si lamentava degli ostacoli che le ve- 
nivano opposti dalla negligenza dei suoi collaboratori, giac- 
ché Dina, il alle altre sue illusioni^ avesse quella di credersi 
il prototipo deìr ordine^ e di ritenere che si dovesse attribuire 
assolutamente a colpa degli altri domestici il dissesto che 
regnava abitualmente nella casa. 

Quando le casseruole erano ridivenute lucenti, quando le 
tavole strofinate colla pomice aveano riacquistato il loro can- 
dore, quando gli utensili che poteano imbarazzare avevano 
ripreso il loro posto sulle scanzie. Dina indossava una veste 
a vivaci colori, un bianco grembiule, un turbante di musso- 
lina, e comandava ai giovani mariuoli di andarsene, onde ella 
potesse mantener T ordine. Questi periodici riordinamenti da- 
vano sempre origine ad alcun inconveniente. Dina si la- 
sciava impressionare tanto aggradevolmente dalla lucentezza 
ricuperata dalle sue casseruole, dal non potersi risolvere ad 
adoperarle, almeno fino a che non fosse del tutto scorsa 
r epoca del riordinamento generale. 

Miss Ofelia stabilì in pochi gioi:ni un andamento preciso 
e regolare in tutta la casa^ ma sventuratamente V opera sua 
aveva bisogno, per conservarsi e maturare, della cooperazione 
di schiavi, troppo simili a Sisifo ed alle Danaidi. Disperata di 
veder neutralizzati dall'altrui incuria e pertinacia i propri 
eroici tentativi, miss Ofelia se ne lagnò con Saint-Giare. 

— £ impossibile introdurre un po' di regola in questa 
caMf àiss* elìsi al cugino. 



97 

— È véro, rispose $aint-Clare. 

— Qual leggerezza! quali sprecaménti! quali prodigalità! 
Non ho mai veduto niente di simile. 

— Lo credo facilmente. 

— Non parlereste di ciò con tanta calma se doveste di- 
rigere voi stesso la famiglia. 

— Mia cara cugina, vi dirò una volta per sempre, che noi 
altri padroni ci dividiamo in due classi, vale a dire in oppres- 
sori ed in oppressi. Coloro che hanno un carattere inchinevole 
alla bontà e che sentono ripugnanza pel rigore, vanno sog- 
getti a gravi inconvenienti. Dal momento che crediamo op- 
portuno di tenerci in casa una banda di babbuini senza istru- 
zione, fa d^uopo accettarne e subirne le conseguenze. Si sono 
veduti qualche rara volta dei padroni, dotati di speciale attitu- 
dine, introdurre l'ordine in casa propria senza ricorrere a mi- 
sure severe ; ma io non sono di questo numero. É per questo 
che da gran tempo ho presa^la risoluzione di lasciar andare 
le cose come vogliono. La mia opposizione a clie si sferzino 
e si torturino dei poteri diavoli è da essi conosciuta, ond'è 
che spesso ne abusano. 

— Ma non vi sono ore determinate , regole fisse, metodo 
uniforme! 

— Voi altri indigeni del Nord, cugina mia , attribuite al 
tempo un valore esagerato. Qual prezzo può avere il tempo 
per chi ne ha il doppio di quanto rie possa mai impiegare? 
Che importa se il pranzo è apparecchiato un'ora prima od 
un' ora doj)o a colui che non ha altro a fare che lo sdrajarsi 
sovra un sofà? Dina è una vera cuoca ^ le sue minestre, i 
suoi pasticci, i suoi arrosti, i suoi sorbetti di fior di latte , 
sono irreprensibili, ed essa estrae tutto ciò dal caos e dalle 
tenebre della cucina con un' abilità decisamente sublime. 
Ora, se ci piacesse assistere^ai suoi preparativi, se la vedessi- 
mo colla pipa alla bocca comandare alla sua armata di ne- 
gri guatteri, ci riescirebbe impossibile ingoiare le w^wìk. \^ 

rol IL "* 



98 

essa apprestate. Rinunziate ancb^ voi, cugina mìa a questa 
inutile penitenza, che non può produrre altro effetto che di 
farvi montare in collera e confondere la testa alla povera 
Dina^ lasciatela tranquilla. 

— Ma vof non sapete^ Agostino , in qual disordine io ab- 
bia trovata ogni cosai 

— Non lo so? Ignoro forse che ripone la grattugia nella 
sua tasca imbrattata di tabacco^ che mette sotto il suo letto lo 
spianatojo. della pasta, che vi sono sessantacinque zucche- 
riere in sessantacinque diversi nascondigli, che dessa' asciuga 
il vasellame quest^oggi con un tovajuolo sudicio^ e domani co- 
gli avanzi d^ una vecchia sottana? Ma in mezzo a questo non 
si può negare ch&Hin definitiva essa imbandisca dei pranzi 
eccellenti e prepari un caffè sempre squisito. Bisogna giudi- 
carla come i generali e gli uomini di Stato, vale a dire dal 
successo. 

— Ma lo spreco nelle spese? 

— In quanto a questo potete chiudere tutto a chiave e 
■ non dar fuori nulla che a seconda del bisogno ; ma non oc- 
cupatevi dei rimasugli. 

-^ Non posso far a meno di credere che i vostri dome- 
stici non sieno onesti allo scrupolo. Ritenete che si possa con- 
tare sovr'essì? 

Agostino diede in uno scoppio di riso osservando .l'espres- 
sione grave ed inquieta assunta da Ofelia mentre gli volgeva 
questa domanda. 

— È ammirabile la vostra ingenuità l egli esclamò; voi 
chiedete se sieno onesti ? No sicuramente. Perchè mai lo sa- 
rebbero? Chi li avrebbe resi tali? 

— L'educazione. 

— L'educazionel E quale educazione poss'io dar loro? Ho 
forse l'aspetto d'un pedagogo ? D'altronde potrei impedire ad 
essi d'ingannarmi? 

— Non v'è dunque alcun negro che sia onesto ? 



99 

— Se ne vedono dì quando in (j^uando alcuni, che sono 
per natura tanto ingenui, tanto fedeli, dal non poter essere 
fuorviati dalle più detestabili influenze. Ma generalmente, 
cugina mia^ il ragazzo di colore s'avvede fino dalla culla che 
non potrà mai arrivare a nulla se non batté delle strade clan- 
destine. Tratta furbescamente coi propri genitori, colla pa- 
drona, coi figli del padrone che Io chiamano a parte deglMn- 
fantili loro sollazzi. La frode diventa per esso una profonda 
abitudine. Né si può aspettarsi altra cosa, né si potrebbe avere 
il coraggio dì punìrnelo. In quanto alla probità^ lo sctfiavo 
essendo sempre tenuto in uno stato assoluto di minorità e di 
dipendenza 9 non può formarsi unMdea esatta dei diiltti della 
proprietà , né giunge quindi a capire che quanto é del suo 
padrone non gli appartiene mai debitamente, anche qualora 
riescisse ad impadronirsene. Non vedo in qual modo e perché 
i negri possano divenire onesti, ed uno schiavo simile a Tom- 
maso é . . . uu vero prodigio morale. 

— E cosa avviene delle loro anime? 

— Ciò non mi riguarda, riprese Saint-Clare^ io non mi oc- 
cupo che deirattualità. Tutta la razza negra é in questo mondo 
dedicata al diavolo pel maggiore vantaggio dei bianchi^ può 
darsi che le condizioni s'in vertano al mondo di là. 

— È una cosa orribile! disse miss Ofelia^ voi dovreste 
vergognarvi della vostra condotta. 

— Che volete? noi ci uniformiamo a principii general- 
mente accettati. Volgete pure uno sguardo intorno alla terra, 
e vedrete dappertutto che le classi inferiori sono sacrificate, 
corpo, anima ed intelligenza, al miglior benessere delle classi 
privilegiate. L'Inghilterra ne offre un esempio. Eppure i co- 
Ioni deir America del Sud sono Io scopo deìr indegnazione di 
tutti i popoli cristiani, perché hanno un modo di opprimere 
un po' diverso da quello degli altri ! 

— Ognuno è libero nello Stato di Vermont. 

— Ah l ne convengo; voi altri della ^uo\3L-\tv^A\fò\\^ sì. \^~ 



100 

gli Stati senza schiavr, avete un^organìzzazione sociale migliore 
della nostra. Ma sento suonare la campana^ dimenticate dun- 
que , cugina mia , per un istante le vodtre preoccupazioni^ e 
venite a pranzo. 

Miss Ofelia si trovava verso sera nella cucina^ quando un 
ragazzo negro gridò: — Ecco mamma Prue ohe giunge bor- 
bottando. 

Una donna dì colore^ dalFalta statura e dalle ossa sporgenti, 
entrò nella cucina portando sulla testa un canestro di biscotti 
e di piccoli pani ancor caldi. 

— Buon giorno, Prue, le disse la cuoca. 

Prud^'avea un aspetto sgarbato ed una voce arrocata; essa 
depose il suo canestro e s'accosciò a terra appoggiando i go- 
miti sulle ginocchia. 

— Dio mio! mormorò dessa; io vorrei esser mortai 
* — Perchè vorreste esser morta? chiese miss Ofelia. 

— Perchè sarei sollevata dalle mie miserie, replicò la 
Prue senza alzare gli occhi. 

— Fate di meno d*ubbriacarvi sempre 1 disse Jenny, gra- 
ziosa cameriera che mentre parlava facea tintinnire i suoi 
lunghi orecchini. 

Prue le lanciò uno sguardo feroce e le rispose. — Cadrete 
anche voi quanto prima neirafflizione, ed io sarò contenta di 
vedervi in tale stato. Allora troverete piacere al pari di me 
nel bere un bicchiere, che possa farvi dimenticare Ja vostra 
miseria. 

— Andiamo, Prue, interruppe la cuoca^ occupatevi dei vo- 
stri biscotti, la signora ve li comprerà. 

Miss Ofelia ne prese una dozzina. 

— Vi debbono ancora essere dei boni in quella vecchia 
brocca screpolata posta là in alto, disse Dina 3 arrampicatevi, 
Giacomo, e portatela abbasso. 

— A che servono questi boni? chiese la sopraintendente. 



101 

— Lì compriamo dai padrone di Prue e li scambiamo po- 
scia con tanto pane. 

— E quando torno a casa egli numera i miei boni ed il 
mio denaro^ per vedere se il conto è giusto, e se non lo è 
sono sferzata a morte. 

— Lo meritate^ disse Jenny, voi. truffate il denaro per ub- 
briacarvi. Si, miss, ecco quanto ha il coraggio di fare. 

— Ed è quanto continuerò sempre a fare. Bere e dimen- 
ticare la mia miseria; senza ciò potrei forse vìvere? 

— Fate male, disse miss Ofelia, a derubare il vostro pa- 
drone per ubbriacarvi. 

—r Avete ragione, 9>)/5^'.9, ma non posso fare diversamen- 
te — Oh i vorrei esser morta e sollevata dalla mia miseria... 
Sì che lo vorrei ! » 

La vecchiarda sbalzò, e ripose il canestro sul capo; ma 
prima d' escire si volse a Jenny che continuava a far risuo- 
nare i suoi lunghi orecchini. 

— Voi vi credete molto bella, essa le disse, colle vostre 
frascherie e guardate ognuno con disprezzo. Scuotete pure 
la testa, ma voi potrete divenire una vecchia sventurata al 
pari di me, ed allora vedrete se non finirete col berel 

E la Prue esci atteggiandoli viso ad un ghigno infernale. 

— Qual sozza bestia! disse* Adolfo che apparecchiava 
Tacqua per la barba di Saint-Giare. Se quella vecchia fosse in 
poter mio la batterei assai più di quanto lo faccia il suo attuale 
padrone. 

— Non sarebbe possibili , osservò. Dina ; essa ha le ■ 
spalle tanto coperte da cicatrici che non possono sopportare 
neppure l'attrito d^una camìcia. 

— Non si dovrebbe lasciar entrare in questa casa delle 
creature tanto abbiette, disse miss Jenny. Quale è la vostra 
opinione, signor Saint-Giare? 

Bisogna sapere che Adolfo, non contento di appropriarsi 
le vesti del suo padrone, gli prendeva axidx^ *\\ ^^\s!Ctvi>s^^^ 



104 

-^ Di Gesù Cristo? Chi è egli ... ? 

— Egli è il Signore! rispose Tommaso. ^ 

— Credo d'aver udito a discorrere del * Signore, dell'ul- 
timo giudizio, dell'inferno ... Ho come up barlume di tutto 
ciò * . . ' 

— Ma non v'banno detto > la interruppe Tommaso, che 
Cristo ci avea ineffabilmente amati, noi poveri peccatori , ed 
era morto per la nostra salvezza ? 

— Non ne so nulla. Nessuno mi ha più amata dopo la 
morte del mio povero e vecchio marito! 

— Dove siete nata? 

— Nel Kentucky. 11 mio primo padrone allevava dei fan- 
ciulli per mercanteggiarli e li vendeva appena aveano rag- 
giunta una certa età. Mi venne affidata la loro sorveglianza. 
Fui poscia venduta ad uno speculatore, dal quale mi comprò 
il mio attuale padrone. 

— Perchè avete voi contralta l'abitudine di bere? 

— Per liberarmi dal sentimento della mia Aiiseria. Dopo 
il mio arrivo alla Nuova-Orleans, ebbi un figlio, ed io credetti 
che avrei potuto allevarlo poiché il mio padrone non fosse 
uno speculatore. Egli èra il più bello dei bambini , e la mia 
padrona lo trovava delizioso. Avea una ciera vìvida di salute 
e non gridava mai. La mia padrona cadde ammalata. Io l'ho 
assistita e venni presa dalla febbre. Perdetti tutto il mio latte, 
il bambino fu ben presto ridotto come uno scheletro, e la 
mia padrona non • volle -comperare del latte per nutrirlo. 
Essa non w)lle neppure ascoltarmi quando le dissi che il mio 
seno s'era essicato. Il bambino soffriva e gridava^ gridava 
tutto il giorno e tutta la notte, ed era sparuto in modo da re- 
car spavento. La padrona montò sulle furie contro il mio fi- 
Ifliaoletto e mi disse che egli era divenuto insopportabile e 
che s'augaraVà di vederlo morire. Non me lo lasciò più du- 

fmnle la notte, perché, a quant'essa diceva, mi teneva sveglia 
«4 impediva cosi cl^'io fossi ancor buona a qualche cosa . . . 



i05 

Mi costrìngeva a dormire nella sua stanza, ed io era obbli- 
gata a lasciare il mio bambino solo in un granajo ove una 
notte mori . . . Cominciai d^ allora a bere per addormentare 
le mie angoscie, per sottrarmi alle grida del bambino che non 
cessavano dal perseguitarmi . . . Ho bevuto, e continuerò a 
bere^ dovessi per questo andarmene air inferno! 

— Povera donna! . . . Non v'hanno detto che il Signore 
era morto per noi : . . che Egli s'era sacrificato per la^ nostra 
salvezza . . . che voi potevate andar ia Cielo, e trovarvi final- 
mente il riposo e la pace ... ? 

— Il cielo! riprese la vecchia; non è forse il luogo ove 
debbono andare i bianchi? ... Se dovessi incontrarmi con es- 
si.... Oh! preferisco andare af l'inferno, e trovarmi lontana 
dal mio padrone e dalla mia padrona . . ! 

Essa chiuse queste parole coir abituale suo gemito, ripose 
il canestro sul capo, e s' allontanò lentamente. 

Tommaso ritornò a casa tristo e scorato. Trovò nel corti- 
le la piccola Evangelina colla fronte ridinta da una corona di 
tuberose, e cogli occhi radianti di contentezza. 

— Oh! eccovi finalmente, Tommaso! Sono felice diveder- 
vi... Il papà mi ha incaricata di 'dirvi che potete attaccare i 
poneys alla mia piccola carrozza nuova, e condurmi al pa»- 

'•seggio .... Ma che avete dunque che siete tutto pensoso? 

— Non mi sento dil)uona salute, miss Eva; ma vado a 
mettere i fornimenti ai cavalli. 

— Voglio sapere cosa vi crucia ... Vi" ho veduto a parla- 
re colla vecchia Prue . . . 

Tommaso raccontò con eloquente semplicità la storia del- 
la vecchiarda. Evangelina non diede in esclamazioni, non pian- 
se, non manifestò alcuna meraviglia, come avrebbe fatto un' 
altra fanciulla. Le sue guancie impallidirono, i suoi occhi per- 
dettero il giocondo fulgore quasi li avesse improvvisamente 
velati una fosca nube, le sue mani «i incrociarono sul suo 



- :ì 



106 

seno palpitante, ed un profondo sospiro esci dalle sue labbra 
allividite. 

€APITOLa XIX. 

Continuazione delle esperienze di miss Ofelia. 

— Non attaccate, Tommaso; non voglio più sortire, disse 
Evangelina. 

— Perchè, miss Eva? 

— Queste miserie mi lacerano il cuore; non voglio più 
sortire. 

Dette queste parole la fanciulla rientrò in casa. 

■ 

Alcuni giorni dopo, invece della vecchia Prue venne un^al- 
^ tra donna a portare i biscotti. Miss Ofelia si trovava nella cu- 
' Cina. 

— Mio Diol esclaìnò Dina; cos^è accaduto alla mamma 
Prue? 

— Essa non verrà più qui, disse la donna con un accento 
pieno di mistero. 

— Comel è forse morta? 

— Non ne sappiamo nulla; essa è nella cantina, disse la 
donna sugguardando miss Ofelia. 

Allorché Ofelia ebbe compri i biscotti. Dina accompagnò 
la donna fino alla porta. 

— Che ha dunque la Prue? vediamo, ditemi la verità. 
La donna sembrava avesse voglia di parlare, ma] pure ri- 
maneva ancora esitante. 

— Voi non lo direte a nessuno? ella rispose a voce bassa: 
la Prue s' è ancora ubbriacata, e il padrone V ha fotta chiudere 

. nella cantina e Tha lasciata là tutta la giornata. Si assicura 
che le mosche la punaecchino liberamente e che essa sia 
morìa. 



, 107 

Dina alzò le mani al cielo; rivolgendosi vide ai suo fian- 
co Evangelina coi suoi grand^ occhi spalancati per T orrore, e 
colle labbra e le guancie livide come quelle di un cadavere. 

— Che Dio ci guardi I miss Eva cade in svenimento! ed 
in fatti perchè raccontare alla sua presenza delle storie tanto 
terribili ? 

— Non mi vien male^ no, disse la fanciulla con fermezza: 
perchè non mi si direbbero le cose che ho intese? io sono al- 
trettanto capace di ascoltarle quanto il fa la povera Prue di 
soffrirle. . 

Miss Ofelia chiese con ansietà la storia della vecchia; Di- 
na la raccontò diffusamente^ ^ Tommaso la completò svelan- 
do le particolarità che gli erano note. 

— £ una cosa infame 1 gridò miss Ofelia entrando nella 
camera ove Saint-Clare stava leggendo il giornale. 

— Di quale infamia parlate voi? 

*— Hanno battuta la Prue al punto di ucciderla f disse 
miss Ofelia, ed essa ripetè quanto avea udito insistendo par- 
ticolarmente stflle circostanze più atroci. 

— Ho sempre preveduto che la cosa sarebbe finita di 
questa maniera^ disse Saint-Giare ripigliando il suo giornale. 

— L'avete preveduto e non avete fatto nulla per impe- 
dirlo? Non avete qui magistrati, il cui intervento abbia forza 
d'opporsi al compimento di iniquità tanto nefande? 

— In generale si suppone che tali fatti sieno sufficiente- 
mente combattuti dall'interesse stesso del proprietario, ma 
se v' è alcuno che si ostini a rovinarsi non vedo qual mezzo 
si possa usare per opporsi alla sua volontà. Si diceche la tcc- 
chia fosse ladra e datt air ubbriachezza. Se la cosa è cosi 
essa sarà poco compianta. 

•^ Ciò è orribile, Agostino 1 vi ha più di quanto occorre 
per attirare su voi la vendetta celeste. 

— Io non ho commesso il delitto, mia cara cugina, e noti 
ho potuto impedirlo. Se alcuni miseraibiW &\ \^%^w^^ \\xv^^^ 




108 

dalla brutalità delle loro tendenze, che posso farvi? Sono 
despoti irresponsabili che posseggono un'autorità assoluta. 
Ogni intervento riescirebbe inutile, poiché manchi l'appoggio 
d'una légge positiva. Non si può far nulla di meglio che chiu- 
dere gli occhi e le orecchie, e lasciar che vadan le cose per 
la loro corrente. 

— Ma v'è possibile di chiudere gli occhi e le orecchie? 

— Che v'aspettate da noi, amica mia? Una classe avvilita, 
infingarda, ignorante è lasciata in balia senza condizioni a 
proprietarj bianchi, la cui immensa maggioranza non sa do- 
minare le proprie passioni e non sa neppure apprezzare i 
proprii veri interessi. Dinanzi .ad una simile organizzazione 
sociale un uomo d' onore che può far altro, se non che chiu- 
dere gli occhi ed irrigidirsi il cuore? Io non posso compe- 
rare tutti questi^ poveri sventurati , io non posso farmi il ca- 
valiere errante di qifesta razza perseguitata ed oppressa : non 
posso «far altiv) che tenermi in disparte. 

Il viso di Saint-Giare assunse per un momento una cupa 
espressione, ma riprese tosto il suo allegro %orriso 5 — An- 
diamo, cugina mia, diss' egli, lasciate là questa vostra fisono- 
mia di fata in collera. Voi non avete ancora alzato che un 
lembo del sipario, ma se voi voleste approfondire tutti i mi- 
steri! della scena del mondo il vostro cuore finirebbe col farsi 
di marmo. 

' E Saint-Giare, sdrajandosi sul canapè, riprese la lettura 
del suo giornale. Miss Ofelia si mise a lavorar «la sua calza 
con movimenti pressoché convulsivi. Meditò qualche tempo 
in silenzio, e le sue riflessioni accrebbero la sua indegnazio- 
ne. Finalmente essa gridò: * • 

— Vi dico davvero. Agostino, che trovo orribile il difen- 
dere un simile sistema; ecco la mia opinione. 

— Ghe! disse Saint-Giare alzando la testa, volete forse 
ricominciare? 

— ' Vi ripeto che è cosa orribile vedervi difendere un si- 



109 

mile sistema, riprese miss Ofelia con nn ardore sempre cre- 
scente. 

— Io lo difendo^ mia cara signora? Chi v^ha detto ch'io lo 
difenda? 

— Tutti gli abitanti del Sud non ne sono forse i difen- 
sori? Se non Io fossero perchè lo metterebbero in pratica? 

— Avreste forse Fingenuità di credere che in questo 
mondo non si faccia che quanto è riconosciuto conforme a 
giustizia? Voi stessa non vi siete mai permessa alcuna azione 
che sentivate non essere del tutto. irreprensibile?.... 

— Se ne ho commesse me ne pento! disse miss Ofelia 
movendo energicamente i suoi aghi. 

— Me ne pento io pure! disse Sain-GIare. 

— Ed allora perchè persistete? 

— Non v'è mai capitato di ricomettere il male dopo d'es- 
servi pentita , mia buona cugina? 

— Si, ma allora solo che fui assalita da forti tentazioni. 
^— Ebbene! Io fui assalito da forti tentazioni. 

— Ma io mi son sempre proposta di non ricadere ne' 
miei falli. 

— Sono dieci anni che ho presa anch'io la stessa deter- 
minazione, ma inutilmente. Siete voi giunta, cugina mia, al 
punto di rendervi immune da ogni peccato? 

— Agostino, disse gravemente miss Ofelia, mettendo da 
parte la sua calza ^ io merito che voi rimproveriate i miei 
falli ed io son ben lontana dal negarli^ ma pure vi è una dif- 
ferenza tra me e voi. È vero che la mia condotta non è sem- 
pre in armonia co'mi6i principii, ma mi pare altresì che mi 
taglierei la mano destra piuttosto che persistere per una via 
che credessi cattiva. 

Saint-Giare s' assise sul pavimento ai piedi di sua cugina: 
— Non prendete dunque un' aria tanto seria, le diss'egli; 
voi sapete che sono una creatura bizzarra e piena di diffetti. 
Malgrado i miei motteggi son pronto a tkoikc^^^^^ Ocl^^^'v^ 



.V. 



Ilo 

siete una donna eccellente^ ma non ischiaccìatemi, di grazia, 
sotto il peso della voistra superiorità. 

— Voi avete un bel mettere la cosa in ischerzo. Agostino, 
r argomento è grave. 

— Terribilmente grave, troppo grave per essere trattato 
quando fa caldo. Si può forse sollevarsi a sublimi considera- 
zioni quando si è tormentati dal sole e dalle zanzare? Qual 
magnifica idea! aggiunse egli alzandosi : capisco adesso perchè 
le nazioni del Nord sieno sempre più virtuose di quelle del 
Sud! 

— Siete leggero come una farfalla, cugino mio! disse 
miss Ofelia non potendosi rattenere dal sorridere. 

— La cosa ;è possibile^ ma io voglio essere serio almeno 
una volta nella mia vita. Però innanzi tutto permettetemi che 
mi avvicini questa cesta d^ aranci onde possa avere al bisogno 
di che ristorarmi. Quando il corso degli avvenimenti forza 
un uomo a tenere in Ischia vitù due o tre dozzine de^ suoi 
fratelli bisogna tener conto «delP opinione pubblica, e . . . 

— Non mi pare che siate divenuto molto serio, disse miss 
Ofelia. 

— Lo diverrò adesso, riprese Saint-Clare, il cui viso as- 
sunse ad un trattò una profonda espressione di gravità. Non 
vi può essere che una sola opinione intorno a questa questione 
della schiavitù presa astrattamente. I piantatori che ne ap- 
profittano , i ministri che vogliono compiacere ai piantatori , 
i politici che cercano *di dominare, potranno oltraggiare la 
morale, mentire alla natura, falsare il senso deir Evangelo, ma 
non illuderanno mai alcuno. Il demonìorè il padre della schia- 
vitù ed egli ha provato^ istituendola, di che fosse capace. 

Miss Ofelia fu presa da stupore, e Sainl-Clare, che sem- 
brava gioire per la naaraviglia di sua cugina, continuò in que- 
ste parole: 

— €os' è alla fine questa istituzione maledetta da Dìo e 
(fa^/J uomiml Spogliatela del suo involucro, sottomettetela ad 



Ili , 

nn^analisi scrupolosa e vedrete che ne risulterà! Come! per- 
chè il mio fratello negro è debole ed ignorante, mentre io 
sono forte ed intelligente, gli ruberò tutto ciò che possedè! 
Ogni fatica che sia troppo grave ^ troppo nauseante, troppo 
spiacevole la imporrò al negro!' Il negro lavorerà com^ un 
cane perchè io non ho voglia di lavorare ! Il negro sopporterà 
Tardore del sole perchè il sole m'abbrucia! Il negro guada- 
gnerà il denaro ed io lo spenderò! Il negro s'affonderà nei 
pantani onde io possa camminare all'asciutto ! Il negro durante 
tutta la sua terrena esistenza farà la mìa e non la sua voloiftà 
e non avrà altre probabili!^ di guadagnarsi il cìeloLoìfe quelle 
che gli saranno da meconcessel Tutte queste ingiustizie sono le « 
conseguenze forzate del servaggio. Io sfido chicchessia a leggere 
il nostro codice negro ed a spremerne conclusioni differenti. 
Si parla degli abusi della schiavitù^ ma è la schiavitù stessa' 
che è il più mestruo^ degli abusi! Se non è ancora scom- 
parsa dalla superficie della terra come Sodoma e Gomorra, 
egli è perchè non è applicata in tutta V estensione di cui è 
suscettibile. Per pietà, per pudore, perchè noi siamo uomini 
nati dalla donna e non bestie feroci, noi non usiamo di tutto 
il potere che ci è accordato da leggi crudeli. 11 padrone che 
mostra la più fredda insensibilità e la più atroce barbarie 
non oltrepassa i confini della legalità. 

Saint-Clare s'era alzato e camminava a passi precipitati,' 
come ne avea l'abitudine quand'era scosso da vive impressioni. 
Il suo bel viso, a linee artistiche come quello d'una statua 
greca, era raggiante d' una nobile indegnazione, i suoi grap- 
d'occhi azzurri scintillavano. ed il suo gesto aveva involonta- 
riamente una singolare vivacità. Miss Ofelia che non l'avea 
mai veduto, cosi animato si tenne in un profondo silenzio. 

— V'assicuro, riprese egli fermandosi bruscamente rim- 
petto a sua cugina, che ho detto più volte a me stesso, che 
se per finirla una volta con tante ingiustizie e con tante miserie, 
f uesto paese dovesse inabissarsi nelle viscere d^Ua.\fó^\'^^'v2k 



Ii2 

sarei contento dì essere inghiottito insieme ad esso. Allorché 
io vedeva nel corso de' miei, viaggi, dei vili furfanti investiti 
di una legale autorità sopra uomini, sopra donne, sopra fan- 
ciulli da essi comper&ti con denari soventi volte rubati, io fui 
le cento volte tentato di maledire la mia patria , di maledire 
la razza umana! 

*— Agostino! Agostino! ciò è troppo! gridò miss Ofelia, 
io non ho inteso mai nulla di simile neppure nel Nord! 

— Nel Nord? disse Saint-Clare, che per una rapida jne- 
tatnorfosi avea d' un tratto ricuperato il suo tuono abituale di 
spensieratezza. Bah ! i vostri citta4ini del Nord hanno il san- 

« gue agghiacciato. Essi non possono affrettarsi a maledire al 
pari di me. 

— Ma si tratta di sapere, .... 

— Si, si tratta di sapere come io abbia potuto accettare 
e difendere T iniquità...! La risposta è facile; essa mi^ per- 
venne come parte delPeredità dei miei genitori. I miei schiavi 
appartenevano a mio padre ed a mia madre; ora apparten- 
gono a me unitamente alla loro posterità, che comincia già a 
formare una considerevole appendice. Mio padre, come voi 
sapete, era originario della Nuova-Inghilterra, e differiva es- 
senzialmente dal vostro, polene fosse un uomo altiero, ener- 
gico, e dotato d'una ferrea volontà. Vostro padre si stabili 

•nella Nuova-Inghilterra, fralle roccie e le pietre, per darsi 
tutto all'agricoltura; il mio venne nella Luigiana per aver 
sotto il suo comando uomini e donne. Mia madre — e Saint- 
C^re contemplò con venerazione un ritratto sospeso alla pare* 
te — era una creatura divina... . Non condannate quest'epi- 
teto, giacché sapete ciò ch'io voglia dire. Essa era sicuramen- 
le una creatura mortale, ma non v' era in lei, a quanto mi fu 
dato giudicarne, alcuna traccia delle imperfezioni e delle de- 
bolezze umane. Tutti coloro che l' hanno conosciuta ^ liberi x) 
schiavi, parentLod amici, si assoderanno a me per renderle 
questa testimonianza. Fu soltanto il pensiero di mia madre 



i 



115 

che mi impedi di divenire compiutamente incredulo^ essa era 
come la personificazione dell'Evangelo, una morale vivente^ 
una immagine delF eterna verità 1 madre mia! madre mia! 

Saint-Giare sollevò con trasporto le mani in atto di pre- 
ghiera. Calmandosi poscia e sedendosi sovra una scranna con- 
tinuò dicendo : 

-^ Mio fratello ed io eravamo gemelli. Si ritiene general- 
mente che due gemelli debbano rassomigliarsi , eppure noi 
formavamo un perfetto contrapposto. Egli avea gli occhi ed i 
capelli neri^ la tinta bruna, un profilo romano vigorosamente 
designato. Io avea gli occhi azzurri, la capigliatura bionda, il 
colorito bianco, il profilo greco. Egli era vivace ed attivo, io 
meditabondo. Egli manifestava della generosità verso i suoi 
amici ed i suoi eguali^ ma era fiero, oltraggioso verso gFinfe- 
riori. Non avea alcuna pietà verso coloro che gli si dichiara- 
vano conlrarii. Noi ci amavamo V un V altro come si amano i 
fanciulli, vale a dire ora un po' più, ora un po' meno. Io era 
il beniamino di mia madre, egli di mio padre. 

Io avea una sensibilità quasi morbosa , che non era com- 
presa da mio padre e da mio fratello, ma che mi procacciava 
le simpatie di mia madre. Allorché avea qualche dissapore 
con Alfredo , se mio padre mi guardava severamente, io 
cercava un rifugio presso mia madre. Mi pare ancora di ve- 
derla colle sue guancie pallide, coi suoi occhi dolci e pensosi, 
colla sua candida veste. Essa si vestiva abitualmente di bianco, 
il che mi facea sempre pensare ai santi descritti nei sacri libri. 
Abile in tutto, coltivava la musica col più grande successo ; 
suonava spesso alcune antiche e grandiose cantilene della 
chiesa cattolica, e le cantava con una voce che avreste detto 
esser quella d'un angelo. Io adagiava allora la mia testa sulle 
sue ginocchia, piangeva , pensava , provava sensazioni indefi- 
nibili, che non possono venir circoscrìtte dalla parola. 

A quell'epoca la questione della schiavitù non era alata 



Fol. IL 






114 

per anco sollevata , e nessuno sembrava pronto ad assumerne 
riniziativa. 

Mio padre avea la natura aristocratica. Forse ^ nella sua 
antecedente esistenza, avea occupato in £uropa qualche alto 
posto, che Io avea abituato a tutta la petulante arroganza 
dei vecchi cortigiani, quantunque fosse nato da povera ed 
oscura famiglia. Mio fratello era esattamente simile a mio 
padre. 

Un aristocratico non ha alcuna simpatia per coloro che 
non appartengono ad una data classe. La linea di confine va- 
ria secondo i paesi^ ma non è mai oltrepassata. Il colore era 
ciò che la deterdiinava per mio padre. Integro e generoso coi 
bianchi^ egli considerava i negri, i meticci, i mulatti, i quar- 
teronSy come esseri che stavano fra Tuomo e la bestia, e ba- 
sava su questa ipotesi le sue idee d'equità a loro riguardo. Ad 
alcuno che gli avesse domandato se riteneva che avessero 
delle anime, forse avrebbe risposto affermativamente^ ma evi- 
tava d'occuparsi di questioni spirituali. Egli non avea alcun 
sentimento religioso; rispettava soltanto Dio come capo delj^ 
classi superiori. 

Mio padre possedeva cinquecento negri alPincirca. Inflessi- 
bile^ esigente, meticoloso, egli volea che tutto procedesse nella 
f sua proprietà con un'esattezza, e con una regolarità infalli- 
bile. Se riflettete che egli avea a che fare con creature indo- 
lenti, • istupidite , fiacche , indovinerete facilmente come sulla 
piantagione dovessero accadere tali cose, da far gemere un 
fanciullo qual era io, naturalmente dolce e sensibile. 

Il soprastante della piantagione era un rinnegato dello 
Stato di Vermont, corpulento briccone di aspetto sinistro, che 
era stato lungo tempo alla scuola della crudeltà prima d'es- 
sere ammesso a praticarla. Mia madre ed io non potevamo 
soffrirlo j ma egli esercitava su mio padre la più grande in- 
fluenza, sicché comandava da despota assoluto. 

lo era in allora molto giovine, ma avea di già una viva 



US 

inclinazione allMndulgenza. Mi si vedeva spesso nelle capanne 
degli schiavi^ e nelle piantagioni frammischiarmi ai negri dai 
quali era amato, onde raccoglierne le querele e trasmetterle 
a mia madre^ essendoché noi due avevamo formato una specie 
di comitato per la tutela e la difesa degli oppressi. Koi eravamo 
giunti ad impedire molte crudeltà, e ci rallegravamo dei no- 
stri successi, quando il troppo zelo ci ha perduti. Slubbs di- 
chiarò a mio padre che egli non poteva più dominare gli 
schiavi e che era quindi costretto a dare la propria dimis- 
sione. Mio padre era un buono ed amoroso marito, ma non 
cedeva mai quando credeva necessaria la fermezza, sicché 
frappose unMnsormontabile barriera tra noi e gli schiavi 
della piantagione. Egli disse a mia madre, che la di lei auto- 
rità era assoluta sugli schiavi di casa^ ma che riguardo a 
quelli che lavoravano al di fuori non dovesse in alcun modo 
occuparsene. Usò il massimo riguardo e le frasi più cortesi 
nel farle conoscere questa sua risoluzione, giacché rispettava 
mia madre come la migliore di tutte le donne ^ ma avrebbe 
fatta una simile dichiarazione anche alla stessa Vergine se 
questa avesse^ avversato il suo sistema. 

Io udiva spesso mia madre discutere con lui, ed implorare 
colle più patetiche espressioni la sua pietà in favore dei ne- 
gri. Egli le rispondeva garbatamente ma con un terribile san- 
gue freddo. « Tutto si concreta nel seguente dilemma; deb- 
bo licenziare Stubbs, o conservarlo? Stubbs é esatto, onesto, 
esperto, e tanto umano quanto può esserlo : ora, siccome sa- 
rebbe follia pretendere alla perfezione, cosi debbo conservar- 
lo , e conservandolo bisogna bene che appoggi la sua ammi- 
nistrazione, qualora pure egli si abbandonasse ad alcune se- 
verità, che sono spesso inevitabili per chi governa. Le regole 
generali assorbono i casi particolari* » Quest'ultima massima 
giustificava agli occhi di mio padre le atrocità meno scusabili. 
Quando Tavea emessa si sdrajava sul canapé colla calma d'un 



118 

della sua casta, cosi cMnteDdemmo a meraviglia sulle que- 
stioni d' interesse. Noi stabilimmo di associarci per far valere 
la piantagione, ed Alfredo che avea una attività per lo meno 
doppia della mia, divenne un piantatore pieno d'entusiasmo, 
e riesci mirabilmente. 

L' esperienza di due anni bastò a persuadermi ch^ io 
non potea prestare un** utile coopcrazione a mio fratello. Do- 
ver governare settecento schiavi pressoché sconosciuti e nes- 
suno dei quali mMnspirava Uno speciale interessamento; fare 
che lavorassero, mangiassero e dormissero con una precisione 
militare; guidarli come una mandra di bestie; misurar loro 
il riposo ed i godimenti ; impiegar ogni momento la sferza 
come r ultimo ed 11 più persuadente degli argomenti, qual 
orribile ed insopportabile mestiere 1 Esso mi appariva persino 
spaventoso, quando ricordandomi le parole di mia madre, pen- 
sava al valore d^un^ anima umana. 

Non posso udire senza sdegno certi filosofi degli Stati 
del Sud quando, spinti dal desiderio di giustificare le nostre 
istituzioni , decantano il benessere degli schiavi. Io so che si 
debba pensare a questo riguardo. Può esservi un uomo che 
sia lieto di lavorare tutti i giorni, dalP alba alla sera, sotto 
la sorveglianza d'un padrone irresponsàbile; di assoggettarsi 
istancabilmente ad una fatica triste e monotona; di^non aver 
per salario che due paja di brache ed un pajo di scarpe ai- 
ranno; d'esser appena ricoverato; di non aver precisamente 
che quella quantità di alimenti che gli è assolutamente indi-> 
spensabile per non soggiacere allo stento? Vorrei che chiun- 
que sostiene poter un uomo accontentarsi di un tal regime, 
avesse a subirlo personalmente. Io comprerei l'onorevole apo- 
logista e lo farei lavorare senza scrupolo. 

— Ho sempre creduto, disse miss Ofelia, che voi altri 
abitanti del Sud consideraste la schiavitù «ome conforme ai 
sacri testi. % 

— EìTorkì noi non siamo giunti a tal punto! Alfredo^ che 



119 

è un despota risoluto, non adotta un simile sistema di giusti- 
ficazione. No, egli s^appoggia fieramente sul vecchio principio 
del diritto del più forte. Egli dice, e non senza ragione, che 
i piantatori americani arrivano per vie diverse a quegli stessi 
risultati, che sono teifuti per legittimi dall' aristocrazia e dai 
capitalisti deir Inghilterra , coir utilizzare che fanno a loro 
esclusivo vantaggio le classi inferiori. Ha fissa Fopinione che 
non vi posssT essere grande sviluppo d^ incivilimento senza 
l'assoggettamènto delle masse. Vi dev'essere, egli dice, una 
, l>assa classe condannata alla fatica materiale, ed una classe su- 
periore godente di sufficiente agiatezza perchè abbia agio di 
svolgere la propria intelligenza. È cosi che egli ragiona per- 
chè è naturalmente aristocratico, mentre le mie istintive ten- 
denze verso la democrazia non mi permettono di aderire ai 
suoi argomenti. 

— É possìbile, diss.e miss Ofelia, paragonare l'Inghilterra 
all'America? L'operajo inglese non è venduto, separato dai 
suoi figli, sferzato, torturato! 

— Ciò dipende da colui che lo impiega, pressoché come 
se l'avesse comperalo. II proprietario di schiavi può farli pe-' 
rire sotto la sferza, il capitalista può far morire di fame i 
proletarii. Voi asserite che nqp è diviso dalla famiglia^ ma è 
più doloco^ il vedersi vendere i figli od assistere alla lenta 
e mortale agonia imposta loro dalla fame? 

— Ma alla fine credereste voi di giustificare la schiavitù, 
perchè potete provare che le sue conseguenze non sono più 
disastrose, di quanto lo sieno quelle procedenti da istituzioni 
egualmente cattive? 

— io non difendo la schiavitù; dico solo che tutto ti ri- 
solve nella maggiore petulanza con cui noi calpestiamo i 
diritti dell'umanità. Qui da noi si compra un uomo come si 
acquista un cavallo; gli si guardano i denti, si fanno scric- 
chiolare le sue articolazioni, si mette alla prova la sua velo- 
cità e la sua forza, e poi lo si paga. Noi abYì\^mQ ^^^^\\^^tv^ 



— V'ebbe un tempo in cui il proposito e la speranza di 
far qualche cosà a questo mondo e di non lasciarmi andar 
giù pella china, mi sorrideva. Io provai un vago desiderio di 
divenir una specie d'apostolo deir emancipazione^ e di libe- 
rar la mia terra natale dalla macchia che la deturpa. Tutti i 
giovani subiscono^ a quanto credo , simili accessi di febbre , 
ma ; . . 

— Bisognava por la mano alP aratro, e non volgersi in-* 
dietro 1 

— In fe^e mia! niente procedeva secondo il mio modo 
di vedere, e la vita mi venne a noja , come al re Salomone. 
Senza dubbio questa noja è la conseguenza indispensabile 
della saggezza. Comunque sia la cosa, rinunziai ad ogni idea 
di rigenerazione sociale, e mi lasciai travolgere dalla corrente, 
come un pezzo di legno ondeggiante . . Alfredo, ogni qual 
volta ci vediamo, non cessa dal rimprocciarmi; ed in vero 
egli ha sovra me un incontestabile vantaggio. Egli fa alla 
iSne qualche cosa, e la sua vita è in logica armonia colle sue 
opinioni, mentre la mia è deficiente di azione e di scopo. 

— Mio caro cugino, come potete compiacervi di questa 
vostra inerte esistenza ... ? 

— Compiacermi? Io la detesto ... ! Ma per tornare sul- 
l'argomento, vi dirò che le idee da me emesse a proposito 
della schiavitù non m'appartengono esclusivamente. Vi sono 
molte persone che dividono questo mio modo di pensare. Il 
servaggio è una calamità per tutti , poiché gravita non solo 
su queste turbe di schiavi degradati, viziosi, imprevideixti, ma 
eziandio sovra i padroni che sono costretti a convivere con 
essi. L'aristocrazia inglese è in condizioni affatto diverse 
dalle nostre, giacché essa non ha abituali contatti colle classi 
rejette. Ma qui da noi i negri abitano le nostre case, sono i 
compagni dei nostri figli, di cui corrompono lo spirita prima 
che ci sia dato di invigorirlo coli' educazione. Se Eva non 
avesse Je gualità d'un angelo, sarebbe una creatura perduta. 



123 

Abbandonare gli schiavi air immoralità ed al P ignoranza, e 
vivere persuasi che i nostri figli non abbiano a subirne la de- 
leteria influenza, è lo stesso che il lasciar propagare il va- 
juolo fra i negri. e riposare tranquilli sulla certezza che il 
contagio abbia a rispettare la nostra prole. Eppure le no- 
stre leggi vietano formalmente qualsiasi organizzazione di nn 
piano generale d'educazione per* gli schiavi, ed hanno ragione. 
€he una sola generazione apra gli occhi, e T edificio crolla 
dalle fondamenta. Se non dessimo loro la libertà, saprebbero 
bene pigliarsela. 

— E qual fine, a vostro parere, avrà tutto questo? do- 
mandò miss Ofelia. 

— Non lo so. V'ha una sola cosa sicura ^ ed è che le 
masse si agitano da tutte le parti, e che il dies iros sorgerà 
presto tardi. Mia madre mi dicea sempre che noi eravamo 
vicini al millenario, che avrebbe iniziato il regno di Cristo e 
che avrebbe resi tutti gli uomini liberi ^ felici. Essa mi fa- 
ceva istancabilmente ripetere quand' era fanciullo =:: Adve' 
niat regniim ttium zz Quest'epoca s'approssima senza dub- 
bio, ma chi può predire il giornp della sua venuta? 

— Agostino, disse miss Ofelia guardando fissamente il cu- 
gino; qualche volta mi viene il pensiero che voi non siate 
troppo lontano dal regno di Dio. 

— Vi ringrazio della vostra buona opinione, ma debbo 
dirvi che patisco assai le oscillazioni. Colla teoria batto quasi 
alle porte del Cielo, colla pratica m'affondo nella polvere con- 
taminata Mi questa terra ... Ma la campana suona; andia- 
mo a prendere il the. Spero che avrete terminato di dire che 
non si può discorrere seriamente con me. 

Durante la colazione Maria parlò della morte della Prue. 

— M'immagino, cugina niia, che voi ci consideriate co 
altrettanti barbari. 

— Credo soltanto, rispose miss Ofelia, che questa sia stata' 
una barbara azione. 






124 

~ Vi sono certi esseri, riprese Maria, che resistono a tutti 
i tentativi che si fanno per domarli. La loro perversità non 
cessa che colla loro esistenza, lo non sento alcuna pietà per 
costoro, poiché sieno vittime soltanto della loro malvagia natura. 

"^ Ma la povera Prue era infelice, disse Evangelina; ed 
è per questo che beveva sempre. 

— Via dunque! la buona scusa davvero! Io pure sono 
infelice, e le mie angustie vìncono, a quanto credo, quelle 
subite dalla vecchia Prue. La miseria di questi negri proviene 
dalla loro scelleratezza ! Ve ne sono di quelli che resistono 
al più rigoroso trattamento. Mi ricordo che mio padre aveva 
uno schiavo tanto accidioso, che si metteva a fuggire quando si 
trattava dì sottometterlo al lavoro. Andava errando per le foreste, 
e viveva di ladronecci e di rapine.'*' Lo si riprese ripetutamente 
e Io si sferzò , ma sempre inutilmente. Si trascinò un' ultima 
volta, pesto ed insanguinato, nelle foreste e vi mori. Egli non 
avea alcun plausìbile pretesto per evadersi > giacché mio pa- 
dre fosse pieno di dolcezza verso i suoi negri. 

— Mi é capitato, disse Saint*Glare, di domare uno schiavo 
che avea fatti andare a vuoto gli sforzi di tutti i padroni e 
di tutti i soprastanti. 

— Davvero? esclamò Maria, Avrei piacere di sapere come 
vi siate adoperato. 

— Era questi un indigèno delPAfrica ed avea una cor- 
poratura da Ercole, una forza da leone. Lo si chiamava Sci- 
pione. L^ìstinto deir indipendenza era in esso estremamente 
sviluppato. Non si potea trarne alcun partito. Era [trapassato 
già da padrone a padrone quando Alfredo Io comprò, nella 
speranza d' essere più abile o più fortunato dei suoi anteces- 
sori. Un bel giorno Scipione bastona il soprastante e corre a 
rifuggiarsi nelle foreste. Ciò accadde mentre io era andato a 
visitare mio fratello dopo la nostra separazione. Alfredo fu 
preso da unirà spaventevole; ma io gli dissi che la colpa era 
sas, e che era pronto a scomettere ch'io sarei giunto a sot- ' 



125 

tomettere il ribelle. Si convenne fra noi che m^ avrebbe la- 
sciato tentar V esperienza^ qualora Io schiavo fosse stato ri- 
preso. Gli demmo la caccia iti numero di sette od otto per- 
sone^ con cani e fucili. Voi capirete bene che, appena se ne 
abbia qualche abitudine, si insegue un uomo collo stesso ar- 
dore con cui si tien dietro alla pesta di un cervo. Io stesso 
mi sentiva alquanto animato,. sebbene dovessi sostenere le 
parti deir intercessore nel caso che lo schiavo venisse arre- 
stato. Lanciammo alla carriera i nostri cavalli^ i cani abba- 
jacono fiutando, ed alla fine lo schiavo fu stanato. Il misero 
si mise a correre colla rapidità di un capriuolo , e si man- 
tenne, per qualche tempo ad una certa distanza da noi^ ma 
stretto alla fine contro un gruppo impenetrabile di canne> si 
rivolse e si preparò al combattimenti. Lottò contro i cani^ li 
respinse a dritta ed a sinistra^ ne uccise due con due soli 
colpi di pugno^ ma una palla di fucile lo gettò a terra quasi 
ai miei piedi. Il povero diavolo mi volgeva degli sguardi che 
rivelavano la fierezza deiruomo e la disperazione del vinto. 
Feci stare addietro ì cani ed i cacciatori^ e reclamai il mio pri- 
gioniero. Essi nell'ebbrezza del loro trionfo^ voleano vederlo 
finito^ ma io insistei perchè gli si concedesse salva la vita, ed 
Alfredo me lo vendette. Non erano àncora scorsi quindici 
giorni dopo la sua cattura, e già Scipione era Io schiavo più 
sottomesso e maneggevole che si potesse desiderare. 

— Quali mezzi avete dunque impiegati? chiese Maria. 

— Dei mezzi affatto semplici. Lo installai nella mia ca- 
mera, gli feci fare un buon letto^ gli medicai le ferite, e gli 
prodigai ogni sorta di cure fino a che fu guarito. Intanto io 
avea preparato Tatto che lo rimetteva in libertà, ed appena 
fi^ risanato gli dissi che poteva andarsene dove volea. 

— Ed egli se ne andò? disse miss Ofelia. 

— No> commise la pazzia di stracciare il documento, e 
rifiutò assolutamente d'abbandonarmi. Non ebbi mai un servo 
più utile, più fedele, più devoto. Più tardi abbracciò il cri- 



128 

I Evangelina mise il suo grazioso e biondo capo a Iato di 
quello del negro, ed ambidue, egualmente pieni d' ignoranza 
e di buon volere , tennero una grave conferenza. Dopo aver 
discussa ogni parola, manipolarono un qualche cosa che avea, 
a grande loro soddisfazione, alcuna lontana rassomiglianza 
con uno scritto. 

»— La faccenda non va male, zio Tommaso! disse Evange- 
lina con entusiasmo. Quanto saranno contenti i vostri figli e 
vostra moglie! Oh! è una vergogna l'avervi divisi! Ho inten- 
zione di pregare il papà perchè vi mandi quanto prima a 
casa vostra. 

— La mia padrona mi ha assicurato che avrebbe spe- 
dito > appena l'avesse avuto, il denaro necessario per ricom- 
perarmi, ed io ho fede nella sua promessa. Il giovine signor 
Giorgio mi ha detto che verrebbe egli stesso a cercarmi, e 
m'ha dato questo dollaro a garanzia della sincerità delle sue 
parole. 

E Tommaso tolse 4^1 dissotto della veste il prezioso dol- 
laro. 

— Oh egli verrà certamente! disse Evangelina. Io sono 
veramente contenta ! 

— Voglio scrivere ad essi per far loro conoscere la mia 
posizione, e per far sapere a Chloe che sto bene,' giacché de- 
v'essere assai addolorata quella povera creatura! 

— Tommaso! gridò Saint-Clare, presentandosi al limitare 
della porla. 

Tommaso ed Evangelina trasalirono. 

— Che fate là voi altri? riprese il padrone gettando uno 
sguardo sull'ardesia. 

— Una lettera per la. famiglia di Tommaso; egli mi ha 
pregato d'ajutarlo. Non è scritta bene, papà? 

— Non voglio scoraggiarvi né l'una né l'altro. Ma tu, 
Tommaso, avresti fatto meglio se ti fossi indirizzato a me. 



129 

Scriverò io la tua lettera quando sarò di ritorno dalla passeg- 
giata. 

— Questa lettera ha per lui una grandissima importanza^ 
disse Evangelina^ poiché la sua padrona ha promesso di spe- 
dirgli il denaro necessario a ricomperarlo. 

Saint-Clare giudicò che questa fosse una di quelle vaghe 
promesse, che i padroni hanno Tabitudine di formulare senza 
alcuna intenzione di mantenerle, e pel semplice motivo di 
attenuare negli schiavi il dolore d' essere venduti. Egli però 
s'astenne dal manifestare la propria opinione^ ed ordinò a 
Tommaso di sellare i cavalli. 

La lettera di Tommaso fu scritta ed impostata nella stessa 
sera. # 

Intanto miss Ofelia persisteva nelle sue riforme. Tutti i 
domestici, cominciando da Dina fino al più giovane dei negri, 
concordavano nelF asserire che la miss era decisamente cu- 
riosa* È con questo epiteto che gli schiavi degli Stati del 
Sud danno a capire che non sono troppo contenti dei loro 
padroni. 

Il fiore di quella società di schiavi, vale a dire Adolfo, 
Jenny e Rosa, aveano dal canto loro dichiararto che miss Ofelia 
non era una vera signora, che difettava di sufficiente dignità^ 
che lavorava come non dovrebbe farlo una donna distinta, e 
che era difficile l'ammettere che fosse una parente del signor 
Saint-Clare. Maria asseriva per parte sua essere cosa estre- 
mamente nojosa il trovar sempre la cugina occupata. Miss 
Ofelia cuciva e metteva in assetto dall'alba fi^no a notte, quasi 
si trovasse sotto il pungolo del bisogno immediato. Quando 
le tenebre s'erano addensate sulla terra, metteva da parte la 
biancheria, prendeva la calza e si rimetteva al lavoro con 
sempre crescente attività. Il vederla era proprio un supplizio. 



Fol IL 



• 150 

CAPITOLO XX. 

Topsy. ' 

Mentre ^niss Ofelia attendeva una mattina alle faccende 
domestiche, Saiot-Clare la chiamò dal basso della scala. 

— Scendete in sala« cugina mia^ ho una cosa da farvi ve- 
dere. 

— Quarè questa CQsar? disse miss Ofelia, entrando in sala 
col suo lavoro alla mano. 

— Ho fatta una compera per voi^ guardate! 

Ed egli le presentò una piccoj^ negra dì circa nove anni. 

Era uno de^tipi più neri della razza mora. I suoi occhi 
rotondi, scintillanti come carbonchii scorrevano con incessante 
vivacità dall'uno all'altro oggetto. La bocca semi aperta per la 
meraviglia prodotta sulla fanciulla dallo splendore di quella sala, 
lasciava travedére due fila di denti d'un abbagliante candore. 
La sua capigliatura lanosa scompartita in varie treccie andava 
vagando sconrpigliatamente in tutti i sensi. Dalla sua fisonomìa 
piena d'astuzia trapelava una singolare espressione di tristezza 
e di solenne gravità. Tutto il suo abbigliamento consisteva in 
una camicia di tela da sacchi>.sucida e stracciata. Stava là in 
uno stato di assoluta immobilità colle mani incrociate sul 
seno. Nell'aspetto di questa fanciulla vi era alcun che di strano 
e di fantastico che impressionò vivamente miss Ofelia.- 

— Perchè m'avete condotta qui questa creatura , cugino 
mio? disse miss Ofelia. 

— Perchè possiate educarla. Mi parve un tipo della sua 
specie abbastanza raro. Qui, Topsy! aggiunse egli fischiando 
come avrebbe fatto con un cane^ cantaci qualche cosa e mo- 
stra che sai ballare. 

Gli occhi della negra brillarono maliziosamente, mentre 
la sua voce limpida e penetrante intonò una bizzarra melo- 



151 

dia. Segnava la misura gesticolando^ battendo le mani ed ur- 
tandosi i ginocchi Tun Taltro; di quando in quando emetteva 
alcuno di que^ suoni gutturali, che caratteriuano la musica 
africana. Finalmente essa fece due o tre capitomboli, lanciò 
un'ultima nota, sovrumana come il fischio d'una locomo- 
tiva, e si gettò ad un tratto supina sul tappeto. Restò là 
colle mani giunte e come immersa in un profondo raccogli- 
mento. La sua fisonomia avrebbe data la completa idea di 
una calma beatitudine, se non fosse traspirata l'astuzia dagli 
sguardi lanciati furtivamente dai vivaci suoi occhi. 

Miss Ofelia rimase silenziosa e come neutralizzata dallo 
stupore. Saint-Clare, che si divertiva nello scorgere le impres- 
sioni della cugina, indirizzò nuovamente la parola alla fan- 
ciulla: 

— Topsy, ecco la tua nuova padrona^ io, ti lascio nelle 
sue mani^ conduciti a dovere. 

— Si, signore, disse Topsy con solenne gravità, ma senza 
cessare dall'agitare i suoi occhi pieni di malizia. 

— Capisci, Topsyj bisogna esser buona. 

— Oh ! si, signore; ripetè Topsy seguitando a volger gli 
cechi, e tenendo sempre le mani giunte. 

— Che vuol dir tutto <|uesto? disse miss Ofelia. La vostra 
casa è tanto riboccante di queste piccola pesti, che non si può 
oramai far un passo senza correr pericolo di porre i piedi ad- 
dosso ad alcuna. Quando mi alzo alla mattina trovo un ragazzo 
negro addormentato dietro alla porta, ne osservo un altro 
steso nel corridojo, ne vedo un terzo la cui nera testa esce 
dal dissotto della tavola. In nome del cielo, perchè avete con- 
dotta qui questa fanciulla? 

-— Non ve Tho già detto? perchè la educhiate. Voi an- 
date sempre predicando che bisogna istruire i figli dell' Afri- 
ca; ebbene! io ne ho scelto uno completamente ignorante e 
ve Io affido. 

— Non ne ho bisogno; ve ne sono abbasUwidLVcv ^^^'^^'^^^^ 



i32 

— Ecco come siete voi altri buoni cristiani ! Quando avete 
istituite delie associazioni^ ed avete pagato qualche povero 
missionario perchè vada a passare i suoi giorni in mezzo ai 
pagani, credete di aver fatto tutto il vostro dovere; ma nes- 
suno di voi si degna di raccogliere in casa sua uno di questi 
rejetti, e si vuol assumere la briga di convertirlo. Si trova 
che gli Africani mettono schifo, che la loro intelligenza è 
troppo ottusa, e così di seguito. 

• — La cosa non mi s'era mai offerta sotto questo punto 
di vista, disse miss Ofelia con voce raddolcita. Si tratta diffatti 
di compiere un'opera da missionario. 

Saìnt-Clare avea toccato il tasto giusto, e miss Ofelia co- 
minciava a credere siuQeramente che fosse suo dovere di oc- 
cuparsi di Topsy. Pure, essa aggiunse: 

— Era per altro iiiutile il comprare quella piccina; ve 
ne sono già tante in casa che hanno diritto alle mie cure! 

— Cugina mia, disse Saint-Giare, io debbo chiedervi scusa 
per le mie ingiuste e cattive parole, ma già siete tanto buona 
che esse non possono arrivare sino a voi. Il fatto si è che que- 
sta ragazza apparteneva a due individui che fanno andare una 
bettola, innanzi alla quale io passo tutti giorni. La sventurata 
era rimprocciata e battuta dalla mattina alla sqra, ed io mi 
stancai d'udire le sue ^rida. Giudicandola dalla fisonomia mi 
parve possibile il trarne qualche partito, ed io Tho compe- 
rata per voi. Datele una buona educazione come si usa nella 
Nuova-Inghilterra, e vedrete che ne approfitterà. Sapete che 
io non ho alcuna disposizione per fare l'istruttore, e d'altra 
parte vorrei mettervi alla prova. 

— Farò il meglio che mi sarà possibile^ disse miss Ofelia. 
Ed essa s'avvicinò alla fanciuljia'come si si avvicinerebbe 

ad un ragno nero, pel quale si nutrissero delle buone inten- 
zioni. — Essa è mezza nuda , e terribilmente sucida , disse 
miss Ofelia. 

-— Ebbene fatela lavare e datele degli abiti. 



i55 

Miss Ofelia condusse Topsy nella cucina. 

— Via dunque 1 esclamò Dina con accento alquanto sde- 
gnato ', il signor Saint-Giare avea proprio bisogno d'avere una 
negra di più! 

— Puahl ch'essa non ci venga pei piedi, dissero Jenny e 
Rosa col più profondo disprezzo^ noi ne abbiamo già più del 
bisogno di questi miserabili negri. 

— Essa non è più negra di voi, miss Rosa> disse la cuoca 
accorgendosi che TosservaZione portava anche il suo indirizzo. 
Avete la pretesa di credervi bianca, ma alla fine non siete né 
bianca, né negra, ed é assai meglio essere Tuna cosa o Taltra. 

Miss Ofelia s'avvide che nessuno si facea premura di met- 
ter mano alla toilette della nuova venuta, sicché fu costretta 
d'occuparsene ella stessa colPajuto di Jenny, che vi si prestò 
con mal garbo. 

Rispettiamo troppo la sensitività dei nostri lettori, per 
insistere sugli episodii della prima toilette di una fanciulla 
negletta e maltrattata. Miss Ofelia compiè la sua impresa con 
ripugnanza, é vero,^ma però con eroica fermezza. Essa si com- 
mosse quando vide sulle spalle di Topsy le cicatrici e le cal- 
losità^ che erano le incancfellabili testimonianze del regime, 
sotto al quale era fin allora vissuta. 

•— Guardate! disse Jenny additando quei tristi segnali 
della barbarie dei proprietarii di Topsy; ciò prova che essa 
ha bisogno di correzioni. Oh! essa ci farà arrabbiare, ne 
sono certa! Mi meraviglio che il padrone l'abbia comperata. 

La fanciulla ascoltò questi commehtarii con quell'aria di 
melanconia e di rassegnazione che sembrava le fosse abituale^ 
ma intanto guardava alla sfuggita i pendenti di corallo che 
adornavano le orecchie di Jenny. Miss Ofelia contemplò Topsy 
con '^compiacenza , quando questa ebbe i capelli accorciati e 
vesti decenti, e disse che aveà l'aspetto un po' più cristiano 
di prima. La buona creatura si mise a meditare piani d'istru- 
zione^ e cominciò coU'interrogare la fanciulla. 



i 



154 

— Quanti anni avete, Topsy? 

— Non lo so, signora, rispose la fanciulla sogghignando. 

— Come! non sapete quale sia la vostra età? Non ve l'ha 
mai (letto nessuno? Chi era vostra madre? 

— Non ne ebbi mai. 

— Non avete mai avuta una madre? Cosa intendete di dire? 
Dove siete nata? 

— Io non sono mai naU. 

Topsy accompagnò queste parole con un ghigno tanta in- 
fernale, che miss Ofelia avrebbe potuto immaginarsi d'avare 
innanzi a sé qualche demonio giunto appena allora dal paese 
dei sortilegi; ma siccome essa era una donna positiva, cosi 
disse con tuono severo : — Non bisogna rispondermi di tal 
modo, figlia mia; io non ischerzo con voi. Ditemi dove siete 
nata, e cosa facevano vostro padre e vostra madre. 

— Io non sono mai nata, ripetè Topsy con franchezza; 
io non ebbi mai né padre, né madre, né nulla al mondo. Fui 
allevata d^ uno speculatore con una quantità d'altri fanciulli, 
ed era la vecchia mamma Sue che si prendeva cura di noi. 

Era evidente che la ragazza parlava con sincerità. 

— Ve ne sono molti dei fanciulli in simili condizioni, 
disse Jenny. Gli speculatori li comprano a buon mercato 
quando sono piccini e li rivendono poscia con guadagna. 

— Quanto tempo siete stata in casa del vostro ultimo padrone? 

— Non lo so, signora. 

— Un anno o di più? 

— Non saprei dirvelo. 

—«Guardate un po' questi negri! esclamò Jenny; igno- 
rano cosa sia un anno, non sanno neppure la loro età ! 

— ^ Non avete mai udito a parlare di Dio? 

La fanciulla lasciò travedere un' espre>ssiohe di maravi- 
glia e non rispose che col solito suo sogghigno. 

— Sapete voi ehi ci abbia creati? 

— iSessuoo^ replicò Topsy, che parve si prendesse sol- 



i9ó 

lazzo di quella domanda 5 io non credo che alcuno m'abbia 
mai creata. 

— Sapete cucire? chiese miss Ofelia, che credette oppor- 
tuno di rivolgere le sue interrogazioni sovra un argomento 
più facile ad essere compreso. 

— No, signora. 

— • Cosa sapete fare? 

— Attinger acqua^ lavare il vasellame, pulire i coltelh e 
servire a tavola. 

Dopo questo incoraggiante colloquio , miss Ofelia si alzò , 
e andò in sala ove trovò ancora Saint-Clare. 

— Voi avete un terreno vergine da coltivare 5 questi le 
disse ^ seminatevi le vostre idee e prospereranno! 

Le idee di miss Ofelia in fatto di educazione , come sovra 
ogni altro argomento, erano nettamente ed immobilmente sta- 
bilite; e consistevano in quelle che un secolo fa dominavano 
nella Nuova-Inghilterra , e che conservano ancora dei parti- 
giani neMe remote località ove non sono ancora penetrate le 
strade di ferro. LMnsegnamento era assai semplice; le fan- 
ciulle imparavano il catechismo, il cucire e la lettura ; si rac- 
comandava loro di non parlare prima di riflettere e le si 
sferzava quando dicevano delle bugie. Questo metodo è ne- 
cessariamente scomparso innanzi ai fiotti di luce che il pro- 
gresso ha versati suir educazione; ma é certo che le nostre 
avole allevavano con sì meschini elementi degli uomini e 
delle donne d' una tempra sufficientemente vigorosa. Miss Ofe- 
lia non conosceva alcun altro sistema, e si mise ad applicarlo 
a Topsy colla più viva sollecitudine e colla massima diligenza. 

Topsy fu considerata nella casa come la figlia di miss 
Ofelia. Questa vedendo che la sua pupilla non era accolta ami- 
chevolmente in cucina, risolse di limitare la sfera delle di tei 
operazioni alla propria stanza. Con un'ahnegazione che alcuni 
dei nostri lettori sapranno apprezzare, miss Ofelia, la luogo 
di metter in ordine da sé stessa la propria «&i&fit^s&\si^>^ 



136 

passato, si condannò al supplizio di vederla posta in assetto 
da Topsy. 

Il bel domani del giorno in cui fu comperata da Saint- 
Clare, la fanciulla venne introdotta nel santuario. Sbarazzata 
dalle sue treccie^ lavata con cura, abbigliata con una veste 
decente, tutelata da un grembiule molto inamidato, Topsy se 
ne stava ritta dinanzi a miss Ofelia con una gravità, cbe non 
sarebbe stata mal impiegata se si fosse trattato d'un funerale. 

— V'insegnerò, disse miss Ofelia, come si faccia il letto. 
Io sono esigente, e bisogna quindi cbe mi prestiate tutta la 
vostra attenzióne. 

— Sì, signora, rispose Topsy sospirando profondamente. 

— Osservate bene .* questo è il lenzuolo di sotto e questo 
quello di sopra. 

— Si, signora. 

— É il lenzuolo di sotto cbe si ripiega sotto il capezzale; 
ecco conile dovete fare per fissarlo. 

— Si, signora, disse la fanciulla mostrando la più viva 

attenzione. 

— Il lenzuolo di sopra bisogna fissarlo solidamente dalla 

parte dei piedi. 

— Si, signora. 

Miss Ofelia non s'era avveduta cbe mentr'essa j;eneva ri- 
volte le spalle, la piccola allieva s'era impadronita di un pajo 
di guanti e d'un nastro, e li avea sveltamente nascosti nella 
propria manica. 

— Vediamo, Topsy, provatevi; disse Ofelia sedendosi dopo 
aver ritolte le lenzuola dal letto. 

Topsy si mise ad aggiustare il letto con una singolare de- 
strezza e gravità, e vi riesci in modo da riempire di soddisfa- 
zione la sua maestra. La sua serietà, da cui miss Ofelia ri- 
mase edificata^ non si smenti un momento durante tutta quella 
operazione, cbe fu compiala da\U lawmW^ ^^W'^s^ettare la 
coltre in modo che non vi apparisse X^Vv^V^^^^^^^^^^^^"^^^* 



137 

Sventuratamente un capo del nastro che Topsy avea rubato 
le sfuggì dalla manica, ed attrasse Fattenzione di miss Ofelia, 
che diede un balzo per impadronirsene. 

— Che vuol dir questo, cattiva fanciulla ? Voi Tavete rubato ! 
Quantunque il nastro fosse stato trovato nella sua manica, 

pure Topsy senza turbarsi si mise a guardarlo con aria di sor^ 
presa e di ingenuità. 

— E vostro? dissocila, come s^è dunque cacciato nella 
mia manica? 

— Topsy non dite bugie; voi avete rubato questo nastro! 

— V'assicuro, o signora, che non Pho rubato; è questa 
la prima volta che lo vedo. 

— Topsy, voi sapete che è peccato il mentire. 

— Io non dico mai bugie, miss Felia, rispose Topsy col- 
Taccento della virtù calunniata; ciò che v'ho asserito non è 
altro che la pura verità. 

■»- Topsy se voi mentite vi batterò. 

— Quand'anche mi batteste tutta la giornata, balbettò 
Topsy che cominciava a farsi esitante, io non avrei perciò 
veduto prima d'ora il nastro che avete trovato nella mia ma- 
nica. La signpra Tha forse dimenticato sul letto, ed esso s'at- 
torcigliò alla mia veste e s'introdusse nella mia manica. 

Questa impudente menzogna indegnò talmente miss Ofelia, 
che questa la ghermì per le braccia e la scosse ruvidamente. 

— Osereste ancora sostenerlo? 

La scossa fece cadere i guanti dall'altra manica. 

— Ma bene! esclamò miss Ofelia; ed adesso seguiterete a 
dire che non avete rubato il nastro? 

Topsy confessò d'aver presi i guanti, ma persistè nel ne- 
gare d'aver rubato il nastro. 

— Via dunque, Topsy, disse miss Ofelia, se voi confessate 
il tutto sinceramente, per quest'oggi vi risparmierò. le battiture. 

Topsy si arrese, fece la sua com^\e\.^ «^w\fc,^'^Àaw^^ ^ ^ 
protestò profoadamenlQ penUia, 



158 , 

— M'immagino che avrete rubata qualche altra cosa nella 
casa dacché siete qui, giacché jeri T'ho lasciata libera tutta la 
giornata. Ora se mi dite cosa abbiate preso, non sarete sferzata. 

— Ebbene, signora, ho presa la collana di miss Eva. 

— Oh! la cattiva ! è che altro? 

— Gli orecchini di Jenny. 

— Restituitemi tutto ciò sul momento. 

— Non lo posso, signora; ho gettati sul fuoco gli orecchini 
e la collana. 

^ Li avete gettati sul fuoco? Quale favola! Andate a cer- 
carli od altrimenti sarete battuta. 

Topsy ripetè singhiozzando che non poteva obbedire, per- 
chè li avea realmente gettati sul fuoco. 

— Ma perchè? Con quale scopo? chiese miss Ofelia. 

— Perché io sono cattiva, assai cattiva. 

in questo mentre Evangelina entrò per accidente nella 
stanza; essa avea al collo il suo monile. 

— Dove avete rinvenuta questa collana? disse miss Ofelia 

— É tutta la giornata che la porto. , 

— E jeri l'avevate? 

— Certamente; ed anzi l'ho tenuta indosso tutta notte 
perché jeri sera dimenticai di levarmela. 

Miss Ofelia rimase come stordita, ed il suo stupore si rad- 
doppiò quando vide entrare Jenny che recava della biancheria 
e che facea tintinnire i suoi orecchini di corallo. 

— In verità , disse miss Ofelia coti desolazione, temo di 
non poter mai trar nulla di buono da una simile creatura. 
Perchè dichiaraste d'aver rubati questi oggetti ? 

. — La ignora mi comandò di confessare, ed io ho confes- 
sato tutto quanto mi veniva pel capo. 

— Ma io non v' ho detto di èonfessare le colpe che non 
^FeFd te commesse! È una menzogna anche questa come qua- 

lunque altra. 
^ -- Lo credete, signora'^ àiweT^v»! w«kim^\\N%'«i>i.^^ 



139 

— Si può aspettarsi la verità da questa razza di gente? 
esclamò Jenny con i sprezzo; sio fos$i nei panni dei signor 
Saint-CIa,re la farei sferzare a sangue. 

— Non parlate di questa maniera , disse Evangelina col 
tuono imperioso che sapea assumere alcuna volta ^ non soffrirò 
mai che vi permettiate simili proposizioni. 

— Voi siete troppo buona, miss £va> e non sapete come 
si debbano trattare i negri; non si possono condurre a bene 
che a forza di percosse. 

— Silenzio, Jenny! neppure una parola di più! esclamò 
Evangelina cogli occhi scintillanti e col viso infocato^ 

Jenny non ardi far motto, ma^ borbottò escendo dalla 
stanza: — Miss Eva ha proprio il sangue di suo padre; quan- 
do alza la voce si rassomigliano come due goccio d'acqua. 

Evangelina si pose ad osservare attentamente Topsy. Le doe 
fanciulle che si trovavano là rimpetto Tuna alPaUra, riassu- 
mevano i due estremi della scala sociale. L^una era la bionda 
creatura dagli occhi intelligenti^ dalla fronte sviluppata, dal 
portamento signorile; Taltra era la negra timida, ignorante, 
ma furba e sottile. La prima rappresentava la razza sassone, 
sviluppata da jsecoli di coltura, di dominio, di superiorità 
morale e materiale. L'altra rappresentava TAfric^ degradata 
da secoli di oppressione, di minaccio, di crudeli. fatiche. 

Evangelina, udendo miss Ofelia biasimare la condotta di 
Topsy, sembrò contristata e disse con dolcezza: — Povera 
Topsy, perchè cercate di rubare? D'ora avanti si avrà molta 
cura di voi. Dal lato mio preferisco regalarvi le cose mie, 
piuttosto che vi permettiate di trafugarle. 

Era questa la prima parola di bontà che la negra avesse 
intesa durante il corso della sua vita. La voce e le maniere af« 
fettuose della giovine padrona produssero una strana impres- 
sione sul cuore selvaggio di Topsy; si sarebbe detto che ^e:<i« 
sino una lagrima tremolasse nei suoi occ\i\ toV^w^v ^ ^\\!^^- 
laati; ma Vemùtione fuggi rapida, e Tov*^ *^ ¥»^ ^ \\^ct<i* 



140 

La creatura che fu sempre, sempre maltrattata, non può pre- 
star fede a chi le manifesta benevolenza. Topsy sentiva esservi 
qualche cosa di nuovo, di strano, d'inesplicabile nel linguag- 
gio d' Evangelina, ma non vi credeva. 

Ma che si potea fare di Topsy? Miss Ofelia vi smarriva la sua 
abilità, e non trovava mezzo di porre in pratica il suo sistema 
di educazione. Essa pensò che bisognasse guadagnar tempo per 
riflettervi, ed intanto, nella speranza che le camere oscure fos- 
sero favorevoli allo sviluppo delle qualità morali, imprigionò 
Topsy fino a nuovo ordine in un gabinetto senza finestre. * 

— Non credo possibile, disse miss Ofelia^ al cugino, rie- 
ducare questa ragazza senza la sferza. 

— Come vi piace, cugina mia, io vi dò pieni poteri. 

— I fanciulli hanno bisogno d'esser sferzati, riprese miss 
Ofelia; non si potè mai educarli convenientemente senza un 
tal mezzo. 

— Agite come credete meglio, cugina mia. Mi permetterò 
soltanto d^osservarvi che questa fanciulla è stata battuta dal 
suo precedente padrone colla pala, colle molli, e con qualsiasi 
altro arnese gli fosse caduto sotto le mani. Ora> quando penso 
a quali trattamenti fu abituata, dico a me stesso che bisognerà 
percuoterla^ con molta forza per produrre sovr^essa qualche 
impressione. 

— Cosa si deve dunque fare? disse miss Ofelia.' 

-^ Voi formulate una questione assai spinosa, riprese 
Saint-Giare, giacché cosa si può fare d' un essere uniano che 
non può essere domato fuorché da un nervo di bue? 

— Io non ho mai vista una ragazza simile a questa. 

— Eppure non é raro trovarne qui da noi, che abbiamo 
persino molti uomini che le rassomigliano. Come giungerete 
dunque a domarla ? 

— Mi trovo in un grande imbarazzo, disse miss Ofelia. 

— Ed io pure, riprese Saint-Giare. Donde procedono le 
orribili atrocità narrate alcuna volta dai giornali? per esempio 



141 

l'assassinio della Prue? Derivano dal graduale induramento 
che invade le due parti; il padrone si mostra di giorno in 
giorno più crudele^ lo schiavo si fa di giorno in giorno più 
indocile. La sferza ed i cattivi trattamenti sono come il lau- 
dano; bisogna aumentarne la dose di mano in mano che de- 
perisce la sensitività. Ho traveduto ciò da gran tempo , e mi 
risolsi quindi a non cominciar mai, poiché non sapessi ove e 
quando avrei potuto fermarmi. Cosi m^è dato almeno di con- 
servare la mia dignità morale. È vero che i miei schiavi al^u- 
sano della mia indulgenza e si conducono come tanti ragazzi 
inviziati^ mal io credo che ciò valga meglio che il degradarsi 
assieme. Voi m'avete spesso fatto cenno della responsabilità 
che gravita su noi^ padroni di schiavi, e del dovere che c'in- 
corre d'instruirli; io sperava che voi avreste fatta un'esperienza 
utile ed a questa fanciulla ed alle migliaja di creature che le 
rassomigliano. 

— E il vostro sistema che produce simili fanciulli, disse 
miss Ofelia. 

-^ Lo so, ma dal momento che essi esistono qual partito 
si deve prendere a loro riguardo? 

— Vi rifletterò, riprese miss Ofelia, giacché giudico che 
sia mio dovere il perseverare. 

La buona creatura diffatti non desìstette dalla sua impresa; 
essa impose alla sua allieva delle occupazioni metodiche , le 
diede lezioni e le insegnò a leggere ed a cucire. Topsy imparò 
a compitare con una prestezza meravigliosa , sicché in breve 
tempo potesse leggere correntemente; ma, flessibile come un 
gatto e inquieta come una scimmia, essa non potea sottostare 
senza ripugnanza all'immobilità richiesta dai lavori d'ago. 
Essa spezzava gli aghi, li gettava dalla finestra, li faceva smar- 
rire nelle fessure della parete, oppure rompeva il filo, lo 
scompigliava e ne faceva destramente scomparire degli intieri 
rocchetti. I suoi movimenti erano tanto rapidi, poteva dessa 
padroneggiare sì fattamente T espressione delU ^\^^\\^%af;v> 



144 

controparte in diverse scene comiche, cbe essa mescolava di 
canti^ di fischi e di smorfie dinanzi allo specchio. 

Un giorno miss Ofelia aveva lasciata, grazie ad un oblio 
che non le era certamente abituale, la chiave del suo arma- 
dio nella serratura. Entrando in stanza trovò Topsy che s^era 
preso il più bello de' suoi sciali, e che dopo averlo attorcigliato 
se r era messo sul capo a guisa di turbante^ La negra pan- 
'neggiata tragicamente continuava dinanzi allo specchio le sue 
prove drammatiche. 

— Topsy! diceva talora miss Ofelia, che sentiva sfuggirs 
la pazienza^ perchè vi regolate di questa maniera? 

— Non lo so, signora, ma credo che sia perchè sono cattiva. 
* — Io non so decisamente come abbia a comportarmi con 
voi, Topsy. / 

— Ah ! signora, bisogna sferzarmi. La mia antica padrona 
mi sferzava sempre: io non lavorava che dopo esser stata 
battuta. 

— ^ Ma, Topsy, io non*ho volontà di battervi. Voi siete 
brava quando il volete, perchè non volete esserlo sempre ? 

-^ Io era avvezza alla sferza, signora, e ritengo che -ini 
facesse del bene. 

Miss Ofelia talora applicava la ricetta, e Topsy^ non omet- 
teva mai di fare la^ convulsa, di gridare, di gemere, d^ implo- • 
rar grazia j ma una mezz'ora dopo, quando si trovava sulla 
terrazza frammezzo ai fanciulli suoi camerati, essa volgeva 
in derisione il ricevuto castigo. 

-^ Miss Ofelia m^ha sferzata! .... ma io me ne rido^ i suoi 
colpi non ucciderebbero una mosca. Bisognava vedere come 
il mio antico padrone mi faceva gonfiare le carni; quegli se 
ne intendeva! 

Topsy provava piacere nel far pompa de' suoi traviamen- 
ti. — Negri, diceva essa talora a' suoi uditori , voi tutti siete 
peccatori, e i bianchi pure \o &otìO) si o^usititA assicura mis$ 
Ofelia; ma nessuno ha commesse ^\ix wAv^ ^\ m^s Vi ^ow^ 



141; 

indomabile^ la mia antica padrona non fece altra vita che be- 
stemmiare per causa mia. Io credo d'essere la più cattiva 
creatura di questo mondo. 

Dopo queste parole Topsy faceva una capriola, s^arrampicava 
sovra qualche alta ferriata e vi si pavoneggiava fiera de\suoi 
mancamenti , quanto altri il sarebbe stato di qualche onore- 
vole distinzione. 

Miss Ofelia tutte le domeniche insegnava a Topsy il catechi- 
smo. La fanciulla avea una squisita memoria e recitava cor- 
rentemente ie sue lezioni, il che dava animo alla sua maestra. 

— Credete che ciò possa recarle qualche bene? chiese 
Saint-Clare. 

— I fanciulli^ rispose miss Ofelia, hanno sempre imparato 
il catechismo. 

-^ Anche quando non lo capiscono? 

— Oh, sul bel principio non lo capiscono, ma se lo ri- 
cordano poi quando crescono in età. 

— In fede mia, io non me lo ricordo più, eppure voi me 
lo avete insegnato quando io era fanciullo. 

— E voi avevate delle eccellenti disposizioni, Agostino^ 
io avea basate su voi tante speranze! 

— Non ie ho forse effettuate? 

— Piacesse al cielo che foste tanto buono quanto lo era- 
vate nei primi anni della vostra vita! . 

— « Non credo dVssermi mutato, cugina mia. Ebbene prò* 
seguite Topera vostra ed ammaestrate Topsy ^ forse giunge- 
rete a dilucidarle le idee. 

Durante questo dialogo Topsy colle mani giunte era ri- 
masta immobile come una statua. Ad un segno della sua pa- 
drona essa continuò a recitare: «I nostri primi padri avendo 
abusato della loro libertà escirooo dallo stato in cui erano 
stati creati ». 

Pronunziando queste parole Topsy mosXtò ^^\^^\^\<^x«»- 
spiegazione. 



146 

— Che vi ha dunque, Topsy? chiese miss Ofelia. 

— Ditemi^ signora, era questo forse Io Stato del Kentucky? 
-=- Quale Stato? 

— Lo Stato da cui uscirono. Ho inteso che il mio padrone 
diceva che noi venivamo dal Kentucky. 

Saint-Clare. si pose a ridere dicendo: 

— Voi le indicate un'interpretazione ed essa ne improv- 
visa un'altra. 

— Agostino, tacete^ come potrò ottener qualche cosa se 
voi ridete? 

— Basta cosi: io non vi turberò ulteriormente. 
Saint-CIare si mise a leggere il giornale, mentre Topsy 

ripeteva la sua lezione. Essa la sapeva perfettamente , ma al- 
cune volte faceva delle trasposizioni di parole che alteravano 
il senso dei periodi, e s'ostinava ne' suoi errori malgrado le 
correzioni di .miss Ofelia. Saint-Clare si divertiva maliziosa- 
mente pegli sbagli della fanciulla e le faceva ripetere 1 passi 
che avea per cotal modo svisati. 

— Come volete che io possa adempire al mio compito. 
Agostino? disse miss Ofelia^ voi neutralizzate i miei sforzi. 

— Egli è che non posso rattenermi dal ridere nel vedere 
questa ragazza impacciata in mezzo alle vostre grosse parole 1 

— Ma voi la confermate ne' suoi errori j dovreste invece 
rammentarvi che è dotata di ragione, sicché vi sarebbe pos- 
sibile esercitare sovr'essa una vantaggiosa influenza. 

— Senza dubbio, ma io sono tanto cattivo! per usare l'e- 
spressione di Topsy. 

L' educazione della negra progredì di tal maniera per Io 
spazio^ d'alcuni mesi. Miss Ofelia non si disanimò; essa si 
avvezzò al suo mestiere di pedagogo come altre persone s'a- 
bituano alla nevralgia o ad una cronica malattia. Topsy pro- 
cacciava a Saint-Clare dei divertimenti analoghi a quelli che 
si possono ottenere da un pa^a^allo o da un cagnolino. 
Topsy ogni qual volta era mmamaU ^ ^^>«^ <i»sJC\^^ ^'y^- 



147 

reva a rifuggiarsi presso il auo padrone. Egli le dava di quando 
in quando qualche piccola moneta che veniva da essa impiegata 
a comperar delle noci o dello zucchero candito. Topsy distri- 
buiva prodigamente tali oggetti ai fanciulli di casa, giacché 
dobbiamo dire^ per renderle la meritata giustizia^ che essa era 
generosa e che aveva, un cuore eccellente 

CAPITOLO XXI. 

// Kentucky. 

I nostri lettori non saranno malcontenti di ritornare nella 
capanna dello zio Tommaso, onde conoscere ciò che accadeva 
ai personaggi che abbiamo finora neglety. 

Era sull'imbrunire d'una sera d'estate; le porte e le 
finestre della sala stavano spalancate per lasciar passaggio 
alle fresche au rette a cui venisse il capriccio di penetrare 
là dentro. II signor Shelby, sdrajata sovra una sedia a brac- 
ciuoli, aveva i piedi Tuno sull'altro e fumava il suo cigaro 
del dopo pranzo. La signora Shelby, assisa vicino alla porta, 
vorava e sembrava intenta a cogliere il primo momento 
favorevole per comunicare alcun che d'importante al marKo. 

— Sapete Arturo, diss'ella finalmente, che la mamma 
Clhoe ha ricevuta una lettera di Tommaso? 

— Davvero? Sembra che Tommaso abbia trovati degli 
amici là abbasso! come sta egli? 

— Fu comprato da una rispettabile fàiftiglia, è trattato con 
tutti i riguardi, e non ha, a quanto pare, eccessive occupazioni. 

— Tanto meglio, tanto meglio! riprese il signor Shelby. 
Egli s'è avvezzo senza dubbio alla sua nuova dimora...? 

— Al contrario, egli insiste per sapere quando li si spe- 
dirà il denaro necessario per riscattarlo. 

— Non Io so neppure io, disse \\ sV^tiot ^\i^^^ . ^\i»ti\^ ^n^ 
cominciano a fare calUre speculaz\om noti s\ V^^ ^\\k\^««*^' 



148 

sene. Si si trova impigliati cóme in una palude^ ove non si 
esce da una fossa che per cadere in un'altra. Bisogna pren- 
der a prestito dall'uno per pagare V altro e le cambiali ar- 
rivano alla scadenza prima che si abbia il tempo di fumare 
un cigaro. I creditori vi piovono dintorno come la.gragnuola. 

— Mi sembra chp voi potreste torvi d'imbarazzo. Se ven- 
deste i vostri cavalli ed uno de^ vostri tenimenti non potreste 
rimetter Tequilibrio nelle vostre finanze? 

— Quanto siete semplice Emilia! Il Kentucky non ha 
donna che possa rivaleggiar d'attrattive con voi, ma in quanto 
ad ignoranza negli affari rassomigliate completamente alle vo- 
stre consorelle. 

— Voi dovreste iniziarmi almeno ai vostri , disse la si- 
gnora Shelby. Fate ^n bilancio del vostro stato attivo e. delle 
vostre passività e permettetemi d'esaminare se la nostra po- 
sizione sia realmente irremediabile. 

— £ impossibile che io faccia ciò che mi domandate; co- 
nosco esattamente la misi situazione, ma non potrei formulare 
il mio bilancio con aride cifre. Ve lo ripeto, voi parlate di ciò 
che non potete intendere. 

Il signor Shelby non sapendo come difender la propria 
opinione alzò la voce; mezzo persuasivo che i mariti impiegano 
molto volentieri quando parlano d'affari colle loro mogli. 

La signora Shelby non insistette, quantunque la sua pro- 
posta non fosse tanto assurda quanto amava supporta il si- 
gnor Shelby, essendoché essa avesse una lucida e positiva in- 
telligenza ed una eftergia di carattere assai superiore a quella 
di suo marito. Rinunziò quindi per allora al suo progetto di 
bilancio per non occuparsi che d'un sol argomento. 

— Non avete dunque alcun mezzo per trovar del denaro? 
La povera Clhoe pensa senza tregua alla promessa che le 

^rete fatta. 

— Iw prùdente promessa\ estVam W ^\%wjkt Shelby. Io 
credo che non vi sia a far a\Uo cYi^ w-tÀtov^ \^ ^^^^ ^ ^'^v 



149 

tere il suo cuore in pace. Non tarderanno molti anni ^che 
Tommaso prenderà un^ altra moglie, ed essa pure dovrebbe 
pensare a rimaritarsi 

— Signor Shelby, non sarò io certamente che darò a 
Clhoe un simile consiglio. Ho insegnato ai miei domestici che 
i loro matrimonii sono altrettanto sacri quanto i nostri. 

— Peccato ! Voi avete inoculata loro una morale che non 
è in armonia colla loro posizione sociale. 

— Questa morale è semplicemente quella delPEvangelo. 

— Via dunque! io non pretendo avversare le vostre idee 
religiose, dico soltanto che esse non convengono a chi trovasi 
nella condizione dei nostri schiavi. 

— É vero ^ questa morale non è adattata al loro stato^ ed 
è appunto per questo chMo sento un profondo orrore per la 
schiavitù. Ve Io dico apertamente , caro mio, io non posso di- 
menticare le promesse che ho. fatte a questi sgraziati; se non 
potrò procurarmi il danaro in altra maniera darò delle le- 
zioni di musica e sono sicura che guadagnerò quanto basta pei* 
riscattare Tommaso. 

— Emilia, io non permetterò mai che vi' abbassiate a 
questo modo. 

— Abbassarmi ! sarebbe forse meglio che mancassi di pa- 
rola a quei due infelici? 

— Voi siete sempre inspirata da un eccessivo eroismo^ 
disse il signor Sbelby; ma io spero che lascerete campo alla 
riflessione prima di lasciarvi vincere da questo accesso di 
donchisciottismo ... * 

' La conversazione venne interrotta pella comparsa di mam- 
ma Clhoe. 

— Signora, diss'ella, potreste escire un istante? 

— Di che si tratta? disse la signora Shelby alzandosi. 

— Vorreste voi, signorn, dare un'occhiata alle ^'c<ot\%V& 
che sono slate portate a casa appena ade^^ot 







i50 

,La signara Shelby discese in cucina e €Ihoe le mostrò 
gravemente alcuni polli ed alcune anitre. 

— Voleva chiedervi se bisognasse farne un pasticcio. 

— Sono indifferente, mamma Clhoe, fate quello che cre- 
dete meglio. 

Glhoe prese in mano i polli con aria pensosa; era evi- 
dente che il suo spirito vagava altrove. Alla fine essa fece 
intendere quel riso particolare, con cui ì negri hanno Ta- 
bitudine di esordire quando vogliono formulare una ardita* 
proposta. 

— Il padrone^ ella disse, cerca dappertutto del denaro, e 
non approfitta per procacciarselo dei mezzi che sonò a sua di- 
sposizione. 

— Io non vi capisco, disse la signora Shelby. 

— Mio Dio ! riprese la Clhoe ridendo, vi sono dei padroni 
che guadagnano dei denari dai\do a nolo ì loro negri. Perchè 
tenersi in casa tante bocche inutili? 

— Desiderate forse d'essere messa a nolo? 

— Non desidero niente, signora j egli è soltanto che Sa- 
muele m'ha 'detto come vi fossero a Louisville dei pasticcieri 
che aveano bisogno di domestici esperti, ai quali erano di- 
sposti a dare quattro dollari alla settimana. 

— Ebbene, Clhoe? 

— Ebbene, signora, io penso che ora mai Sally possa met- 
tersi al fornello^ è già qualche tempo che impara sotto la mia 
direzìone,*ed oramai fa la cucina quasi altrettanto bene quanto 
so farla io. Se la signora volesse lasciarmi partire, io andrei 
là abbasso a guadagnar del denaro. 

— Vorreste dunque abbandonare i vostri figli? 

— Essi possono oramai lavorare, e Sally s' incaricherebbe 
della piccina. 

— Louisville è assai distante "da qui. 

— Ciò non mi spaventa -, fe uiv^ dW^ ^^^Va. ^V ^m^^^t.^ del 



fiume, e non troppo lontana dal sito ove soggiorna il mio 
vecchio marito. 

Clhoe pronunziò quest'ultime parole col tuono d'una indi- 
retta interrogazione e fissando la signora Shelby. 

— No, Clhoe, egli abita un luogo che trovasi più di cento 
origlia al di là di Louisville. 

II viso della negra assunse una mesta espressione. 

— Non importa, voi ad ogni modo ne sarete più vicina, 
Clhoe. Sì, voi potete partire, e tutto il rostro salario sarà 
messo da p'arte per riscattare vostro marito. 

Il viso di Clhoe risplendette come una nera nube indorata 
dai raggi del sole. - 

— Ah, signora, voi siete troppo buona 1 Voi compite le 
mie speranze 1 Siccome non ho bisogno né di abiti, né di 
scarpe , così potrò economizzare* fino air ultimo centesimo. 
Quante settimane vi sono in un anno, o signora? 

— Cinquantadue. * 

— Ahi Ah! e quattro dollari per settimana qual somma 
fanno? 

-^ Duecento otto. 

— Uh ! esclamò la Clhoe con tuono di gioconda sorpresa : 
e quanto tempo bisognerà lavorare per guadagnare la somma 
necessaria ? 

— Quattro o cinque anni ; ma io abbrevierò la durata 
delle vostre fatiche. 

— Io non voglio assolutamente che la signora dia delle 
lezioni 5 il padrone ha perfettamente ragione; ciò non sarebbe 
conveniente. Nessuno della famiglia sarà ridotto a tale estremità 
fino a che io avrò due braccia da poter impiegare al lavoro. 

— Non temete, mamma Clhoe 3 disse la signora Shelby 
sorridendo, io veglierò sull'onore della famiglia. Ma quando 
fate conto d'andarvene? 

•:^ Io sono presta-, Samuele sta per patWte ^w^^wstv^^x^^^ 
del po/edri al me/baio, e mi ba proposVo ^ «M^m^"^^^^»^. 



1^2 

Il mio bagaglio è preparato, ed io me n'andrei domani con 
Samuele se la signora volesse rilasciarmi un passaporto e 
darmi qualche lettefa di raccomandazione. 

— Se il signor Shelby non ha opposizioni, per conto nùo 
siete sicura del mio assenso. Vado a parlargli di questa faccenda. 

La signora Shelby ritornò in sala e la mamma Clhoe .se 
ne andò nella sua capanna per ultimare i propri apparecchi 
e per mettere in ordine gli effètti della sua piccina. 

— Non sapete, dissocila a Giorgio che era venuto a tro- 
varla, chMo parto domani per Louisville, che là 'guadagnerò 
quattro dollari alla settimana, e che la signora li metterà da 
parte per ricomperare il mio vecchio marito? 

— Quale novità! esclamò Giorgio 3 con chi partite? 

— Con Samuele^ ed ora, signor Giorgio, spero che vi por- 
rete a sedere là, per iscrivere al mio vecchio marito, onde 
sappia tutto ciò che è qui accaduto. 

— Volontieri, disse Giorgio; Io zio Tommaso sarà contento 
d'aver nostre notizie; corro a cercare della carta e deirinchio- 
stro e daremo subito passo alla faccenda. 

— Andate, signor Giorgio; intanto io vi preparerò qual- 
che ghiottornia. Ah ! voi non farete più cene colla vostra vec- 
chia cuoca. 

CAPITOLO XXII. 

Uerba appassita^ il fiore afPi^izzito, 

L'esistenza scorre rapida, ed accumulando giorno su giorno, 
il nostro amico Tommaso avea passati due anni della sua vita. 
Quantunque fosse diviso da coloro che gli erano cari , e fosse 
sovente preoccupato dall'incerta prospettiva dell'avvenire, egli 
non era dei tutto infelice. La sensitività umana è simile ad 
nn^arpa, la cui armonia si fa comp\eVtim^\\\ft mxsXa. ^\\wt^ ^<il- 
iJinto che un orto terribile ne abbV^ \iiUAX^ V\\.\fò\<i ^q\\'^ 



£55 

Se noi volgiamo il pensiero a quelle epoche della nostra rita 
che ci recarono le maggiori sofferenze, ci sarà possibile il ram- 
mentarci che cìascun'ora conduceva con sé le sue distrazioni^ 
le sue consolazioni, sicché la nostra miseria non fosse mai 
stata assoluta. 

Tommaso aveva* imparato ad essere contento del proprio 
destino. Mentre dalle sue letture avea tratte abitudini di ri- 
flessione e d^ ordine, in esse avea anche attinta la sublime dot- 
trina della rassegnazione. 

Come l'abbiamo narrato néirultimo capitolo, il giovane Gior- 
gio compilò una risposta alla lettera di Tommaso, impiegandovi 
uno stampatello abbastanza colossale perché lo si potesse leggere 
da runa all'altra estremità della camera. Dopo aver detto che 
la mamma Glhoe era noleggiata in qualità di pasticciéra a 
Louisville, ove la sua abilità le faceva guadagnare delle som- 
me favolose, Giorgio aggiungeva che il prezzo del riscatto sa- 
rebbe quanto prima completato, che Mosè e Pietro lavoravano 
di cuore, che la piccina trottava per tutta la casa sotto la sor- 
veglianza generale della famiglia e speciale di Sally. La. ca- 
panna di Tommaso era. provvisoriamente chiusa, ma si dovea- 
no operarvi degli abbellimenti straordinarj per quando Tom- 
maso sarebbe ritornato. 11 resto della lettera conteneva Teled- 
co dei lavori 'scolastici di Giorgio, e ciascun periodo di questo 
elenco cominciava' con una magnifica lettera majuscola. Nella 
lettera erano pure accennati i nomi di quattro nuovi poledrì 
che erano nati sul tenimento, ed a questo proposito Giorgio 
scriveva che il padre e la madre erano in buona salute. Lo 
stile di questa lettera era splendido d^ eleganza e di concisio- 
ne, ma Tommaso se ne esagerò le bellezze e considerò questo 
scritto come il capo-lavoro dei tempi moderni. Egli non si 
stancava di contemplarlo, e chiese persino ad Eva se non fos^e 
possibile di porlo in una cornice, onde appenderlo alle !^acetl 
della saa stanza. Non si dissuase da la\e ^t^ì^^^xV» 0?«.\^\^ 



Ii54 

sola difficoltà di disporre la pagina in modo che si potesse 
vedere contemporaneamente dair una e dal F altra parte. 

L'amicizia di Tommaso ed Eva s^era intanto accresciuta. 
Il servo fedele provava per essa un sentimento indefinibile; 
egli r amava come una gracile e terrena creatura, e nello stes- 
so tempo r adorava quasi fosse un essere celeste e divino. 
Egli la contemplava con quella meschianza di venerazione e 
d^ affetto con cui i marina] italiani guardano le immagini 
dèi fanciullo Gesù. Il più grande de' suoi piaceri era quello 
di appagare i graziosi capricci di Eva, quei mille piccoli desi- 
derii che agitano V infanzia e che vanno variandosi come i 
colori deirarco baleno. Quando andava al mercato egli com- 
perava per essa i fiori più rari, le pesche e gli aranci piò 
belli. Niente più lo deliziava quanto il vedere la cara fanciul- 
lina spiare da lontano la sua venuta ed il sentirsi da lei rivolge- 
re r infantile domanda: — Ebbène^ zio Tommaso, cosa mi 
avete recato quest'oggi? 

Dal suo canto Evangelina non era meno prodiga di premu- 
re verso il suo amico Tommaso. Malgrado la sua poca età essa 
leggeva assai bene, aveva l'orecchia musicale, il gusto della 
poesia ed una istintiva simpatia per tuttociò che fosse nobile 
e grande. Questi pregi la rendevano la migliore lettrice della 
Bibbia che Tommaso avesse malintesa. Dapprincipio essa lesse 
per compiacere al suo umile amico ^ ma quando le sue idee 
si svolsero essa s'attaccò al libro sacro, come i germogli d'una 
giovine vite s' intrecciano intorno ad una robusta pianta. La 
Scrittura eccitava in lei delle possenti e misteriose emozioni, 

« 

che riescivano care alla sua ardonbe immaginazione. 

Ciò che prediligeva anzi tutto nella Bibbia erano l'Apo- 
calisse ed i libri delle profezie^ il cui figurato linguaggio avea 
per essa attrattive tanto maggiori, quanto meno l'era dato 
d'intenderne il senso. Essa ed il suo ingenuo amico, vale a di- 
re il giovane ed il vecchio faucvuWo , ^tonvì^w^ m\v' vvevvfovaie 
impressione. IVon capivano altro ltawiv^c\iè\i^\\^'^^\ì\^^\ \!^^- 



166 

lava d'una gloria futura^ d'una regione meravigliosa, nella 
quale le anime loro sarebbero state innondate da ignote de- 
lizie. Nelle scienze fisiche bisogna che i fatti sieno limpidapsen- 
te dimostrati , ina nelle scienze morali V incomprensibile non 
è sempre inutile. L'anima è come collocata trepidante fra due 
eternità, quella del passato e quella dell'avvenire. La luce 
non brilla attorno a noi che per uno spazio limitato^ da qui 
il bisogno d'investigare l'ignoto. Le immagini mistiche sono 
come talismani coperti di geroglifici. Conserviamo sempre la 
speranza di poterli un giorno decifrare. 

Saint-Clare avea traslocati i suoi penati nella casa di 
campagna posta sulle rive del lago Pontchartrain. I calori 
della state aveano cacciato dalla polverosa città tutti eoloro 
che poteano abbandonarla, per andarsene a respirare le fre- 
sche aure del lago. 

La villa di Saint-Clar^ era costrutta alla foggia delle abi- 
tazioni indiane. Le correvano ali' ingiro delle esili loggie in 
. bapìbou^ ed era circondata per ogni parte da viali e da parchi. 
La sala metteva ad un grande giardino, ricco di tutte le piante 
pittoresche dei tropici. Alcuni tortuosi senteruoli conducevano 
alle sponde del lago, il cui specchio argentino scintillava ai 
raggi del sole. Lo spettacolo di quella fiorente natura sem- 
brava mutasse aspetto d'ora in ora, ma era sempre ammirabile. 

Il tramonto del sole illuminava l'orizzonte di magica luce 
e faceva che il velo azzurro delle acque rivaleggiasse con. quello 
del cielo ^ sul lago, scorrevano dei battelli dalle candide ali 
, che scivolavano sull'onde come fantasmi. Qua e là comincia- 
vano a comparire le stelle che venivano riflesse dalle acque 
tremolanti. ^ 

Tommaso ed Eva stavano assisi sul muschio all'estremità 
del giardino. Era una sera di domenica^ Evangelina teneva la 
Bibbia aperta sulle proprie ginocchia. Essa leggeva: « E vidi 
un mare di vetro mescolato di fuoco. » 



156 

— Guardate Tommaso t diss' ella interrompendosi improT- 
▼isamente ed additando il lago. 

— » Che volete dire, miss Eva? 

— Non vedete voi dunque? riprese la fanciulla accennan- 
do alle onde che riflettevano gli splendori del cielo ^ questo 
è un mare di vetro mescolato di fuoco 

— La vostra osservazione è abbastanza giusta, miss Eva , 
disse Tommaso. Poscia si mise a cantare: « Oh! se avessi le 
ali d'oro deiPaurora volerei alle sfere eterne e gli angeli del 
Signore mi guiderebbero verso la nuova Gerusalemme. » 

— Dove credete che sia posta la nuova Gerusalemme? 

— Al dissopra delle nubi, miss Eva. 

— Mi sembra di vederla. Guardate queste nubi, sembra- 
no immense porte candide come perle, ed al di là, lontano lon- 

* tano^ tutto è dorato. Tommaso cantate Tinno dei Beati. 

Tommaso cantò il ben noto inqo metodista: « Io vedo i 
beati dallo sguardo divino che gioiscono d'una gloria im- 
mensa, ineffabile^ il loro abbigliamento è candido e la loro ma- 
no è adorna della palma che hanno meritata, n 

— Zio Tommaso, io li ho veduti ì beati^ disse Evangelìna. 
Tommaso non dubitò che ciò fosse vero e non ne fu punto 

sorpreso. Se Evangelina gli avesse detto d'essere andata in 
cielo egli avrebbe tenuta la cosa per probabilissima. 

— Questi beati mi visitano qualche volta quando dormo. 
Il suo sguardo. assunse un'espressione meditabonda, ed 

essa mormorò : « Il loro abbigliamento è candido e la lóro 
mano è adorna della palma che hanno meritata. » 

— Zio Tommaso, aggiunse Evangelina, io vado colà. 

— Dove, miss Eva? 

La fanciulla si alzò ed additò il cielo che essa stava con- 
templando fissamente. La luce del crepuscolo circondava la 
sua capigliatura dorata d'una specie d'aureola che n^on avea 
nulla di terreno. 



157 

-— Io vado colà, diss^ella, al soggiorno dei beati ... Vi 
sarò quanto prima! . . « *> 

Il servo fedele fu colpito da un improvviso tratto di luce. 
Egli avea osservato che da sei mesi in qua Evangelina avea le 
mani più scarne, la pelle più diafana, più breve la respira- . 
zione. Quando correva pel giardino si stancava più presto 
ch'altre volte. Miss Ofelia avea fatto cenno d'una tosse osti- 
nata cbe avea resistito alle^ medicine da lei apprestate. In 
questo stesso momento la febbre delP etisia ardeva le guancie 
e le piccole mani della fanciulla ... 

Eva è veramente esistita?... senza dubbiò, ma i nomi di 
simili creature sono quasi sempre scolpiti sovra pietre sepol- 
crali. I loro dolci sorrisi^ i loro occhi espressivi, le loro straor- 
dinarie parole diventano rimembranze seppellite come tesori 
nel fondo del cuore. In quante famiglie non s'intende ripe- 
tere che la bontà ed i vezzi dei sopravviventi sono un nulla 
paragonati alle attrattive d'un fanciullo cha non è più! Il 
Cielo possiede forse una legione d'angioli che hanno la spe- 
ciale missione di passare qualche giorno sulla terra per com- 
movere e intenerire il cuore umano? Quando si osserva ne- 
gli occhi di un fanciullo una luce celeste, quando le sue pa- 
role rivelano una saggezza ed una precoce sensitività, ohimè! 
si deve pur troppo temere la sua perdita. Egli è segnato dal 
suggello di Dio, e la luce che splende nei suoi sguardi è 
quella della .immortalità. Tu pure, dolce e buona Eva, eri 
per essere richiamata alla tua vera patria, ma coloro che ti 
amavano lo ignoravano ancora! 

La conversazione di Tommaso e di Eva fu interrotta dalla 
voce di miss Ofelia. 

— Ragazza mia, cade la rugiada, e voi non dovreste . 
starvene fuor di casa di quest'ora. 

I due amici s'a£frettarono a rientrare. 

La buona e degna miss Ofelia avea spesso adempiuti gli 
uffici d' infermiera. Essa conosceva quindi il lento cammino di ' 



188 

quella terribile affezione che rapisce tante seducenti creature e 
le condafina irremissibilmente ad una certa morte prima ancora 
die sembri spezzato un solo filo jdella loro esistenza. Miss 
Ofelia avea osservato Faccensione delle guancie di Eva, lar sua 
tosse secca e quel calore della pelle che è proprio della febbre. 
Essa partecipò le sue paure a -Saint-Giare, ma questi le ribattè 
con un collerico trasporto affatto contrario alle sue abitudini. 

— Risparmiatemi le vostre sinistre profezie, cugina mia^ io 
le abbomino. Tutto il suo male non è altro che una natu- 
rale conseguenza dello sviluppo^ non sapete voi che i fanciulli 
perdono le forze quando crescono? 

— Ma questa tosse? 

— Non è nulla ; avrà forse preso un po' di freddo. 

— Fu cosi che cominciò la malattia d'Elisa Jane, d^ Elena 
e di Maria Sandery. 

— Finitela con questi tristi leggendarii! ... Le donne ac- 
quistano invecchiando tanta prudenza che un fanciullo non 
ptiò tossire o sternutare senza ch^ esse lo dichiarino beir e 
perduto. Non avete altro a fare che preservar Eva dall'aria 
della sera ed impedire cbe giuochi troppo. 

Saint-Giare parlò di tal maniera, ma non potè sottrarsi 
alle più amare inquietudini. Egli continuò a sostenere che sua 
fi^ia stava bene, che essa avea tntt'al più qualche imbarazzo 
di stomaco, ma si pose a sorvegliarla assiduamente, e la con- 
dusse più frequenti volte al passeggio. Spesso portava a casa 
delle ricette mediche e delle misture corroboranti. 

— Non è già, diceva egli, che Eva ne abbia bisogno^ ma 
dò non può farle alcun male. 

Bisogna dirlo , ciò che colpiva più dolorosamente il 
cuore del padre si era la sempre crescente precocità intellet- 
tuale della fanciulla. Evangelina aveva tutti i vezzi della sua 
età« ma lasciava sfuggire involontariamente riflessioni tanto 
profonde che eccitavano lo stupore in quanti l'udivano. Saint- 
Giare allora rabbrividiva. Egli stringeva la figlia fra le brac- 



159 

da come se avesse potato salvarla col premerla al suo cuore 
paterno. Egli sì mise in capo di volerla conservare ad ogni costo. 
Sembrava che Eva si dedicasse ognor più completa- 
^ mente ad opere di amore e di carità. Essa avea sempre avuti 
degli istinti generosi, ma da qualche tempo si manifestavano 
con una affettuosa previdenza e con una serietà piena dMnte- 
resse. Amava ancora trovarsi con Topsy e cogli altri fanciulli 
di colore, ma assisteva ai loro sollazzi senza prendervi parte. 
Dopo essersi divertita una mezz'ora nelFosservare le capriole 
di Topsy essa diventava pensierosa, una nube le velava lo 
sguardo e la sua mente andava vagando altrove. 

— Mamma, dissocila un giorno a Maria, perchè non fate 
insegnare a leggere ai vostri schiavi? 

— Quale domandai Perchè non si usa, figlia mia. 

— Per qual ragione? 

— Perchè non hanno bisogno di istruzione^ essi non lavo- 
rerebbero meglio, e non sono nati che per lavorare. 

^— Ma, mamma, bisogna bene che leggano la Bibbia se 
vogliono conoscere la volontà del Signore. 
— ' Possono farsela leggere, rispose Maria. 

— Mi sembra, mamma, che la Bibbia sia quel tal libro a 
cui ciascuno ha d'uopo di poter ricorrere da sé stesso quando 
ne sente il bisogno. 

— Tu hai delle idee molto strane, figlia mia. 

— Miss Ofelia ha insegnata la lettura a Topsy, osservò Eva. 

— Sì, e tu vedi qual profitto ne ha tratto^ Topsy è la crea- 
tura più cattiva chMo m'abbia mai conosciuta. 

— Anche le povera Mammy avrebbe molta voglia di leg- 
gere r Evangelo ; io non vedo qual danno le deriverebbe se 
potesse effettuare questo suo voto. 

Maria che frugava in un armadio si rivolse per risponderle: 

— Bisogna pensare ad altro che a far legger la Bibbia 
agli schiavi. È possibile che ciò possa riuscir loro di qualche 
vantaggio, ed io stessa altre volte la leggeva loro quando 



160 

stara bene 5 ma tu non avrai tempo da perdere quando farai 
il tuo ingresso nella società, poiché allora ti occorreranno molte 
ore per abbigliarti. Guarda i giojelli che ti darò quando verrà 
quel momento. Li bo portati io stessa quando intervenni 
alla mia prima festa da ballo, e posso dire di aver prodotta 
una certa sensazione. 

Evangelina prese Io scrigno e ne estrasse un monile di 
diamanti , sul quale si fissarono i suoi grandi occhi senza cbe 
' da essi trasparisse la minima maraviglia. 

— Non ammiri questa collana? disse Maria. 

— Vale molto denaro, mamma? 

— Sicuramente, è quasi un piccolo patrimonio 3 è mio 
padre che Tha fatta venire dalla Francia. 

— Vorrei che fosse mia per disporne a mio talento. 

— Cosa ne faresti? 

— La venderei , comprerei un tenimento negli Stati li- 
berj, vi condurrei tutti i vostri schiavile pagherei dei maestri 
perchè insegnassero loro a leggere ed a scrivere. 

Mar.ia diede in uno scoppio di risa. 

— Tu faresti dunque erigere per essi una specie di col- 
legio, e forse faresti insegnar loro a suonare il piano-forte 
ed a ricamare sul velluto? 

— Vorrei che sapessero scrivere le loro lettere e che po- 
tessero leggere quelle che sono ad essi indirizzate^ rispose 
Eva con tuono risoluto. So pur troppo quanto sia penoso per 
quelli infelici il non possedere simili cognizioni ! Tommaso, 
Mammy e molti altri ne patiscono! 

— Tu non sei che una bambina! Tu non capisci nulla di 
queste cose^ eppoi le tue ciarle accrescono il mio mal di capo. 

Maria accampava sempre il suo mal di testa quando Par? 
gomento della conversazione non le era gradito. Evangelina 
s'allontanò^ e malgrado le rimostranze della madre seguitò 
indefessan^ente ad ammaestrare Mammy nella lettura. 

FINE DEL SECONDO VOLUME. 



9A %^SémmSi 

DELLO ZIO TOMMASO 

OSSIA 

hh ViTA DEi NEGRI iN AMERICA • 



DI 



ENRICHETTA BEECHER STOWE 

I 

0^3^^° 



Tradazìone dì B. Bermanì. 



¥OLUBIE ni. 



MILANO E LODI- 

PRESSO LA TIPOGRAFIA DI CLAUDIO WILMANT E FIGLI 

1855 



Il [ 



LA CAPANNA DELIO ZIO TOMMASO 

OSSIA 

LA VITA DEI NEGRI IN AMERICA 



CAPITOLO xxnr. 

Enrico, 

Verso quest'epoca Alfredo e il suo figlio maggiore^ deiretà 
di dodici anni, vennero a passare alcuni giorni nella villa del 
lago Pontchartrain. 

Non v^ era nulla di più singolare quanto il contrasto dei 
due fratelli gemelli. La natura invece di renderli somiglianti 
Tuno all'altro, ne avea formati due perfetti contrapposti. 
Sembravano però legati dai vincoli d'una stretta amicizia, 
e passeggiavano a braccio V un deiraltro pei viali del giar- 
dino. Agostino avea gli occhi azzurri, ì capelli biondi, la fiso- 
nomia vivace, le membra flessibili. Alfredo avea Paria altiera, 
il passo risoluto, gli occhi neri, le articolazioni risentite. Si 
querelavano senza tregua intorno alla teoria e intorno alla 
pratica 9 senza .però che diminuisse per questo in loro il 
piacere di trovarsi Tuno vicino dell'altro. Sembrava che lo 
stesso loro antagonismo servisse ad unirli. . 

Enrico, figlio maggiore d'Alfredo, era pieno di vivacità e 
d'ardore; egli fu affascinato dalle grazie e dai vezzi della sua 
cugina Eva fino dal primo momento in cui gli fu dato xQ.dfixV^. 



4 

Eva aveva un grazioso poney bianco di quieta andatura 
ed altrettanto dolce quanto la sua padrona. Tommaso Io trasse 
dinanzi alfa casa^ mentre un giovane mulatto di circa tredici 
anni conduceva a mano un piccolo cavallo arabo^ che era stato 
acquistato con grande spesa per Enrico. Questi era fiero della 
sua nuova montatura e prendendo le redini dalla mano del suo 
groom esaminò attentamente il cavallo, e il suo viso si oscurò. 

— Che vuol dire, Dodo, cl\e non avete stregghiato il mio 
cavallo questa mattina? 

— L'ho stregghiato, signore^ rispose Dodo con umile ac- 
cento, né so come abbia faltò a insudiciarsi di polvere. 

— Tacete furfante-, disse Enrico sollevando lo scudiscio: 
chi vi ha dato il permesso di rispondere? 

Il groom era un bel mulatto, press' a poco della grandezza 
d'Enrico. I suoi capelli innanellati incorniciavano una "fronte 
nobile e sviluppata. V'era del sangue bianco nelle vene di 
quel giovinetto, come si poteva indovinarlo dal rossore delle 
sue guancie e dalle scintille che brillavano ne' suoi occhi. 

— Signor Enrico . . . diss'egli ... 

Ma senza lasciargli il tempo di spiegarsi Enrico gli sfre- 
giò il viso collo scudiscio, e poscia afferrandolo per le braccia 
lo gettò a terra e lo battè fino che ne ebbe la forza. 

— Cosi imparerete a rispondermi quando io parlo; ricon- 
■ ducete questo cavallo e governatelo a dovere. 

— Mio giovane signore, disse Tommaso, egli aveva ra- 
gione ', ero presente io stesso quando ha stregghiato il cavallo , 
ma la bestia piena di fooco si è rotolata sulla sabbia nelPu- 

• scire dalla scuderia. • 

— Tenete in freno la vostra lingua fino a* che siate inter- 
rogato, disse Enrico avanzandosi versQ la cugina che era là 
vicina abbigliata da amazzone. 

— Sono desolato, diss'egli, che dobbiate aspettare in causa 
di quell'imbecille. Sediamoci su questo banco fino a che egli 
litorn). Ma che avete dunque? mi sembrate melanconica. 



3 

— Come potete voi essere tanto crudele e tanto cattivo 
verso questo povero Dodo? 

— Crudele, cattivo? ripetè Enrico manifestando una sor- 
presa tutt'altro che affettata: che volete voi dire, mia cara Eva ? 

— Non voglio che un giovane il quale si conduce di que- 
sta maniera mi chiami sua cara Eva. . 

— Cugina mia^ voi non conoscete Dodo; è questo il solo 
mezzo per tenerlo sottomesso, e mio padre Io tratta sempre 
cosi. 

— Lo zio Tommaso ì^sl spiegato il perchè il cavallo fosse 
insudiciato , ed egli non mente mai. 

— É dunque un negro straordinario , disse Enrico. Dodo 
mente tutte le volte ch'apre la bocca. 

— É la paura che lo fa mentire. 

* — In verità, cugina, voi mostrate per Dodo un'affezione, 
di cui sarei geloso. 

— Voi lo battete senza motivo. 

— Vi sono dei giorni che non lo batto, quantunque me 
ne dia motivo, cosi v' et compenso , ma io non lo percuoterò 
più alla vostra presenza, se ciò vi fa dispiacere. 

Evangelina era tutt' altro che soddisfatta, ma pensò che 
avrebbe perso il suo tempo se avesse cercato di farsi com- 
prendere dal suo bel cugino. 

Dodo ricomparve quasi subito col cavallo. 

— Voi avete adempiuto bene al vostro dovere questa volta, 
disse il suo giovane padrone con qualche dolcezza^ andiamo^ 
tenete le reiditii del cavallo dì miss Eva mentre io rajuterò a 
porsi in sella. , 

Dodo prese le briglie del poney^ Egli avea l'aspetto tur- 
bato *c sembrava vicina a piangere. Enrico fé' per offrire la 
mano a sua cugina, ma Eva volgendosi dal lato opposto disse 
al mulatto : — Voi siete un bravo ragazzo. Dodo, io vi ringrazio. 

Dodo guardò con sorpresa questa dolce fisonomia. Il san- 
gue gli sali alle guancie ed i suoi occhi si ba^narquo di Usi^vcs^^. 



6 

— Qui Dodo! disise Enrico con tuonò imperioso. 

Dodo obbedì e tenne il cavallp mentre che il suo padrone 
montava in sella. 

— Eccovi una moneta , riprese En rico, per comperare 
dello zucchero candito. 

Dodo segui collo sguardo i due fanciulli che si allontana- 
vano. L'uno gli avea dato del denaro, Taltra gli avea fatto un 
regalo assai più prezioso, poiché gli avesse parlato con l)ontA. 
Non erano che alcuni mesi dacché Dodo era stato separato da 
sua madre. Alfredo Taveva comperato pel suo bell'aspetti, e 
Dodo cominciava la sua servile carriera sotto la direzione 
d'Enrico. La precedente scena avea avuti p§r testimonii i due 
fratelli Saint-Clare che passeggiavano lungo i viali del giar- 
dino. Agostino ne fu sdegnato, ma si limitò a dire colla sua 
solita ironia: — Questa si può chiamare senza paura di sbagli 
una educazione repubblicana. 

— Enrico è un diavolo quando va in collera, rispose Al- 
fredo. 

— Suppongo che voi approviate, la sua condotta, disse 
Agostino. 

— Non saprei come frenarlo ^ sua madre ed io abbiamo 
tentato invano di mitigare il suo carattere facile all'ira. 

— Ed ecco che mette in pratica il primo articolo del ta-. 
techismo repubblicano: *< Tutti gli uomini sono liberi ed 
eguali >K 

— Baht esclamò Alfredo, questi sono ridicoli paradossi 
che Jefferson ha tolto a prestito dai Francesi e che si dovreb- 

' bero ritirare dalla circolazione. Da quanto accade per ogni 
dove é facile il dedurre che gli uomini non sono nati liberi, 
e che l'eguaglianza é una chimera. É la classe delle pèrsone 

, intelligenti, ricche ed incivilite che deve avere diritti eguali , 
e non ^à la canaglia. 

— Divinamente 1 riprese Agostino, purché giungiate a far 
si che la can$gUaL divida 4e vostre idee. 



7 

— Bisogna tenerla sottor il giogo con fermezza, con ener- 
gia 1 disse Alfredo premendo il piede a terra quasi fosse per 
calpestare alcuno. 

— I negri sono terribili quanto i bianchi quando insor- 
gono! guardate San DomingQ. 

— Noi sapremo impedire T insurrezione nel nostro paese^ 
disse Alfredo. Bisogna opporsi a questa monomania di edu- 
cazione generale che si tenta di far prevalere; ìe basse classi 
non devono essere istruite. 

— Qualunque cosa facciate, disse Agostino, esse rice- 
veranno sempre una qualsiasi educazione. Voi avete . per 
sistema di allevarle barbare e brutali, fate dei vostri infe- 
riori tante bestie selvaggie, spezzate tutti i vincoli che li 
ledano airumanità e cosi saranno terribili quando avranno il 
disopra. 

— Egli è che non l'avranno mai ! esclamò Alfredo. 

— Avete ragióne, disse Agostino, riscaldate* la macchina, 
chiudete la valvola di sicurezza, assidetevi di sopra e vedrete 
ove saretQ lanciati. 

— Ebbene Io vedremo. Io non temo di sedermi sulla val- 
vola purché la caldaja sia solida. 

— Vi dico, Alfredo, che se alcuna cosa si palesa oggi gior- 
no colla forza d'una legge divina si è la tendenza delle masse 
ad innalzarsi. La bassa classe diverrà la classe superiore. 

— Qual oratore siete voi. Agostino! Appartenete alla 
scuola dei repubblicani jossL In quanto a me spero d'esser 
morto prima di assistere al trionfo dei vostri protetti. 

— Essi insorgeranno quanto prima, riprese Agostino, e 
voi avrete allora dei dominatori tali quali li avrete formati. Il 
popolo d'Haiti .... 

— Non mi parlate di quell'abbominevole Haiti! Gli 'avve- 
nimenti avrebbero preso un' altra piega in quel paese se si 
avesse avuto a fare colla razza anglo-sassone. 

— Ma non sapete forse, rispose A^o&UiiQ»Oafc\^^^^^ ^«^ 



8 

nostri schiavi contengono ujia sufficiente dose di sangue an- 
glo-sassone? Vi sono fra essi molte persone che non conser- 
vono altra traccia*della loro origine africana tranne che l'ar- 
dore tropicale da cui sono animati quando trattano gli affari. 
Se suonasse fra .noi il grido d'insurrezione d'Haiti, sarebbe la 
razza anglo-sassone che si metterebbe a capo -del moviménto. 
I figli di padri bianchi si stancheranno finalmente d'essere 
•posti all'incanto. Essi insorgeranno e faranno insorgere nel 
medesimo tempo la razza delle madri loro. 

— Sciocchezze ! Follie 1 

, — E scorso molto t,^mpo dacché si è data per la prima 
volta una simile risposta. Accadrà adesso come al secolo di Noè. 
Si mangiava^ si beveva, si coltivava la terra, si costruivano 
abitazioni, e giunse il diluvio. 

— In fede mia, disse Alfredo ridendo ^ voi avreste molta 
disposizione per la propaganda. Ma non temete niente per 
noi; noi abbiamo il potere^ noi ne sappiamo usare energica- 
mente^ e la razza che ci è sottomessa resterà sottomessa. Non 
avremo neppure bisogno di consumare la nostra pK)lvere. 

— Dei figli educati alla foggia del vostro Enrico sarebbero 
opportunissimi per custodire i vostri magazzini di polvere ! Essi 
hanno tanto sangue freddo! Il proverbio dice: Coloro che non 
sanno governare sé stessi sono incapaci di governare gli altri. 

— V'é qualche cosa di vero in queste parole disse Alfredo 
con aria pensosa; certamente il nostro sistema abbandona so- 
verchiamente i giovani in balìa delle, loro passioni , le quali^ 
mercé il nostro clima^ sono abbastanza vive. L'educazione 
d'Enrico mi dà fastidio. Il suo cuore é buono, ma allorché 
egli va in collera scoppia come un fuoco d'artifizio. Finirò 
forse coirinviarlo nel Nord, ove sarà tenuto più in freno e 
dove 'potrà trovarsi più spesso coi suo? eguali ed evitare di 
più la compagnia degli inferiori. 

— Poiché l'educazione é l'opera più importante della vita 
umana^ se il nostro sistema educativo é difettoso, bisogna 



e 

^necessariamente dedurne che la nostra società è male orga- 
nizzata. 

p — 11 nostro metodo non manca di vantaggi^ disse Alfredo > 
esso rende ì fanciulli più energici e più coraggiosi, io stesso 
spettacolo dei vizii ^i una razza abbietta giova, ad invigo- 
rire in essi le opposte virtù. Ritengo che Enrico abbia un 
amore più vivo pef la verità appunto perchè vede essere la 
menzogna e la perfidia Timpronta caratteristica del servaggio. 

— Ecco una maniera affatto cristiana di considerare^ Te- 
ducazione! esclamò Agostino. 

— Essa è altrettanto cristiana quanto il sono la più parte 
delle cose di questo mondo. Ma a qual prò discutere? È forse 
la centesima volta che noi ricalchiamo quest'argomento. Non 
preferireste di fare una partita a trictracl 

I due fratelli si misero dinanzi ad una tavola da Me trac ^ 
posta sotto una delle gallerie di bambouj ed Alfredo disse, 
mentre disponevano i loro pezzi: — Se pensassi come voi, 
fratello mìo, io farei qualche cosa. 

— Vi riconosco a questo consiglio : voi appartenete alla 
razza degli uomini attivi per eccellenza. Ma che dovrei dun- 
que fare? 

— Tentare una prova, mettendo alcuno de' vostri schiavi 
nella possibilità di innalzarsi. 

• — Sarebbe Io stessoiche il consigliarmi di- porlo sptto una 
montagna e di dirgli poscia di camminare. Come volete voi 
che i miei Schiavi sMnnalzìno schiacciati come sono da tutta la 
massa sociale? L'azione d^un uomo s'a;inulla quando deve lot- 
tare contro quella di tutti. Perchè Teducazione potesse recare 
profitto ad uno schiavo, converrebbe che quésta gli fosse com- 
partita coir assenso o quanto meno colla tolleranza dello Stato. 

— Gettate i dadi, la mano è vostra, disse Alfredo: ed i due 
fratelli stettero assortì nel loro giuoco fino al ritorno dei ragazzi. 

— Ecco i nostri cavallerizzi! disse Agostino alzandosi: guar- 
dateli, Alfredo, non sono dessi vezzosi? • 



Quest'osservazione era troppo giusta perchè non si dovesse 
confermarla. Enrico colla sua fronte altiera^ colle sue guancie ^ 
rosseggianti si volgeva sorridendo ve'rso la cugina. Questa in- 
dossava un' ammazzone azzurra e portava in testa un. cap- 
pello della stesso colore. La passeggiata, aveva dati dei colori 
vivaci al suo volto ed accresciuto T effetto della ' singolare 
trasparenza della sua pelle. ' * 

— Essa ha una bellezza abbaglia ntelidisse Alfredo. Quanto 
prima, fratello mio^ essa strazierà molti cuori. 

— ^ Pur troppo, ho paura di' sii esclamò Saint-Clare con " 
improvvisa amarezza e correndo vicino alla figlia. 

— Mia cara Eva, saresti tu troppo stanca? diss'egli strin- 
gendola nelle sue braccia. 

— No, essa rispose; ma la sua affannosa respjrazione su- 
scitò delle inquietudini nel cuore del padre. 

•— ^ Perchè galoppare^ carina mia? tu sai che ciò ti fa male. 

— Lo so bene, papà^ ma il piacere che vi prendo me Tha 
fatto dimenticare. 

Saint-Clare la portò nella sala e la depose sovra un canapè. 

— Enrico, voi avreste dovuto aver cura di Eva e non farla 
correr tanto. 

— Starò io qui a custodirla^ disse Enrico sedendosi vicino 
alla cugina. 

Ev^ un momento /lopo si senti meglio. Suo padre e suo 
zio si riposero a giocare ed i fanciulli restarooo soli. 

— Sono dolente, disse Enrico, che mìo padre voglia par- 
tire fra due giorni, gia(v:;hè non potrò rivedervi forse per molto 
tempo. Se pptessi restarmene qui con voi, cercherei di correg- 
germi e di non maltrattare Dodo. Sono un po' vivo, ma non 
nutro contro lui cattive intenzioni. Gli dò di quando in quando 
qualche moneta, e voi vedete ch« è i^estito bene. Insomma 
egli deve esser contento della sua sorte. • 

— Sareste voi contento della vostra ^orte se non aveste 
alcuno che vi amasse? 



11 

— No, certamente. 

— Voi avete separato Dòdo da tutti i suoi àintcì -, egli non 
ha più alcuno che Tami; dipende da ciò se ha qualche di- 
fetto^ e la cosa è naturale a quanto mi sembra. 

— Io non potrei tenergli luogo di madre, giacché mi sa- 
rebbe impossibile ramarlo. ^ 

— Perchè? disse Evangelina. 

— Amare Dodo !• Voi stessa non lo potreste. Egli mi piace, 
ma credo che anche toì non amiate i vostri schiavi. 

.— Io, sì, che li amo. ^ 

— Ciò è strano. . 

. — La Bibbia non ci raccomanda forse di amarci tutti Tun 
l'altro? . 

— Ah 1 essa raccomanda molte altre cose, ma nessuno le 
eseguisce. 

Eva non rispose e stette riflettendo alcuni -momenti. 

— Ad ogni modo, essa riprese, amate Dodo e siate buono 
verso Itti per riguardo a me. 

— Per riguardo a voi amerei chichessia, mia cara cugina, 
giacché voi siete decisamente la più amabile creatura che mi 
abbia conosciuta. 

Eva accolse questo complimento con ingenuità, senza mu- 
tar di tolore, e si limitò a dire: — Sono contenta della vo- 
stra promessa, mio caro Enrico, e spero che la manterrete. 

La campana del pranzo mise fine a quel colloqoior 

CAPITOLO XXIV. 

Tristi pronostici. 

Due giorni dopo quanto abbiamo narrato, Alfredo ed Ago- 
stino si separarono. Evangelina che avea fatte col pugino delie 
corse a cavallo oltrepassanti le proprie forze, cominciò a 
peggiorare visibilmente. Saint-Giare consenti finalan^iv^^^^Sc^- 



12 

mare un medico^ cosa alla quale s'era fino allora opposto , es- 
sendoché gR sembrasse come uria confessione della funesta 
realtà. . 

Maria Saint-Clare non s'era per anco avveduta del graduale 
indebolimento della fanciulla, occupata compera a meditare 
sovra due o tre nuove malsfttie, dalle quali si credeva assalita. 
Maria credeva anzitutto che nessuno al mondo potesse patire 
al par di lei^ e còsi Tìdea ch'altri soffrisseio. la minima indispo- 
sizione era da lei respinta pressoché con indegnazione. Essa 
attribuiva i loro lagni all'animo pigro e deficiente d\energìa. 

Miss Ofelia tentò ripetutamente^ ma sempre indarno, di 
destare la materna sollecitudine di Maria. 

— Non mi pare «he Eva sia neppure leggermente amma- 
lata, rispondeva Maria, essa non fa altro mai che correre e 
giuocare. 

— Ma essa tos^sce. 

•^ Che fa questo? Io ho tossito durante tutta la mia vita : 
quando avéa Tetà di Eva mi si dichiarò tisica, e Mammy pas- 
sava tutte le notti al mio capezzale. La tosse di Eva non è 
tale che possa renderci inquieti. 

— Ma essa sMndebolisce e respira con difficoltà. 

— Dio mio, fui soggetta anch'io per molti anni a tali in- 
convenienti^ tutto ciò hon è altro che una affezione rfervosa. 

— Ma di notte essa va tutta in sudore. 

— >• Peci lo stesso anch'io per dieci anni. Le mie vesti 
si trovavano alcune volte tutte i[nzupp^te, e Mammy era ob- 
bligSfla «di stendere le mie lenzuola per farle asciugare. 

Miss Ofelia si rassegnò al silenzio; ma quando il male s'ac- 
crebbe^ e che fu chiamato il medico le idee di Maria andarono 
vagando fra un nembo d'altre folli esagerazioni. Essa procla- 
mava ad alta voce d'aver sempre presentito che sarebbe dive- 
J7£r^ 7a più ^ven tarata delle madri. Era giusto che fosse condau" 
nata, essa sì £evoIe di salale, a vedet àm^w^^\^w<d9i«.^Qlcro 
fonica sua tìgìiaì 



.15 

— Mia cara Mari^, le diceva SaintCIare^ tutto noniè an- . 
Cora perduto. 

— Ah, Saint-CIàre, voi non avete if cuore d'una madre: 
voi non mi comprenderete mai ! 

— Non parlate di questo modo, il male non è ancora ir- 
remediabile. • * 

-^ Io non posso associarmi alla vostra indifferenza, Saint- 
Clare. Mentre la vostra unica figlia si^trova io tanto pericolo, 
voi conservate la vostra calma; ma io sento che questo è un -^ 
colpo fatale, che sta per accrescere le mìe sventure! 

^ É vero che Eva è gracile^ rispose Saint-Clare, e che il suo 
rapido accrescimento ne ha esaurite le forze, ma il suo stato 
non è poi tanto pericoloso: sono più che altro i calori della 
state ed i faticosi esercizii a cui sì è abbandonata durante la 
visita del cugino 4e vere cause della sua malattiji. II dottore , 
asserisce che v'è ancora mezzo df salvarla. 

— Voi potete a vostro agio vedere le cose dal loro buon 
lato. E un vantaggio il non essere sensUfvi, ed io desidererei 
di potervi imitare. Ah, se potessi restarmene anch'io tran- 
quilla come tutti voi! • ^ 

Tutte le persone di casa aveano dei giusti motivi per as- 
sociarsi a quesr ultimo voto, essendoché Maria non cessasse 
d'ostentare le sue nuove angosce, e se ne servisse quasi di pre- 
testo per tormentate quanti la circondavano. Essa vedjea Tin- 
contestabile prova della durezza de> loro cuore in ciascuna 
delle loro parole e delle loro azioni^ nessuno d'essi s'impie- 
tosiva pelle di lei sventure 1 Evangelina udiva qualche ^Ita 
i lagni di sua madre e piangeva di dolorCj poiché etlà si cre- 
desse la causa di tanta afflizione. 

Lo stato di Evangelina migliorò notabilmente dopo quin- 
dici giorni di cure, giacché l'inesorabile malattia rallenti ta- 
lora la sua marcia fatale efaccla sorgere delle ingannatrici U\».> 
sioni pTemamenìe allora quando glk \a lomW ?XaL ^^t ^^x\^'i\. 
Urangelina discese nel giardino, s'abbandona ^\ w\v«h^ ^^ ^"^^"^ 



14 . 

, sollazzi e fu giudicata dal padre fuori dj pericolo. Miss Ofe- 
lia ed il medico soli non si lasciarono, illudere. La loro triste 
convinzione era divisa* da un'altra persona, e questa era Evan- 
gelina. D'onde viene la voce misteriosa che alcune volte si fa 
udire per annunziare ad un'umana creatura che. la sua dimora 
su questa terra sarà di breve durata ? Sorge essa dall' intimo 
istinto della natura che va estinguendosi od è la mistica aspi- 
razione dell'anima vers<^ l'immortalità che s'avvicina? Comun- 
que ciò sia Eva, prevedeva prossima la sua morte, e questa, 
convinzione, che era arrivata in lei al grado di certezza, non 
turbava il suo giovine cuore. Il solo amaro de' suoi pensieri 
era quello del dolore dei proprii amici. Sebbene fosse l'oggetto 
di assidue cure, sebbene la sua esistenza fosse abbellita da 
tutti i godimenti dell'opulenza, pure essa non provava alcun 
. rammarico pel proprio destino. Essa avea ietto nel libro le 
tante volte meditato col ^o amico Tommaso, come Cristo 
avesse a sé chiamati i fanciulli, e questo racconto di un lon- 
tano passato avea assunto per essa le apparenze d'una verità 
che dovea fra poco effettuarsi. Sentiva quasi il soffio della 
tenerezza divina e. ne pregustava le ineffabili dolcezze. Nulla 
meno essa nop pensava senza tristezza a suo padre , da cui si 
sapeva tanto amata. S'afflìggeva anche per sba madre, giacché 
fosse naturalmente affettuosa, ma l'egoismo di Maria l'addolo- 
rava. Essa non sapeva come conciliare l'esistenza di questo 
difetto colP infantile convinzione che sua madre non potesse 
mai aver torto. Vi era in ciò*una contraddizione che la turbava, 
e pi^ isventarla essa finiva col dire a sé stessa che al postutto 
Maria era'sua madre, ed una madre amatajeneramente. 

Evangelina s'impietosiva altresì sul destino dei servi fe- 
deli, d^' quali formava la delizia. I fanciulli posseggono poche 
idee generali, ma la figjia di Saint-Cìare colla rara sua pre- 
cocità d'intelligenza non avea potuto scorgere, senz'esserne 
profondamente colpita, gl'inconvenienti del giogo, sotto il quale 
gemono gli schiavi. Essa aveva un vivo desiderio d'esser utile 



15 

ed a quelli che ravvicinavano ed a quanti altri si trovavano 
nella stessa loro condizione. 

4 — Zio Tommaso, diss'ella un giorno, mentre stavano leg- 
gendo l'Evangelo, ora capisco perchè Gesù Cristo abbia voluto 
morire per noi. . ' 

— Perchè dunque, miss Eva?.' 

— Perchè Ilio desiderato io stessa. 
, — Spiegatevi, niiss Eva. -^ 

— Non posso farlo^ ma quando ho intesi quegli sventu- 
rati che erano con noi sul battello .a vapore domandare an- 
gosciati gli uni la madre, gli altri ì figli, quando mi fu rac- 
contata la morte orribile della mamma Prue , ho sentito che 
avrei voluto morire per essi, se la mia morte avesse potuto 
por fine a tante miserie. Si, Tommaso io sarei morta per 
essi se r avessi potuto! 

Nel dire queste parole posò le sue piccole e scarne mani 
su quelle del negro. Questi la contemiflò con venerazione, e 
quando la fanciulla àorti chiamata dal padre, egli si asciugò 
più volte gli occhi mentre P accompagnava cogli sguardi. 

— Le nostre pene pef salvare miss Eva sono inutili, disse 
egli a Mammy che incontrò dopo* alcuni momenti 5 essa ha * 
sulla fronte l' impronta del suggello dèi Signore. • 

7- E quello che ho sempr.e detto, esclamò Mamuiy alzan- 
do le mani al cielo; essa non èra destinata a restarsene su 
questa terra ^ v'ebbe sempre alcun che di misterioso ne' suoi 
occhi. 

Eva irinvenne suo padre sotto la loggia di bambou^ Co- 
minciava la sera 3 la fanciulla portava %ul seno una candida 
rosa, il suo viso ed i suoi occhi brillavano d'una luce sovru- * 
mana e gli ultimi raggi del sole la circondavano d' una specie 
d'aureola. 

Sainl-Clare l'avea chiamata per mostrarle una piccola 
statua da lui conàperata; ma quando |a vide fu colpito da un 
impressione improvvisa e dolorosa. Avvi una specie di b^V- 



16 

lezza tanto completa e nello stesso tempo tanto fragile che ' 
non possiamo contemplare senza un nftsterioso terrore. Saint- 
Giare strinse la figlia fra le braccia e dimenticando Io sc«po 
per cai Pavea chiamata le disse: 

— ' Ti senti meglio quest'oggi, non è vero? 

— Padre mio, disse Evangelina con fermezza, è molto 
tempo che vorrei parlarvi di alcune cose 5 ve ne parlerò 
adesso prima che s'accrq^ca la mia pialattia. 

Saint-Giare trepidò^ Eva £' assise sulle ginocchia e posò la 
la testa sul seno dal padre. 

— É inutile i)apà che vi tormentiate per circondarmi di 
tante cure^ il momento è vicino In cui dovrò abbandonarvi 
per non più ritornare ... 

— Gark piccina, disse Saint-Giare con voce tremante*, ma 
affettando T accento della gajezza; j^on lasciarti vincere da 
questi tristi pensieri. Guarda la graziosa statuina che ti ho 
recata 1 * • 

— Non illu(]||Btevi, padre mio^ riprese Èva senza alzare lo 
sguardo^ io. non istò meglio, lo sd, e dovrò andarmene quanto 
prima. Giò non mi atterrisce, e se n*on fosse per voi e pe'miei 
amici non .avrei nulla a rimpiangerer. 

— Perchè sei tanto melanconica, mia carina? Non hai 
forse quanto abbisogna per essere felice? 

-^ Eppure io preferirei dì ardarmene in cielo: senza voi 
la vita non avrebbe per me alc<|na attrattiva. Vi sono qui in 
terra molte cose che mi straziano 3 preferisco il non vederle! 
Sento però molto dolore nel lasciarvi. 

— Quali sono dunque queste cose che ti affliggono tanto? 

— Sono quelle che accadono tutti i giorni qui ed altro- 
ve. La vista dei nostri poveri domestici che mi amano tanto 
sinceramente e che hanno per me tante premure mi è pe- 
nosa, lo vorrei che fossero tutti liberi. 

— Ti pare forse che non sieno trattati con sufficiente in* 
àuìgenzaì 



17 

— Ma che sarebbe di loro, papà, se vi accadesse qualche 
sinistro? Degli uomini come voi non ve ne sono mólti j Io zio 
Alfredo e mia madre non vi rassomigliano, e molto meno poi 
i padroni della vecchia Prue. Quali atrocità si vanno talora 
commettendo! aggiunse Eva rabbrividendo. 

— Tu sei troppo sensibile, mia cara figlia; non voglio 
più che ti si narrino simili storie. 

— Ecco appunto ciò che mi attrista, papà. Voi volete che 
io sia felice, che non abbia nulla a soffrire, che mi si tacciano gli 
orribili fatti che accadono , ^ tutto ciò mentre dei poveri in- 
felici passano la loro vita nel dolore 1 Non è questo forse del- 
r egoismo? Io debbo conoscere le loro miserie per compatirle. 
Esse mi haAno sempre lacerato il cuore e fornito argomento 
alle mie amare meditazioni ! Non vi sarebbe modo di resti- 
tuire la libertà a tufti gli schiavi? 

— È questo un problema pieno di difficoltà, mia carina. Il 
nostro sistema è sicuramente abbcrminevole^ è questa T opi- 
nione di molte persone illuminate ed è altresì la mia. Io deside- 
rerei con tutta r anima che la schiavitù venisse abolita, ma 
non saprei che si avesse a fare per effettuare un simile in- 
tento. 

— Il vostro cuore è eccellente, 'papà, ed avete un modo 
d'esporre le cose sempre aggradevole. Non potreste quindi 
percorrere le varie abitazioni e tentare di persuadere i pro- 
prietarii ad affrancare i loro schiavi? Se io lo potessi lo farei; 
fatelo in nome mio, papà, quando sarò morta. 

— Quando tu sarai morta, Eva? Ohi cessa da quéste cru- 
deli parole, figlia mia; tu sei il mio unico bene sulla terra. 

— Anche la vecchia Prue non avea che un solo bene al 
mondo, il suo piccolo bimbo, e io intese gridare senza che le 
fosse dato di recargli soccorso ! Queste povere creature ama- 
no i loro figli quasi tanto come mi amate voi. Ah t fate qual- 
che cosa per essi! Mammy ama i suoi piccini e Tho vista a 
piangere quando li ricordava; Tommaso anch^egli adora i 
suoi figli; ed è una cosa orribile che sieno costretti a vivere 
separati da essi i 

— Via dunque, carina mia, disse Saint-Clare con tenerezza^ 
Fol. in. ^ 



18 

se cesserai dall'eséer triste^ se non mi parlerai più di morire, 
farò quanto vorrai. 

— Promettetemi, padre mio^ che darete la libertà a Tom- 
maso appena .... 

S'interoppe un istante, poscia aggiunse esitando — Ap- 
pena chMo sarò morta! 

— Si, figlia mia, appagherò tutti i tuoi desideri. 

— Papà mio, disse la fanciulla accostando le sue guancie 
ardenti a quelle di Saint-Clare, vorrei poter fare il viaggio 
assieme a voil 

— Per dove, mia cara? 

— Verso il luogo ove dimora il nostro Salvatore, ed 
ove regnano la pace e Pamore. Non vorreste forse Venirvi CQn 
me? 

La fanciulla parlava del cielo, come*d^nn soggiorno che 
avesse già altre volte visitato. 

Saint-Giare vinto dair angoscia non potè rispondere, e 
strinse la figlia fralle i)raccia. 

— Voi verrete ov'io sarò l riprese Eva colFaccento d' una 
profonda convinzione. 

— Io ti seguirò, né ti dimenticherò mai ! 

Le ombre solenni della sera s'addensavano intorno a Saint* 
dare, ed egli poteva appena travedere la gracile creatura 
che riposava sul suo seno^ ma la voce che gli parlava era 
come quella d'un angelo, che evocasse tutte le ricordanze del 
suo passato. Per un momento gli si ridestarono neir intima 
coscienza le reminiscenze delle preghiere di sua madre, delle 
generose risoluzioni delia sua prima giovinezza, degli anni 
di incredulità sprecati nei piaceri mondani e negli stravizzi. 

Il pensiero ha la potenza di concentrare tutta una vita in 
un istante di raccogliménto. La meditazione di Saint-Giare, 
quantunque rapida, gli suscitò nell'animo un turbine doloroso 
di amari repetii. Egli però non parlò, e, quando calò la notte, 
portò la su^ pìccola figlia nella stanza da letto, e congedati 
i domestici, la cullò nelle sue braccia, canticchiando sommes* 
s amente fino a che l'angelo ebbe chiusi gli occhi. 



19 



CAPITOLO XXV. 

La lezione. 

Nel dopo pranzo d'una domenica^ Saint-CIare stava sdra- 
jato sovra una lunga sedia di bambou posta sotto la loggia 
esterna. Maria, protetta contro le punture delle zanzare da 
cortine di velo, riposava sopra un canapè in una sala vicina. 
Essa teneva sbadatamente frali e mani un libro di preghiere le- 
gato con tutta eleganza. L'avea preso poiché fosse domenica, e 
s^immaginava fors'anche d'averlo letto ^ ma effettivamente non 
avea fatto che dor migliare col libro aperto e cogli occhi semi- 
chiusi. Miss Ofelia a forza d' investigazioni avea finito collo 
scoprire come ad una qualche distanza dalla città vi fosse un'as- 
semblea di metodisti^ e vi si era recata accompagnata da Eva^ 
e da Tommaso. 

— Agostino, disse Maria destandosi dal suo sopore, biso- 
gnerà che mandi a cercare il mio vecchio dottore Posey^ sono 
sicura di avere una malattia al cuore. 

— Perchè mandar a cercare il Posey? Mi sembra che il 
medico di Eva conosca bene la sua professione. 

— Io non mi fiderei di lui quando il caso fosse grave, ed 
il mio è tale sicuramente. Sono già due o tre notti che ci 
penso e che soffro orrìbilmente. 

— Voi sognate^ Maria; io non credo alla vostra malattia 
di cuore. 

—, Ero certa che non mi avreste prestata fede*; disse Maria; 
oh ! lo avea già preveduto 1 Siete tutto sbigottito appena Eva 
tossisce, e siete indifferente quando si tratta dei mali che 
m'affliggono. 

— Giacché volete avere assolutamente una malattia al 
cuore, per me non ho nulla a ridire. 

— Desidero che non abbiate a pentirvi troppo tardi della 
vostra incredulità^ sono le inquietudini che Eva mi ha ca- 
gionate e le fatiche che ho dovute subire per assistere que- 



20 

sta cara creatura, che hanno sviluppato fn me il germe d'onj 
pericolosa malattia. 

Saint-CIare pensò fra se stesso che sarebbe stato difficik 
il determinare a quali fatiche si fosse esposta Mariane siaTfii 
senza rispondere verso la carrozza che riconduceva a casa Efi 
e miss Ofelia. Quest'ultima andò direttamente, secondo la su 
abitudine, nella propria stanza per deporvì lo scialo ed il cap- 
pello. Eva s 'assise sulle ginocchia del padre, e gli raccoirift 
quanto avea veduto ed udito nella assemblea dei metodisti 

Ad un tratto si udirono delle esclamazioni di collene 
delle parole di rimprovero che escivano dalla stanza di misi 
Ofelia. 

— Sarà una nuova gherminella di Topsy! disse Saint-CIare. 
Scorso un istante miss Ofelia, estremamente sdegnata, cooh 

parve trascinandosi dietro la colpevole. 

— Cos'è accaduto? disse Agostino. 

— Non voglio più tenermi vicina questa peste! la sna cat- 
tiveria passa tutti i limiti, ed io ho esaurita tutta la mia pa- 
zienza. L'avea chiusa nella mia stanza e le avea dato un inno, 
perchè lo imparasse a memoria, ed invece sapete cos'ha fatto? 
Ha scoperto il luogo ove nascondeva la chiave, ha presa nel 
mio armadio la guarnizione di un cappello, e Pha tagliata a 
pezzi per farne degli abiti alla sua bambola ! No, non ho mai 
veduto nulla di simile 1 

— Io ve Tavea predetto, cugina mia, disse Maria ^ il rigore 
soltanto può mettere al dovere tali creature.... Se mi 8i la- 
sciasse fare ciò che voglio, aggiunse sogguardando Saint-CIare 
con un' espressione di rimbrotto, io manderei questa ragazxa 
fuori di casa , e la farei sferzare fino a che non potesse più 
reggersi in piedi. 

— Non ne dubito, rispose Saiot-Glare. Calunniate dunque 
la dolcezza del bel sesso! Io non ho conosciuta alcuna donna 
che non fosse tutta presta ad uccidere un cavallo od uno 
schiavo, se la si fosse lasciata fare quello che voleva ! 

— Tregua ai motteggi, Saint-CIare^ mia cugina ha buon 
senso, e giudica la cosa al pari di me. 

Miss Ofelia era suscettibile di collera come qualsiasi altra 



I 



21 

3iù pacìfica e più mite donna di casa. II suo sdegno per le 
.ristizie e per gli sciupìi di Topsy era completamente legìttimo, 
i sarebbe stato diviso anche dalla maggior parte delle nostre 
etiricì. Ma quando udì le crudeli parole di Maria, si calmò 
Pun tratto, e disse: 

— Non Torrei trattare di tal maniera questa fanciulla , a 
jualsiasi costol Ma però debbo dire che dispero della sua rie- 
»cita. Non ho cessato dal darle avvertimenti e rimproveri, 
'ho sferzata, ho esauriti tutti i castighi, ed essa è piena di 
izii come prima.... 

— Avvicinatevi, piccola scimmia! disse Saint-Clare a Topsy. 
La fanciulla si fece avanti^ i suoi occhi conservavano la 

oro maliziosa espressione, ma le palpebre però s'agitavano 
)er la paura. 

— Perchè vi conducete tanto male? disse Saint-Clare che 
[uasi a suo malgrado sorrìdeva nel vedere la grottesca trepi- 
lazione della fanciulla. 

— Perchè a quanto dice miss Ofelia, io ho un cuore cat- 
ivo, rispose Topsy con accento piagnoloso. 

— Non avete dunque tratto alcun profitto da quanto miss 
)felia ha fatto per voi? Essa assicura d'aver adoperati tutti i 
nezzi possìbili per educarvi. 

— È quanto diceva la mia antica padrona. Essa mi sfer- 
,ava più forte che mai, mi tirava i capelli, mi facea battere 
a testa contro la porta; ma io non ne traeva alcun profitto, 
ìredo che se anche mi avesse strappati tutti i capelli, sarebbe 
tata pena perduta; io sono tanto cattivai ho tutti i difetti 
l'una negra! 

— Io me ne lavo le mani, disse miss Ofelia. 

— Permettetemi di rivolgervi un'interrogazione, ripigliò 
»aint-CIare. 

— E quale? 

— Se voi non siete riescila a convertire una pagana che 
I in assoluto vostro potere, a che potrà giovare V invio di ai- 
uni missionarìi in mezzo ad una intiera popolazione di sel- 
vaggi ? 

Miss Ofelia non seppe rispondere su\moti\^iiX^^^^*>»Na5^fi^ 



24 

— Era pejò Tha superata. 

— Essa è tanto affeltaosai lo Torrei rassomigliarle! Que- 
sta fanciulla può darmi delle lezioni. 

— In ogni caso, disse Sainl-Clare, non sarebbe questa la 
prima volta che un piccolo fianciullo avrebbe ammaestrato un 
vecchio scolaro. 

CAPITOLO XXVI. 

La morie. 

La camera da letto di Evangelina era vasta ^ e come 
tatti gli altri locali della casa metteva suìla loggia esterna. 
Comunicava da una parte colf appartamento di Saint-Clare e 
dall'altra colla stanza di miss Ofelia. Saint-Clare avea posta 
ogni cura nel far si che gli arnesi di quella camera avessero 
ad armonizzare coi gusti da lui supposti in sua figlia. Le cor- , 
tine delle finestre erano di mussolina color di rosa vaneg- 
giata di bianco,* il tappeto, eseguito a Parigi dietro suoi dise- 
gni, avea nel mezzo un cespuglio di rose ed airingiro un fre- 
gio di bottoni di rose intrecciati con foglie. Il letto, ie scranne, 
le sedie a bracciuoli aveano delle forme nuove ed eleganti. 
Al di sopra del capezzale, posato sopra una mensola d'ala- 
bastro v'era un angelo di singolare bellezza, colle ali raccolte 
e con una corona di foglie di mirto fralle mani. Da questa 
corona scendevano delle cortine di velo color dì rosa, listate 
d'argento che impedivano, senza intercettare il libero corso 
dell'aria, la molesta invasione delle zanzare. Le sedie a brac- 
ciuoli di bambou erano guernite da guanciali di damasco , 
e le figurine intagliate che sorgevano dai loro schenali la- 
sciavano sfuggire dalle loro mani delle cortine di velo simili 
a quelle dei letto. Nel centro della stanza e sovra una tavola 
di bambou v'era un vaso di marmo di Paro, scolpito in for- 
ma di giglio e sempre riboccante di fiori. Su questa tavola 
vi erano altresì i libri ed i giojelli di Eva, nonché un leggio 
d'alabastro che suo padre le avea regalato onde animarla a 
scrivere. Il camino di marmo era adorno da un gruppo rap- 



26 

presentante Gesù che chiama a se i fanciulli. Ai due lati del 
camino v'erano due vasi di marmo, nei quali Tommaso non 
ometteva di porre tutte le mattine dei freschi mazzi di fiori. 
Alcuni quadrj sospesi alle pareti raffiguravano dei fanciulli 
variamente atteggiati. In una parola tutti gli oggetti racchiusi 
in questa camera non offrivano agli sguardi di chi li osser- 
vava che r immagine della innocenza, della grazia 6 della 
pace. Eva non poteva destarsi senza scorgere attraverso la 
mite luce del primo mattino quanto dovea necessariamente 
inspirarle dei ridenti e gentili pensieri. 

Eva non tardò a perdere le poche forze che sembrava 
avesse ricuperate ^ discendeva più rade volte nel giardino e 
la si vedea quasi sempre assisa sovra una lunga sedia a brac- 
cioli in vicinanza alla finestra aperta^ e cogli occhi fissi sul 
Iago. 

La fanciulla occupava quel suo solito posto, quando una 
sera intese ad un tratto risuohare dal di sotto della loggia la 
voce di sua madre. 

— Ancora un'altra delle vostre mariuolerie, sguajatella! 
Voi avete colti i miei fiorii 

Eva senti il rumore d'uno schiaffo fortemente applicato. 

— Mio Dio! signora, erano per miss Eval rispose lamen- 
tosamente la voce di Topsy. 

— La buona scusa! Credete forse che essa abbia bisogno 
de' vostri fiori, negi^a schifosa? 

Evangeli na discese tosto onde raggiungere le due interlo- 
cutrici. 

— Non battetela, madre mia! io amo i fiori, datemeli ve 
ne prego. 

— Ma la tua camera ne è piena, figlia mia,. 

— Non ne avrei mai abbastanza -, Topsy portateli qui . 
Topsy che s'era tenuta in disparte, offri i suoi fiori con 

una timidezza e con un'esitanza che contrastavano strana- 
mente colla sua solita petulanza. 

— Ecco un magnifico mazzolino 1 disse Evangeliha. 

Non era magnifico, ma semplicemente strano. Era compo- 
sto da un geranio à\\n rosso infocato, accoppiato ad una rosa 



26 

bianca del Giappone. Topsy avea evidentemente basate sul 
contrasto le sue speranze di effetto. 

— Voi sapete disporre i fiori a meraviglia, le disse Eyan- 
gelina. Sarò contenta se me ne coglierete un lyazzolino tutti 
i giorni. 

— Quanto sei bizs^rra i disse Maria, qual bisogno bai tu 
di tanti fiori? 

— Non proibiteglielo, mamma. Vorreste forse che Topsy 
non avesse ad adempire alle incombenze che le dò? 

— Fa come credi, carina mia. Topsy avete udita la vostra 
giovine padrona ? guardatevi bene dal disobbedìrla*. ^ 

Topsy fece una riverenza e s' allontanò. Eva osservò che. 
le lagrime andavano umettando il vivace occhio della negra. 

— Vedete, madre mia? ripigliò ella, io sapeva che la po- 
vera Topsy desiderava riescirmi utile in qualche cosa. 

— T'inganni, Punico suo divertimento è di fare del male^ 
coglie i fiori soltanto perchè glielo hanno proibito^ ma se pure 
desideri ch'essa ne colga io non mi vi oppongo. 

— Mamma, io credo che. Topsy siasi ben mutata e che 
ora faccia il possibile per divenir buona. 

— Bisognerà che sudi molto prima di riuscirvi, disse 
Maria sogghignando. 

— Sapete che essa ebbe a soffrir sempre 1^ crudeltà dei 
suoi padroni. 

— Non già da che è qui^ sicuramente che anche qui 
rhanno ammonita, corretta, castigata, ma nulla ostante essa 
conserva e conserverà sempre le sue cattive tendenze. 

— Ma, madre mia, è una cosa ben differente il trovarsi 
compio circondata d'amici, da cure, da buoni suggerimenti, ed il. 
vedersi derelitta e miserabile come il fu la povera fanciulla 
prima di venire in pasa nostra l 

•^ Sarà vero quello che dici, disse Maria sbadigliando. Ma, 
Dio mio, fa molto caldo! 

— Topsy non potrebbe forse diventare. un angelo al pari 
di qualsiasi bianca .se fosse cristiana? 

— Qual pazza idea! 

— Dio non è forse tanto il suo quanto è il nostro padre? 



27 

— Potrà darsi, disse Maria. Ma ov'è la mia boccetta d'odori? 

— Che peccato 1 disse Eva fra sé stessa fissando gli occhi, 
sul lago. 

— Che vuoi dire, figlia mia ? 

— Voglio dire che è un peccato che una creatura, la quale 
un giorno potrebbe salirsene al cielo, s'avTilisca^ si depravi e 
cada senza trovare una mano che si protenda per rialzarla. 

— Che possiamo noi farvi? è inutile Pinquietarsene, Eva. 
Ci basti il ringraziare il cielo pei privilegi che ci ha compartili. 

— È una cosa tanto triste il pensare a coloro che non ne 
posseggono alcuno! 

— Io non abbado a tutto questo,, rispose Maria. 

— Mamma, ripigliò Eva, vorrei farmi tagliare i capelli. 

— A qual fine? 

— Per darne a quelli che mi amano, mentre sono ancora 
in istato di poterli offrir loro da me stessa. Volete pregare la 
cugina affinchè mi presti questo servigio? 

Maria chiamò miss Ofelia che sì trovava nella camera vi- 
cina. La fanciulla si sollevò sui guanciali e scuotendo leanella 
della sua bionda capigliatura disse con ilare accento : 

— Andiamo, cugina mia, tosate la pecorella. 

— ^ Che vuol dir questo? disse Saint-CIare che entrava in 
queir istante recando delle frutta a sua figlia. 

— Papà; io prego la cugina di tagliarmi i capelli, giacché 
ne ho troppi e mi riscaldano il capo; e poi desidero darne 
qualche ciocca a quelli che mi sono affezionati. 

Miss Ofelia prese le forbici. 

— Guardatevi bene dal guastarli! esclamò Saint-Clare; 
tagliate quelli di sotto, onde non s'abbia ad accorgersi della 
loro mancanza. Io sono orgoglioso dei capelli di mia figlia. 

— Oh, papà! disse Evangelina con mestizia. 

— Sì y ripigliò Saint-Clare in tuono di gajezza> io voglio 
che abbiano a conservarsi belli pel giorno in cui ti condurrò 
alla piantagione dello zio per far visita al cugino Enrico. 

— Io non andrò mai colà, padre mio; la regione che mi 
aspetta è assai più bella. Oh, non vedete chMo vado tutti i 
giorni indebolendomi? 



S8 

— Perchè desideri ch'io abbia a credere ad una sì atroce 
sventura? 

— Perchè essa debT)e accadere. Se voi ne foste convinto, 
papà, finireste col dividere gli stessi miei sentimenti, i quali 
sono tutr altro che dolorosi. 

Saint-Clare si tacque, e contemplò tristemente le lunghe 
ciocche di capelli, che cadevano una ad una dal capo sulle gi- 
nocchia della fanciulla. Evangelina andava raccogliendo i ca- 
pelli e li avvolgeva attorno alle scarne sue dita, mentre fis- 
sava di quando in quando sul padre uno sguardo pieno di 
inquietudine e di tenerezza. 

-^ lo avea preveduta la gravezza del suo male , disse 
Maria: ecco quanto ha turbata la mia salute^ ecco quanto mi 
condurrà quanto prima al sepolcro, sebbene nessuno presti 
attenzione alle mie pene. Oh, Saint-Clare v'avvedrete troppo 
tardi quanto fossero veri i miei presentimenti! 

— Sarà una bella consolazione! rispose freddamente Saint- 
Giare. 

Maria si stese sulla seggiola e nascose il volto nel suo 
fazzoletto di batista. 

Gli occhi azzurri d' Evangelina , dai quali traspariva la 
calma di un'anima pressoché sciolta da ogni terreno legame, 
andavano fissandosi ora sul padre ed ora sulla madre. La 
differenza -che esisteva fra Tuno e T altro de' suoi genitori 
non le era ignota. Essa fece segno a suo padre d'avvicinarsi , 
ed egli venne a sedersi a lato di sua figlia. 

— Papà, le forze mi abbandonano, ed io avrei a dirvi 
tante cose, ma voi mi chiudete sempre la bocca. Mi permet- 
tete che ve ne parli adesso? 

— Si, figlia mia, rispose Saint-Giare coprendosi gli occhi 
con una mano e stringendo coli' altra quella d' Evangelina. 

— Quand'è cosi desidero vedere tutti i nostri domestici j 
ho a dir loro qualche cosa. 

— Come vuoi, disse Saint-Giare con tetro accento. 

Miss Ofelia inviò un messo e dopo qualche minuto tutti 
gli schiavi entrarono nella stanza. Evangelina era appoggiata 
ai guanciali^ il colore acceso delle sue guancie formava un 



29 

doloroso contrasto colla pallida bianchezza della sua cute. 
Essa volse sovra ciascuno degli astanti i suoi grandi occhi ir- 
radianti una luce celestiale. 

Gli schiavi furono colpiti da una viva emozione. Quel viso 
angelico, quelle lunghe ciocche di capelli recisi, quel padre 
che teneva lo sguardo fisso a terra, quella madre singhioz- 
zante, presentavano tale una scena dal commovere profonda- 
mente creature tanto facili; come lo sono i negri, a subire 
rimpero delle impressioni. Di mano in mano che entravano, 
si volgevano V un Taltro degli sguardi d'intelligenza, e scuote- 
vano il capo in aria di tristezza. Un funebre silenzio regnava 
in quella adunanza. 

Evangelina si rizzò sulla persona. Ognuno la contemplava 
ansiosamente, e quasi tutte le donne si nascosero il viso nel 
grembiule. 

— Miei cari amici, disse Eva, io vi amo tutti, e v'ho fatti 
chiamare perchè ho alcuna cosa a dirvi. Il momento in cui 
verrò divisa da voi s'avvicina^ ancora^ qualche settimana e 
voi non mi vedrete più ... 

La fanciulla fu interrotta da uno scoppio di lamenti e di 
singhiozzi, che ne copri interamente la voce. Essa aspettò un 
momento, e poscia ripigliò con accento di fermezza: 

— Desidero che vi ricordiate tutti e sempre le mie parole. 
Voi negligentate il primo dei vostri doveri, poiché non pen- 
siate che alla vita di questo mondo ^ io voglio rammentarvi 
che ve n'ha un altro ove andrò quanto prima ed ove un giorno 
potrete seguirmi . . . Quest'altro mondò è tanto vostro come 
mio; ma per meritarselo bisogna vìvere da cristiani, pregare, 
leggere . . . 

La fanciulla tacque un istante, guardò tristemente V adu- 
nanza ed esclamò: 

— Ohimè 1 io dimenticava che non sapete leggere! 

Eva si copri il volto colle mani; ma ì dolorosi singhiozzi 
di coloro, ai quali erano dirette le sue parole, la richiamarono 
al compimento del carico che s^era imposto. 

— Non fa nulla , aggiunse mescolando un dolce sorriso 
alle sue lagrime; Dio vi verrà in ajuto quando pure non sap- 



50 

piate leggere! Cercate di fare il meglio cbe vi sarà possibile, 
iiìTOCate il soccorso del Padre vostro^ e spero che ci rivedremo 
tutti in cielo ! 

— Amen! risposero Tommaso, Maroroy e quegli fra gli 
schiavi che appartenevano alla setta metodista. I più giovani, 
i più spensierati singhiozzavano forse per la prima volta nella 
loro vita. 

— Io so^ ripigliò Eva^ che voi tutti avete delPaffetto per me. 

— Sì> sii che Dio vi abbia nella sua santa custodia! ri- 
risposero gli astanti con uno slancio pressoché involontario. 

— Non v^ha alcuno fra voi che non mi abbia date prove 
d'attaccamento, ed io voglio offrire a ciascuno di voi nn ri- 
cordo che mi richiami alla vostra memoria. Eccovi una ciocca 
de' miei capelli per ognuno^ ohi quando fisserete sovr'essa lo 
sguardo, rammentatevi che vi ho sempre amati, ch'io sono 
salita al cielo, e che starò là attendendovi tutti ... 

É impossibile descrivere la scena che segui dopo queste 
parole. Gli schiavi s'affollarono piangendo intorno all'amma- 
lata e ricevettero dalla sua mano la ciocca di capelli, que- 
st'ultimo segno della sua ineffabile affezione. Quei poveretti 
piegavano le ginocchia, baciavano il lembo della veste della 
fanciulla, e mescolavano, giusta l'abitudine dei negri, affettuose 
parole a preghiere ed a benedizioni. 

Di mano in mano che ciascuno riceveva quel dono sì tri- 
ste, miss Ofelia , che temeva per Eva le conseguenze di tante 
emozioni, s'adoperava a che venisse vuotata la stanza. Tom- 
maso e Mammy restarono per gli ultimi. 

— Zio Tommaso, disse Eva, ecco una bella ciocca anche 
per voi. Ohi io sono liet^ nel pensare che verrete a raggiun- 
germi in cielo, insieme alla mia cara Mammy. 

Eva abbracciò la sua vecchia nutrice, che le rispose pian- 
gendo : 

— Oh 1 miss Eva, io non so come farò a vivere senza voil 
La casa mi sembrerà un deserto 1 

Miss Ofelia fece escire con garbo dalla stanza anche Tonh 

maso e Mammy. Credette allóra che ognuno se ne fosse an- 

dato, ma volgendosi scorse Tops^ c\i^ &\ ^m\ì%^^^ ^\ ^^^^^^v 



»4 

— Donde vieni? le disse ella bruscamente. 

— Io era già qui, rispose la fanciulla. Oh! miss Eva, io 
ono stata cattiva, ma non darete anche a me una ciocca de^ 
ostri capelli? " 

— Eccone una^ mia povera Topsy; che essa vi rammenti 
ome v'abbia sempre amata e come abbia cercato di ajutarvi 

divenir buona. 

« 

— Oh, miss Eva /faccio ogni sforzo^ ma è tanto difficile 
I divenir savia 1 Sento che non è troppo agevole l'acquistare 
s buone abitudini! 

— Iddio vi ajuterà! 

Topsy sorti silenziosamente dalla stanza, nascondendo in 
eno la preziosa ciocca di capelli. 

Miss Ofelia chiuse la porta. Durante quella scena affet- 
uosa essa era stata agitata dalle più vive emozioni; ma ciò 
he la turbava anzitutto si erano le conseguenze che poteano 
lerivarne alla sua piccola cugina. 

Saint-Giare era rimasto sempre immobile col viso celato 
ralle mani. 

— Papà! gli disse Eva soavemente. 

Egli trasalì^ ma non diede alcuna risposta. 

— Caro papà! ripigliò la fanciulla posandogli la mano sul 
traccio. 

Egli si alzò bruscamente ed esclamò: 
-— Nò, non è possibile ch'io sopporti tanta angosciai L^on- 
lipotente mi schiaccia sotto il peso della sua collera! 

— Egli non è forse il padrone? disse miss Ofelia. 

— Può essere; ma non per questo si attenuala miasven- 
ura, ripigliò Saint-Giare con un profondo accento di amarezza 
i senza versare alcuna lagrima. 

— Papà, voi mi straziate il cuore! disse Eva stringendolo 
ielle sue braccia, oh! cercate di conformarvi alla volontà di 
ibi ci percuote perché ci ama! 

La viva emozione della fanciulla tolse il padre da suoi 
iupi pensieri. 

— Galmati, Eva, calmati! diss'egli. Ebbi lottA^lQ<M!i^l<t^'»^. 
fi rassegnerò purché tu cessi da\VailV\%%^tVk. 



52 

Eva dopo un'istante riposava, come una stanca colomba, 
nelle braccia del padre, che adoperava per tranquillarla le 
più tenere e soavi espressioni. 

jMaria sì alzò e rientrò nella sua stanza, ov'ebbe un vio- 
lento accesso nervoso. 

— Tu non m'hai data una ciocca de'tuoi capelli, Eva, 
disse il padre. sorridendo mestamente. 

— Quelli che mi rimangono sono tutti per Toi e per la 
mamma , e voi ne darete quanti ne vorrà alla mia cara cu- 
gina. Ilo voluto darli io stessa a quelle povere creatore per* 
che forse sarebbero state dimenticate quando io più non sarò, 
ed inoltre perchè nutro lusinga che questo mio dono possa 
ajutarle a ricordarsi — Voi siete cristiano, non è vero padre 
mìo? aggiunse Eva esitando. 

— Perchè me lo chiedi? 

— Non SO; voi siete tanto buono, che non posso conce- 
pire come fareste a non essere cristiano. 

— Cosa vuol dire essere cristiano, figlia mia? 

— Vuol dire amar Cristo sopra ogni cosa. 

— Tu Fami dunque più d'ogni cosa? 

— Certamente. 

— Ma tu non l'hai mai veduto. 

— Che fa questo? io credo in luì e quanto prima lo 
vedrò. 

• Ed il viso della fanciulla risplendette di celeste letizia. 
Saint-Clare non disse nulla; egli avea veduto altre Tolte 
sua madre nelle stesse disposizioni di spirito, sicché potesse 
ricordarsi come fossero queste le meste annunziatrìci d' una 
prossima fine. 

Di fatti da quel giorno' Evangelina peggiorò rapidamente, 
sicché non fosse più possibile il conservare la menoma spe- 
ranza. Tutti sentivano che la graziosa camera della fanciulla 
stava per convertirsi in una camera mortuaria. Miss Ofelia si 
stabili in permanenza al capezzale del letto dell'ammalata e 
s'acquistò la stima di tutti per la maniera con cui adempieva 
airassuniosi incarico. 

Essa avea la mano abile e \e|^%eit^ ^ ^^wiX^sv^^'h^ ^ \aw:v 



53 

viglia di tutto quanto avesse rapporto alla pulitezza ed alla 
migliore comodità. Ogni sua azione era precisa, lucida ogni 
sua idea. Essa non recava mai imbarazzo e si rammentava 
con rara esattezza le miAime prescrizioni del medico. Si era 
riso talora delle sue meticolose abitudini tanto opposte alle 
spensierate usanze degli abitanti del Sud , ma si dovette al- 
lora confessare che nessuno meglio di lei avrebbe saputo 
riempire la delicata e faticosa missione di infermiera. 

Lo zio Tommasp veniva spesso nella stanza di Eva. Sicco- 
me la fanciulla quand'era assalita da spasimi nervosi pro- 
vava alcun sollievo nelFessere portata attorno, cosi il vecchio 
negro era felice di poterla prendere nelle sue braccia, e d'ag- 
girarsi con essa nella camera, o sotto la loggia attinente. Quando 
spiravano dal lago freschi venticelli egli la recava sotto gli 
aranci del giardino, la deponeva sopra una panca e le can- 
tava gli inni da lei prediletti. Suo padre se la portava spesso 
in braccio anch'esso^ ma s'affaticava prestamente ed Eva al- 
lora gli diceva: 

— Lasciate che mi porti Tommaso. Ora non può far altro 
per me, ed egli trova tanto piacere quando può essami utile 
in qualche cosa ! * 

— Ed io dunque? rispondeva suo padre. 

— Voi papà potete assistermi di giorno e di notte^ farmi 
la Ijettura , mentre Tommaso non ha che le sue braccia ed i 
suoi cantici. E poi l|li mi porta con minore stento e senza 
affaticarsi. 

Tommaso non era il solo che avesse desiderio di rendersi 
utile. Tutti gli altri domestici rivaleggiavano di zelo nel ser- 
vire la loro piccola padrona. Mammy avrebbe data la sua vita 
per prestarle alcun servigio, ma ne era sempre impedita. 
Maria avea dichiarato che lo stato del suo spirito non le per- 
metteva di dormire, e cosi Mammy era forzata ad alzarsi venti 
volte ciascuna notte per istropicciarle i piedi, per ispruzzarle 
la fronte con acqua fresca, per darle il fazzoletto, per ab- 
bassare le cortine in causa della troppa luce, o per alzaiHe. 
sotto pretesto che facesse troppo scutq. ^^ ^xvOftfc ^\ ^w:^^ 
quando la povera nutrice avrebbe put \.^Ti\a\si ^\ ^^^'^^a^ 



54 \ 

qualche cura alla sua cara Evangelìna, Maria Irovava sempre 
modo di distramela col forzarla ad incessanti occupazioni. 

— Io debbo adempire al mio primo dovere, diceva Maria, 
a quello cioó di aver cura della mia' salute, lo sono tanto de- 
bole e la malattia di mia figlia m'è cagione di tanto disturbo I 

— Davvero? le rispondeva Saint-Clare; avrei creduto che 
la nostra cugina vi tenesse sollevata ^ ogni fastidio. 

— Voi parlate proprio da uomo, Saint-Clare! Una 

madre può forse abbandonare ad altri la cura di assistere 

una figlia quasi agonizzante? Ma già è sempre cosi; non 

si sa mai comprendere tutto quello che io provo mi sa- 
rebbe impossibile il rimanermene fredda come voi. 

Saint-Clare sorrideva, poiché egli potesse ancora sorridere. 
Eva dava i suoi ultimi addio a questa terra con rassegnazione 
tanto dolce dal rendere pressoché impossibile il pensiero che 
essa avesse a morire. Eva non pativa alcun d iore, ma era af- 
fetta da una profonda debolezza che andava lentamente cre- 
scendo ogni giorno. La morente fanciulla era tanto affettuosa, 
tanto piena di fede, tanto lieta, che non si poteva resistere alla 
influenza della consolante atmosfera d'innocenza e di pace da 
cui sembrava circondata. Saint-Clare sentiva che il suo animo 
cedeva ad una strana tranquillità. Non era né la speranza, né 
la rassegnazione, ma un confuso sentimento che si ristringeva 
al presente e facea tacere ogni pensiero delP avvenire. Era 
alcun che di simile alla melanconia ch^a vista delle foreste 
fa nascere d'autunno quando le foglie divengono rossiccie, e 
quando gli ultimi fiori chinano i loro capi appassiti sulle sponde 
dei ruscelli. Noi godiamo allora tanto più avidamente di que- 
ste ultime bellezze della natura, in quanto che sentiamo come 
esse sieno vicine a sparire. 

Tommaso conosceva meglio d'ogni altro i pensieri ed i 
presentimenti d'Evangelina, poiché essa gli rivelasse quanto 
non avrebbe osato dire a suo padre per non affliggerlo; la 
fanciulla confidava a quel suo amico i misteriosi avvertimenti 
da cui é assalita P anima umana quando cominciano a rallen- 
tarsi i vincoli che la legano alla vita. Invece di andare a ri- 
posare nella sua stanza, Tommaso trascorreva le sue notti 



sa 

sotto la loggia, onde esser pronto ad alzarsi alla prima chia- 
mata. 

— Zio Tommaso, gli disse miss Ofelia, qual capriccio ri 
è venuto di dormire all'aria aperta come un cane? Io cre- 
deva che foste più regolato nelle Vostre abitudini. 

— Avete ragione, di^e Tommaso con accento di mistero^ 
ma attualmente ... 

— Ebbene? 

— Non parlate si forte; il signor Saint-Clare potrebbe 
ascoltarci. Sapete bene che bisogna che alcuno vigili per ac- 
cogliere lo sposo. 

— Cosa volete dire? 

— Voi vi ricorderete le parole della Scrittura : « Verso 
la mezza notte s'intese un gran grido: Ecco lo sposo che 
viene! » lo sto qui ad attenderlo tutte le notti, miss Fella, 
e non debbo allontanarmi. 

— Chi vi ha messe in capo tali idee, zio Tommaso? 

— Fu miss Eva che m'ha avvertito, giacché il Signore le 
invia dei messaggieri. Bisogna che stia qui, miss Fella, giac- 
ché quando questa santa creatura salirà al regno dei cieli, se 
ile schiuderanno per tal modo le porte, che noi tutti potrem- 
mo gettare uno sguardo nella celeste dimora. 

— Zio Tommaso, la fanciulla vMia forse detto che stesse 
questa sera più male del solito? 

— No, ma quest? mattina mi disse che la sua ultima ora 
stava per iscoccare : al suo orecchio giunse il suono deir an- 
orelica tromba. 

Questo colloquio accadeva tra le dieci e le undici ore di 
sera. Miss Ofelia dopo aver fatta la sua ispezione da per tutto, 
e dopo aver comandato che si chiudesse la porta di casa, trovò 
Tommaso che s'era sdrajato sotto la galleria. Essa non era facile 
alle impressioni, ma pure fu colpita vivamente dalla solenne 
gravità del negro. 

Evangelina intanto avea scorsa una giornata più allegra 
del solito. Essa avea rovistati tutti i suoi giojelli ed indicati 
gli amici ai quali voleva lasciarli per sua memoria. La sua 
.voce era limpida e fu osservala nella t^tv^VxvW^ ww^xxhvìì^ì^'^^- 



36 

perJQre a quanta ne avesse mai dimostrata da molte settimane. 
Suo padre venne a vederla e trovando le apparenze migliori 
che mai, disse a miss Ofelia: 

— - Cugina mia , potremo forse salvarla ! . . . . 

Ma lo sposo venne a mezzanotte, all'ora solenne e miste- 
riosa in cui sembra si faccia più trasparente la mistica cortina 
che separa il fuggitivo presente daireterno avvenire. 

Dapprima s'udì nella stanza un rumore di passi precipi- 
tosi; era miss Ofelia che avendo voluto passare la notte, presso 
la fanciulla «vea riconosciuti i sintomi 'di una crisi e s'era 
affrettatamente avvicinata al capezzale della agonizzante. 

La porta della casa venne aperta, e Tommaso si alzò im- 
mediatamente. 

— Correte a cercare il dottore, Tommaso^ non perdete 
un istante!.... disse miss Ofelia, che andò poscia a bussare 
alla porta della stanza di Saint-Clare. 

— Cugino mio, escite tosto! 

Queste parole piombarono sul cuore paterno come la terra 

'che vien gettata sovra un feretro. Si alzò da letto e corse 

nella stanza della fanciulla che dormiva ancora. Che vide egli 

da restarne tutto esterefatlo? Non sapreste indovinarlo 

voi, che avete osservata la stessa espressione sul volto di una 
creatura prediletta? Potreste voi definire l'arcano sintomo 
che vi ha avvertiti con certezza esser giunta l'ultima ora pella 
persona che amavate? ^ 

Il volto di Eva non avca però nulla di spaventoso. Lasciava 
desso travedere una espressione sublime, quasi indizio di quella 
metamorfosi della vita che è l'alba dell'immortalità. Il rego- 
lare movimento della pendola sembrava contrastare spiacevol- 
mente col profondo silenzio con cui Saint-Clare e la cugina 
contemplavano la fanciulla. Tommaso dopo alcuni istanti so- 
praggiunse col dottore^ questi gettò uno sguardo sulla morente 
e rimase per alcuni istanti silenzioso. 

— È molto tempo che si trova in questo stalo? chiese egli 
sommessamente a miss Ofelia. 

— Dalla mezzanotte all'incirca, rispose miss Ofelia. 
Maria risvegliata per V aitWo del medico esci affrettata- 



57 
mente dalla sua camera gridando: — Agostino! cugina mia! 
che v'ha di nuovo? • 

— Silenzio! essa muore! disse Saint-CIare. 

Mammy udì tali parole e corse a destare gli schiavi. Ognuno 
si alzò sollecito^ per ogni dove si vide un aggirarsi di lumi 
ed un muovere di passi 5 dei crocchii turbati ed inquieti s'ag- 
grupparono sotto la loggia e si misero ad origliare attraverso 
la porta invetriata. Saint-Giare non udiva e non vedeva nulla 
di quanto accadeva attorno a lui ; tutta la sua anima era con- 
centrata sovra sua figlia. 

— Oh! se ella si destasse per farmi intendere un'ultima 
volta la. sua voce! esclamava quel misero, e curvandosi dol- 
cemente sopra la figlia mormorò sommessamente:, — Eva! 
mia cara Eva ! 

I grandi occhi azzurri della fanciulla s'aprirono, un sor- 
riso sfiorò il suo volto ed essa procurò di drizzarsi sulla per- 
sona. 

— Mi riconosci, figlia mia? 

— Padre mio ! disse la fanciulla , e tentò con uno sforzo 
supremo di cingergli il collo colle braccia, ma queste ricaddero. 
Quando Saint-CIare alzò lo sguardo vide i lineamenti della 
fanciulla contratti dagli ultimi spasimi dell'agonia. Essa re- 
spirava affannosamente ed agitava le piccole mani .... 

— Oh Dio! Dio mio! ciò è orribile! gridò egli, e senza sa- 
pere che si facesse strinse disperatamente la mano di Tom- 
maso. Lo schiavo alzò gli occhi al cielo per implorare Tajuto 
che era sòlito ad invocare. 

— Pregate perchè questa prova abbia presto a finire! 
4isse Saint-CIare, il mio cuore ne è troppo straziato! 

— Tutto è finito, mio caro padrone, rispose Tommaso: 
guardatela 1 

La fanciulla giaceva sfinita sul letto; i suoi grand' occhi 
sembrava fissassero il cielo; erano cessati i suoi terreni do- 
lori; il suo viso avea uno splendore misterioso e solenne che 
comandava silenzio persino ai singhiozzi. 

— Eva! disse dolcemente Saint-Clarc 
Essa non intendeva più. 



42 
segui da per tallo, e quando Io vide pallido e malo assiso 
nella camera di Eva, cogli' occhi aridi fissi sulla piccola Bibbia 
della figlia, pensò che vi fosse maggior sincerità di dolore in 
quel cupo e silenzioso atteggiamento che nei rumorosi lamenti 
di Maria. 

Dopo alcuni* giorni la famiglia di Saint-Giare ritornò alla 
Nuova-Orleans. Agostino non poteva fermarsi in alcun luogo; 
sentiva il bisogno di mutare indirizzo alle sue idee e di colmare 
il vuoto del suo cpore. Si lasciò andare quindi pensatamente 
frammezzo al tumulto ed alle agitazioni di quella grande città. 
Coloro che lo incontravano per istrada o nei caffè s'accorgevano 
della sua sventura soltanto pel velo che portava al cappello. 
Egli sorrideva, ciarlava, leggeva i giornali, discuteva questioni 
politiche e s'occupava delle pubbliche e private faccende. Chi 
avrebbe potuto indovinare che quella artifizìale gajezza na- 
scon desse le orribili torture d'un cuore muto e tenebroso co- 
me un sepolcro? * > 

— Saint-Clare è un essere ben singolare, diceva Maria a 
miss Ofelia; avrei creduto che se pure amava qualche cosa al 
mondo^ questa fosse la nostra cara Eva, ma invece sembra che 
l'abbia dimenticata assai presto. Non posso neppure ottenere 
che ne parli alcuna volta. L'avrei giudicato più sensibile. 

— Le acque tranquille sono spesso le più profonde, ri- 
spose Ofelia con accento sentenzioso. 

— £ questo un adagio che manca quasi sempre d'applica- 
zione. Quando alcuno sente qualche cosa lo dà a divedere. É 
ben vero che si è molto sventurati quando si è sensibili! Perchè 
non posso aver io il carattere leggero di Saint-Clare 1 La sen- 
sibilità mi uccide! 

— Ma, signora, rispose Mammy, il padrone divien traspa- 
rente come una fantasima. Si assicura che non mangi più. 
Oh! egli non ha certo dimenticata miss Eva! giacché chi po- 
trebbe dimenticare quel caro e buon angioletto? 

• — Ad ogni modo, ripigliò Maria, egli non ha alcun ri- 
guardo per me; non mi ha rivolta mai una parola di simpa- 
tia , eppure dovrebbe sapere che una madre soffre angoscio 
ignote a tutti gli altri mortali. 



. 45 

— Ogni cuore è giadice della propria amarezza^ disse miss 
Ofelia. ^ 

— È quello che ho sempre detto. Nessuno può compren- 
dere quali sieno le mie torture ; Era sola sapeva apprezzarle, 
ina essa non è più! 

Maria si ripose a singhiozzare. Essa era una di quelle 
creature si stranamente organizzate che non sanno valutare 
il prezzo delle cose che dopo averle perdute. Fino a che pos- 
sedeva un dato oggetto tutta la sua attenzione era rivolta a 
cercarvi delle imperfezioni , ma appena un tale oggetto le 
fosse stato tolto^ diveniva per essa improvvisamente d'un incal- 
colabile valore. • 

Mentre accadeva questo colloquio seguiva un altro dialo- 
go nel gabinetto di Saint-Giare. 

Tommaso che teneva dietro con inquietudine ad ogni pas- 
so del suo padrone^ Tavea veduto entrare in casa alcune ore 
prima ^ e dopo aver aspettato indarno che uscisse dalla stan- . 
za d'Eva, avea presa la risoluzione di andare a turbar^ la sua 
Solitudine. Saìnt-Clare giaceva sopra un canapè cogli occhi 
fìssi sulla Bibbia di Eva. Alzando lo sguardo scorse il negro 
che s'avanzava esitante, e fu colpito dair espressione di tene- 
rezza e di dolore trapelante dall'onesto viso dello schiavo: 
Prese colla sua la mano di Tommaso e vi appoggiò sopra l'ar- 
dente sua fronte. 

— Ah, Tommaso^ amico mio , il mondo si è fatto per me 
come un deserto! ' 

— Lo so, padrone, lo so, ma perchè non alzate gli sguardi 
verso il soggiorno ove trovasi miss Eva? 

. — Ah, Tommaso, li alzo, ma non posso veder nulla! ep- 
pure vorrei veder qualche cosa. 
Tommaso sospirò profondamente. 

— Come accade che i fanciulli e 1« povere creature tue 
pari veggano ciò che noi non possiamo vedere? disse Saint- 
Clare. 

Tommaso mormorò : « Tu ti sei tenuto celato ai sapienti 
ed ai prudenti e ti sei rivelato ai fanciulli >9.' 

— Tommaso, io non credo, io non posso credere. Il dah- 



44 

bio è divenuto per me un^ abitudine. Vorrei credere alla Bib- 
bia, ma sento di non poterlo. 

— Mio caro padrone > invocate il Signore ed egli porrà 
fine alla vostra incredulità. 

— V'ha qualche cosa che ^i sappia intorno a qualsiasi 
óosa? disse Saint-Giare quasi parlando a sé stesso. Questa fede 
sincera, questo amore ardente della mia piccola figlia non 
sarebbero forse stati che una delle fasi mutabili ed effimere 
degli umani sentimenti che si dileguano quando manca la vita? 
Eva non esiste più? Non v'ha un Cielo, non v'ha un Sal- 
vatore? ♦ 

* 

— Si, che ve ne ha uno, mio caro padrone» esclamò Tom- 
maso cadendo in ginocchio; io Io so, ne sono sicuro, credetelo, 
oh, si, credetelo, mio caro padrone! 

— Come sapete voi che vi abbia un Salvatore? T avete 
forse veduto? 

— Io Io sentii sempre nel fondo del mio cuore , o padrone, 
e Io sento anche adessoi Quando venni diviso da mia moglie 
è da' miei figli fui per soccombere all' angoscia, mi sembrava 
che m'avessero tolto tutto, ma il buon Dio venne in mio soc- 
corso e mi disse: « Non temer nulla, o Tommasol «> E la luce, 
e la gioja /sorrisero ancora all' anima di un povero sventu- 
rato qual'era io. Io sono contento del mio destino, amo tutti, 
mi sottometto alla volontà del Signore e seguo la via che desso 

/ mi ha tracciata. So bene che questa pace non viene da me , 
povera creatura sempre pronta a lagnarmi, ma sibbene dal Si- 
gnore, ed io sono sicuro che Egli si degnerà adoperarsi per la 
vostra salvezza, o mio caro padrone 1 

Tommaso parlava con voce interrotta da singhiozzi. Saint- 
Clare gli strinse la mano ed appoggiò il capo sulla spalla dello 
schiavo. 

— Tommaso, mi amate voi? chiese il Saint-Clare. 

— Darei la mìa vita per. sapervi cristiano. 

— Povero pazzo! Io non son degno d'essere amato da un 
cuore come il vostro. ^ 

— Non sono il solo ad amarvi; siete amato altresì dal no- 
stro dÌYÌn Salvatore. 



4» 

*— Come fate a saperlo? 

— Lo sento neirintimo dell' anima mia. Ob, padrone, non 
v'ha alcuno clie possa misurare l'amore di Cristo! 

• — É strano^ disse Saint-Clare parlando a sé stesso , che 
la storia di un uomo, che ha vissuto ed è morto diciotto se- 
coli fa, possa ancora commovere le masse. No, non poteva es- 
sere un uomo, aggiunse egli con brusca energìa , poiché nes- 
sun uomo al mondo ebbe mai sì possente e tanto durevole 
influenza. Oh, perché non posso io credere a ciò che mi ha 
insegnato mia madre e pregare come al tempo della mia fan- 
ciullezza? 

— Vi degnereste 'padrone di fermi un po' di lettura? ne 
sono privo dalla morte di Eva in poi. 

Saint-Clare aperse il libro alPundecimo capitolo dell'Evan- 
gelo di San Giovanni, che contiene il racconto della risurre- 
zione di Lazzaro. Saint-Clare lesse ad alta voce, interrompen- 
dosi soltanto di tratto in tratto per superare l'emozione susci- 
tata in lui da questa storia. Tommaso stette ascoltandolo colle 
mani giunte e con un'espressione di profonda fidùcia e d'esta- 
tica adorazione. 

— Tommaso, disse Saint-dlare, voi dunque tenete per vero 
tutto questo? 

— Mi sembra di vederlo, rispose Io schiavo. 

— Vorrei avere i vostri occhi. 

— Prego Dio che esaudisca il vostro desiderio. 

— Ma voi sapete, o Tommaso, ch'io sono assai più istruito 
di voi. Che direste dunque se vi confessassi che non credo 
una parola di simile racconto? 

— Ah, padrone! disse Tommaso congiungendo le mani 
con supplichevole espressione. 

— Sareste forse scosso nella vostra credenza? 

— Per niente affatto. 

— Eppure io sono più istruito di voi ! 

— Non v' ho forse detto che Dio si occulta ar sapienti e si 
rivela ai fanciulli? Ma certamente voi non parlate con serietà, 
disse Tommaso ansiosamente. 

— Hai ragione, Tommaso, io non pa.vV<i ?»«t\axftfc\\^. '^^^ 



40 

sono incredulo del tutto ^ sono persuaso che vi sieno delle 
buone ragioni per credere^ eppure io non credo. 

— Se il mio caro padrone pregasse I 

— Credete forse ch'io non preghi? • 

— Oh preghereste dunque? 

— Vorrei farlo ^ ma quando sono solo mi sembra che le 
mie parole non sieno intese da alcuno. Via dunque Tom- 
maso, voi che sapete pregare insegnatemene la maniera. 

Il cuore di Tommaso era riboccante di affetti , e le sue 
eniozioni sgorgarono in preghiere come acque rompenti la 
diga che le ratteneva. AlPudirlo s'indovinava che quell'uomo 
era sicuro d'essere ascoltato da qualcuno, anche quando il suo 
isolamento era assoluto. Saint-Clare affascinato da quella fede 
sincera si lasciò trasportare col pensiero fino alle porte di 
quel cielo, che lo schiavo andava dipingendo con tanto entu- 
siasmo. Gli sembrava in tal modo di essersi ravvicinato ad Eva. 

— Grazie, amico mio, disse Saint-Giare quando Tommaso 
si rialzò, mi fa bene l'ascoltarvi, ma per ora lasciatemi solo. 
Noi entreremo un'altra volta in piò complete spiegazioni. 

Tommaso uscì dalla stanza silenziosamente. 

CAPITOLO XXVIII. 

* 

Riunione. 

Scorsero molte settimane e i flutti della vita si rinchiu- 
sero sulla fragile barchetta che era scomparsa nei vortici 
dolla morte. I bisogni giornalieri non hanno pielà pei nostri 
dolori; essi si riproducono imperiosamente e seguono imper- 
turbabili il loro corso. Per quanto «i sia oppressi dalle an- 
goscie morali non si può oiùettere di mangiare, di bere, di 
coricarsi, di alzarsi, d'interrogare e di rispondere. La realtà 
soggioga il sentimento, e le abitudini della vita materiale sus- 
sistono anche allora quando il compirle non eccita in ivoi la 
minima soddisfazione. 

Tutte le speranze di Saint-Clare s' erano condensate sa- 
rra sua Agliai. Era per essa che avea messa in ordine la sua 



47 
abitazione e che avea cercato senza tregua di far prosperare 
i proprii possedimenti. Ora che quella creatura non esisteva 
più gli sembrava che ogni ulteriore occupazione gli fosse di- 
venuta impossibile. È verd che vi è un'altra vita, la quale dà 
un profondo significato alle cifre che segnano il passaggio 
degli anni. Saint-Giare credeva spesso di udire una voce in- 
fantile che lo chiamava dal cielo e vedeva una piccola 'mano 
che gliene indicava la via^ ma il dolore non gli permetteva 
d'uscire dalla letargica inedia in cui trovavasi immerso. Egli era 
dotato d'una di quelle felici nature che concepiscono^ mercè 
soltanto la dirittura dei Toro istinti, un'idea più chiara della 
religione di quanto l'abbiano molti cristiani rigorosamente 
adempienti le pratiche del culto esterno. L'attitudine all'in- 
telligenza delie verità morali è spesso accordata ad uomini , 
che sembrano non "d'altro occupati nella Joro vita che a cal- 
pestarle. Moore, Byron, e Goethe hanno riprodotto talora il 
vero sentimento religioso con una potenza, alla quale non 
avrebbero saputo giungere coloro stessi la cui vita fosse sem- 
pre stata inspirata da un simile sentimento. Il disprezzo della 
fede diviene per questa specie di spirili un vero tradimento. 

Saint-Giare non avea mai voluto assoggettarsi ai doveri 
religiosi; 1 precetti del cristianesimo gli si dipingevano al 
pensiero tanto estesi e tanto imperiosi^ che indietreggiava in- 
nanzi alle esigenze che la sua coscienza gli avrebbe imposte, 
qualora si fosse risolto a divenire un buon cristiano. Poiché 
tale sia l'incoerenza dell'umana natura, che essa preferisca 
rinunziare del tutto a un'impresa anziché cominciarla ed 
esporsi a restare a mezza via. 

Tuttavolta Saint-Giare s'era profondamente mutato. Egli 
leggeva con molta attenzione la piccola Bibbia di Eva, era 
malconteoto del suo passato e del presente e si rimprocciava 
la negligenza fino allora usata verso i proprii scliiavi. 

Appena fu egli ritornato alla Nuova-Orleans , che prese 
le misure opportune onde assicurare il legale affrancamento 
di Tommaso. Egli s'affezionava ciascun giorno di più a que- 
sto servo fedele, il quale, più che alcun altro, gli richiamava 
al pensiero la sua Eva. Se lo teneva costaiU^ov^w^A xv£\\ns^ ^ 



AS 

gli svelava il fondo della sua ^nima, ad onta che avesse Tabi* 
ladine di nascondere a tutti i proprii intimi sentimenti. Non 
bisogna dunque meravigliarsi se v^era alcun che di straordi- 
nario neir affetto che Tommaso nutriva pel suo padrone. 

— Ebbene^ gli disse Saint-Clare air indomani del giorno 
in cui furono compiute le prime formalità per T emancipa- 
zione di Tommaso; quanto prima io avrò fatto di voi un uomo 
libero. Voi potete apparecchiare il vostro equipaggio e di- 
sporvi a partire pel Kentucky. 

— Sia lodato il Signore I esclamò Tommaso alzando le 
mani al cielo. 

Il lampo di gìoja che balenò sul viso dello schiavo turbò 
Saint-Clare, che provò qualche dispetto nello scorgere la fa- 
cilità con cui Tommaso si disponeva ad abbandonarlo. 

— Non so capire perchè siate tanto contento, disse il pa- 
drone con qualche asprezza ; mi pareva che la vostra situa- 
zione non fosse troppo infelice. 

— È il pensiero d'esser libero che mi riempie T anima 
di gioja! 

— Ma noli credete forse, Tommaso^ d'essere più felice 
adesso^ di quanto il sarete allorché avrete la vostra libertà? 

— No, sicuramente! rispose Tommaso con energia. 

— Voi non guadagnerete colle vostre fatiche quanto vi 
potrà bastare per essere nutrito ed abbigliato come lo siete 
in casa mia. 

— Lo so , signore ; voi siete per me un padrone pieno 
d'indulgenza^ ma io preferisco avere dei poveri abiti ed una 
povera casuccia^ purché sieno miei, anziché essere lautamente 
mantenuto in casa d'altri. Credo che ciò sia affatto natu- 
rale 

— Lo credo io pure, Tommaso; sicché dunque fra un mese, 
quando tutte le legali formalità saranno compiute, voi potrete 
andarvene di qui. 

— Vi rimarrò fino a che il padrone avrà bisogno di me, 
fino a che lo vedrò infelice, replicò Tommaso. 

— E fino a quando sarò io dunque infelice? chiese Saint* 
Clare, quand'é che avranno un termine le mie angoscie? 



49 

— Quando il signor Saint-Giare sarà divenuto cristiano. 

— E voi avete decisamente I* intenzione di rimanervene 
qui fino a tal epoca ? disse Saint-Giare con un leggiero sor- 
riso. Oh, Tommaso, io non voglio tenervi qui troppo tempo; 
ritornate presso vostra moglie ed i vostri figli, ed assicurateli 
del mio affetto. 

— Io sono convinto che il giorno della vostra conversione 
. abbia a sorgere quanto prima, disse Tommaso piangendo ; il 

Signore vi tiene in serbo per affidarvi una qualche missione. 

— Una missione? disse Saint-Giare; sarei curioso di co- 
noscere quale possa essere, a vostro credere, la missione che 
mi verrà affidata dal Signore. 

— Dacché io stesso, povero rejetto, ebbi una missione dal 
Signore, il mio padrone ricco ed istruito debbe averne una 
assai più importante. 

— Sembra che crediate, disse Saint-Giare sorridendo, che 
il Signore abbia molto bisogno che si lavori per lui. 

— Si lavora per lui quando si lavora per le sue crea- 
ture. 

— La vostra teologia è eccellente, o Tommaso! essa vai 
meglio di quella dei nostri dottori. 

Il colloquio venne interrotto dall'arrivo d'alcune visite. 

Maria Saint-Giare provò per la perdita di Eva tutto il do- 
lóre di cui era suscettibile. Siccome poi essa aveva un'incon- 
testabile abilità nel render infelici quanti la circondavano, 
allorché avea qualche afflizione, cosi i suoi domestici ebbero 
dei novelli argomenti per rimpiangere la perduta Evange- 
lina, che li avea più volte^ mercé la propria intercessione, pre- 
servati dai tirannici capricci della madre. La povera Mammy, 
che avea trovato nell'amore di quella graziosa creatura una 
consolazione nel distacco crudele dalla propria famiglia , era 
pressoché ridotta alla disperazione. Quella infelice piangeva 
notte e giorno, e l'eccesso del suo dolore, rendendola meno 
spedita, le procurava altresì da parte di Maria un tprrente di 
rimproveri e di contumelie. 

Miss Ofelia era pur essa inconsolabile. La memoria d'Eva 
esercitava sa lei una vantaggiosa influenza^ poiché la tea- 

rol III. ^ 



50 

desse più dolce ed amabile. Adempirà ancora ai proprii 
doveri colla stessa assiduità ed esattezza, ma senza quelParia 
austera e pretensiosa che macchiava per lo innanzi le sue 
buone qualità. Attendeva^ indefessamente all'educazione di 
Topsy, verso la quale non nutriva più la menoma ripugnanza^ 
ed anzi non cessava dal considerarla come un essere immor- 
tale affidatole da Dio, perchè s'adoperasse ad infondergli le 
virtù del cristiano. Topsy non era divenuta una sa'nta , ma la 
vita e la morte d'Evangelina aveano operato in essa dei grandi 
cangiamenti. La sua spensieratezza era scomparsa ed in suo 
luogo era sottentrato il desiderio di condursi a dovere. I suoi 
tentativi mancavano di regolarità e di continuità, ma venivano 
sempre rinnovati con istancabile coraggio. 

Miss Ofelia mandò un giorno a chiamare Topsy. La negra 
prima d'avviarsi nascose affrettatamente qualche cosa nei seno. 

-^ Cosa nascondete? disse Rosa ch'era venuta a chiamarla^ 
voi avete sicuramente rubato. 

Dicendo queste parole Rosa afferrò con mal garbo le brac- 
cia della fanciulla. 

r- Lasciatemi stare, miss Rosa, ^ridò Topsy dibattendosi. 

— Io vi ho veduta nascondere un qualche oggetto. Oh, 
vi conosco abbastanza! esclamò Rosa mentre cercava d'impa- 
dronirsi di quanto era stato nascosto da Topsy. La fanciulla 
irritata combattè valorosamente per la difesa dei propri di- 
ritti. Ih rumore che nacque da questa lotta attrasse sul campo 
di battaglia miss Ofelia e Saint-Giare. 

— Essa ha rubato! disse Rosa. 

— Non è vero, gridò Topsy con veemenza. 

-^ Datemi la cosa che avete nascosta, disse miss Ofelia 
con tuono risoluto. 

Topsy stava esitante, ma ad un secondo comando levò 
dal seno un piccolo cartoccio inviluppato in un avanzo di 
vecchia calzetta. Questo cartoccio conteneva un piccolo libro 
regalato a Topsy da Evangelina, e racchiudente alcuni versetti 
della Scrittura, applicabili a ciascun giorno dell'anno. Questo 
libriccino era cinto da una lista di velo nero tolto dairaddobbo 
funebre. Il cartoccio conteneva altresì la ciocca di capelli che 



Si 

era stata data alla negra nel memorabile giorno in cui Eva 
avea fatti i suoi ultimi addio. 

Saint-Clare si senti commosso — Perchè, diss' egli, avete ri- 
cinto il vostro libro con questo velo? 

— Perchè, perchè me T ha dato miss Eva. Oh, 

non toglietemelo, ve ne scongiuro. 

Topsy si gettò a terra, nascose la testa nel suo grembiu- 
le e gettò delle grida lamentose. Era una cosa commovente 
e comica nello stesso tempo il vedere quella vecchia calza, 
quel velo nero, quel libro, quella bionda ciocca e la desola- 
zione della povera Topsy. Saint-Clare sorrise ; ma v'erano del- 
le lagrime nei suoi occhi quando disse: — Andiamo, non pian- 
gere, nessuno ti torrà nulla del tuo tesoro. 

Ragunando poscia gli sparsi oggetti, li pose in grembo a 
Topsy e trasse miss Ofelia nella sala. 

— Voi finirete coir essere contenta di questa piccina, dis- 
s'egli alla cugina. Bisogna cercare di farne qualche cosa di 
buono. 

— Essa è d'assai migliorata, rispose miss Ofelia, ed io 
spero assai per l'avvenire. Ma lasciate. Agostino, che vi faccia 
una dimanda. Questa ragazza è vostra, o mia? 

— lo fé r ho donata, rispose Agostino. 

— Non però legalmente; io desidero che m^ appartenga 
in buona forma. 

— Ah, Dio mio, e che dirà la società abolizionista? Se voi 
divenite proprietaria di schiavi, sarà costretta ad ordinare un 
giorno di digiuno generale in espiazione del vostro peccato. 

-^ Voi siete pazzo ! io voglio che essa divenga mia, onde 
avere il diritto di condurmela negli Stati liberi e farla libera, 
perchè non abbia ad andar perduta l' opera mia. 

^— Ah, cugina, i vostri progetti sono sovversivi! io non 
potrei incoraggiarli. 

— Non ischerziamo, ma cerchiamo piuttosto di ragionare. 
Sarebbe inutile che procurassi di ridurre al bene questa ra- 
gazza, qualora dovesse più tardi venire abbandonata a tutte le 
eventualità ed a tutte le miserie della schiavitù. Se volete 
che sia mia efifettivamente fatemene una legale dou^'LVQ'Cw^^ 



»2 

— Non ho nulla in contrario, rispose Saint-Clare, spiegando 
iì giornale e mettendosi a leggere. 

— Ma io voglio che ciò sia fatto sabito, disse miss Ofelia. 

— Perchè tanta fretta? 

— Perchè il presente è il solo tempo che abbiamo a no- 
stra disposizione. Eccovi della carta, delP inchiostro e delle 
penne e ponetevi a scrivere. 

Saint-Clare alieno per natura e per abitudine da ogni at- 
tività non si risolveva a far qualche cosa senza prima lottare con- 
tro la necessità. Fu dunque indispettito per l'insistenza di miss 
Ofelia, sicché le disse con qualche bruschezza : — Non pote- 
vate starvene per ora contenta alla mia parola? Vedendomi 
posto tanto alle strette sarei quasi tentato di credere che ab- 
biate prese delle lezioni da qualche ebreo. 

— Voglio esser certa del fatto mio, rispose tranquillamente 
miss Ofelia. Voi potreste morire o cadere in rovina, ed allora 
Top^y verrebbe venduta all'incanto malgrado le vostri attuali 
promesse. 

— Davvero, cugina mia, voi siete un modello di previ- 
denza. Ma poiché sono caduto fralle mani d'una Americana 
del Nord bisogna bene che finisca col cedere. 

Saint-Clare, a cui non erano ignote le formalità richie- 
ste per simili documenti, estese rapidamente una dona- 
zione a cui appose il proprio nome scrivendolo con lettere ma- 
iuscole ed incorniciandolo con un magnifico ghiribizzo. — Ec- 
covi Tatto, miss Vermont, disse egli presentandole il foglio. 

— Bravo, cugino mio, disse miss Ofelia sorridendo, ma 
non gli manca forse ancora la firma di un testimonio? 

— Avete ragione, rispose Saint-Clare. Maria, aggiunse 
egli aprendo la porta della stanza di sua moglie , la nostra 
cugina desidera avere un vostro autografo^ abbiate quindi la 
compiacenza di scrivere il vostro nome in fondo a questa 
carta. 

— Che vuol dir questo? disse Maria percorrendo collo 
sguardo quel documento. La cosa mi sembra discretamente 
bizzarra! Avrei creduto che la mia cugina avesse un'anima 
troppo celeste per permettersi il possesso d'uno schiavo^ ma 



^5 

in fin dei conti se essa ha voglia di avere in suo potere 
Topsy io gliela cedo molto volentieri. 

— Ed ora essa è vostra, anima e corpo, disse Saint-CIare 
a miss Ofelia. 

— Non è mia adesso più di quanto lo fosse prima ^ nes- 
suno tranne Dio avrebbe avuto il diritto di darmela -, ma al- 
meno mi sarà permesso di assisterla d^ora innanzi e di difen- 
derla colla mia jsrotezione. 

— Essa è vostra per una finzione legale , ripigliò Saint- 
Clare mentre rientrava nella sala. 

Miss Ofelia, a cui la compagnia di Maria non era troppo 
piacevole, lo segui dopo aver accuratamente intascata la do* 
nazione, e si mise a lavorar di calze vicino a lui. 

— Agostino, dissocila improvvisamente, avete fatta qual- 
che disposizione in favore de' vostri schiavi per il caso della 
vostra morte? 

— No, disse Saint-CIare continuando a leggere il gi*»r- 
naie. 

— Allora la vostra bontà per essi potrebbe definitivamente 
divenir loro fatale. 

Saint-Clare avea spesso rivolti i propri pensieri sovra tale 
argomento; ma tuttavia rispose sbadatamente: 

— Ho intenzione di occuparmene quanto prima. 

— Ma quando? 

— Uno di questi giorni. 

— E se moriste prima d'averlo fatto? 

" — Che volete dire, cugina mia? riprese Saint-Clare mettendo 
in disparte il giornale^ vi pare forse di scorgere in me dei se- 
gnali di febbre gialla o dì colera, perché abbiate ad insi- 
stere con tanta energia onde io faccia il mio testamento? 

— La morte ci è vicina anche quando la vita è fiorente, 
disse sentenziosamente miss Ofelia. 

Saint-Clare si alzò ed esci dalla stanza onde por fine ad 
un colloquio che non gli era punto aggradevole. Egli an- 
dava ripetendo quasi involontariamente questa tremenda e 
misteriosa parola: la morte! Appoggialo alla ferriata del ter- 
razzo egli contemplava lo zampillo delPacqua della. Ì(^vA^vaw 



che si slanciava e ripiombava in pioggia d'argento^ scorse 
confusamente, come attraverso una nebbia, i fiori ed i vasi del 
cortile, e ripetè di nuovo questa parola che non cessa d^ es- 
sere spaventosa per quanto sia pronunciata facilmente da tutte 
le labbra: la morte! 

— É una cosa strana! disse egli fra sé stesso; noi udiamo 
sempre questa parola e ne vediamo tutti i momenti l'applica- 
zione, eppure la dimentichiamo tanto facilmente! Quest'oggi 
un uomo è pieno di vita, di bellezza, d'intelligenza e di spe- 
ranza, e domani egli è annientato per sempre ! 

La sera era calda e splendida quasi fosse di giorno; Tom- 
maso in un angolo del cortile leggeva la Bibbia seguendone 
col dito le parole Tuna dopo Taltra, e mormorandole sommes- 
samente. Saint-Clare andò sedersi vicino allo schiavo. 

— Volete che ve ne faccia io la lettura, Tommaso? 

— Ve ne sarei gratissimo, mio caro padrone, giacché voi 
leggete tanto bene! 

Saint-CIare prese il libro e lesse alcuni passaggi che erano 
stati segnati da Tommaso colle freccie che gli servivano di 
guida per trovare i versetti che erano da lui prediletti. 

<t Allora verrà il figlio delPuomo nella sua maestà accom- 
pagnato da tutti i suoi angeli e s'assiderà sul trono della sua 
gloria «. 

<( E tutte le nazioni della terra saranno raccolte innanzi 
a lui, ed Egli separerà le une dalle altre come il pastore di- 
vide le pecorelle dai paproni »>. 

Saint-Clare lesse con voce animata questo frammento del- 
l'Evangelio fino a questi ultimi versetti: 

«(Allora il re dirà a coloro che saranno alla sua sinistra: 
Allontanatevi da me, maledetti, ed andate nel fuoco eterno 
preparato da Satana e dagli angeli ribelli ». 

« Giacché ebbi fame e voi non m'avete nutrito, ebbi sete 
e non m'avete dato a bere », 

« Ebbi bisogno di ricovero e m'avete respinto, era nudo 
e non m'avete rivestito, fui ammalato e non mi avete visi- 
te to f9. 

'* Allora essi rispoudeTaLtvno ^\V ^V^^xw^ ^\v^vi^\V:e2«^^''^N 



"S 



Signore, che vi abbiamo veduto afifamato, assetato, ramingo, 
nodo, ammalato, prigione e che non vi abbiamo assistito? >> 

u Ma Egli risponderà loro: Vi dico in verità che ogni qual 
volta avete rifiutato di assistere la più povera e la più umile 
delle creature, avete rifiutato a me stesso la vostra assi- 
stenza «. 

Saint-Clare parve vivamente colpito da questui timo passo; • 
lo dilesse lentamente quasi avesse voluto meditarne ciascuna 
parola. 

— Tommaso, diss'egli, questi uomini condannati con 
tanta severità dal giudice eterno avranno vissuto nelPagiatezza 
al pari dì me, senza chiedersi se i loro fratelli avessero fame 
sete, fossero ammalati o prigionieri! 

Tommaso non rispose. Saint-CIare si alzò e si mise a 
passeggiare avanti indietro pel portico da cui era circondato 
il cortile. I suoi pensieri lo tenevano tanto preoccupato che 
Tommaso dovette dirgli due volte che Torà del the era arri- 
vata e che era già suonata la campana d^ avviso, prima di 
giungere a fermar T attenzione del suo padrone. 

Mentre si prendeva il the^ Saint-Giare si mantenne di- 
stratto e pensoso. Dopo il the ognuno andò silenziosamente 
in sala; Maria si coricò sovra un canapè protetto da una zenza- 
riera di seta e s'addormentò profondamente, Miss Ofelia riprese 
la calza, e Saint-Clare ponendosi al pian^-forte suonò alcune 
(Cantilene dolci e melanconiche. Non era ancora uscito dalla 
sua meditazione, ed anzi sembrava che la musica gli servisse 
di mezzo per continuare il misterioso colloquio colla sua' in- 
tima coscienza. Dopo alcuni momenti levò da una scanzia un 
vecchio fascicolo di musica, i cui fogli. erano stati ingialliti 
dagli anni. 

— Questa raccolta, diss' egli a miss Ofelia, apparteneva a 
mia madre ed ecco la sua scrittura. Essa ha estratto questo 
pezzo dal requiem di Mozart e lo cantava soventi volte; mi 
sembra ancora di udirla. 

Saint-Clare preludiò con alcuni tocchi solenni e poscia si 
mise a cantare il Dies irae della chiesa latiaa. 

Tommaso cbe ascoltava dal d\ t\xov\^ sv ^^xtKNSfò ^\\^^^- 



^6 

trarsi fino al limitare della sala. Egli non capiva* le parole 
di queir inno^ ma era profondamente impressionato dalia se- 
vera e mesta espressione della musica. La commozione dello 
schiavo sarebbe stata ancora più forte qualora avesse potuto 
comprendere il significato di queste parole : 

Recordare Jesu piCj 

Quod sum causa tuae viaSj 

Ne me perdas illa die, 
Quaerens me sedisti lassuSj 

Redemisti crucem passus^ 

Tantus lab or non sit cassus! 

Saint-Clare diede a questi versetti un poetico e melanco- 
nico coIorito3 le nubi che gli velavano il suo passato s'erano 
alzate per lui ed egli credeva ascoltare la voce materna che 
accompagnasse la sua. Anche il piano-forte sembrava avesse 
un'anima, sicché riproducesse con simpatica energia le armo- 
nie inspirate a Mozart dalla previsione della sua prossima 
morte. 

Quando Saint-Giare cessò dal canto appoggiò per alcuni 
momenti la testa sulla mano^ poscia si alzò e si mise a pas- 
seggiare per la sala. 

— Quale sublime concetto, disse egli, si è questo deirul- 
timo giudizio 1 È la riparazione dei torti di tutti i secoli , la 
soluzione di tutti i morali problemi , fatta da una infallibile 
sapienza 1 Quale spettacolo ammirabile! . . . 

— Esso deve spaventarci, interruppe miss Ofelia. 

— Infatti dovrei esserne atterrito, disse Saint-Giare arre- 
standosi dinanzi la cugina. Questa sera io leggeva a Tommaso 
TEvangelio di S. Matteo, nel quale è descritto P ultimo giu- 
dizio , e ne fui fortemente impressionato. Generalmente si 
crede che sieno esclusi dal cielo soltanto coloro che hanno 
commesso dei grandi delitti ; ma no , si può essere condan- 
nati per aver ommesso di fare il bene quasi fosse questa la 
più grave delle colpe. 

— Egli è, disse miss Ofelia, che quando non si fa del 
Jbeae è forse impossibile il non commettere del male. 



«7 

— Che sarà di colui, ripigliò Saint-Clare con emozione, 
che dimentico delle proprie tendenze, della propria educazione, 
dei bisogni della società^ sdegnò le nobili imprese, ed in luogo 
di metter la mano all'opra rimase inattivo, mentre l'umanità 
lottava e soffriva? 

— Io sarei d' avviso che costui dovesse pentirsi e senza 
perder tempo. 

— Voi avete una mente positiva e correte dritta alla meta, 
cugina mia. Voi non mi lasciate tempo di riflettere, mi strìn- 
gete nel momento attuale e sulle vostre labbra suona sempre 
un terribile : Senza dilazione ! 

— Il presente solo ci appartiene, né possiamo disporre 
del domani, disse miss Ofelia. 

— Cara Evangelinal povero angioletto! esclamò Saint- 
Clare, tu m'hai indirizzato sul sentiero d'una grande riforma. 

Dalla morte d'Evangelina in poi, era questa la prima 
volta che ne pronunciava il nome ad alta voce, e si vedeva 
che^ parlando di quella cara creatura dovea adoperar molti 
sforzi per superar la violenza delle proprie emozioni. 

— Ecco, aggiunse egli, qual'é l'idea ch'io nutro del cri- 
stianesimo; un uomo non può essere logicamente cristiano 
se non consacra tutte le proprie forze e tutte le proprie 
facoltà a combattere l'abbominevole sistema d'iniquità, che 
forma la base del nostro ordinamento sociale. Bisogna anzi che 
sia pronto ad offrire in olocausto la propria vita. Non mi cre- 
derei cristiano se non facessi questo, e ciò quantunque abbia 
veduti molti cristiani, che si pretendono illuminati, astenersi 
dalla lotta. L'apatia dei nostri ministri, la loro indifferenza 
pei mali dei loro fratelli, m'hanno sempre riempiuto d'or- 
rore e contribuirono di molto a rendermi incredulo. 

— E perchè voi, che pensate di questa maniera, siete ri- 
masta sempre inattivo? 

— Perchè le mie buone disposizioni si limitano a sdrajarmi 
sopra un sofà ed a maledire i nostri ministri che' non hanno 
voglia di sacrificarsi. É più facile accorgersi del dovere che 
hanno gli altri di affrontare il martirio, anziché divenir mar- 
tiri noi stessi. 



60 

perchè abbia questa sera pensato tanto a mia madre! L'idea 
sarà strana, ma mi sembra che essa mi sia vicina. Tutte le 
sue parole mi si presentano quasi involontariamente alla me- 
moria. II passato ci ricompare talora dinanzi con una evidenza 
che sente del maravigliosoi 

Saint-Giare s'aggirò qualche poco per la stanza e poscia 
aggiunse: 

— Voglio uscire un momento per sentire le novità della 
giornata. 

Egli prese il suo cappello e se ne andò. 
Tommaso^ che stava aspettandolo, gli chiese se desiderava 
d'essere accompagnato. 

— No, Tommaso, giacché sarò di ritorno fra un'ora. 
Tommaso s'assise sotto i portici del cortile. Egli ammirò 

la bellezza del cielo rischiarato dalla luna e si pose ad ascol- 
tare il mormorio dello zampillo della fontana. Pensava con 
ebbrezza alla sua vicina libertà, al suo ritorno sotto il tetto 
domestico, alle avventurate fatiche che avrebbe sostenute per 
riscattare sua moglie ed i suoi figli. 

Palpeggiò con una specie di orgoglio i muscoli delle sue 
braccia ripetendo a sé stesso che ne sarebbe stato quanto 
prima il solo padrone, e calcolando qual profitto avrebbe po- 
tuto ritrarre dai loro impiego. Pensò quindi a Saint-Giare, ed 
innalzò per lui la solita preghiera con cui implorava pei suo 
padrone la celeste protezione. I suoi pensieri si rivolsero po- 
scia ad Evangelina e gli parve vedere il viso raggiante e i biondi 
capelli di quell'angelo attraverso Tumido polverio dello zampillo 
della fontana. Lo schiavo fini coir addormentarsi e sognò la 
cara,fanciulla che accorreva verso lui saltellando, collo sguardo 
infocato, colle guancie rosseggianti, colia fronte coronata da 
una ghirlanda di gelsomini. Ad un tratto la fanciulla si alzò 
da terra, le sue guancie impallidirolio, una aureola dorata si 
posò sulla sua fronte ed essa disparve. In quei istante si bat- 
teva fortemente alla porta, e molte voci si fecero udire nella 
via in vicinanza alla casa. 

Tommaso si destò con subitaneo terrore e corse ad aprire. 
Entrarono in casa molti uomini che portavano sovra una bar- 



61 

rella un corpo umano avviluppato da un mantello. I raggi di 
una lampada illuminarono il viso del ferito; Tommaso mandò 
uno strido di sorpresa e di disperazione che risuonò per tutta 
la casa ; i nuovi venuti s'inoltrarono col carico fino alla porta 
della sala, ove stava lavorando miss Ofelia. 

Saint-Giare era entrato in un caffè per leggere il giornale 
della sera. Essendo cominciata una rissa fra due uomini mezzo 
ubbriacbi, gli astanti aveano cercato dì separarli, e Saint-Clare 
era stato ferito al fianco da un colpo del coltello, che egli si 
sforzava di strappare dalle mani d'uno di quei rissanti. 

Tutta la casa rintronò di grida e di lamenti : i domestici si 
strappavano i capelli, si rotolavano a terra, correvano alla 
ventura qua e là come insensati. Maria fu presa dalle convul- 
sioni. Tommaso e miss Ofelia conservarono soli una calma suf- 
ficiente. Grazie alle loro premure venne apparecchiato in fretta 
un Ietto nella sala, sul quale fu deposto il ferito. Saint- 
Giare, sfinito per la perdita del sangue, era caduto in isveni- 
mento; ma quando ritornò in sé stesso, mercè le cure di miss 
Ofelia, volse gli occhi intorno a sé, e fini a fissarli sovra il 
ritratto di sua madre. 

Giunse il medico, esaminò la piaga e dalla triste espres- 
sione del suo viso lasciò indovinare come non vi fosse più al- 
cuna speranza. Nullameno colPajuto di Tommaso e di miss 
Ofelia medicò la ferita, mentre i domestici, affollatisi alle 
porte ed alle finestre della sala, facevano risuonar Tarla di 
gemiti dolorosi. 

— Bisogna mandar vìa tutti costoro , disse il medico^ fa 
duopo del silenzio più completo. 

Saint-Giare guardò con affetto gli sventurati che venivano 
allontanati da miss Ofelia e dal medico. 

— Povere creature! mormorò egli, e Tespressione del suo 
volto tradusse ì rimorsi della sua coscienza. 

Adolfo si rifiutò ostinatamente d'uscire. II terrore lo avea 
privato d'ogni forza; erasi gettato sul pavimento e, né pre- 
ghiere, né minaccie, valsero a farlo alzare. Gli altri schiavi 
obbedirono a miss Ofelia, poiché* comprendessero dipendere 



ea 

la salvezza del loro padrone dair adempimento degli ordini 
dati dal medico. 

Saint-Clare poteva appena mormorare qualche parola, ma 
si vedeva chiaramente che la saa anima era straziata da cru- 
deli pensieri. Dopo alcuni momenti pose la stia nella mano di 
Tommaso^ che s'era inginocchiato vicino a lui ^ e gli disse: 

— Tommaso! mio povero amico) 

— Cosa volete, c^- padrone? 

— Io muojo, pregate! 

— Volete che vi chiami un ministro? disse .il medico. 
Saint-Giare scosse negativamente la testa e ripetè, indiriz- 
zandosi a Tommaso : — Pregate l 

Tommaso pregò con fervore per queir anima vicina alla 
partenza. Quando ehbe terminato, Saint-Clare fissò sa lui i 
suoi grandi occhi azzurri e li richiuse tosto senza proferir 
parola. Prese di nuovo la mano di Tommaso e la tenne nella 
sua, essendochè^non abbiavi differenza fra il bianco ed il nero 
quando stanno per aprirsi le porte delF eternità. 

Saint-Clare mormorò dolcemente colla sua voce semi-spenta: 

Recordare Jesu pie — 
JVe me perdas .... illa die : 
Quasrens me ... sedisti lassus 

Queste parole da lui cantate qualche ora prima gli si affac- 
ciavano ora al morente pensiero come una invocazione alla 
infinita misericordia. Le sue labbra pallenti andarono ripeten- 
dole di quando in quando. 

— Il suo spirito si smarrisce, disse il médko. 

« — No 1 esso ritorna finalmente alla sua patria, disse Saint- 
Clare con improvvisa energia -, finalmente — finalmente !... 

Le forze dell'agonizzante erano esaurite. Il livido pallore della 
morte si stese sul suo vollo^ ma pure si avrebbe detto che 
nello stesso tempo si fosse sparsa su quella fronte cadaverica 
una dolce tranquillità, simile a quella dello stanco fanciullo che 
s'addormenta. 

Saint-Clare rimase alcuni minuti senza movimento. Pa- 



OS 

reva che la mano possente della morte si fosse già impadronita 
di lui. Prima però di spirare aperse ancora gli occhi. Brilla- 
rono questi di quella gioja che si risente rivedendo un anaico. 
— Oh! madre mìa! disse egli; ed emise lo spirito! 



CAPITOLO XXIX. 

La debolezza prwa di protezione. 



Non v'ha al mondo ambascia simile a quella dei negri, ai 
quali sia rapito dalla morte un btion padrone. Gli orfani sono 
protetti dalla legge ed hanno una posizione legale e dei di- 
ritti riconosciuti, ma lo schiavo non ha nulla di tutto questo. 
11 soddisfacimento de' suoi bisogni e F effettuazione delle sue 
speranze dipendono onninamente dalla suprema volontà del 
suo padrone, e quando questo padrone non è più, lo schiavo 
ha perduta ogni difesa ed ogni protezione. I bianchi che usino 
umanamente del loro potere assoluto ed irresponsabile non sono 
molti. É questo un fatto tanto vero quanto doloroso, e lo schiavo 
il conosce meglio di qualsiasi altra persona. Egli sa dunque 
che vi sono per lui dieci probabilità contro una di cadere 
sotto il giogo di un tiranno, sicché la perdita di un padrone 
indulgente abbia a cagionargli forzatamente le angoscie più 
amare. 

Quando Saint-Giare ebbe reso l'ultimo respiro, il terrore 
e la costernazione s'impadronirono di tutti i suoi schiavi. Era 
egli stato colpito dalla morte tanto imprevcdutamente ed in 
una età ancora si florida! Tutta la casa risuonò di singhiozzi 
e di grida disperate. 

Maria che avea impiegata tutta la sua vita a viziare il 
proprio sistema nervoso, cadde da svenimento in isvenimento e 
non potè cosi vòlgere allo sposo un ultimo addio. Miss Ofelia, 
sostenuta dalla sua rara energia, assistè il cugino fino airul- 
timo momento, somministrandogli tutto quanto potesse re- 
cargli giovamento ; e quando egli non fu più, uni le proprie alle 



66 

— Come state quest'omegi? disse miss Ofelia. 

Maria chiuse gli occhi e sospirò profondamente prima di 
rispondere: — Oh, non saprei dirlo, cugina 3 sto sempre tanto 

male! 

E Maria si asciugò gli occhi con un fazzoletto listato di 

nero. 

— Sono venuta dk voi , disse miss Ofelia interrompendo 
le proprie parole con quella secca tosse con cui si accompa- 
gnano ordinariamente le spiegazioni scabrose^ sono venuta per 
parlarvi di Rosa. ^ 

Maria schiuse vivamente gli occhi, mentre un leggero 
rossore tinse le sue pallide guancie. 

— Che avete a dirmi intorno a quella sfacciata? disse con 
asprezza la Saint-Giare. 

— Essa è dolentissima di avervi mancato di rispetto. 

— Davvero? Lo sarà ancor più fra alcuni momenti. É già 
troppo tempo che io tollero la sua impertinenza^ voglio fi- 
nalmente insegnarle il suo dovere, voglio domarla l 

— Ma non potreste darle un castigo meno avvilente? 

— Se essa ne è avvilita tanto meglio 1 è appunto ciò che 
desidero. Fiera della sua pretesa bellezza ha voluto sempre 
affettare delle arie da signora. Io intendo darle una lezione che 
abbia a moderare il suo orgoglio. ^ 

— Ma, cugina mia, se voi fate perdere il pudore ad una 
giovane ragazza , finirete col corromperla e col depravarla 
del tutto. 

— 11 pudore 1 disse Maria con aria di scherno ^ T espres- 
sione è proprio giusta quando si parla di simile bestiame! 
Io le insegnerò che essa non vale più deir ultima fra le men- 
dicanti, ad onta delle sue sciocche arie di pretesa. Oh^ avrà 
finito di fare T insolente! 

— Voi renderete conto a Dio di questa crudeltà ! 

— Perchè mi chiamate crudele? Non ho firmato alla fine 
che un bono per quindici colpi di sferza, ed ho anzi racco- 
mandato che non siano applicati con troppa forza. In tutto 
ciò non v'è neppur Tombra di crudeltà. 

— Non v'é crudeltà? esclamò miss Ofelia. Sono sicura 



67 

che non ri è al mondo una ragazza che non preferisca la 
morte a questo esoso castigo. 

— Voi credete che ognuno abbia i vostri sentimenti; ma 
queste creature sono avvezze alla sferza. É questo il solo 
mezzo per poterle soggiogare Se le lasciate scimmiottare le 
donne distinte ed affettare delle arie di pretesa, finiranno col 
metterci sotto i piedi. Fino ad ora io fui la vittima dermici schia- 
vi y ma voglio porre finalmente un termine a tale situazione. 
Se non si '^ conducono a dovere andranno tutti, r uno dopo 
Taltro, alla casa di correzione. 

Jenny chinò il capo, giacché sentisse come tali parole fos- 
sero applicabili aqche a lei. 

Miss Ofelia parve avesse inghiottita una macchina infer- 
nale , la quale fosse vicina a scoppiarle nel seno. Compren- 
dendo però r inutilità d^ogni ulteriore osservazione, tacque 
od andò mestamente ad annunziare alla povera Rosa il cattivo 
successo de^proprii tentativi. 

La quarteronne, malgrado i suoi gemiti e le sue commo- 
venti preghiere, fu trascinata alla casa di correzione. 

Alcuni giorni dopo questo avvenimento^ Tommaso stava 
meditabondo alla finestra, quando fu avvicinato da Adolfo , 
che dal di della morte del suo padrone era rimasto immerso 
in un profondo abbattimento. 11 mulatto sapeva di esser sem- 
pre stato antipatico a Maria. Pel passato non s^ era curato 
deiravversione della sua padrona, ma ora^ non avendo più al- 
cun protettore, ed ignorando qual potesse essere il suo de- 
stino, era tormentato da angoscio inesprimibili. 

Maria avea di già conferito più volte col proprio procu- 
ratore. Dopo aver chiesto anche il consiglio del fratello dei 
defunto,' si avea deciso di vendere tutti gli schiavi, tranne 
quelli che erano di esclusiva proprietà di Maria : questa poi 
dovea ritornare nella casa paterna. 

— Sapete, Tommaso, che ci vogliono vender tutti? disse 
Adolfo. 

— Chi ve l'ha detto? 

— Era nascosto dietro le cortine quando la padrona par- 



68 

lava di ciò col procuratore. Fra alcuni giorni saremo tutti 
messi airasta. 

— Che si compia la volontà del Signore 1 disse Tommaso 
congiungendo le mani. 

>— Noi non troveremo più uh padrone tanto buono, disse 
Adolfo; ma io preferisco essere venduto anziché restarmene 
colla signora. 

Tommaso s' allontanò col cuore angosciato. Era simile al 
naufrago che vede dal culmine dell'onda il campanile e i noti 
abituri del paese natale, e che li vede soltanto per volger loro 
un ultimo addio. Egli dovea rinunziare un'altra volta, e forse 
per sempre, alla libertà, a sua moglie, a' suoi poveri figli. 
Serrò con forza le braccia al seno, ratlenne le lagrime e 
tentò di pregare. 

Quella povera creatura avea concepito un si vivo desiderio 
d'esser libero, che non poteva strapparselo dal cuore. Quanto 
più egli ripeteva: — Che si compia la tua volontà, o Signore! 
e tanto più sentiva crescersi Tambascia. Andò a trovare miss 
Ofelia , che dopo la morte di Eva gli avea dimostrata molta 
amicizia e, diremmo quasi, una specie di deferenza. 

— Miss Fella , disse egli , il signor Saint-Clare mi avea 
promessa la libertà. Avea già cominciata ad occuparsene, e 
se voi aveste la bontà di parlarne alla signora, questa voìrrebbe 
forse compiere le ' formalità legali onde conformarsi ai desi- 
deri del povero defunto. 

— M'adopererò alla meglio che mi sarà possibile, rispose 
miss Ofelia; ma se la cosa dipende dalla signora Saint-Clare 
ho paura di non riescire. Pure mi vi provierò. 

Questo incidente ebbe luogo alcuni giorni dopo il castigo 
di Rosa, e mentre miss Ofelia faceva già i suoi apparecchi 
per la partenza. 

Ripensando alle parole che avea rivolte a Maria a propo- 
sito della punizione inflitta alla guarteronney miss Ofelia 
risolse di moderare la propria vivacità e di tenere un linguag- 
gio meno aspro e più conciliante. Prendendo dunque la sua 
calza si recò nella camera di Maria colla ferma determinazione 



69 

dì impiegare tutta la sua amabilità e di adoperare tutta Tabi- 
lità diplomatica da lei posseduta nel trattare l'affare di Tom- 
maso. 

Maria, come al solito, stavasi sdrajata sovra un sofà, col 
gomito appoggiato sovra un mucchio di guanciali. Jenny ^ che 
avea fatte alcune compre, svolgeva innanzi alla padfona delle 
stoffe di lutto. 

— Questa mipiace^ disse Maria; vorrei sapere soltanto se 
sia di lutto rigoroso. 

— Ma, signora, disse Jenny con vivacità, la vedova del 
generale Derbennon ha portato una stoffa precisamente si- 
mile a questa nella scorsa estate, subito dopo la morte del 
marito; starete assai bene con c^uesta stoffa! 

— Che ne dite voi? chiese Maria a miss Ofelia. 

-^ É un affare di moda, rispose miss Ofelia, e voi siete 
quindi un giudice più competente di me. 

— 11 fatto si è, disse Maria, ch'io non ho una sola veste 
che mi vada bene, e siccome conto di partire la prossima set- 
timana, così bisogna pure ch'io prenda una qualche risolu- 
zione. 

— Come? partite tanto presto? 

•*— SI, ho ricevuta una lettera del fratello di Saint-CIare. 
Egli ed il mio procuratore mi consigliano a mettere all'asta 
gli schiavi e le mobiglie, e ad aspettare un'occasione propizia 
per vendere la casa. 

— Voleva appuntò dirvi qualche cosa a questo riguar- 
do, disse miss Ofelia. Agostino avea promessa la libertà a 
Tommaso, ed avea già iniziate le pratiche legali necessarie per 
affrancarlo; spero che v'adopererete perchè la cosa venga 
sollecitamente ultimata. 

— Me ne guarderò bene, rispose Maria con asprezza. 
Tommaso è uno fra gli schiavi che verranno venduti al più 
alto prezzo. D'altronde che bisogno ha egli d'esser libero? Non 
può guadagnar nulla a cambiare di stato. 

— Ma egli desidera ardentemente la propria libertà, ed il 
suo padrone gliela promise. 

— Ehi vorrebbero tutti la loro libertà, giacché tutti c^e- 



70 

sti negri sono miserabili che desiderano sempre quello che 
non possono ayere. D^altra parte io sono contraria all'emanci- 
pazione anche pe' miei principi!. Ponete un negro sotto la 
dipendenza di un padrone ed egli si condurrà abbastanza 
bene 3 ma se gli date la libertà egli diventa tosto accidioso^ 
ubbriacone e inetto a qualsiasi lavoro. L'ho veduto cento volte 
per esperienza, la libertà è per costoro un danno e non un 
beneficio. 

— Ma Tommaso è tanto pieno di buona volontà, tanto re- 
ligioso, tanto amico del lavoro 1 

— Lo so al pari di voi. Io ebbi delle centinaja di negri 
simili a lui. Tommaso si condurrà a meraviglia fino che sarà 
sorvegliato; lìbero diverrebbe anch^egli come gli altri 

— Ma pensate, cugina mia, disse miss Ofelia, che metten- 
dolo all'asta correrà il rischio di cadere nelle mani di un 
cattivo padrone. 

— Oh, ciò non è poi tanto facilel esclamò Maria. Non ac- 
cade forse una volta sopra cinquanta che uno schiavo, il quale 
sia buono, s'imbatta in un cattivo padrone. Checché si dica, la 
più parte dei padroni è indulgente. Ho passata la mia prima 
età negli Stati del Sud e non ho conosciuto un solo padrone 
che non trattasse i propri schiavi altrettanto bene quanto se lo 
meritavano. Per questo riguardo non provo alcuna inquie- 
tudine. 

— E sia pur cosi, disse miss Ofelia con energia^ ma io so 
che una delle ultime intenzioni di vostro marito fu quella di 
affrancare Tommaso; mio cugino ne avea fatta formale pro- 
messa al letto di morte della cara Evangelina, e non avrei 
mai creduto che vi sareste permessa di non tener alcun conto 
della volontà del vostro sposo e dei voti dell'unica vostra 
figlia. 

A quQste parole Maria si copri il viso col suo fazzoletto 
listato di nero, si pose a singhiozzare, e fiutò con insolita 
veemenza la sua boccetta d'essenze odorose. 

— Tutti non fanno che tormentarmi! esclamò dessa; non 
v'ha alcuno che mi usi il più piccolo riguardo! Avere il coraggio 
di ricordarmi le cause dei miei patim^ti 1 ... Ohi non mi sarei 



7i 

• 

mai aspettato questo da voi 1 Ma chi pensa alle mie tre- 
mende afflizioni? Aveva una figlia e Tho perduta! Aveva un 
marito che mi piaceva — e sono ben poche le creature che 
mi piacciano — e mi fu tolto 1 £ voi mi trattate con si poca de- 
licatezza, e mi tenete discorsi tanto crudeli 1 .... Le vostre 
intenzioni saranno buone, ma le vostre parole sono pure inu- 
mane 1 

E Maria si lagnò, disse di soffocare, ordinò a Mammy di 
aprire la finestra, dì andare a prendere la boccetta d'alcool 
canforato, di slacciarle il busto e di spruzzarle il viso. 

Miss Ofelia approfittò del trambusto suscitato da questo 
affollamento di comandi per andarsene. Sentiva che ogni insi- 
stenza sarebbe stata inutile poiché Maria, colPajuto delle con- 
vulsioni di cui poteva disporre si facilmente, sarebbe sempre 
riuscita vincitrice in ogni lotta. La 'buona creatura però non si 
perde di animo del tutto, e ritornò più volte all'assalto con fre- 
quenti allusioni ai desiderii di Saint-Clare e di Evangelina^ ma 
la vedova resisteva, ritirandosi sempre dietro ad una trinciera di 
gemiti e di svenimenti. Tutto ciò che miss Ofelia potè far di 
bene a Tomma^ si ridusse ad una lettera diretta alla signora 
Shelby, onde farle conoscere le disgrazie del povero negro e 
per supplicarla ad affrettarsi in di lui soccorso. 

Air indomani Tommaso, Adolfo, ed una mezza dozzina di 
altri negri furono condotti al deposito degli schiavi per at- 
tendervi il compratore, che avesse bisogno del loro corpo 
della loro anima e della loro intelligenza. 



CAPITOLO XXX. 

// deposito di schiavi. 

Un deposito di schiavi 1 Alcuno dei nostri lettori si formerà 
forse un orribile idea di un luogo di questa fatta^ s'immaginerà 
che sia una schifosa spelonca, una oscura caverna, momtrum 
informe^ ingens^ cui lumen ademptum; ma oggigiorno ^li 



72 

uomini hanno imparato a commettere il male con garbo e senza 
offendere gli sguardi della società incivilita ed elegante. 

La mercanzia umana si mantiene alta di prezzo^ si ha 
quindi cura di farla dormir bene e di nutrirla grassamente 
onde possa presentarsi alla vendita con apparenze soddisfacenti 
Un deposito di schiavi alla Nuova^rleans è una casa presso- 
ché eguale a tutte If^altre^ la si tiene estremamente pulita, 
ed alPesterno^ sotto un tettuccio di legno, vi si trovano disposti 
degli uomini e delle donne che stanno là come le mostre di 
stoffe nelle vetrine. Un giovine pieno di riguardi e dì cortesia 
vi eccita ad entrare^ e là, neir interno del locale, voi trovate 
una quantità di mariti^ di mogli, di fratelli> di sorelle, di pa* 
dri, di madri, di fanciulli da vendersi al dettaglio ad air in- 
grosso, secondo i desiderii dei compratori. Quelle anime im- 
mortali, riscattate dal sangue e dalla morte del Figlio di Dio, 
possono essere vendute , noleggiate, impegnate, scambiate con 
denaro o con derrate coloniali, giusta le vicissitudini del com- 
mercio le esigenze del acquisitore. 

Tre giorni dopo il colloquio avvenuto tra Maria e miss Ofelia, 
gli schiavi di cui voleva disfarsi la signora Saint-Giare furono con- 
segnati al signor Skedggs, che teneva deposito di negri in una 
strada della Nuova-Orleans. Quasi che tutti aveano delle valigie 
ben fomite di abiti e di biancherìe. Li si fece coricare in una 
vasta sala, ove si trovavano riuniti altri negri di tutte le età 
e di tutte le graduazioni nella tinta della pelle. NellMstante in 
cui entravano Tommaso ed i suoi compagni, alcuni clamo- 
rosi scoppii di risa annunziavano che quei poveri spensierati 
stavano divertendosi. 

— Vedete, i miei schiavi sono sempre molto allegri, disse 
il signor Skedggs. Continuate pure, i miei ragazzi, continuate 
pure. Ah! Ahi a quanto pare è Sambo che cagiona tutto que- 
sto ^hiamazzo. 

Era diffatti un negro d'alta statura, pieno di vivacità, d^ a- 

spetto grottesco, e ciarlante con estrema volubilità, colui che 

allegrava i suoi compagni co' suoi lazzi plebei. Tommaso^ ed 

è facile Timmaginarselo, non era. molto disposto a prender 

parte 9 simili sollazzi. Egli depose la sua valigia lontano più 



75 

che gli fu possibile dal crocchio di quei negri e vi si assise 
sopra colla faccia rivolta alla parete. 

I mercanti di carne umana non omettono gli sforzi più 
coscienziosi per provocare la giocondità dei loro negri, onde 
impedir loro di riflettere. Dal giorno in cui uno schiavo è 
venduto sovra un mercato del Nord^ fino a quello in cui giunge 
nel Sud, è lo scopo per parte del suo possessore di tutte quelle 
premure, che sono giudicate meglio opportune a fargli obbliare 
rorrenda sua condizione. Il trafficante raccoglie la sua merce 
nella Virginia o nel Kentucky, e poscia la conduce in una 
città, la cui atmosfera sia salubre, ed alcune volte persino in 
qualche luogo ovesianvi acque termali, onde possa farsi grassa 
e fiorente. Là i negri sono pasciuti abbondantemente, e si 
paga apposta un suonator di violino onde possano ballar tutti 
i giorni. Chiunque rifiuta di divertirsi perchè è assorto nel 
pensiero della casa paterna e della famiglia, è segnato come 
un soggetto pericoloso e mal intenzionato, e trovasi esposto 
a tutti i cattivi trattamenti che possono essere immaginati da 
carnefici irresponsabili e crudeli. Si esige che tutti i negri, 
massime quando sono visitati dai compratori, si mostrino vi- 
vaci e contenti^ e queste povere creature si prestano a ciò 
volentieri, sia per la speranza di trovare un* buon padrone, 
sia pel timore d'essere tormentate dal mercante, quando non 
s'imbattano in alcuno che voglia comperarle. 

— Cosa fate là? disse Sambo avvicinandosi a Tommaso 
dopo la partenza del signor Skedggs*, state forse pensando? 

— Domani sarò venduto all'asta, rispose Tommaso tran« 
quillamente. 

— E costui è in vostra compagnia? aggiunse Sambo facen- 
do scorrere famigliarmente la mano sulla spalla d'Adolfo. 

— Vi prego di lasciarmi stare, disse Adolfo con alte- 
rigia. 

— Ah, amici miei, ripigliò Sambo additando il mulatto, 
ecco un tipo di negro bianco! È tutto profumato e sarebbe 
opportunìssimo per un mercante di tabacco, poiché darebbe 
odore a tutta la bottega. 

— V'ho detto di lasciarmi stare 1 gridò Adolfo furente. 



■74 

— Quanto sono delicati i negri bianchi! ripigliò Sambo 
riproducendo grottescamente i modi ricercati d^AdoIfo. A giu- 
dicarne dalle vostre moine voi appartenevate ad una buona 
famiglia? 

— Si, disse Adolfo, io aveva un padrone che avrebbe po- 
tuto comprarvi tutti .... io apparteneva al signor Saint- 

Clare. 

— In fede mia, ripigliò Sambo con una smorfia sprezzante, 

i( vostro padrone dev^essere molto lieto di potersi sbarazzare 
di voi. Avrebbe dovuto vendervi con una partita di vecchie 
casseruole e di vasi rotti. 

Adolfo irritato per quello scherzo si lanciò bestemmiando 
e battendo a dritta ed a sinistra contro il motteggiatore. Gli 
altri astantì diedero in iscoppii di risa, ed il fracasso attrasse 
nella sala il signor Skedggs. 

— Che c'è di nuovo, ragazzi miei?.... Via dunque, silen- 
zio) disse egli agitando un'iungo scudiscio. 

I negri s^allontanarono affrettatamente, eccettuatone però 
Sambo, il quale, usando dei suoi privilegi di buffone ricono- 
sciuto ed autorizzato, restò al suo posto affossando con un 
fare grottesco la sua testa fra le spalle ad ogni minaccia del 
suo padrone. 

— Non siamo noi, padrone, che facciamo questo rumore, 
noi ce ne stiamo tranquilli; sono gli ultimi arrivati i soli col- 
pevoli. 

II padrone rivolse il suo furore contro Tommaso ed Adolfo, 
applicò loro alcuni colpi di scudiscio, e poscia usci dopo aver 
comandato a tutti di starsene in pace fra loro e di dormire. 

Mentre seguiva questa scena nella stanza degli uomini, i 
nostri lettori desidereranno forse di volgere uno sguardo al 
locale vicino, che era destinato alle donne. Erano queste sdra- 
jate 'sul suolo in diversi atteggiamenti. Ve n'erano di tutti i 
colorì, dal ^ero più fosco fino al bianco, dì tutte le età, dairin- 
fanzìa fino alla vecchiezza. Qui una graziosa ragazzina dì dieci 
4rnni, la cui madre era stata venduta il giorno prima, piangeva 
amaramente, poiché le mancasse la sua solita compagna di 
letto. Là una negra decrepita, le cui braccia stecchite e le 



76 

dita callose testimoniavaDo le lunghe fatiche patite, aspettava 
di essere venduta alP indomani come merce di rifiuto. Altre 
quaranta o cinquanta giacevano qua e là avviluppate nelle 
loro vesti od in coltri di lana. 

In un cantuccio vi sono due donne, al cui aspetto si sente 
sorgere neiranimo un interessamento tutto speciale, L^una 
d'esse è una mulatta tra i quaranta e cinquanranni, decente- 
mente vestita, ed avente lo sguardo affettuoso ed una simpa- 
tica fisonomia. La sua testa è acconciata con un turbante for- 
mato da un fazzoletto di stoffa rossa della più bella qualità. 
Le sue vesti le si adattano assai bene alla persona, ed in- 
dicano come abili e premurose mani abbiano preso cura della 
sua toilette. Accanto a |Iei sta ranicchiata una sua figlia del- 
l'età di quindici anni. Quantunque più 'bianca, la figlia però 
rassomiglia alla madre. Ha gli stessi occhi neri e pieni di dol- 
cezza^ ma le ciglia che li velano sono più lunghe, e più abbonde- 
volì i bruni capelli che incorniciano la sua fronte graziosamente 
designata. Anch'essa è vestita con molta decenza, e si può in- 
dovinare dalle sue mani bianc*he e delicate come i lavori servili 
le siano per anco ignoti. Queste due dònne, chiamate Susanna 
edEmmelina, devono essere vendute all'indomani insieme agli 
schiavi di Saint-Clare. Il loro attuale padrone è un ministro 
di Nuova-Yorck, che riceverà il prezzo ricavato dalla loro ven- 
dita e si presenterà poscia innanzi all'altare di Dioi 

Susanna ed Emmelina erano state dapprima le schiave di 
una buona ed amabile signora della Nuova-Orleans, che le 
avea fatte educare con molta cura. Si avea loro insegnato a 
leggere ed a scrivere, erano state addottrinate nelle verità della 
religione, e la loro sorte era stata fino allora quasi felice. Ma 
l'unico figlio di questa eccellente padrona andò al possesso dei 
beni della madre, ed a forza di negligenza e di pazzi scialacqui, 
si trovò prestamente rovinato. Uno fra i principali creditori, 
il capo cioè della casa bancaria B ,,, , e Compagni di Nuova- 
Yorck avea dato ordine ad un agente d'affari della Nuova-Or- 
leans di passare ad un sequestro. Le due donne ed alcuni 
schiavi impiegati sulla piantagione componevano pressoché in- 
tegralmente l'unico valore suscettibile d'essere realizzato. L'a.- 



76 

gente d'affari avverti i suoi committenti come fosse compiato 
il sequestro, e su quali oggetti fosse desso caduto. Il si- 
gnor B... y che abitava uno Stato libero, provò qualche scru- 
polo^ giacché non amasse di fare direttamente il commercio di 
carne umana ^ ma d'altra parte trovavasi scoperto per tren- 
tamila dollari, e questa somma gli parve troppo considerevole 
per sacrificarla ad un principio. Goal dopo lunghe riflessioni e 
,dopo essersi consultato con persone, che sapeva con sicurezza 
ravrebbero consigliato cóme egli desiderava, il signor B.., 
scrisse al suo agente di terminare la faccenda a suo piaci- 
mento. 

Air indomani del giorno in cui questa lettera giunse 
alla Nuova-Orleans, Susanna ed Emmelina furono mandate 
al deposito, il raggio della luna che penetra attraverso la fi- 
nestra ci permette di vederle, e noi possiamo ascoltare i loro 
discorsi. Tutte e due piangono ma sommessamente, paurose 
come sono d'essere intese Tuna dall'altra. 

-^ Madre mia, disse Emmelina con calma affettata, posate 
la vostra testa sulle mie ginocchia e cercate di dormire alcun 
poco. 

-— Non ne ho il coraggio . . . . é forse questa l'ultima 
notte che passiamo assieme 1 

-^ Madre mia, non- parlate di questa maniera! . . . Chi 
sa, forse ci venderanno unite 1 

— Se ciò accadesse spesso, potrei ancora sperare, Emme- 
lina^ ma temo troppo di doverti perdere. 

— L^agente d'affari, madre mia, ci ha detto che noi abbia- 
mo buona apparenza e che potremo essere vendute facilmente. 

Susanna si ricordò dolorosamente le parole e gli atti del- 
l'agente d'affari. Avea questi osservate le mani di Ename* 
lina, sommosse le anella della sua capigliatura , e dichiarato 
esser dessa. una mercanzia di qualità distinta. Susanna 
avea riceyuta una educazione cristiana, e l'idea che sua figlia 
potesse essere condannata ad una vita di ignominia le inspi- 
rava altrettanto orrore quanto a qual siasi madre bianca. Ma 
la sua speranza era debole, debole assai, poiché la poveretta 
joancasse d'ogni protezione. 



77 

— Madre mia^ siatene sicura , troveremo un yantaggìoso 
collocamento, voi come t;uoca ed io come cameriera , o come 
cucitrice. Non mostriamoci abbattute, facciamo conoscere, a 
quegli che ci vorrà comprare assieme, quanto sappiamo fare, e 
vedrete che le cose non andranno male. 

, — Domattina^ disse Susanna, io scomporrò i ricci della 
tua capigliatura. 

— Perché, madre mia? Io non starò più tanto bene. 

— Ma tu sarai venduta molto meglio. 

— Madre mia^ io non vMn tendo. 

— Le persone oneste ti compreranno più volontieri se 
vedranno in te un aspetto decente ed ingenuo anziché la vo- 
lontà di comparir bella. Io conosco meglio di te il loro modo • 
di vedere. 

— Fate come volete, madre ^ disse Emmelina. 

— Se siamo destinate a non più rivederci, se io sarò con- 
dotta in un luogo e tu in un altro, ricordati di quanto t'ho 
insegnato fino dalla tua infanzia. Porta con te la tua Bibbia . 
e la tua raccolta d'inni. Se ti conserverai fedele àr Signore^ 
Egli non ti abbandonerà mai. 

Cosi parlava questa donna ridotta alla disperazione. Essa 
sapeva che il primo venuto, fosse pur egli il più vile e il più 
brutale degli uomini, avrebbe potuto divenire il proprietario 
di sua figlia, purché avesse il danaro necessario a comprarla. 
Ed allora questa fanciulla avrebbe potuto conservarsi pura ed 
immune da peccato? Stringendo nelle sue braccia la figlia, la 
povera madre era costretta a desiderare che questa avesse 
minori vezzi, minore istruzione, minori grazie, poiché fossero 
altrettante circostanze aggravanti i pericoli della sua situa- 
zione. Ma la sventuratissima avea per sua sola risorsa la 
preghiera. Oh, quante preghiere simili a quelle della povera 
Susanna s'innalzarono a Dio da questi depositi di schiavi! Verrà 
un giorno in cui si conoscerà come Dio non abbia respinte que- ^ 
ste preci, poiché stia scritto: 

<t Se alcuno corromperà un innocente, sarebbe stato me- 
glio per lui che gli si avesse attaccata al collo una macina di 
di mulino e che lo si avesse precipitato negli abissi del mare ». 



78 

I raggi della luna disegnavano sui corpi degli schiavi ad- 
dormentati rombra ]()rol ungala delle ferriate della finestra. 
La madre e la figlia mormorarono sommessamente un inno 
selvaggio e melanconico^ specie di canto funebre, assai diffuso 
fra i negri: 

« S'intese il gemito di Maria; ma dove trovasi dessa at- 
tualmente? Nella patria gloriosa! La fonte delle sue lagrime 
si è essicata, ed è spezzato il giogo che pesava sovr'essa.» 

Queste parole cantate da quelle voci dolci, coir accento di 
una terrena disperazione che non trova rifugio in altro fuor- 
ché nelle celesti speranze, producevano un singolare e ìnelan- 
conico effetto risuonando sotto le cupe vòlte del deposito di 
schiavi. 

<€ La nostra anima è colma d'angoscia; ma Paolo e Sila 
dove sono dessi? Tutti e due furono accolti nella felice re- 
gione, nella quale non vi sono più né guai né pericoli 1 » 

Cantate povere donne l La notte é breve ed al mattino sa- 
rete separate per sempre! 

Spunta il giorno ed ognuno si mette in movimento. L'o- 
norevole signor Skedggs corre avanti ed indietro con infaticabile 
attività, poiché sia duopo che egli ponga assieme una partita 
di schiavi bene assortita per Tasta che sta per aprirsi. Sorve- 
glia attentamente la toilette de' suoi negri e raccomanda a 
tutti di mostrarsi piacevoli e di ornarsi alla meglio che è loro fat- 
tibilcf li passa poscia un'ultima volta in rivista prima di mandarli 
alla borsa. Con una canna alla mano, con un cigaro fralle lab- 
bra, egli esamina accuratamente la propria mercanzia. 

— Che vuol dir questo? grida egli fermandosi rimpetto 
ad Emmelina; che ne avete fatto de' vostri ricci? 

La ragazza titubò e guardò timorosa sua madre, che ri- 
spose: 

— Jeri sera le ho ordinato di disfarti; un'acconciatura 
liscia le sta molto meglio. 

— Siocchezze! disse l'onorevole signor Skedggs agitando 
la sua canna; andate tosto a rifare i vostri ricxi; affrettatevi 
e fatevi ajutare da vostra madre. I vostri ricci mi faranno gua- 
dagnare cento dollari di' più. 



79 

Sotto la vòlta magnifica d^una rasta sala^ degli uomini di 
tutte le nazioni vanno passeggiando sovra nn pavimento di 
marmo. Quel ricinto circolare è guernito da tribune per uso dei 
banditori e dei commessi delle pubbliche aste. Alcuni dì que- 
st'ultimi si trovano già al loro posto^ e col loro gergo imezzo 
inglese e mezzo francese cercano di eccitare le lotte fra i 
compratori. Al basso d'una tribuna ancora vuota v'h^ un gruppo 
di schiavi composto da Tommaso, da Adolfo, dagli altri negri 
di Saint-Clare, da Susanna e da Emmelina. Essi aspettano con 
ansiosa trepidazione il momento d'esser posti all'asta. Yarii 
spettatori, ancora indecisi se debbano sì o no comprare, vanno 
aggirandosi intornc^quel gruppo, lo esaminano e fanno delle 
osservazioni sovra ciascuno degli individui che lo compongono^ 
e ciò con tanto libera noncuranza come fossero Jockeps che 
stessero discutendo i pregi ed i difetti d'un cavallo. 

•— (Ma, Alfredo 1 che siete venuto a far qui? disse un gio- 
vinetti^ elegante battendo la spalla di un altro giovinotto ve- 
stito anch'esso assai ricercatamente, e che stava osservando 
Adolfo coH'occhialino. 

— Ho bisogno di un cameriere, e siccome mi si è detto 
chi venivano messi in vendita gii schiavi di Saint-Giare, cosi mi 
sento quasi la voglia di comperare quello che gli apparteneva. 

— • Io mi guarderei bene dal comperare i negri di Saint- 
Giare I Sono inviziati ed insolenti come il demonio! 

— Giò non fa nulla, disse Alfredo^ in mano mia sa- 
rebbero ben presto ridotti al dovere. Non tarderebbero ad 
avvedersi come non abbiano più a fare con questo signor 
Saint-Giare. In fede mia comprerò questo giovinetto^ il suo 
aspetto mi piace. 

— Egli vi manderà in rovina 3 è un prodigo, uno strava- 
gante! 

— Lasciate a me la cura di convertirlo. Lo invierò di 
quando in quando alla Calebasse, dove lo si muterà dalla 
testa fino ai piedi. Vi saprò dire fra poco se non avrà acqui- 
stato il sentimento dei propri doveri ! (^, la sua riforma sarà 
completa, ve lo assicuro! 

Intanto Tommaso andava osservando frammezzo alla folla, 



82 

filantropo contemplando con interessamento la ragazza', che 
collocata sulla tribupa guardava quell^ adunanza con aria 
smarrita. ."' 

Il sangue coloriva le guancie ordinariamente pallide di 
Emmelina^ i suoi occhi scintillavano di luce febbrile, e sua 
. madre fu spaventaita nel vederla più bella che mai. 

il' comcnesso venditore capi come il momento fosse oppor- 
tuno, fece in francese ed in. inglese un eloquente e)ogio dei 
pregi della mercanzia, e le offerte andarono crescendo Tapi-, 
«dameste. ' • . ' 

— Farò quello che potrà; disse il filantropo a Susanna,- 
wentre andava a mescolarsi fra gli aspiranti delPasta. 

Ma la somma che egli poteva spendere per Emmellna fu 
ben presto oltrepassata^ ed egli si ritirò. Il commesso conti- 
nuava a prodigare la sua eloquenza, ma la lotta dei concor- 
renti cominciava, a calmarsi. Final niente non rimasero che 
* due soli aspiranti, e furono (fuetti un vecchio aristocratico, e 
r individuò che ave^ cóm\)erato Tommaso. Il vecchio sòsteqne 
lungamente il combattimento, ma aHa fine il s\io avversario 
ebbe su lui il vantaggio dell'ostinazione e della borsa meglio 
guarnita. 11 martello risuona e la 'giovinetta appartiene a; 
quest'ultimo. Che Dio la protegga! Il padrone di Emmelina è 
«il signor Èegree che possiede una vasta piantagione di cotone 
sul fiume Rosso. La bella e povera ragazza è cacciata verso 
il luogo ovQ si trovano Tommaso e due altri schiavi, ed essa- 
non cessa dal singhiozzare. ^ ' < . ' 

Il filantropo si afflisse per tale incidente,' ma finalmente 
sì calmò pensando che simili avvenimenti succedono tutti i 
giorni. Si vedi)no costantemente a queste rendite madri se- 
parate dalle loro figlie, sono eventualità inevitabili, eco, ecc. 

Ed egli s'allontanò conducendo seco Susanna. . 

Due giorni dopo, Fagente della casa B. . . , e Compagni, di 
Nuova-Yorck mandò ai suoj committenti il denaro ricava to.da 
quell'asta. Sul rovesciò di questa tratta commerciale scri- 
viamo le parole di quél Dio al quale tutti dovremo rendere 
conto un giorno: «e Quando si chiederà chi abbia versato il 
sangue, il grìùù degli umili e dei rejetti non sarà dimenticato >>. 



• • . 85 • 

CAPITOLO XXXI. 

// tragitto, 

Tommaso era assisain fondo alla stiva d'un piroscafo ch€ ri- 
saliva il fiume Rosso.* Le sue mani ed i suoi spiedi erano rìcintt* 
di catane, ma calenc àncora più pesanti gravitavano sul suo 
povero cuore. 11 cielo senza luna e senza stelle non era per 
* lui che un abisso di tenebre. Le^sue Speranze sono sfumate 
come ora passano . dinanzi a' suoi* occhi gli alberi sorgenti 
dalle sponde del fiume.* Addio al Kentucky, addio al focolare ' 
domestico, addio a Glhoe, aMosè, ed a Pietro t Addio alla splen- 
dida casa di Saint-Giare, addio * ai biondi caf)elli di Eva ed 
ai «uoi sguardi da santa ! Addio a questo padrone tanto bello^ 
tanto altiero, ed in apparenza tanto motteggiatore etan'to spen- 
sieralOj^ma effettivamente t^nto* generoso! A qual avvenire la- • 
sciarono il loro posto quelle ore felici fuggite per sempre? 

Giacché qné${a sia una delle piaghe più crudeli della 
schiavitù. Il negro, che simpatizza \anto facilmente con tutti, può 
cadere, dopo esser, vissuto in'seno«ad una affettuosa e ben edu- 
cata famiglia, fralle mani del più brutale fra gli uomini; simile 
in ciò alla' splendida suppellettile che dopo esser stataj'orna- 
mento d'una magnifica sala può, guasta che sia, venir confinata , 
in qualiìhe sudicia taverna. E questo paragone non è ancora 
esalto, poiché la sedia o la tavola che dalla signorile dimora 
scende nell'antro fumoso d'un osteria sia un'oggetto affatto 
materiale, mentre Tuomo ha un'anima che sente il- peso della 
sventura e dell'umiliazione. Invano le finzioni.le^ali s'arrogano 
di ridur l'uomo allo stato di cosd,jpoiché nessuna finzione valga 
ad impedire che egli abbia un'anima immortale che soffre, 
che spera, che ama, che nutre desiderii e che conosce doveri! 

Il signor Simone Le'gree^ padrone di Tommaso, avea acqui- 
stati otto schiavi alla Nuova-Orleans e li* aveva condotti , in- 
catenati due a due, fino al luogo ove era ancorato il Pirata^ 
battello a va^)ore che stava pronto per risalire 'il cor&o d&l. 



'84 • . • • 

fiume Rosso. Dopo averli debitamente imbarcati li« passò in 
rivista , e fermandosi innanai a Tommaso, che era stato for- 
zato a vestipsi dei suoi abiti più belli per comparire all'asta, 
gli volse (Jlieste parole: 

— Alzatil ' . , / 
Tommaso si. alzò. , 

— Levati la cravatta. , *. 

Tommaso liod potea, in causa delle 'sue catene, moversi 
liberamente. Il signor Legree Tajutò, strappandogli rozzamente 
la cravatta e mettendola nella sua tasca. Frugò poscia,neIla 
valigia di Tommaso, dà cui avea già tolti gli effetti migliori e 
ne estrasse una veste vecchia ed un pajo di braclje sdruscite, che 
Tommaso era solito ad adoperare qdando avea ^ alcun che a 
fare nelle stalle: di Saint-Clare. Il signor legree liberò lo 
schiavo dalle sue manette, ed additandogli uno spazio vtfoto fra 
due balle di cotone^ gli diss^: 

— Poniti là, ^* indossa questi cenrci. 

Tommaso obbedì e ritornò dopò alcuni momenti. , 

— Levati gli stivali, dissp il signor Legree. 
Tommaso obbedì, anche a questo comando. 

— Mettiti queste, disse il signor Legree gettando a Tom- 
maso un pajo di grosse scarpe. ' • 

Durante questi rapidi ed impravvìsi' mutamenti, Tommaso ' 
non ol)bIiò di nascondersi indosso la sua cara Bibbia. Bfu una 
ventura per lui, giacché ir«ignor Legree dopo averli rimesse 
le manette si mise ad ispezionare tranquillamente le* tasche 
degli abiti abbandonati dallo schiavo. Ne estrasse un fazzoletto 
di seta, di cui si impossessò. Guardò con disprezzo alcune ba- 
gatel luccio che Toihmaso avea conservate poiché avessero ap- 
partenuto ad 'Eva, e le gettò nel fiume. Continuando nelle sue 
investigazioni trovò una rac(^ta dì inni metodisti dimentica- 
tavi d^ Tommaso. 

-^ Huml é un libro religioso senza dubbio. Appartieni 
forse a qualche setta? 

— Sì, padrone, f isrpose Tommaso con accento di franchezza. 

— E|)bene, rinunzierai a simili stravagatize^ a casa mia 
non voglio negri che raglino^ che caotino e che preghino. Ki- 



• » 



cordati che^adesso sono io la tua chiesa^ Mi capisci? Pensa ad 
obbeditici. • 

Pronunziò queste parole battendo il piede e lanciando sul 
negro il formidabile sguardo dei suoi occbi grigi. 

Lo schiavo non 'rispose^ ma v'era in esso qualche cosa che 

* diceva : Nq ! Una vóce misteriosa, gli andava mormorando nel- 

rinlima coscienza quest'antica profezia che Evàngelìna gli aveva 

letta sovenU voltet «Non temere, poicné io t'abbia riscattato^ 

ti diedi il mio nome ed ora tu sei mio y^. « 

Simone Le^reè non intese alcuna^voce, e si contentò di 
guardare per un momento 4a fisonomìa contristata dello schia- 
vo. Portò*seco la Valigia piena di effetti e nf sciorinò il con- 
tenuto innanzi ai suoi compagni' di viaggio, che sì divertirono 
a motteggiare alle spalle dei negri che hanno la pretesa di 
vestirsi come i biai^chi. Gli abiti e le biancherie furoi\o ven- 
dute a varii acquirenti , e si fini per mettere air incanto la 
valigia vuota. Lo scherzo fu trovato tanto più piccante in quan- . 
tochè si potesse scorgere Tommaso che seguiva cogli sguardi 
il deslifio de' suoi poveri effetti^ La véndita della valigia compi 
degnamente queHa scena e& offri argomento ad una folla di 
spiritosi epigrammi. 

Appena questa piccola faccenda fu terminata^ Simone si 
riavvicinò allo schiavo: • 

— Come tu 'vedi , disse egli a Tommaso, io ti ho sbaraz- 
zato da un equipaggio che^ ti era inutile. Abbi molta cura delle 
att^haH tue vesti; bisogna che ti durino lungo tetn pò, giacché 
tarderai molto prima di averne delle altre. • 

'$imone s'avvicinò quindi. ad Emmelina,che era incatenata 
insieme con un' altra schiava. 

— Ebbene, carina mia, disse egli acdarezzandole il mento, 
sei tu di buon umore ? " ». ' 

Lt) sguardo di spavento .e di jipognanza lanciato su lui 
da quella sventurata non isfuggi all'atteozione di Simone. 

— Non Idsvtìx la schizzinosa! dissi egli cqrrugando le so- 
pracciglia; bisogna che tif mi faccia buon viso quando ti parlo, 
mi capisci? e tu, vecchia pelle, aggiunse egli dando un colpo 
alla compagna di Emmelina, non farmi la piagnolosa LBiso^aai * 



• • f 



• 86 . • • 

che vi mostriate di buon umore! Voi tutti, gride egli rivol- 
gendosi ai suoi schiavi» guardatemi bene in viso! * * 

Tutti gli occhi, quasi fossero affascinati,, si fissarono nei 
• suoi. . . 

— Or bene, disse egli aggruppando le* sue maniache ras- 
somigliavano ad un martello da fucina^ Vedete queste pugna? * 
sono dure come il ferro e fatte apposta per distruggere i ne- 

^ gri. Non ve n'è alcuno ch'io non possa uccidere con un sol 
» colpo. Io non dò da mailgiare inutilmente a soprastanti, poiché 
ne adempia io sles§o le funzioni; e, ve ne^avi'erto fin d'ora, 
niente mi sfugge. Bisogna chinare ti éapo ed obbedire quando 
io parlo, ecco la sola maniera di condursi bene coit me. Non 
aspettatevi da me là minima indulgenza, io sono senza pietà! 
Avvicinò il pugnQ ài viso di Tommaso in modo che questi 
ammiccò gli occhi e rinculò. Le donne osavano appena di re- 
spirare, e tutta quella schiera di schiavi era immersa in un 
. angoscioso stupore. . 

Intanto Simone s'allontanò per anda,r apprendere qualche 
rinfresco nella sàia da pranzo .del piròscafo. , ì 

— Ecco come io ho Tabitudiné d'esordire coi miei» negri, 
dis^e egli ad un signore di maniere distinte, che avea intesi 
gli avvertimenti dati da Simone ai propri schiavi j parlo chiaro 
a dirittura con essi, e cosi sanno che debbano aspettarsi. 

— Davvero! disse lo straniero osservando il Legree con 
quell'aria di éuribsilà, con clii»tìn naturalista contemplerebbe 
qualche strano aborto della natura. 

— Si, signore,' la cosa è proprio cosi. Io non appartengo 
alla razza di quei piantatori effemminati che hanno le mani can- < 

^ dide come gigli e che si lasciano ingannare dai loro sopra- 
stanti. Toccale i miei muscoli, guardate le mie pugna ^ la mia 
carne è dura come la pietra e mi* conservò in fona eserci- 
tandomi sui negri. . . . • 

. Lo straniero posò la. mano sul braccio di Simone e disse 
con ingenuHà; . * 

— I vostri muscoli sono effettiva'mente assai duri, e siip-» 
pongo che l'esercizio a cui v'applicate abbia reso il vostro 

' cuore simile ai vostri muscoli. , 



87 

— Posso vantarmene; ripigliò -Simone sorridendo. Tutto 
ciò che v'era di molle pel mio cuore è scorpparso^ nessurM) 
oramai può altrapparmi. Non mi lascio ingannare dai guaiti 
dei négri. ^ 

— Mi sembra cTie abbiate un bell'assortimento di schiavi? 

— *É vero, rispose Simone. Quello schiavo là è un certo Tom- 
maso^ il quale, a quanto mi fu assicurato, ha tutte le buone qua- 
lità; me rhanno però fatto pagare un t)o' caro. "Ho l'intenzione 
di dargli il posto di cocchiere o dì sorvegliante ai lavori. Ha 
il difetto dfvoler esser trattato in un modo affatto strano per 
un uomo della sua razza; ma quest'ubbia gfi passerà presto. 
Quella donfta gialla mi sembra un po' malaticcia, ma già non 
rho pagata più di quello che vafle; essa non può durare più di 
un anno o* due. Non sono d'opinione che s( debbano risparmiare 
le fatiche ai Uj^gri ; bisogna servirsene più che si può e com- 
prarne poscia degli altri. Gl'imbarazzi sono così molto minori, 
ed in fin dei conti la cosa è anche più economica. 

E Simone assaporò lentamente il suo bicchiere d'acqua-vita. 
* — E d'ordinario quanto tempo resistono? domandò lo 
straniepo. • 

— Non saprei dirvelo precisamente; ciò dipende in gran 
parte dalla loro costituzione: i più robusti resistono per sei o 
sette anni, mentre i più deboli sono belH e spediti in due o . 

*tre anni tuttp al più. Dapprincipio mi dava molto pensiero 
per conservarli; li impinzava di droghe quando erano ammalati 
e dava loro delle Jenzuola e delle coperto; ma m'avvidi tosto 
che i miei calcoli erano sbagliati; non facea altro che pren- 
dermi degli inutili fastidii e gettare a male il mio denaro. Ora- 
mai ammala\i o sani che ^ano bisogna che lavorino. Quando 
uti negro è morto ne compro un altro. La cosa è più comoda . 
e, ve Ip ripeto, assai più economica. * • 

Lo straniero s'^allontanò ed andò a sedersi vicino ad «un 
giovane che avea ascoltato quel colloquio con una indegna- 
zione mal repressa. , * , • 

— Vi prego, diss'egli, di non considerare quest'uomo come 
il tipo dei piantatori del Sud. » * 

— Dio me ne guardi I esclamò il giovine. ' ' 



88 * ^ 

. . — Questi è un miserabile vigliacco.' 

, — Eppure je vostre leg^i gli concedono il diritto di di- 
sporre a suo capriccio di quanti esseri umani possono veuif 
da lui comperati^ e per quanto sia abbietto voi non potreste 
asserire che sia il solo della sua specie. * 

— É vero, ripigliò Io straniero; mi. se vi sono dei' pian- 
tatori 'barbari e brutali, ve ne sono altresì di quelli che sono 
umani e ragloitevoli. ' , 

— Lo ammetto, disse il giovante j ma, a mio avviso, voi 
altfi padroni umani siete responsabili degli ecces^ commessi 
dai padroni scellét*ati. Senza la vostra sanzione, senza la vo- 
stra influenza tutto il sistema ^del servaggio crolleRbbe in un 
istante. S'i^ non vi fossero che padroni simili a«quello, aggiunse 
egli additando Legre^, la sehiavitù scomparirebbe presto e per 
sempre; dalla terra. Sona appunto i vostri sentimenti generosi 
che proteggono, difendono ed 'autorizzano la costui brutalità. 

— Voi nutrite buona opinione sul conto mfo', disse lo stra- 
niero sorridend9; ma vi consiglierei di* non parlare di eia 
con vóce tanto alta, giacché yì sieno aborcfo delle persone clie 
forse non sarebbero disposte ad imitare la mia tolleranza. 

' Il giovine sorrìse alla sua volta, e tutti due si posero a 
giuocare una partita ^xHrictrac: . • 

Nello stesso tempo avea luogo un altro colhoquio tra Em- 
melina e la mulatta sua compagna di catene. J ^oro discorsi * 
s'avvolgono naturalmente sugli anteriori avvenimenti delle 'ri- 
spettive loro esisterne. 

* — A chi appartenevate? chiese Emmelina. 

— Il mio padrone si chiamava Ellis, e dimorava vicino al- 
l' argine de! fiume. Voi avrete forse veduta la sua'casa. 

— Era egli buono con .voi? * •* 

— Non c'era male, ma cadde ammalato e mutò tutto ad 
un «tratto dì carattere. Pel corso di, sei me^i egli non lasciò 
più alcuno tranquillo. Trovava i suoi schiavi pieni di difetti 
e diceva che ^li erano divenuti tutti insoffribili. Io lo vegliava 
tiitte le notti; ma poiché una mattina mi trovò addormentata 
ne 'divenne tanto furioso dal minacciarmi di vendermi al pa- 
drone più crudele che avesse* voluto comprarmi. Pure avea 



♦ 89 

finito col promettermi Taffrancazìone, ma mori segiza effettuar . 
la sua promessa^ * * •' * 

— Avevate vc/l qualche amico? disse Emmelina. 

— Ho un marito che* è fabbrt), ed il mio padrone lo 
da a nolo a quanti glielo chiedono. Mi fecero partire tanto ra-. 
pidamente che non ebbi il tempo di dargli un ultimo saluto. 
Ho pure quattro figli ... oh, mio Pio ! . . . ^ , 

La mulatta si nascose il viso fralle mani. . 

É affatto naturale che chiunque ascolti un doloróso rac- 
conto cerchi di consolare il narratoti, che ne sia* anche la vitti- l 
. ma, con qualche pietosa parola. , ■ ^ • 

Emmelina desid€fk*ava vivamente di poter dir qualche, cosa 
a queirafflittaf ma non sapeva frovare alcuna espressione «che 
le sembrasse opportuna. . . 

Che cosà avrebbe potuto dirle? * • 

Tutte due quasi per tacito accordo evitarono d'intrattenersi 
intorno alForribile creatdra, che era divenuta il loro padrone.* 

Le credenza religiose ci prestano un ineffabile ajuto per- 
sino ^ei giorni più tenebrosi della nostna vita. La mulatta,. , ' 
che apparteneva alla setta metodista^ avea de! principii 
religiosi poco Mlluminatì ,' ma sinceri. Emmelina era stata 
educata con cure più intelli([enti ^ tssa avea imparato a leg- 
gere ed a scrivere, e conosceva j sacri libri. 

Eppufe, non è forse una prova troppo (perigliosa pei cri- 
stiani più profondamente convinti,' e p4^ fermi nella loro fed^, 
quella di vedérsi af^pareiltemen^^ abbandonati dal loro Dio e 
gettati senza difesa sotjto il giogo di una violenza illimitata 
nelle aue manifestazioni e nella ^ua»durata? Che se una similQ 
sijtuazionje può far vacillare la fede d^un cristiano energico e 
convinto, guale influenza fatale .non potrà esercitare sui sen-' 
timenti di povere e debq|i dònne? 

Il piroscafo. portando il suo carico di dolori risalì la tor« 
bida corrente del fiume Rosso. *^ 

Molti occhi contristati contenfplarono le monotone sinuo- 
sità della sponda scoscesale rossastrsif del fiume. Finalmente il 
battello si fermò dirimpetto ad una piccola città, e Legree 
sbarcò coi suoi schiavi. 



90 



CAPITOLO XXXII. 

« 

Luoghi tenebrosi. 

Tommaso e4 i suoi compagni si trascinarono faticosamente ^ 
dietro iin carro, ^vl quale s^era posto il loro padrone, che vi 
avea pure collocate le d^e donne ed alcune valigie. 

La strada che cqnduceva alla 4)iantagiona era deserta e • 
selvaggia. * t* 

Ora era dessa fiancheggiata da pini, scossf Isltnentosamente 
dal soffio del vento, osa attraversava immense e nude pìaoure 
dal .cui suolo pantandko sorgevano qua e là alcuni cipressi 
involti da muschi nerastri. Dei rettili schifosi andavano stri- 
sciando sui «tronchi, degli alberi rovesciati, che infracidivano 
nelle torbide gore d' un acqua limacciosa. Vh viaggiatore a 
«cavallQ che fosse stato libero di scegliere e ch^ avesse avute 
le tasche ben fornite dr danaro avrebbe sicuramente evitato di 
battere questo triste sentiero^ ma quanto ddvea quella via 
sembrare più orribile e più desolata allo schiavo , che al mo- 
ver d'ogni passo andava 'semj)re« più allontanandosi dagli og- 
getti della preprint a^ezionel * 

Simone solo sembrava contento, e jfer mantenersi in 
quel suo buon umore ricorreva alla fia^hettà d'acqua-vita, 
che avea sempre l'abitudine di tenersi indosso. 

•^ Ragazzi 1 esclamò eglf rivolgendosi* ai negri che*lo se- 
guivano^ via dunque, cantate qualche cosai 

Gli schiavi si guardarono tristamente Tun IV^ltro, ed il 
padrone replicò :. — Andiamo dunqqe I — e fece scoppiettare 
la sua frusta. • 

Tommaso intuonò un fhno metodista: u Gerusalemme, 
mìa patria celeste, illuminata da divini splendori, il tuo no- 
me suona dolcemente alF animo raio^ io U vedrò un giorno 
ed allora saranno finite le mie angoscici 'Gerusalemme. . . » 

— Vuoi'tacere, maledetto corvo? urlò il signor Legree: 



91 

•credi tu che io mi diverta nell'udire i tuoi infernali ra^li me- 
lodisti? Carità temi dunque voi altri qi^alche cosa d'allegro! 

Un altro schiavo intona una di quelle canzoni prive di 
senso, che sono di moda fra.i negri: « Il padrone passava 
lungo la via verso rimUi^unire. Egli vide ch'io prendieva un 
conìglio. Vedete voi la luna? Hi! hi! hi! 'Egli ha riso!6h! 
oh! oh! Jo! jo! jo! » 

€li altri schiavi ripeterono a tutta fiato e con forzata ga- 
jezza il ritornello', ma nessun gemito della disperazione avreb- 
be potuto avere un'espressi«ne tanto dolorosa^ Quanta ne aveano 
le note selvaggie di quel coro. Si sarebbe detto ^cjie quegli 
schiavi, costretti ^ nascon(iere i loro ìntimi p/ensieri, liinvilup^- 
passero in questa'music^ barbara, ónde farli salire fino al trono 
di Dio. Simone n»n indovinò le loro scerete intenzioni^ ^li parve 
soltanto-che i suoi negri fossero di buon umore e sorrise di 
compiacenza. . * « , 

- — Ebbene! mia piccola* amica ^ disse egli ad immelina 
ponendole una mano sulla spalla^ eccoti pressoché arrivati a 
casa nostra. • . 

Gli slanci collei'ici di Legree atterrivano Emmelina^ ma 
pure essa avrebbe preferito d'essere battuta anziché sentirsi 
accarezzata da quelle mani ed udire da«quella bocca delle 
parole melate. Essa rabbrividì istintivamente e si strinse vi- 
cino alla sua compagna di catena^ tfuasiciié (j^uesta fosse stata 
sua madre. 

— Tu 'non hai orecchini? fipigliò Legree soIIeti«andole 
l'orecchia colle rugose sue dita. 

— No, padrone, disse Ernmelina con trepida voce. 

— Ebbene, io te ne regalerò un pajo quando saremo giunti 
a casa, purché tu non mi faccia la cattiva. Tu non .devi aver 
paura di me, poiché io non abbia l'intenzione di farti lavorare: 
potrai darti del beI*tem^o e vireie come nina signora, ma 
bisogna che tu*sia bbónina ... * 

Legree era giunto ad un guado di ubbria«hezza che gli fa- 
cea nascere il desiderio d^ mostrarsi amabile e grazioso. • 

Frattanto si arrivò alla piantagione. Ayea questa altre volte 
appartenuto ad un uomo ricco e di bpqn gusto, che avea spese 



92 

delle grosse somme neirabbellire i giardini. Era egli morto* 
pieno di debiti, e Lègr^e^ che pensava soltanto aF guadagno, 
avea comprato questo lenimento, ihe nelle sue mani avea as- 
sunto quell'impronta di desolazione che si osserva sempre Tad- 

.. dove la« trascuratezza abbia preso il posto delle cure più inees- 
saifti. In luogo di praticelli bene allineati adorni di cespugli di 
.fiori, si vedeva adesso una folta ed ineguale erbaccia semihat a 
di rottami di bottiglie, di vasi infranti, di paglia putrida e d'altre 
simili immondizie. Ove sorgevano altre volte dei gentili al- 
berelli erano stati collocati da Legrte dei pinoli per attaccarvi 
i cavalli. Qua e la delle gramigne e dfelle piante parassite av- 
i^iluppavano qualche colonna rovesciata *e(l infranta. I terrazzi 
erano invasi datle ortiche e dai muschi ,, sovra i quali alcune 
rade piante esotiche innalzavano melancojgicafliente i Ioro.lan-% 
guidi cespi. Le vetriate della serra erano ìutte spezzate^ e sulle 
tavole aQimufSa te si scorgevano ' ancora abbajìdonati iilcuni 
vasi da fifri portanti una bacchetta fornita d'un bianco cartel- 
lìnoi che indicava il nome della pianta che non era più. 

Il carro scorreva lungo un viale*di alberi della China, dalle 
forme graziose e dal fogliame sempre vefde; sembrava aves- 
sero soli potuto resistere alla distruzióne, come quei nobili ed 
energici cuori che non si lasciano vincere dalla sventura. La 
casa era stata costrutta dietro uno stile che sentiva del meri- 
dionale. Era essa circondsfta da loggie sostenute da pilastri 
iì rosse quadrelìa. Tutta la sua magnificenza era però scom- 

. parsa. Quelle fralle Imposte deHe finestre che Tii^^evano an- 
cora ^ andavano oscillando sopra un sol càrdine. I pavimenti 
erano sparsi di rottami di tavole, *di paglia , di fi^agimenti di 
casse e di botti. Tre o. quattro cani 'dall'. aspetto feroce, sve- 

• gliati dal rumore delle r«ote, giunsero brontolando, ed avreb- 
bero sicuramente sbranate tutte quelle creature senza gli 
sforzi adoperati a* frenarli «da» alcuni donféstici cenòiosi. 

— Voi vedete con chi avrete a fare, disse Legree acca- 
rezzando i cani oonferoce compiacenza. Queste buone .bestie 
sono eccellenti per dar la caccia ai'negri, e sono capaci d'in- 
ghiottirne uno ad ogni boccone. Non commettete, ve lo con- 
5i^Iio^ la pazzia di fuggii;e. 



95 

Un negro tutto lacero, colla testa coperta da un cappello 
senza ali, venne ad Qffrire con premura*! proprli servigi 
al padrone. • • 

— Ebbene, Saiiibo, disse il signor Legree^ cqme vanno le 
faccende di casa ? « *- , 

-— Divinanfiente^ padrone. 

— r Quimbo, disse il signor Legree a un altro tiegro che* 
faceva ogni sforzo per attrarre sopra sé la diluì attenzione^ ti 
sei tu ricordato di quanto t'ho* detto? - ■ % 

— Si, signore. . . 

Questi due schiavi .erano i personaggi più importanti della 
casa. Legree li aveva educati alla crudeltà con tutta quella cura, 
che allo stesso scopo avea usata • verso i suoi cani bouledo- 
gues, di cui erano divenuti i degai rivali. Si è osservato spesso 
che i soprastanti «egri sono piò. tirannici e più crudeli dei 
bianchi, ma non si può dedurre da questo fatto un coronaria 
sfavorevole alla razza' africana^ imperocché desso pTovi sol- 
tanto che questa razza fu più avvilita e depressa della bianca. 
Gli schiavi negri rassomigliano agli oppressi d'*ogni paese, voJe 
a dire* divengono tiranni tutte le volte che cessano di essere ' 
calpestati. 

Legree al pari di certi- jstorici potentati governava me- 
diante il contrasto delle forze.^ Sambo e Quimbo si odiavano 
cordialmente^ tutti gli altri schiavisi detestavano pure fra 
loroj è cosi facendoli agire gli uni contro gli altri il padrone 
«ra sicuro d'essere esattamente informata di tutto quanto suc- 
cedeva sul. tenimento. 

Siccome é impossibile di sottrarsi completamente ad ogni 
vincolo sociale, cosi Xegree permetteva che 'esistesse fra sé' e 
i suoi due satteliti una specie di famigliarità /che. non em 
però -senza pericolo per q<iiei due miserabili, essendoché al 
primo comando V uno fòsse sempre a spese deir altro pronto 
Si i*endersi il ministro .delle vendette del padrone. Questi due 
individui aveanq dei roszi lineamenti^ dei grandi occhi truci, 
una voce gutturale, che rassomiglia varai ruggito d'una b^tia 
feroce. Le loro vesti a brandelli armoiiifzavano perfetta- 
mente coir aspetto generale di queir. abitazione. 



94 

— Sanibo, disse Legree, conduci costoro 'al locale degli 
schiavi ;, ecco una donna che ho comperata per te; t' avea fatta 
la promessa di recartene una p V ho mantenuta. 

Ed egli spinse verso Sambo la mulatta, che era stata fino 
aIlora*la compagnfi di Emmellna. 

— Oh, padrone, io ho lascialo mio marito alla Nuova- 
• Orleans!' 

— Ebbene^ non te ne occorrerà forse uno anche qui ? Non 
annojarmi coi tuoi guaiti e vaftene! 

Legree fé' scoppiettare la frusta in atte di minaccia^ e . 
rivolgendosi poscia ad Emmeiina le disse: — Ed, ora, signo- 
rina, venite con me. 

Mentre Legree pronunziava queste parole, un viso negro 
comparve ad una finestra della casa; ed allorché. la porta fu 
aperta si potè udire la. voce éollcrica di una donna irritata, 
Legree gridò aspramente: Tacete! tratterò con voi tutti come 
mi. piacerà. • * ^ 

• Queste parole colpirono Tommaso ^he stava contemplan- 
do Emmeiina con interessamento; ma non ebbe tempo di ri- 
flettervi essendoché venisse costretto a seguir immediatamente 
Skmbo verso il locale degli schiavi. 

11 quartiere destinato' agli schiavi era posto à qualche di- 
stanza dalla casa, ed era forn\ato da una specie di straduccia 
attorniata da capanne rozzamente costrutte. Tommaso, vedencfo 
quel luogo, senti mancarsi Panimo. Egli s'era lusingato d'avere 
una capanna modesta, è vero, ma almeno pulita e tranquilla, 
che avesse una tavola per collocarvi sopra la sua Bibbia e che 
gli offeriss'e un ricetta per pregare e meditare dopo le ore della 
fatica. Esattinò T interno di alcune fra (fuelie capanne; non 
f'er^ in «sse altra cosa fuorché uA mucchio di putrida paglia 
sparsQ sull'umido terreno. 

— Qual'è la mia abitazione? disse Tommaso a Samb'o. 

— Non lo SO; credo che vi sia ancora un po' di posto *ip 
questa capanna. Tutti questi abituri* sono tanto> rimpinzi di 
negrj, ch'io non saprei* immaginare come s'abbia a fare per 
cacciarne dentro, degli altri. 

Ad un'ora inoltrata della sera gli abitanti di quel quartiore» 



uomini e donne, ritornarono lentamente ai loro covili. Porta- 
vano tutti delle vestiraenta'*sucide'e cenciose, aveano tutti 
l'aspetto triste^ e non sembravano certamente inchini a far 
buon viso ai nuovi venuti, i» rumori cbe uscivano da quel muc- 
chio di capanne erano tutf altro che aggradevole DcJle voci 
gutturali ed arrocate sembravano rivaleggiare di acredine col- 
r aspro cigolio dei mulini a braccio, coi quali ciascuno ma- 
cinava la- sua porzione di grano turco per fare il misero pane 
che era Punico suo alimento. Questi schiavi erano rimasti 
sotto la sferza dei sorveglianti a lavorare nei campi fino dal- 
l'alba, poiché fosse quella P epoca dbl raccolto,* e Legree non 
negligentasse alcun mezzo per forzare, i suoi negri a tutte le 
fatiche di cui fossero suscettibili. « 

— Ma finalmente, ci dirà qualche ozióso abitante della cit- 
tà, il mondare il cotone non è poi tanto improba fatica! ' 

Certamente ! Anché-il sentirsi cadere sul capo una gocciala 
d'acqua non è cosa troppo penosaV eppure Una delle più 
crudeli torture delP inquisizione consisteva appunto neff lasciar 
cadere a determinati intervalli una goccia d'apqua sulla testa 
del pazierftel 11 lavoro meno faticoso si rende insopportabile 
quando si è costretti a suMrlo con immutabile monotonia, e 
quando non si ha ^cuna possibilità d' interromperlo ^n qual- 
che ora di riposo o quanto n^eno con differenti lavori. 

Nel misero gregge che gli sfilava dinanzi, lo zio Tommaso 
cercò invano uAa fisonomia affettuosa ed un volto simpatico. 
Gli uomini erano tristi ed imbiutiti, le .donne erano fiacche 
e scoraggiate/ Varie fra queste non aveano più cpnservata al- 
cuna qualità del loro sesso e sembravano cadute al livello dei 
miseri loro compagni. Tutti questi esseri umani, .tratta ti sem- 
pre al pari delle bestie, non avevano più che intinti brutali. Il . 
loro padrone non aspettava e nt)n voleva da essi alcuno sfor- 
zo verso Umorale loro miglioramento; la loro esistenza non 
era quindi dedicata ad altro che a soddisfare i capricci d'uno 
sfrenato egoismo, il quale sagrificava senza pietà la debolezza 
alia forza, e ad imitarlo. II rumore«dei mulini abitacelo dura- 
va tutta la sera, poiché il loro numero fosse troppo piccolo in 
confronto della quantità degli schiavi che doveano ricorcem. 



9G 

I più vigorosi SI prevalevano della maggior loro forza per im- 
padronirsi pei primi dei mulini^ "h soltanto dopo aver ipaci- 
nata la loro provvigione li cedeivano ai più deboli ed ai più 
stanchi. • . . 

Sambo avea condotta coti sé la mulatta. Egli gittò innanzi ' 
a quella pevera creatura un sacco'di grano d'India dicendo- 
le: — Cóme ti chiami? -, 

— Mi chiamo Lucia. 

— Or bene, Lucia, tu sei attualmente mia moglie. Devi 
macinale questo granò e prepararmi la c«na^ mi capisci? 

— Io non*sono vostra moglie e non voglio esserlo! gridò 
la mulatta resa ardita dalla disperazione. 

— Vuoi dunque. che ti batta a sangue? disse Sambo con 
un gesto minaccioso.' 

^- Voi potete uccidermi,. e più presto che lo. farete sarà 
m^eglio ! lo vorrei èsser già morta. 

Quimbo stava maciqlndo il suo grano ad un mulino, da 
cùj avéà scacciate vàrie donne che ave^o già aspettato molto 
tempa prima di' poterlo avere a loro disposizione. Udì egli 
quel colloquio ed esclamò: * 

— Olà, Sambo! dirò al padrone che tormentate le donne 
senza afcun prò. • . 

— Ed io gli dirò che tu non le lasci avvicinare ai mulini, 
vecchio corvo 5 guarda* ai fatti tuoi. * 

Un'intera giornata di cammino àvea inasf^ita la fame di 
Tommaso^ egli sentiyasi quasf venir meno pella fiacchezza.* 

. — Ecco la tua parte,. gli disse Quimbo gettajidogli ai piedi 
un sacco di grano turco^ non isprecarlo, giacché deve servirti 
per-tutta la,settimana. . ' • 

Tommaso dovette aspettare assai tempo prima' di poter 
macinare il. suo grano. Commosso dallo sfinimento di due don- 
ne che s'affaticavano a far gifare colle scarne lora braccia un - 
mulino, .Tommaso venne in loro soccorso, ragìinò gli ultimi 
tizzoni d' un tuocìo quasi spento e. preparò il pane di quelle 
poverette. Poscia s'occupi della propria cena. ^ 

In quel funesto soggiorno un'opera di carità, per quanto 
fcjfise minima in sé stessa, era un avvenimento affattonfioVo 



97 

e singolare. Le due donne furono profondamente tocche da 
queiratto di Tommaso, ed una viva espressione di riconoscen- 
za balenò sui loro volti induriti. Esse ajutarono Tommaso 
mentre apparecchiava la propria cena, e questi, compiuto il 
misero pasto, s^ assise presso il fuoco vicino ad esse, e si mise 
a leggere la Bibbia, poiché sentisse bisogno della divina parola. 

— Che avete là? disse una delle due donne. 

— Una Bibbia, rispose Tommaso. 

— Buon Dio, è la prima volta chMo ne vedo una dacché 
ho lasciato il Kentucky. 

— Siete stata allevata nel Kentucky? ripigliò Tommaso 
con interessamento. 

— Si, e posso ben dire molto ben allevata. Non avrei mai 
creduto di cadere in questo eccesso di miserie. 

— Quaré questo libro? disse T altra (lonna. 

— La Bibbia, ripetè Tommaso. 

— E cos' é questa Bibbia? riprese colei. 

— Non avete mai inteso parlare della Bibbia? disseta pri- 
ma donna: io quando mi trovava nel Kentucky udiva alcune 
volte la mìa padrona che ne leggeva degli squarci. Ma in que- 
sto liiogo non si ascoltano che bestemmie ed inique parole. 

— Leggetene un pezzo, disse la seconda donna con aria 
di curiosità. 

Tommaso lesse: « Venite a me, o voi tutti che lavorate e 
che soccombete sotto il peso della fatica, giacché io vi darò il 
riposo ». 

— Sono queste delle buone parole, ripigliò la seconda don- 
na 3 da chi furono dette? 

— Dal Signore. . 

— Vorrei sapere ove egli dimori, disse la seconda donna, 
e me ne andrei tosto a trovarlo. Oh, io ho tanto bisogno di 
un po' di riposo! Tutte le mie membra sono addolorate^ io 
tremo dalla mattina alla sera , e Sambo non cessa dal minac- 
ciarmi quando non lavoro abbastanza presto. Giunge spesso 
la mezzanotte prima eh' io possa apparecchiarmi la cena, e mi 
sono appena addormentata che già rimbomba il suono del 
corno che ci annunzia ritornata Torà della fatica. Oh^ se. %%^- 

ro(. ///. "^ 



98 

pessi ove dimora, il Signore, andrei a raccontargli tutte que- 
ste miserie. 

— Egli è qui> Egli è in ogni luogo, disse Tommaso. 

— Via dunque^ non datemi ad intendere tali menzogne. 
Pur troppo io so che il Signore non è qui 3 cessate dunque 
dal raccontarci simili storie. Addio, io vado a coricarmi ed a 
procurar di dormire. 

Le donne entrarono nella loro capanna, e Tommaso restò 
solo accanto al fuoco morente, che faceva ondulare delle tinte 
rossastre sul negro suo volto. 

La luna scintillava dolcemente nel placido azzurro d^ un 
cielo sereno. Gainfò e silenziosa sembrava guardasse quel ne- 
gro solingo, seduto là colle braccia incrociate^ e colla Bibbia 
sulle ginocchia. 

V'è Dio qui? ... Ah, come i cuori ignoranti possono 
conservare la fede loro al cospetto di tante infamie ! 

II cuore di Tommaso era contristato. Il povero schiavo era 
tutto ad una volta oppresso e dal sentimento delle sue attuali 
sciagure, e dalla perdita di tutte le sue speranze, e dalla previ- 
sione d' un orribile avvenire. Poteva venir paragonato a un 
naufrago che trovisi in balìa delle onde spumose, sulle quali 
veda galleggiare i cadaveri dei proprii compagni di viaggio. 
Come poteva esser facil cosa in questo maledetto soggiorno 
aver fiducia nella gran parola, che serve di base alla fede cri- 
stiana, vale a dire nella parola che dice esservi Dio dappertutto, 
ed un Dio vegliante sempre sulle creature che lo invocano? 

Tommaso si alzò vinto dall'amarezza ed entrò nella capanna 
che gli era stata indicata da Sambo. Il pavimento di questo 
tugurio era ingombrato da addormentati, il cui alito ne vi- 
ziava la greve atmosfera. Tommaso indietreggiò con ribrezzo, 
ma il poveretto era stanco e V abbondante rugiada della 
notte agghiacciava le sue membra addolorate. Si stese dunque 
sulla paglia di quella capanna, s'involse in un pezzo di co- 
perta e s^ addormentò. I suoi sogni lo trasportarono sulla 
panca del giardino costeggiante il lago Ponchartrain.Evange- 
lina cogli occhi gravemente pensosi, gli lesse questo versetto: 
<< Quando passerai frammezzo alle acque lo sarò con te ed i 



99 

fiumi non saliranno alla caviglia deHuoi piedi. Quando passe- 
rai attraverso al fuoco non sarai tocco da esso e le fiamme ti 
rispetteranno^ giacché io sono il Signore, il Dio d'israello, il 
tuo Salvatore ». 

Queste parole si tramutarono poco a poca in una musica 
celestiale. La fanciulla alzò gli occhi e li fissò con tenerezza 
sul] negro. I raggi di quelle angeliche pupille rianimarono 
il cuore dello schiavo afflitto. Evangelina spiegò le sue ali lu- 
centi, da cui cadevano, quasi altrettante stelle, delle dorate scin- 
tille, e andò come smarrendosi nei voriici della divina armo- 
nia che risuonava pei vasti campi del cielo. 

Tommaso si destò. 

Non fu questo altro che un sogno? 

È facile il dir di si, ma non si potrebbe altresì ammettere 
che l'angelica creatura, la quale avea consacrata la sua vita 
a consolare grinfelici, compisse anche dopo morte la sua inef- 
fabile missione? 

« è cosa dolce il credere che quando pieghiamo sotto il 
peso delle afflizioni vadano vagando attorno a noi , e sorretti 
dalle ali degli angeli, gli amati spiriti degli estinti ». 



CAPITOLO XXXIII. 

» 

CassX' 

Tommaso conobbe tosto quanto avesse a temere o a spe- 
rare dal nuovo sistema di vita a cui era condannato. Abile 
operajo egli riesciva a bene in tutte le sue imprese ed era 
attivo e fedele per abitudine e per principio. Dotato di un 
carattere dolce e tranquillo, egli si lusingò di potersi sottrarre 
a forza di zelo ad una parte almeno delle miserie della sua 
condizione. Il suo cuore era straziato per le nefandità che si 
commettevano sotto ai suoi occhi ; ma pure risolse di sotto- 
mettersi con pazienza alle incombenze che gli sarebbero state 
affidate, ponendo la propria confidenza nel ^\\3l^\&<^ %j^i^x^\sv^5v 



i 



100 

e conservando una confusa speranza che il tempo avesse ad 
offrirgli qualche mezzo di salvezza. 

Legree s'accorse delle buone qualità di Tommaso e lo 
annoverò fra i suoi schiavi migliori. Nulla meno egli nutriva 
contro lui quella secreta antipatia^ che nasce dalP antitesi na- 
turale esistente tra il male ed il bene. Aveva egli osservato in 
Tommaso una certa espressione di sdegno allorché lo vedeva 
infierire contro i deboli. Un'opinione non ha sempre bisogno 
di parole per rendersi palese, e persino quella d'uno schiavo 
può turbar l'animo d*el padrone. 

Tommaso in più circostanze avea mostrata una compas- 
sione pe'suoi compagni d'infortunio, che osteggiava i principii 
ed i progetti di Simone Legree. L'avea egli comprato col- 
r intenzione di farne un soprastante, al quale potesse confidare 
le proprie faccende durante le sue brevi assenze^ e la crudeltà 
era la prima fra le condizioni necessarie all'adempimento di 
simili funzioni. Ma siccome Tommaso non gli si opponeva mai 
direttamente, cosi egli si lusingò di poterne pervertire l' a- 
nimo mite e di ridurlo a propria immagine e somiglianza. 

Una mattina mentre i lavoratori stavano per andarsene ai 
campi, Tommaso vide con sorpresa una donna che gli era sco- 
nosciuta. Era questa d'alta e svelta corporatura 3 avea delle ve- 
sti pressoché eleganti; i suoi piedi e le sue mani erano sin- 
golarmente gentili. A giudicarla dai suoi lineamenti questa 
donna potea avere dai trenta ai quarant'anni. La sua fisonomia 
era una di quelle che non si possono più dimenticare una volta 
che le si abbia vedute, essendoché lascino indovinare le mille 
avventure tristi e forse tremende d'una vita agitata e roman- 
zesca. Avea la fronte alta, e l'arco delle sue sopracciglia dise- 
gnava un'ammirabile curva. Il suo naso leggermente aquilino, 
la bella forma della sua bocca, i graziosi contorni della sua 
testa e del suo collo indicavano come ella avesse posseduto 
un giorno una rara avvenenza. Ma adesso quel suo volto av- 
vizanto da rughe profonde portava l' impronta di lunghi pati- 
menti e di crudeli sofferenze. La tinta della sua pelle ne era 
divenuta giallastra e malaticcia, le guancie s'erano fatte scarne, 
i Ijneamenli del volto asciutti ed angolosi. Soltanto gli occhi 



lOi 

di quella creatura aveano conservato tutto il .loro splendore^ 
erano grandi^ neri come carbonchi, listati da ciglia lunghe e 
sottili come la seta. La curva risentita delie sue mobili lab- 
bra, le linee del suo voltp^ i movimenti del suo corpo indica- 
vano aver questa donna un orgoglio indomabile; ma trapelava 
pure dai suoi occhi una profonda ed incessante disperazione, 
che formava uno strano contrasto colla petulanza de^ suoi modi. 

Chi era questa donna e da dove veniva? 

Tommaso noi sapeva^ poiché fosse questa la prima volta 
che la vedesse, attraverso la grigia ed incerta luce del mattino, 
camminare al proprio fianco con un portamento pieno d^alte- 
rigia. Sembrava però che fosse conosciuta da tutti gli altri 
schiavi; poiché ognuno rivolgesse la testa per osservarla e s'u- 
disse circolare fra quella turba cenciosa un mormorio di 
soddisfazione. 

— Sono contento che sia ridotta a tale condizione! 

— Ah, ah, missis, conoscerete anche voi come siano trat-^ 
tati i poveri schiavi! 

— La vedremo anch' essa al lavoro ! 

— Oh , prima che venga serai avrà tempo di ricevere la 
sua parte di sferzate! 

— - In fede mia^ non piangerei se venisse battuta! 

Senza badare a questi sarcasmi la donna seguì la sua via 
conservando la sua aria di sdegno e di rabbia concentrata. 
Tommaso, che era vissuto fra persone bene educate, indovinò 
che colei doveva un giorno aver appartenuto ad una classe 
superiore; ma come e perché era dessa caduta tanto al basso? 
La singolare creatura non gli rivolse neppure una parola, 
quantunque si tenesse costantemente al suo fianco durante 
tutto il cammino. 

Tommaso si mise a lavorare; ma siccome la sconosciuta 
erasi collocata a poca distanza da lui, cosi poteva* òsservarfa 
di quando in quando. S'avvide come le mani di quella dònna 
possedessero una sveltezza ed una abilità che sembravano con- 
vertire in uno scherzo il lavoro da esse sostenuto. Raccoglieva 
dessa il cotone con singolare prestezza, nuk conservando però 
sempre quella sua aria disdegnosa, quasi ^i^j^i'^z^ASse altera- 



102 

mente e quelle fatiche e Tumilìante condizione a cui la si area 
condannata. 

Tommaso lavora pure, per alcune ore di quella giornata, 
vicino alla mulatta ch^era stata comperata insieme a lui. Que- 
sta infelice era evidentemente ammalata, tremava tutta, reci^ 
tava a voce sommessa delle preghiere e sembrava vicina a 
svenirsi. Tommaso le si fece silenziosamente accanto e mise 
nel suo canestro una certa quantità dei cotone da esso raccolto. 

— Oh, cessate dal compromettervi, disse la povera Lucia, 
voi ne sareste castigato. 

In quel momento diffatti comparve Sambo, che avea delle 
cause particolari di malcontento contro la mulatta, a cui disse 
con tuono brutale: ^^ Ah, vi colgo in frode, Lucia! e he diede 
un colpo colla sua grossa scarpa di cuojOy mentre sfregiò 
collo scudiscio il viso di Tommaso. 

Tommaso ripigliò silenziosamente il' suo lavoro, ma le 
forze della mulatta erano esaurite ed ella cadde in isveni^ 
mento. 

— Oh, la farò tornar io in sé stessa, disse Sambo con un 
sogghigno feroce. Le amministrerò qualche cosa che varrà 
meglio della canfora. 

E togliendosi una spilla dallo sparato della veste, la im-^ 
morse profondamente nelle carni della schiava. 

La donna gettò un grido di dolore e si alzò a mezza persona. 

— Alzati, bestia, gridò Sambo, e lavora, od altrimenti....! 
Lucia trovò un po' di forze nel r accesso febbrile da cui 

fu assalita e si mise a lavorare con disperata energia. 

— Non cessar dal lavorare, ripigliò Sambo, o questa sera 
sarai trattata in modo che desidererai d'esser morta. 

— Oh, Io desidero anche adesso, esclamò la sventurata. 
Oh, Dio, Dio mio, quanto è lunga ed amara la prova che deb- 
bo subirei ^Wio Dio, perchè non venite in mio soccorso? 

Tommaso affrontando tutte le conseguenze che poteano 
derivargli dalla propria umanità, s'avvicinò di bel nuovo e 
mise dell'altro cotone nel canestro di Lucia. 

— Che fate mai? disse costeij non sapete voi a quali pe- 
ricoli vi ,espope.te.? 



105 

— Non ho paura di nalla^ disse Tommaso stornando 
tranquillamente al suo posto. 

La straniera, di cui abbiamo parlato, e che era stata pre- 
sente a queir atto di Tommaso , fissò sopra lui i suoi grandi 
occhi neri ; prendendo poscia dalla sua propria cesta una cer- 
ta quantità di cotone la mise in quella dì Tommaso. 

— Voi non conoscete le abitudini di questa piantagione ^ 
diss^ella^ altrimenti non avreste fatto ciò che avete fatto. 
Quando avrete passato un mese in questo luogo non pende- 
rete più ad ajutare gli altri. 

— Dio mi preserverà dal divenire insensibile, missis ! disse 
Tommaso trattando la sua compagna con una defferenza pres- 
soché rispettosa. 

— Dio non visita mai questi luoghi, ripigliò ia^ sconosciiu- 
ta con amarezza. 

Si rimise quindi al lavoro con un^ agilità maravigliosa , 
ed un sorriso disdegnoso sfiorò nuovamente le sue labbra. 

Sambo Tavea veduta porre il cotone nella cesta di Tom- 
maso ed accorse agitando la sferza. 

— Ah, voi pure frodate! diss'egli alla donna con aria di trion- 
fo. Ora voi siete sotto a^ miei ordini, state bene in guardia ! 

Un lampo d' ira balenò negli occhi neri della straniera. 
Essa si rizzò alteramente colle labbra frementi innanzi a Sam- 
bo e fissò sovra lui uno sguardo di rabbia e di disprezzo. 

^- Cane, dissocila, toccami se ne hai il coraggio! Ho an- 
cora abbastanza potere per farti abbruciar vivo, o per farti 
divorare dai bouledogues. Non sarebbe d^uopo che di una sola 
mia parola. 

— Se avete questo potere perchè siete qui ? ripigliò Sam- 
bo intimidito. Io non voglio farvi alcurt male, miss Cassy. 

— Tienti sempre lontano da me, disse la straniera. 
Sambo finse d' esser chiamato all'altra estremità del cam- 
po ,rper una faccenda d' urgenza e se la svignò in tutta fretta. 

La donna si rimise a lavorare con una rapidità che sen- 
tiva del prestigio. Prima che finisse il giorno la sua cesta era 
piena fino all'orlo, sebbene essa avesse più volte messo del 
proprio cotone nella cesta di Tommaso^ 



104 

A noUe fatta i lavoratori, portando i loro cesti sul capo, 
si recarono verso un locale, ove si pesava e si conservava il 
cotone. Legree, circondato dai suoi due satelliti, stava atten- 
dendo colà la turba de' suoi schiavi. 

— Questo Tommaso vi darà molto imbarazzo, diceva 
Sambo; è lui che ha riempiuta la cesta di Lucia. Oh^ se il pa- 
drone non gli porrà freno, finirà quanto prima co] far credere 
a' suoi compagni che sono maltrattati. 

•^ Negro maledetto! esclamò Legree: bisognerà dargli 
una buona lezione, non è vero, ragazzi miei? 

I due negri risposero a questa interrogazione con un 
crudele scoppio di risa. 

— II padrone saprà educarlo bene, disse Quimbo; Io stes* 
so diavolo potrebbe imparare qualche cosa dal signor Legree. 

— II miglior mezzo per convertirlo si è quello d' incari- 
carlo di battere i suoi compagni. Conducetemelo qui. 

— Non vi sarà tanto facile il ridurlo ad obbedirvi, disse 
Sambo. 

— Oh , lo vedremo ! ripigliò Legree lanciando vigorosa- 
mente un largo sputo di succo di tabacco. 

— Ecco Lucia, la più cattiva creatura dello stabilimento > 
disse Sambo. 

— Credo di sapere per qual motivo tu odii Lucia. 

— Saprete allora, padrone^ che essa si è ribellata contro 
voi e che non ha voluto saperne di me malgrado i vostri co- 
mandi. 

— La sferza la farà obbedire, disse Legree; bisogna però 
guardare di non renderla inabile al lavoro, giacché il tempo 
pressa e le faccende sono molte. Essa è gracile e queste ma* 
ledette donne delicate si lasciano ammazzare prima di cedere. 

— Vi farò osservare che Lucia non merita alcun riguardo» 
Essa non lavora punto, e fu Tommaso quegli che le riempi la 
cesta di cotone. 

— In questo caso^ tutto ben considerato, bisogna procu- 
rargli il piacere di batterla. Sarà questo per lui un esercizio 
salutare; e poi la percuoterà con maggioci rig.uardi di quanti 
m avreste voi altri^ miei demonii 1 



iOo 

Il riso infernale a cui s'abbandonarono quei due mise- 
rabili potea ampiamente giustificare V epiteto di cui li a?ea 
onorati il loro padrone. 

— Ma, padrone, osservò Sambo, siccome Tommaso e miss 
Cassy hanno riempiuta la cesta di Lucia cosi è*possibile che 
si trovi il peso giusto. 

— Sta tranquillo, m'incaricherò io di pesarla. 

I due schiavi rinnovarono gli scoppii delle sataniche loro risa. 

— Dunque, aggiunse Legree^ anche miss Cassy ha fatta la 
sua giornata? 

— Un reggimento di diavoli non potrebbe lottare con lei 
nel raccogliere cotone. 

— Oh, io credo che ne abbia anche più d'un^ reggimento 
nel suo corpo! disse Legree compiendo la sua frase con umi 
tremenda bestemmia. 

I lavoratori affranti dalla fatica entrarono Pun dopo Taltro 
nel locale ove si dovea pesare il cotone raccolto nella giornata, 
e presentarono trepidando i loro canestri. Legree notava il 
peso di ciascun cesto sovra una ardesia a fianco del nome di 
ciascuno degli schiavi. Tommaso ebbe la ventura di aver rag- 
giunto il peso stabilito, ma mentiva le più vive inquietudini 
temendo che la donna da lui protetta non avesse potuto sod- 
disfare all'impostole compito. Lucia s'avanzò vacillante e 
consegnò il suo canestro. Legree dovette avvedersi che il peso 
era giusto, ma nulla ostante gridò, come trasportato dallo sde- 
gno: — Pigraccia, il peso non è giusto i mettiti là che fra poco 
mi occuperò di te. 

La mulatta s'assise sopra un banco mandando un gemito 
doloroso. • 

Colei, che gli schiavi ayeano chiamato miss Cassy, si avanzò 
con aria altiera e presentò sdegnosamente il proprio canestro. 
Legree le laqciò uno sguardo di scherno, ed essa fissò su lui 
i grandi occhi e gli indirizzò alcune parole in francese. Nessuno 
degli astanti potè capirle, ma si vide sul volto di Legree una 
espressione di rabbia infernale. Alzò egli la mano per battere 
Cassy, ma questa lo guardò con fierezza, e gli volse le spalle 
con sprezzante tranquillità. 



106 

— Ora tocca a te, disse Legree a Tommaso; tu sai che 
non ti ho comperato per farti fare le faccende ordinarie della 
piantagione. Ho intenzione di darti un buon posto; voglio far 
di te un soprastante, un direttore dei lavori. Comincierai le 
tue fuzioni ìi# questa stessa sera: prendi questa donna e sfer- 
^ala.^ Avrai veduto sufficienti volte a battere^ perchè tu sappia 
come adempire agli ordini che ti dò. . 

— Io vi chiedo scusa, o signore, disse Tommaso, ma spero 
che voi mi assolverete da quest'obbligo. Non sono avvezzo a 
maneggiare la sferza e non saprei come cominciare. 

— Oh, vi sono molte altre cose che tu ignori, e che do- 
vrai imparare; disse Legree, che, dopi) aver pfeso uno staffile dì 
cuojo, tempestò di colpi il povero Tommaso. 

; — Mi dirai ancora, disse Legree fermandosi un momento 
per riprender fiato, che non sai adoperare la sferza ? 

— Si, padrone, rispose Tommaso asciugandosi il sangue 
di cui grondava il suo volto. Se voi mi comanderete di lavcv- 
raré notte e giorno fino a che le mie forze possano sostenermi 
vi obbedirò, ma se voi mi chiederete una cosa che io non creda 
giusta non la farò mai, mai ! 

La dolcezza naturale della voce di Tommaso e le sue ma- 
niere rispettose aveano fatto supporre a Legree una pronta 
sommessione per parte dello schiavo. 

Quando si udirono le ultime parole pronunziate da Tommaso 
con calma e solenne risoluzione, tutti gli astanti rabbrividi- 
rono, la povera mulatta congiunse le mani ed ognuno fu as- 
salito da un'ansia inquieta nelPaspettatìva, della tempesta che 
stava per iscoppiare. 

Legree era stupefatto. 

— Come! miserabile negro, gridò egli, osi dirmi in faccia 
che ciò che ti comando non è giusto? Ah, ah, ti arroghi dun- 
que il diritto di avere un'opinione ! Porrò io un confine alla 
tua insolenza. Cosa credi dunque d'essere per aver la petu- 
lanza di dire al tuo padrone, questo è giusto e questo non lo è? 
Dunque tu mi dai torto perchè voglio far batter questa donna ? 

— La mia opinione è tale, padrone; questa creatura è 
debole ed ammalata ed il percuoterla sarebbe atto crudele. 



107 

Io non ne ho mai commessi di simili atti e non voglio inco- 
minciare adesso. Se voi volete uccidermi, fatelo, ma non con- 
sentirò mai a sferzare chicchessia .... Piuttòsto saprò morire. 
Tommaso parlava con mite accento, ma lo si scorgeva ani- 
mato da una risoluzione evidentemente invincibile. Legree 
era convulso dalla rabbia, i suoi occhi grigi scintillavano, per- 
sino la 'sua barba gli si arruffava sul viso come il pelo d^una 
bestia feroce^ ma Legree, simile appunto a quelle belve che 
scherzano colle loro vittime prima di divorarle, frenò per un 
momento il pròprio sdegno e disse con un accento di amaro 
sarcasmo: 

— Chinatevi dunque innanzi a questo santo che discese dal 
cielo apposta per convertirci I . • . . Quant' è commovente la 
sua pietà! ... Ma scellerato infame che sei, non hai forse 
letto nella Bibbia: u Servi obbedite ai vostri padroni? Non 
sono io il tuo padrone? Non ho io pagato mille e duecento 
dollari in buona valuta sonante tutto quanto è contenuto nel 
tuo vecchio e negro carcame? Non sei tu mio, anima e corpo? 

Chiuse la sua apostrofe dando a Tommaso un terribile 
calcio. Lo schiavo, malgrado T intensità de' suoi fisici dolori, 
si senti penetrato da una specie di mistica allegrezza. Si 
drizzò sulla persona ed alzando al cielo il suo viso irrigato 
di lagrime e di sangue rispose alle interrogazioni del padrone 
esclamando: 

— No, no, no ! La mia anima non è vostra proprietà, o 
padrone, voi non potete comperarla, poiché sia già stata com- 
perata e pagata da Colui che la tiene nella sua santa custo- 
dia. Fate quello che volete, torturatemi fino che vi piace, voi 
non potete farmi alcun male! 

-^ Non posso farti male? gridò Legree, ebbene Io vedremo! 
Olà, Sambo, Quimbol date a questo scellerato una tal salva 
di colpi che non possa più moversi per un mese. 

Quei due negri colossi s' impadronirono di Tommaso con 
una premura infernale. La povera mulatta gettò un grido di 
angoscia e tutti gii astanti furono compresi da terrore men- 
tre i due aguzzini trascinarono via Tommaso, ohe non oppo- 
neva la menoma resistenza, 



Ito 

— Voi non sapete ancor nulla di quanto succede qui , ri- 
pigliò Cassy, ma io, io lo so. Sono cinque anni che vivo in 
questa spelonca, curva sotto il piedje di Simone Legree che io 
odio a morte. Voi vi trovate in ui^a piantagione isolata ^ lon- 
tana dieci miglia da qualsiasi abitazione, posta frammezzo 
alle paludi ed alle foreste. Se vi si abbruciasse vivo, se vi si 
tagliasse a pezzi se vi si facesse agonizzare sotto le sferze, 
non trovereste un solo bianco che potesse testimoniare di tali 
nefandità innanzi alla giustizia. Non vi sono qui né leggi umane 
né divine che vi proteggano, ed abbiamo un padrone che non 
indietreggia innanzi ad alcun delitto..! vostri capelli si rizze- 
rebbero sulla fronte per lo spavento, se vi raccontassi ciò che 
io so, ciò che ho veduto. Ogni resistenza è assolutamente inu- 
tile. . . . Non fui io stessa, io che vi parlo, e che sono- stata 
gentilmente educata, costretta a convivere con lui ? . . . Ed 
egli . . . giusto Iddio 1 ... chi è egli? . . . Eppure ecco già 
scorsi cinque anni da che vivo con questo uomo, maledicendo 
ogni giorno a questa, mia miserabile esistenza . . . ed oggi 
egli conduce qui un^ altra donna, una giovinetta di quindic 
anni, educata religiosamente da una pia e buona padrona. . . 
Questa fanciulla legge i libri santi ed ha portata qui, in que* 
sto inferno, la sua Bibbia! 

E Cassy diede in un riso aspro e doloroso, che fu sinistra- 
mente ripercosso dalle cadenti pareti del vecchio magazzino. 

Tommaso congiunse le mani; non vedeva altro intorno a 
sé che tenebre ed orrori. 

— Gesù! esclamò egli, avete abbandonate del tutto le vo- 
stre creature? Oh, soccorretemi. Signore, e datemi forza, 
giacché mi sento vicino a soccombere! 

— I vostri abbietti compagni, prosegni Cassy, meritano 
forse che vi sacrifichiate per essi? Sarebbero pronti alla prima 
occasione a volgersi contro voi, poiché sieno tutti vili, ed 
inumani gli uni verso gli altri. Cessate dairolfrirvi in olocau- 
sto per essi. 

— Chi li ha resi tali? ... E se io rinunciassi ai miei prin- 
cipii d' onestà e di dovere non finirei col pormi a livello di 
queste povere e corrotte creature? No, no, missis, io ho per- 



ili 

duta mia moglie, i miei figli, un padrone indulgente, che mV 
vrebbe affrancato se avesse vissuti otto soli giorni di più; io 
ho perduto tutto in questo mondo, ma non posso perdere il 
cielo. Non m^è possibile il divenir malvagio. 

— Ma noi non siamo iiesponsabili delle nostre colpe, ri- 
pigliò Gassy; coloro che ci forzano a commetterle ne dovranno 
soli render conto. 

— Senza dubbio^ disse Tommaso, ma noi dobbiamo ado- 
perare tutte le nostre forze per impedire che il nostro cuore 
abbia ad indurirsi. Ciò ch'io temo anzitutto si è di divenir uh 
essere corrotto simile a'3ambo. 

* Cassy fissò su Tommaso uno sguardo angosciato , «> quasi 
fosse colpita da un improvvido raggio di luce^ esclamò sin- 
ghiozzando: 

^- Ohimè! ohimè! voi avete ragione! . . . 

E la sventurata cadde, a terra quasi fosse schiacciata dal 
peso delle proprie morali sofferenze. 

V'ebbe un momento di silenzio, durante il quale non sln- 
tendeva che il rumore prodotto dair affannoso respiro dei 
due interlocutori. Tommaso finalmente mormorò con debile 
voce: 

— Di grazia, missis, calmatevi, ve ne prego. 

Cassy si alzò bruscamente^ il suo volto avea già ripresa 
Tespressione di sdegno e di malinconia che gli era abituale. 

— Missis, ripigliò Tommaso, m'hanno gettata la veste in 
quel cantuccio. Vorreste voi cercarvi la Bibbia che dev'essere 
in una tasca, e darmela? 

Cassy andò a prendere il libro e glielo consegnò. Tommaso 
vi cercò la pagina, nella quale sono narrate le ultime scene 
della Passione. 

# — Avreste la compiacenza di leggermi questo passo? 

jDe divine parole confortano meglio di qualsiasi altro medi- 
camento. 

Cassy prese pafcatamente il libro e lesse ad alta voce e 
coH'espressiva intonazione che le era naturale, la storia com- 
movente delle angoscio del Salvatore. La sua voce di quando 
in quando s'indeboliva, ed essaf sospendeva per alcua ^' l^ 



112 

lettura sino che le era dato di vincere la propria emozione. 
Qaando giunse a quelle sublimi parole: « Perdonate loro, o 
Padre mio> poiché non sappiano quello che si fanno ! >» essa 
lasciò cadere il libro , e coprendosi il volto coi folti ed on- 
deggianti capelli si mise a singhiozzare con impeto con- 
vulsivo. 

Anche Tommaso piangeva. 

— Ah! esclamò egli^ potessimo imitare questa divina rasse- 
gnazione, noi costretti a lottare ed a soffrir tanto! Oh, Signore, 
Signore, assisteteci!. . . . Missis, aggiunse egli dopo un istante 
di silenzio, m'avvedo che la vostra educazione è stata di molto 
superiore alla mia, ma pure v'è una cosa che può esservi in- 
segnata dal povero Tommaso. Voi dite che il Signore si è di- 
chiarato contro noi perchè ci abbandona alla balia di crudeli 
padroni, ma voi vedete quakito abbia patito e sofferto lo stesso 
suo figlio. Non fu Questi sempre povero? Chi ha sopportante 
al pari di lui le più crudeli umiliazioni? No^ il Signore non 
ci ha dimenticati, ne sono certo. Se Pimiteremo nel sopportare 
i nostri dolori, noi divideremo la sua gloria; è la Scrittura che 
ce lo dice. Ma se noi lo rinnegheremo saremo da lui rinnegati. 
Non sapete che i servi di Dio furono lapidati e che andarono 
vagando pel mondo senza pane, senza vesti, f ralle persecu- 
zioni ed i supplizii? No, le nostre sofferenze non ci auto- 
rizzano a dire che il. Signore si è pronunciato contro noi; 
Egli ci stenderà la mano e ci soccorrerà se gli resteremo 
fedeli. 

— Ma perchè ci mette egli tanto spesso in tali posizioni 
dal forzarci a peccare? disse Cassy. 

— Io credo che possiamo sempre evitare il peccato, ri- 
spose Tommaso. 

— E come ciò? disse Cassy. Domani, se voi continuale a 
rifiutare di obbedire al vostro padrone sarete di nuovo tortu- 
rato e straziato. Oh, io li conosco, io che ho veduto altre volte 
di che sono capaci. Essi non cesseranno dal battervi fino a 
che sarete forzato a cedere. 

— Oh, Signore! esclamò Tommaso^ voi avrete pietà del- 
l' anima mia! 



il5 

— Ho inteso altre volte simili preghiere e simili lamenti, 
eppure nessuno mai ha potuto resistere. Emmelìna lotta al 
pari di voi, ma a qual prò? Bisognerà che s'arrenda se non 
yuol essere uccisa a poco a poco con tremenda lentezza. 

— Ebbene^ io morirò^ disse Tommaso. É impossibile che 
non finiscano coir uccidermi se continuano a tormentarmi; è 
quésto tutto il peggio che possano farmi. Ma li sfido^ giacche 
io sia rassegnato e speri che il Signore voglia darmi le forze 
necessarie! 

La donna seguitò a tenere gli occhi infitti a terra senza 
rispondere. 

— Forse si dovrebbe^ far cosi, mormorò queir infelice fra 

sé stessa, giacché per coloro che hanno ceduto non vi sia più \Vt 

alcuna speranza! Noi viviamo immersi nel fango, e 

ci facciamo orrore a noi stessi! Desideriamo la morte e non 
abbiamo il coraggio di darcela.. .. Oh, non aver più alcuna 

speranza! — Alcuna speranza ! Aveva anchMo Tetà di 

questa ragazza Vedete voi a quale stato io sono ridotta? 

aggiunse ella volgendosi ad alta voce verso Tommaso. Ebbene, io 
fui allevata neir agiatezza e nel lusso. Le memorie della mia 
infanzia mi rammentano delle splendide sale ovMo m'aggira- 
va vestita superbamente e ricevendo gli elogi di quanti veni- 
vano a visitarci. Dalle finestre si godeva la vista di un grande 
giardino. Io vi andava a giuocare coi miei fratelli e colle mie 
sorelle sotto Tombra e fra i profumi degli aranci. Venni mes- 
sa in un convento e vi ho iinparato la musica , la lingua fran- 
cese, il ricamo e non so quali altre cose. Ne uscii a quattor- 
dici anni per assistere ai funerali di mio padre. Èra egli mor- 
to improvvisamente, e si scoperse, quando si esaminò lo sta- 
to della sua fortuna, che questa poteva appena equilibrare i 
suoi debiti. I creditori mi compresero neir inventario delle 
sue proprietà. Mia madre era schiava e mio padre avea sem- 
pre manifestata T intenzione di affrancarmi, ma siccome non 
r avea mai fktto, cosi fu inscritto il mio nome sulla lista fata- 
le. Io conosceva da tempo questa mia posizione, ma non me 
ne era mai data pensiero. Come avrei potuto temere la morte 
d'un uomo pieno di salute? Mio padre stava superbamente 

rol. IIL '^ 



114 

quattro ore prima di morirei Fu egli una delle prime vit- 
time del colera alla Nuova-Orleans. AI domani dei funerali la 
moglie di mio padre ritornò coi suoi figli legittimi presso la sua 
famiglia. Mi parve allora d'essere trattata in un modo strano, 
ma non vi abbadai più cbe tanto. Nella casa ov' io mi trovava ve- 
niva spesso per accomodare gli affari un giovane avvocato, che 
mi trattava con molta cortesia. Una sera egli condusse seco un 
giovane^ che mi parve il più bello fra quanti avessi fino allora 
veduti. Quella sera non sarà mai da me dimenticata 1 Io pas- 
seggiava con esso nel giardino, ed il mio spirito era triste ed 
abbattuto^ egli mi parlò con bontà, mi disse d'avermi vista 
prima della mia partenza pel convento, m'assicurò del suo 
i^liQere e della sua volontà 4' essere il mio protettore. In una 
l^rola egli mi avea pagata due mille dollari ed io era divenuta 
la sua proprietà. Lo seguii volentieri, giacché lo amava. Oh, si, 
io Io amava e l'amerò sempre!.... Era egli tanto bello e tan- 
to generoso! Egli mi condusse in una splendida casa e 

mi diede domestici, cavalli, carrozze, mobiglie sontuose, in- 
somma tutto ciò che può essere procurato dal denaro sparso 
prodigamente Ma io non preslava attenzione si tutto que- 
sto , poiché non vedessi altri che lui. Io V amava più di Dio , 
più della mia anima, e quando anche l'avessi tentato non 
avrei avuta la forza di resistere alle sue volontà 

Io non avea che un desiderio, quello di divenire sua mo- 
glie. Io pensava che, dal momento che avea per me della sti- 
ma e della tenerezza, avrebbe acconsentito ad affrancarmi ed 
a sposarmi, m;i egli m'assicurò che ciò era impossibile, ed ag- 
giunse che il nostro era un matrimonio innanzi agli occhi di 
Dio purché fossimo rimasti fedeli l'una all'altro. E se era 
vero quanto diceva, non era io forse effettivamente sua mo- 
glie? Non gli fui forse fedele? Durante sette interi anni che 
altro ho fatto fuorché studiare ogni modo di piacergli? Egli 
fu assalito dalla febbre gialla ed io passai al suo capezzale 
venti interi giorni e venti intere notti; io, io sola gli pre- 
stava ogni cura, ed egli mi chiam^a il suo buon angelo ed 
andava ripetendomi di dovermi la vita. 

Noi avevamo due bei figli ^ il maggiore era un ragazzo 



115 

chiamato Enrico che rassomigliava completamente a suo pa- 
dre. Aveva gli stessi occhi, la medesima fronte ombreggiata 
da capelli inanellati, la slessa espressione di generosità e- 
d'intelligenza. La piccola Elisa invece rassomigliava a me, 
ed il di lei padre era lieto e fiero di questa circostanza, poi- 
ché egli pretendesse ch'io fossi la donna più bella della Lui- 
giana. Egli ci facea abbigliare colla maggior eleganza, ed 
amava condurci al passeggio in carrozza scoperta, onde udire 
i commenti che venivano fatti sul nostro conto. Non si stan- 
cava mai dal ripetermi ì complimenti e gli elogi che si anda- 
vano susurrando quando apparivamo in qualche pubblica 
adunanza. Ohi fu questa un'epoca troppo felice! Io era la 
più avventurata delle donnei Ma non tardarono a Porgere i 
giorni del dolore. 

Il padre de' miei figli avea un cugino, che era anche suo 
intimo amico, il quale si chiamava Butier. Egli avea per co- 
stui la stima più profonda, ma io, da che lo vidi e senza sa- 
perne il perchè, provai per esso un confuso sentimento di 
timore. Egli trascinava il mio Enrico nelle orgie e negli stra- 
vizzi, sicché questi rientrasse spesso alle due ed alle tre 
dopo mezza notte, senza ch'io potessi fargli alcun rimprovero, 
poiché fosse in uno stato da mettermi ribrezzo e paura. Bu- 
tier lo condusse nelle bische, gli fece conoscere delle altre 
donne ed io potei avvedermi ben tosto d'essergli divenuta' in- 
differente. Enrico non me lo diceva, ma io me ne avvedea. 
Contrasse dei debiti di giuoco, e siccome questi gli impedivano 
di conchiudere un vantaggioso matrimonio, il miserabile Butier 
s'offri di liberarlo dai suoi imbarazzi finanziarli col comperare 
me ed i miei figli. 

Enrico acconsenti air infame propostai Mi disse un giorno 
che doyea assentarsi per alcune settimane, poiché avesse qual- 
cUe faccenda, alla campagna ; mi parlò con maggior tene- 
rezza del solito e mi promise che sarebbesi affrettato a ri- 
tornare, ma non giunse però ad ingannarmi. Io comprendeva 
tutta r estensione della mia sciagura, e né era tanto atterrita 
da non poter formulare una parola o versare una lagrima. 
Egli m'abbracciò, baciò i figli ripetutamente e parti. Lo vidi 



il6 

salire a cavallo e Io seguii cogli sguardi fino a che fu scom- 
parsoj poscia cadei esanime a terra. 

Butler Tenne a prendere possesso di me^ egli mi mostrò 
i documenti che provavano come m^ avesse compera-ta unita- 
mente a miei figli. Io imprecai contro queir iniquo^ e gli dissi 
che sarei morta anziché vivere con lui. 

— Come vi piacerà, -diss' egli, ma se voi non intenderete 
ragione io venderò i vostri due figli e voi non li vedrete 
mai più. 

Aggiunse egli che il desiderio di possedermi s^era impa- 
dronito di lui fino dal primo giorno in cui gli fu dato vedermi, 
che avea quindi trascinato Enrico a quella vita di dissipazione, 
onde il dissesto delle sue finanze Io forzasse a vendermi, che 
egli avea attizzata nel cuore d'Enrico una passione per un 
altra donna, e conchiuse coir assicurarmi che né lagrime, né 
smorfie avrebbero potuto fargli rinunziare al compimento del 
suo progetto. 

Cedetti poiché fossi sotto V oppressione d' una terribile 
necessità. Ogni qualvolta io gli resisteva egli minacciava tosto 
di vendere i miei figli. Oh, quale atroce esistenza! essere 
perseguitata dalla ricordanza d^un amore che mi rendeva infe- 
lice e dover passare la mia vita con un uomo da me odiato! 
Io provava altre volte tanto piacere nel leggere, nel cantare, 
nel ballare insieme al mio Enrico, ed ora ogni distrazione di 
simil genere mi ripugnava; eppure io temeva di rifiutare al 
mio tiranno qualsiasi cosa m'avesse richiesta! Butler si mo- 
strava aspro ed imperioso verso i miei figli. Elisa era timida, 
ma il piccolo Enricov ave|i V ardimento e la fierezza di suo 
padre. Butler lo trovava sempre in colpa ed io vivea cosi fra 
continui spaventi. Io procurava di far sentire a mio figlfo il 
bisogno di mostrarsi rispettoso , ma tutti i miei consigli e le 
mie ammonizioni riescirono infruttuosi. Finalmente Butler 
vendette i mìei due figli! Egli mi condusse un giorno al pas- 
seggio e quando ne ritornammo la casa era deserta . . . Osò 
dirmi in faccia di averli vendati, e mi mostrò il denaro che 
era il prezzo del loro sangue! 

Io era abbandonata da tutti e nelF eccesso del mio dolore 



117 

maledissi a Dio ed agli uomini. Credo che il mio tiranno ab- 
bia provalo un vero timore nel vedermi trasportata dalla col- 
lera fino al delirio. Mi disse allora che i figli erano venduti, 
è vero, ma che dipendeva da lui il potermeli restituire, di 
modo che se mi fossi portata male a suo riguardo essi ne sa- 
rebbero state le vittime. Mi sottomisi e cercai di mostrarmi 
più tranquilla^ ma passando un giorno dinanzi alla casa di cor- 
rezione vidi della gente affollata dinanzi alla porta e intesi 
il grido di un fanciullo. Ad un tratto mio figlio si sbarazzò 
dalle mani di due uomini che cercavano rattenerlo, e corse a 
gettarsi nelle mie braccia. Quei due lo inseguirono bestem- 
miando, ed uno di essi gridò che tentava invano sfuggire e 
che voleva assolutamente condurlo alla Calehasse per fargli 
dare una buona lezione. Cercai di difendere colle parole e 
colle lagrime il mio povero figlio, ma mi si rispose con risa 
di scherno e di sprezzo. Il fanciulletto si aggrappava dispe- 
ratamente a me e ripeteva senza tregua .* — Oh , madre mia, 
madre' miai Lo si strappò da me insieme al lembo della veste 
a cui quel poveretto s'era attaccato. ... In quella folla v^era 
un uomo che sembrava avesse compassione di me^ gli offersi 
del denaro purché cercasse d^ adoperarsi a favore del mio 
Enrico; egli scosse la testa rispondendomi che il fanciullo,! a 
quanto ne diceva il suo padrone, era indisciplinato ed inso- 
lente, e meritasse quindi la punizione che stava per essergli 
inflitta* 

Corsi a casa. Durante tutta la via mi parve d'udire le 
grida ed i gemiti di mio Qglio. Entrai in sala e vi trovai Butler. 
Lo supplicai d'interporsi a favor di Enrico. 

— Bah! disse egli ridendo, il fanciullo non ha che quello 
che si merita; egli ha bisogno d'essere domato. Cl^e vi aspet- 
tate da me? 

In quel momento sentii come qualche cosa che mi crepi- 
tasse nel cervello; fui assalita come da una specie di vertigine 
e divenni furiosa. Mi ricordo d'aver veduto sulla tavola un 
coltello da caccia, d'averlo afferrato e d'essermi scagliata contro 

Butler Poscia tutto divenne per me confuso, sicché non 

sappia come sia terminata queirorribile scena. 



I 



./ 



il8 

Quando ripresi un po'* di calma io mi trovai in una a 
sotto la custodia di una vecchia negra. Un medico veniva s( 
a visitarmi, e mi si prodigavano ogni sorta di cure. Butl( 
partito, e m'avea lasciata in quella casa onde io fossi vei 
Era questo il motivo delle attenzioni che mi si usavano. \ 
avrei voluto guarire, ma le forze mi ritornarono mio mal 
ed io potei alzarmi da letto. Veniva tutti i giorni abbi 
con molta eleganza. Varii signori comparvero successiva 
nella casa ove io mi trovava. Fumavano dessi il loro e 
mi guardavano minutamente, mi volgevano delle doma 
mi contrattavano. Io era tanto cupa e taciturna che ne 
volea pagarmi troppo caramente. Mi si minacciò della sfe 
non mi fossi mostrata'più allegra e se non avessi fatto qi 
tentativo per rendermi più aggradevole. Finalmente un 
lano, chiamato Stuart, sembrò avesse per me qualche 
patia. Egli indovinò come io avessi dovuto subire delle { 
sventure, venne a vedermi sovente, ed ottenne da me i 
conto delle mie miserie. Egli mi comprò e mi promis 
avrebbe fatto tutto quanto gli era possibile onde reslitu 
miei figli. Andò dal padrt)ne a cui Buller avea venduto 
Enrico, ma questi Tavea ceduto ad un piantatore dimorante 
le sponde della l^erla. Fu questa Pultima volta che inles 
lare di quel fanciullo. Mia figlia si trovava presso una v< 
donna che rifiutò pertinacemente di venderla, per quanto 
considerevole la somma offertale dal capitano. Butlcr 
scoperto come si volesse riscattare Elisa per me, ed egli 
rinfamia di scrivermi che perdessi .ogni speranza di [ 
mai. 

Il capitano Stuart mi usava ogni sorta di cortesie. Foss 
€^li un niagnifico tenimento, ove mi condusse. Al tei 
d'un anno ebbi un figlio. Oh, come io amava questo b 
no! .. . Ma io avea presa la ferma risoluzione di non allevar 
figli. Quando ebbe quindici giorni di vita lo presi nelU 
braccia, io baciai^ lo bagnai colle mie lagrime, gli diec 
laudano e lo tenni appoggiato al mio seno fino a che s'a 
mi nel sonno della morte. Oh, io Io piansi, lo pi^si dispi 
/nenie quei povero bimbo! Si credette che gli avessi 



it9 

il laudano per isbaglio; ma è questa, quella tra le mie azioni, 
(li cui sia più contenta. Almeno egli non soiTre più. Qual dono 
poteva io fare a quelPangioletto che fosse più prezioso della 
morte? 

Il capitano Stuart mori pel colera. Tutti coloro che desi* 
doravano più vivamente la vita ne furono colpiti, ed io, io che 
invocava la morte rimasi illesa 1 Venni venduta, passai da pa- 
drone a padrone, ì mici vezzi si appassirono, il mio viso co- 
minciò a divenir rugoso, finalmente questo miserabile mi 
comprò, mi trascinò nel suo immondo covile ed eccomi qui ! 

Cassy avea narrate le sue sventure con una eloquenza 
febbrile ed appassionata, ora rivolgendosi a Tommaso, ora par- 
lando seco stessa. Tommaso, commosso profondamente da 
questa storia, dimenticò per un momento i propri! dolori e 
rizzatosi alquanto sulla persona segui cogli sguardi Cassy, che 
andava innanzi indietro per la camera, lasciando fluttuare alla 
ventura le lunghe treccie de' suoi neri capelli. 

— Voi m'avete detto, ripigliò Cassy, che v'è un Dio, il 
quale vede tutto, oh^ possiate non ingannarmi 1 Nel convento, 
ove fui dapprima allevata, mi si parlò di un giorno solenne 
di giudizio; sarà questo fors'anclic il giorno della vendetta 1 
Nessuno sa ciò che sofTriamo noi e ciò che soffrono i nostri 
figli, e se anche lo si sa nessuno vi abbada^ eppure mi parve 
talvolta che il mio cuore chiudesse tanto odio che bastasse 
per distruggere un'intera città! Avrei voluto far crollare le 
case quando pure avessi dovuto essere seppellita sotto le 
loro rovine! Si, nel giorno solenne del giudizio io comparirò 
innanzi a Dio e porterò accusa contro coloro che hanno ridotto 
alla perdizione me ed i miei figli ! Nella mia fanciullezza io 
era religiosa e pregava, ma adesso il demonio si è impadro- 
nito di me e mi caccia sempre innanzi .... Oh, io sento che 
sto per compiere qualche tremenda tragedia i 

Cassy pronunciò quest*ullime parole stringendo le mani e 
lasciando trapelare dai suoi occhi neri una selvaggia espres- 
sione di rabbia. 

— Si, lo manderò air inferno, dovessero abbruciarmi 
viva ! 



i20 

Un lungo scoppio di riso fu ripercosso dalle pareti di quel 
deserto ma^gazzino e si spense in un gemito convulsivo. Gassy 
agitata dalla sua frenesia si voltolò affannosamente sul pavi- 
mento. Dopo alcuni istanti si alzò lentamente e parve ritor- 
nata in sé stessa. 

— Posso fare ancora qualche cosa per voi? diss'ella avvi- 
cinandosi a Tommaso^ volete ancora un po' d'acqua? 

Cassy avea assunto^ nel dire queste parole^ un accento di 
dolcezza e di pietà che contrastava singolarmente col tuono 
aspro ed agitato dei suoi antecedenti discorsi. 

Tommaso bevette contemplandola fissamente. 

— Oh^ missis, disse egli^ perchè non ricorrete a Colui che 
è la sorgente d'ogni bene? 

— Dove è desso? chi è desso? disse Cassy. 

— É Quegli di cui parla il libro che m'avete Ietto. 

— < Vidi la sua immagine sopra l'altare quando era ancora 
fanciulla, ma Egli non è qui^ qui vi sono soltanto il peccato e 
la disperazione! 

Ed ella pose la mano sul petto quasi cercasse tome il peso 
terribile che l'opprimeva. Tommaso voleva ancora parlarle , 
ma essa gli impose silenzio con un gesto imperioso-. 

— Non affaticatevi, mio povero amico, e cercate di dormire. 
E dopo avergli posto in vicinanza il vaso dell'acqua, Cassy 

usci dal magazzino. 

CAPITOLO XXXV. 

Pegni di tenerezza. 

La sala principale della casa di Simone Legree era un 
vasto locale, di cui quasi un'intera parete era occupata da 
uno spazioso camino. La tappezzeria di carta, dalla quale quella 
sala era stata altre volte decorata, avea oramai perdute le sue 
splendide tinte e pendeva lacera dalle umide pareti. Questo 
locale tramandava quell'afa mal sana che proviene dalla muffa. 
La tappezzeria di carta era coperta da macchie di birra e di 



121 

vino e da cifre disegnale col carbone. Sul focolare splendeva 
un fuoco abbastanza vivo, poiché in quésta vasta camera le 
serate sembrassero sempre fredde ed umide anche durante la 
calda stagione. D'altra parte bisognava bene che Legree po- 
tesse accendere facilmente 1 proprii cigari e potesse far ri- 
scaldare Tacqua pei suoi grog. La luce tramandata dal camino 
rischiarava una massa confusa di selle^ di briglie, di forni- 
menti^ di sferze, di vesti d'ogpi sorta ^ sparse qua e là in di- 
sordine per la camera. I cani, di cui abbiamo parlato, stavano 
sdrajati frammezzo a questo caos di oggetti tanto disparati. 
Legree stava preparandosi il grog e riempiva quindi il 
bicchiere eoU'acqua contenuta da un vecchio ramino. 

— Maledetto Sambo i esclamò egli, cosa gli venne pel capo 
di farmi andare in collera coi miei nuovi schiavi? Tommaso 
non potrà lavorare forse per tutta una settimana e noi siamo 
all'epoca del ricolto. 

— La colpa è vostra , disse una voce che veniva dal di 
dietro della sua sedia. 

Era quella di Cassy, arrivata furtivamente nella stanza du- 
rante il soliloquio di Legree. • 

— Ah, sei tu^ stregai sei dunque ritornata? 

— Sì, rispose freddamente la schiava, ma per fare soltanto 
quello che mi piacerà* 

— TMnganni, vecchia rozza; io manterrò la mia parola. 
Se non ti comporti a dovere, andrai al lavoro insieme agli 
altri schiavi. 

— Io preferisco le mille volte lavorare come un cane an- 
ziché subire il supplizio della vostra presenza. 

— Eppure sei costretta a subirlo, rispose Legree sogghi- 
gnando. Siediti là, cara mia^ e discorriamo ragionevolmente. 

— Simone Legree state bene in guardia^ disse la donna 
cogli occhi scintillanti di furore. Voi avete paura di me ed 
avete ragione. Ve lo ripeto, state bene in guardia, giacché 
sono tentata dal demonio. 

— Non ne dubito, disse Legree indietreggiando con aria 
inquieta. Ma perché, Cassy,'non ti trovi bene con me ? Perchè 
non vuoi trattarmi amichevolmente come altee vqU.<^ 



-j 



122 

-^ Come altre volte! diss'ellacon amarezza. Né potè ag- 
giunger altro, quasi la sua parola venisse soffocata dalle emo- 
zioni da cui era la sua anima assalita. 

Cassy avea sempre esercitato sovra Legree l'influenza che 
una dolina ardente ed appassionata ottiene costantemente sul- 
Tuomo meno domabile e più brutale. Da qualche tempo essa era 
divenuta irritabile air eccesso ed i suoi trasporti di collera as- 
sumevano talora l'impronta della 'follia. Legree, che al pari di 
tutti gli uomini rozzi ed ignoranti aveva un superstizioso 
orrore per i pazzi, temeva la sua schiava. 

Un sentimento di femminile dignità s'era ravvivato nel 
cuore di Cassy, quando Legree ritornò alla piantagione in com- 
pagnia d'Emmelina. Cassy avea voluto difendere la povera ra- 
gazza: e ne era quindi succeduta tra essa ed il padrone una 
violenta discussione. Legree furente avea giurato che l'avreb- 
be mandata a lavorare alla campagna qualora non l'avesse la- 
sciato tranquillo. Cassy rispose fieramente che sarebbe andata 
a lavorare di suo spontaneo aggradimento j e noi diffatti ab- 
biamo veduto come sì fosse associata agii altri schiavi, 
quasi volesse far conoscere al Legree come ne «fidasse e ne 
sprezzasse le minacele. 

Legree era stato tutto quel giorno in preda ad un invinci- 
bile agitazione, poiché Cassy esercitasse sovra lui un impero, 
dal quale tentava invano sottrarsi. Quando la scbiava avea 
messo il suo cesto sulla bilancia, egli le avea parlato con dol- 
cezza, ma le sue parole erano state accolte col più profondo 
disprezzo. L'iniqua punizione inflitta al povero Tommaso avea 
sempre più irritata Cassy, e non era ora comparsa al cospetto 
di Legree che per rimproverargli la sua infame brutalità. 

— Desidererei, le diss'egli, che tu ti comportassi con mo- 
derazione. 

— Ah, s' aspetta proprio a voi il parlare di moderazione ! 
Come vi siete voi comportato? Non avete potuto frenarvi nep- 
pure per risparmiare il migliore fra i vostri schiavi adesso che 
v'ha tanto da lavorare! 

— Ebbi torto, lo confesso, nel lasciarmi andare tant' oltre; 



125 

ma d^ altra parte doveva io indietreggiare innafizì all'aperta 
disubbidienza di Tommaso? 

■ 

— Sono sicura che non Io ridurrete mai a fare le vostre 
volontà. 

— Non lo ridurrò mai! esclamò Legree con violenza; vor- 
rei proprio vedere s'egli sarà capaoePkii resistermi l Sarebbe 
questo j 'primo caso. Sarò forse costretto a rompergli le ossa, 
ma cederà. 

In questo istante s'apri la porta e Sam o comparve tenen- 
do in mano un cartoccio. 

— Che vuoi, furfante? disse Legree. Cos'è questo? 

— È un amuleto, padrone. 

— Che vuoi dire? 

— È uno di quegli oggetti che le streghe regalano ai ne- 
gri. Con questo amuleto indosso non si sente più il dolore 
quando si è sferzati. Tommaso portava allacciato al collo con 
un cordone nero questo cartoccio. 

Legree, come la più parte dei miscredenti e dei crudeli, 
era superstizioso. Prese il cartoccio e lo svolse con diffidenza; 
ne usci un dollaro d'argento ed una ciocca di biondi capelli, 
la quale s' attorcigliò, quasi fosse animata, attorno alle dita di 
Legree. 

•^ Maledizione! esclamò egli battendo il piede; donde 
viene questa ciocca? distruggetela! bruciatela! perchè me l'hai 
tu recata? 

Nel dire queste parole, gettò quei biondi capelli sulle 
fiamme e lanciò il dollaro fuori della finestra. Cassy, che sta- 
va per uscire, s'arrestò stupcffata e Sambo stette là attonito 
colla bocca aperta. 

— Non portarmi più di queste stregonerie] aggiunse Le- 
gree minacciando colle pugna lo schiavo, che usci di stanza a 
precipizio. 

Allorché Sambo fu lontano , parve che Legree si vergo- 
gnasse delle sue paure. Si sdrajò sulla sedia e si mise ad as- 
saporare lentamente il suo bicchiere di grog, Cassy approfit- 
' tò del primo momento in cui non era osservata per andarsene 



124 

furtivamente onde recare qualche soccorso, come T abbiamo 
già narrato, al nostro povero Tommaso. 

Perchè mai una semplice * ciocca di biondi capelli avea 
gettati tanti spaventi oelPanimo truce di quesfuomo insen- 
sibile ? 

Per soddisfare a questa domanda noi siamo obbligati di 
riepilogare brevemente la storia di Legree. 

Quest' uomo senza Dio, e cosi profondamente pervertito , 
era stato cullato dalle braccia amorose d'una buona madre che 
gli avea molcite le orecchie infantili coir armonia di cantici 
religiosi ] quella sua fronte maledetta era stata bagnata dalle 
sante acque del battesimo^ una donna dai biondi capelli lo 
aveva fatto pregare al suono solenne della campana della do- 
menica. 

I genitori di Legree abitavano la Nuova-Inghilterra. Sua 
madre lo avea educato con infaticabile tenerezza, ma Simone 
avea seguito l'esempio datogli da un padre vizioso e crudele. 
Impetuoso, dispotico , indisciplinato, Simone fin da fanciullo 
non volle mai ascoltare né i consìgli, né ì rimproveri. Abban- 
donò molto giovane la casa paterna per andare a cercar for- 
tuna sul mare. Non ricomparve in seno alla famiglia che una 
sola volta j sua madre, che avea bisogno d'amar qualcuno e 
che non avea sulla^terra altro oggetto da poter amare che questo 
suo unico figlio, approfittò dell'occasione per iscongiurarlo a 
rinunziare a quella sua vita colpevole e disordinata. Fu questo 
un giorno di grazia per Simone Legréè; egli si lasciò quasi 
sedurre dalla voce di quest'angelo che Io chiamava al penti- 
mento, e la misericordia divina gli aperse le braccia. 

Nel suo animo ebbe luogo una lotta tremenda, ma lo spi- 
rito infernale la vinse ed impose per sempre silenzio alle grida 
ed ai rimorsi della coscienza. 

Simone ricominciò la sua vita di stravizzi e di dissolutez- 
ze. Un giorno respinse brutalmente la madre, la quale, ingi- 
nocchiata innanzi a lui, lo supplicava di cambiar vita, la ab- 
bandonò svenula e tornò sul suo bastimento. 

Legree avea dimenticata sua madre, quando una notte, 
frammezzo ai brutali vapori dell'orgia, gli fu consegnata una 



125 

lettera. Egli T aperse e ne usci una lunga ciocca dì capelli che 
s'attorcigliò intorno alle sue dita. Questa lettera gli annun- 
ziava come sua madre fosse morta perdonandogli. 

Il male genera una specie di fantasmagoria che tramuta 
gli oggetti più dolci e più santi in orribili spettri. La pallida 
immagine di una madre affettuosa, il suo perdono, le sue estre- 
me benedizioni produssero sovra Legree l'effetto d'una tre- 
menda condanna e lo forzarono a pensare al giorno formida- 
bile deir ultimo giudizio e dell'ira celeste. Gettò sul fuoco la 
lettera ed i capelli, e quando li vide ardere senti scorrersi 
per le «ssa un fremito cagionato dal pensiero delle fiamme ine- 
stinguibili dell' inferno. Cercò di allontanare ogni importuna 
ricordanza col bere e col divertirsi , ma spesso fra le tenebre 
della notte, in quell'ora di calma solenne, in cui l'anima del 
colpevole è forzata a ripiegarsi sovra sé stessa, egli avea ve- 
duta sua madre al capezzale del letto ed avea sentito attorci- 
gliarsi intorno alle dita quella ciocca di capelli. Un freddo 
sudore gì' irrigidiva allora la persona ed egli si alzava pieno 
di terrore. 

Voi, che vi meravigliate nel leggere nei santi libri come 
Dio sia nello stesso tempo e l'amore per eccellenza ed un fuoco 
che divora, non vedete che per l'anima pervertita il perfetto 
amore è appunto una spaventevole tortura, una condanna fa- 
tale, il più crudele e il più dis[)erato dei supplizii? 

— Che il diavolo lo strascinil disse Legree bevendo il suo 
bicchiere di grog: dov'è andato a pescare questa ciocca? 
rassomigliava assolutamente a quella ... oh, io credeva di 
avere sbandita per sempre questa ricordanza . . . É dunque 
tanto difficile il dimenticare ... ? Non voglio restar solo. . . 
Chiamerò Emmelina . . . Quella sudicia mi detesta, ma io 
me ne ridol La farò venir qui. 

Legree sMnnoltrò nel vestibolo fino al basso d'una scala 
che altre volte era stata magnifica ; ma ora quel passaggio 
era ingombro da casse e da mille immondizie^ i gradini scon- 
nessi pendendosi nelle tepebre sembravano mettessero a mi- 
steriose e sconosciute regioni. Il pallido raggio della luna pe- 
netrava attraversò i frammenti d' una invetriata posta sovra 



126 

la porta. L'atmosfera era fredda e corrotta, come quella che 
si respira in un sepolcreto. 

Legree si fermò al basso di quella scala, poiché senti ri- 
sonare il canto di una voce che gii sembrò strana e fantastica. 
Questa voce cantava con singolare espressione un inno assai 
conosciuto dagli schiavi: 

ce. Oh, quante lagrime spargeranno gli empi allorché Gri- 
sto s'assiderà sullo sfolgorante suo trono per giudicarci 1 n 

— Pazza maledetta ! disse Legree, bisogna che la strozzi. . . 
Emmelinat Emmelinal . , , 

Nessuno rispose^ soltanto reco schernitj^'e ripercoste i rau- 
chi suoi gridi. 

Intanto la dolce voce da lui poc'anzi udita continuò a 
cantare: 

c< Gli eletti saranno poco numerosi ed il giudizio sarà 
severo ) il figlio sarà diviso da sua madre e non potrà più ri- 
vederla ». 

Ed il ritornello ripetuto con energico slancio risuonò ter- 
ribilmente sotto quelle vòlte deserte: 

i< Oh, quante lagrime spargeranno gli empi allorché Cri- 
sto s'assiderà suUo sfolgorante suo trono per giudicarci! " 

Legree non ebbe forza d'avanzarsi. Avrebbe vergognato 
di confessarlo persino a sé stesso, ma pure grosse goccie di 
sudore irrigavano la sua fronte, e la paura faceva palpitar 
con violenza il suo cuore. Gli parve vedere una bianca fanta- 
sima alzarsi e passargli da canto, e chiese atterrito a sé stesso 
se questa non fosse l'ombra di sua madre. 

Ritornò con passo tremante nella sala e si sdrajò nuova- 
mente sulla sua sedia: — Ho deciso 1 mormorò egli, d'ora in- 
nanzi lascierò stare quel negro . . . Perchè mi hanno recato 
quel suo maledetto cartoccio? In verità credo d'essere stre- 
gato. Da quel momento in poi non so far altro che fremere e 
rabbrividire . . . Dove ho posta quella ciocca? . . . Ah^ non 
v'è più, l'ho abbruciata, me ne ricordo, . . . sarebbe cu- 
rioso che i capelli potessero distaccarsi da soli dalle teste 
dei morti! 

Ah! Legree^ questa ciocca di biondi capelli avea dif- 



127 

fatti una misteriosa possanza 1 Essa risvegliava in te quei ri- 
morsi che volevi costrìngere al silenzio e ti appariva dinanzi 
per eccitarti a cessare dair essere iniquo e crudele! 

Legree chiamò fischiando i' suoi cani e gridò loro:. — 
Svegliatevi dunque e fatemi compagnia. < 

Ma i cani apersero a mezzo gli occhi gravi di sonno e gli 
lìcchiusero tosto. 

— Io voglio cacciare queste orribili idee; farò venir qui 
Sambo e Quimbo. ^ 

E ponendosi in testa li cappello sMnoltrò Verso la loggia 
estema e diede colla tromba il segnale con cui avea Tabi- 
tudine di chiamare a sé i suoi due satelliti. 

Legree, quand'era di buon umore, soleva far venire quei 
due negri nella sala, e dopo averli animati con alcuni bic- 
chieri di whisky li faceva, secondo il capriccio del momento , 
cantare, ballare e lottare. 

Quando Cassy, verso le due ore dopo mezza notte tornò 
dalla visita fatta al povero Tommaso, udì escire dalla sala 
delle grida selvaggie, delle strane canzoni, miste^ ai latrati 
dei cani. Essa gettò uno sguardo in quello schifoso ricetto 
dello stravizzo. Il padrone e gli schiavi^ completamente ub- 
briachi, cantavano, urlavano, rovesciavano le sedie, mettevano 
tutto sossopra e contorcevano la lurida loro fisonomia nelle 
smorfie più grottesche e più spaventose. Gli occhi di Cassy 
assunsero innanzi a questo spettacolo un'espressione di sin- 
golare ferocia. 

— Sarebbe un delitto, chiese ella a sé stessa, il liberare 
la terra da un si abbominevole scellerato? 

Essa s'allontanò affrettatamente, sali la scala e picchiò 
alla porta delia stanza in cui si trovava Emme! ina. 

CAPITOLO XXXVI. 

Emmeìina e Cassy. 

Cassy trovò Emmeìina, pallida di terrore, seduta nel can- 
tuccio più recondito della stanza. La fanciulla trasali quando 



i28 

« 

ìDtesc i picchi alla porta^ ma poiché ebbe riconosciuta la voce 
di Gassy si affrettò a correrle incontro. 

— Siete voi, disse ella^ oh, quanto sono contenta di vedervi ! 
Aveva paura che fosse ... Oh, se sapeste qual orribile ru- 

•more abbiano fatto là abbasso tutta la notte! 

— Oh, io dovrei saperlo, rispose Cassy, io che Tho udito 
le tante volte! 

— Ditemi, Gassy, non si potrebbe fuggire da questo luogo? 
Andrei nelle foreste, frammezzo ai serp^ti, ovunque si vo- 
lesse, purché m'i si lasciasse u^ir di qui. 

— La tornea è il solo nostro asilo ! 

— Non avete mai tentato di fuggire ? 

— Ne ho vedute delle altre tentare la fuga, ma nessuna 
vi è riescita. 

— Oh, consentirei a vivere in mezzo alle paludi avendo 
per unico mio alimento la scorza degli alberi , piuttostoché 
rimanermene in potere di quest'uomo! 

— Vi sono molte altre persone che la pensano come voi , 
rispose Gassy, ma le foreste e le paludi non offrono un asilo 
sicuro, giacché si é inseguite dai cani, ed allora. . . . 

— Gosa farebbe egli ? 

— Gosa non sarebbe capace di fare? ripigliò Gassy. Egli 
ha passata la sua vita frammezzo ai corsari delle Antille. Il 
sonno sfuggirebbe per sempre dalle vostre pupille se vi nar- 
rassi quello che mi é toccato vedere, se vi ripetessi le cose 
che sembrano ai suoi occhi scherzi ameni e piacevoli. Talora 
ho intese delle strida che non cessarono per intere settimane 
dal risuonarmi spaventosamente all'orecchio. Vicino al locale 
degli schiavi voi potete vedere un albero annerito dal fumo a 
che sembra sorgere da un ammasso di cenere. Ghiedete a 
(jualsiasi fra gli schiavi che sia accaduto in quel luogo e ve- 
drete se avrà il coraggio di rispondervi! 

— Oh, mio Dio, che é dunque avvenuto colà? 

— lo non ve lo dirò, poiché 'non posso pensarvi senza 
inorridire^ ma Dio solo sa quello che accadrà domani al po- 
vero Tommaso se egli non vorrà cedere al suo padrone. 



129 

— Ab, tutto ciò è spaventoso! esclamò Emmclìna impalli- 
dendo. Oh, Gassy, consigliatemi voi! 

— Fate quello che ho fatto io; maledite il vostro padrone 
e resistetegli più che potete. 

— Egli ha volato darmi a bere deir acqua-vita, ma io la 
abbomino ! 

— Bisognerà che la beviate. Anch^ io odiava Tacqua-vita , 
ed ora non posso farne senza. Si ha d' uopo di consolazioni 
e si è meno tristi dopo che si ha bevuto. 

— Mia madre mi ha comandato di non bevere mai liquori. 

-^ Vostra madre ! esclamò Cassy. A che giovano le racco- 
mandazioni delle madri? Voi siete stata comperata e pagata , 
e la vostra anima appartiene a colui che ha speso per voi il 
suo denaro. La cosa è assolutamente cosi. Bevete T acqua-vita, 
bevete tutti i liquori che vi saranno dati, e cosi potrete più 
facilmente sopportare i vostri dolori. 

— Ah, Cassy, compiangetemi ! 

— Non vi compiango io forse? Non hoanchMo una figlia? 
Dio sa ov^essa attualmente si trovi e qual sia il suo padrone! 
Essa batte sicuramente la strada percorsa da sua madre , e 
lungo la quale la seguiranno i suoi figli! Giacché sia la no- 
stra una maledizione senza fine ! 

— Vorrei non esser mai venuta a questo mondo ! disse 
Emmelina torcendosi angosciosamente le mani. 

— Fu sempre questo il più vivo de^ miei desiderii. Mi uc- 
ciderei se ne avessi il coraggio, disse Cassy colFaccento d'una 
fredda disperazione. 

— Il suicidio è un delitto, disse Emmelina. 

— Perchè dunque sarebbe un delitto? D'altra parte non 
commettiamo noi tutti i giorni delle azioni assai più peccami- 
nose di quanto il possa essere il darsi la morte?. . . Ma nel 
tempo in cui rimasi nel monastero mi si dissero tali cose che 
non ho potute dimenticare > e queste fanno si ch'io paventi di 
morire. Oh, se al di là della tomba non vi fosse nulla, al- 
lora . . ! 

Emmelina trasali e si nascose il viso fralle mani. 
Intanto Legree s'era addormentato. Egli non s'era abituata 
Voi. IIL ^ 



i50 « 

airubbriachezza, sia perchè il suo robusto temperamento 
fosse capace di resistere agli eccessi dell^ orgia, sia perchè 
una prudenza istintiva gii vietasse di abbandonarsi alle sue 
brutalf tendenze fino al punto di smarrir la ragione. Questa 
notte però, nei febbrili suoi tentativi per acquetare i rimorsi 
che lo tormentavano, egli avea bevuto più deirordinario, sic- 
ché^ quando ebbe congedati i suoi compagni di stravizzo^ cadde 
pesantemente sul suo letto e s** addormentò immediatamente. 

Come ardisce il malvagio penetrare nel misterioso regno 
del sonno/ tenebrosa regione che sembra confinare confusa- 
mente coir eternità? Legree sognò. Una donna velata si avvi- 
cinò a lui e gli posò sulle spalle una mano morbida e fredda 
come quella d'un cadavere. Credè riconoscerla e rabbrividì. 
Gli sembrò poscia che una ciocca di capelli s'attorcigliasse 
intorno alle sue dita , salisse lentamente fino al suo collo, e 
glielo stringesse con violenza. Egli non potea più respirare 
ed udiva intorno a sé dei suoni che Tagghiacciavano di spa- 
vento. Si vide poscia sulPorlo d'un orribile abisso. Cassy^ 
ridendo diabolicamente, gli dava la spinta per precipitarlo nel 
vortice orrendo^ dalle cui tenebre si protendevano delie negre 
mani in atto di afferrarlo. La misteriosa fantasima si tolse il 
velo ed egli vide sua madre. Questa ritorse lo sguardo ed egli 
cadde nel precipizio frammezzo a scoppii di risa infernali. 

Legree si risvegliò. 

I rosei chiarori dell'alba penetravano nella sala. La stella 
del mattino^ simile ad un occhio celeste, gettò dall'alto del 
firmamento su quel colpevole un raggio della sua luce. 

Quanto è bella e seducente l' aurora t Essa sembra dire 
all' insensato immerso nel delitto : — Eccoti un giorno di più 
che ti offre il mezzo di aspirare alla gloria immortale ! 

Legree non intese 'una tal voce. Appena sveglio cominciò 
a maledire ed a bestemmiare. Quale impressione potevano 
esercitare su lui le meraviglie del giorno nascente? Quale si- 
gnificato poteva avere per quest'empio la limpida luce della 
stella, eletta a proprio simbolo dal Figlio di Dio? Simile al 
bruto egli vedeva senza comprendere. Si alzò vacillando^ si 
versò un bicchiere d' acqua-vita e lo tranguggiò. 



131 

—^ Ho passata una notte molto cattiya! dìss^ egli a Gassy 
che entrava in quel momento. 

— Ne passerete molte altre di simili^ rispose ella fredda- 
mente. 

— Che intendi dire» sfrontata? 

— Lo saprete più tardi, ripetè Cassy col medesimo ac- 
cento. Voglio» Simone» darvi un consiglio. 

— Davvero? ^ 

— Farete bene» aggiunse Cassy con tuono risoluto» a la- 
sciare in pace il povero Tommaso. 

— E che t'importa di questo miserabile negro? 

— * DiiTatti non so neppur io perchè abbia ad impacciarmi 
in questa faccenda. Se voi comprate un uomo per mille e du- 
cento dollari, e Io rendete inetto al lavoro durante il tempo 
del ricolto, ciò riguarda voi e non me. Io ho fatto per lui quello 
che ho potuto. 

— Chi ti ha dato il permesso di occuparti di lui? 

— Io vi ho fatte risparmiare varie migliaja di dollari 
prendendomi cura più volte dei vostri schiavi, ed ecco come 
me ne ringraziate 1 Se farete un misero ricolto perderete 
le vostre scommesse e vi toccherà pagarle» non è vero» Le- 
gree? 

Legree metteva» al pari di molti altri piantatori, la sua 
ambizione neir ottenere il ricolto più abbondante della sta- 
gione. Egli avea scommesso con varii abitanti della' vicina 
città, che avrebbe recato sul mercato maggior quantità di co- 
tone dei piantatori suoi colleghi. Cassy con quella sicurezza 
di tatto, che è propria delle donne» avea toccata la sola corda 
che potesse ancor vibrare in queir anima di fango. 

— Or bene, disse Legree, io dimenticherò ciò che mi ha 
fatto, purché mi domandi perdono e mi prometta di compor- 
tarsi meglio. 

— Egli rifiuterà di fare quello che desiderate. 

— Lo credi? 

— Ne sono sicura. 

— Sarei curioso di sapere perchè ne siate sicura, signora t 
esclamò sdegnosamente Legree. 



132 

— Egli sa che la ragione era dalla sua parte e non vorrà 
ammettere di aver avut^ torto. 

— Che egli pensi come vuole, ma dovrà dire quello che 
voglio io, od altrimenti ... 

— In tal caso voi non farete altro che impedirgli di la- 
vorare in questi momenti di tanta premura, e finirete col per- 
dere le vostre scommesse. 

— Egli cederà, si, cederà. Non conosco io forse i negri? 
Egli diverrà umile come un cane. * 

— No, Simone, voi non lo conoscete; potrete ucciderlo, 
ma non costringerlo a ritrattarsi. 

— Oh, lo vedremo! Ove è egli? 

— Nel grande magazzino. 

Quantunque Legree avesse manifestata una ferma riso- 
luzione, pure provava una diffidenza affatto nuova per lui. 
Si sentiva scosso e dai sogni deir ultima notte e dalle parole 
di Cassy. Risolse quindi di abboccarsi da solo a solo con Tom- 
maso e di differire ad un momento più opportuno la propria 
vendetta, nel caso che non fosse riescito colle minacele a pie- 
gare lo schiavo. 

La luce dell' alba rischiarava il vecchio magazzino, e Tom- 
maso credette di udire queste solenni paì*ole: «e lo sono il 
rampollo di Davide, la luce e la stella del mattino >». 

Gli avvertimenti di Cassy, lungi dallo scoraggiarlo^ gli 
aveano infusa una forza novella ed una più decisa risoluzione. 
Ignorava se quello che spuntava avesse ad essere Tultimo dei 
suoi giorni, ma desiderava che lo fosse. Si consolava nel- 
ridea di poter essere chiamato prima del tramonto del sole 
a contemplare effettivamente le splendide cose da lui si spesso 
sognate, le corone, le palme, le cetre melodiose^ i beati in 
candide vesti, il soglio delP Eterno posato sovra un inestin- 
guibile arco baleno. Intese dunque senza tremare la voce del 
proprio persecutore. 

— Ebbene, ragazzo mio, come stai? disse Legree dandogli 
un colpo col piede. Non l'avea io avvertito che t'avrei inse- 
gnato a stare al mondo? La lezione che ti ho data ti piace? 



155 

Sei anche oggi testardo come jeri sera^ e ti senti in vena di 
farmi un'altra predica? • 

Tommaso non rispose. 

— Alzati dunque, immondo animale! disse Legree dandogli 
un altro calcio. 

Spossato e coperto di piaghe, Tommaso dovè assoggettarsi 
agli sfarzi più angosciosi per rizzarsi sulla persona. Legree si 
mise a ridere sgangheratamente. 

— Non sei troppo svelto questa mattina, Tommaso! Hai 
forse preso qualche raffreddore questa notte? 

Tommaso era giunto ad alzarsi e guardava il suo padrone 
con occhio impassibile. 

— Ah! puoi startene dunque sui tuoi piedi! ripigliò Le- 
gree guardandolo dall'alto al basso. M'avvedo che non ti hanno 
battuto come meritavi. Andiamo dunque, Tommaso, mettiti in 
ginocchio e domandami perdono. 

Tommaso non si mosse. 

— In ginocchio, dunque^ in ginocchio ! gridò Legree bat- 
tendolo collo scudiscio. 

•*— É impossibile! rispose Tommaso > io ho fatto quello che 
credeva mio dovere il fare, e sarei pronto, occorrendolo, a ri- 
cominciare. Qualunque cosa abbia ad accadermi io non com- 
metterò mài azioni crudeli. 

— Ma egli è che voi non sapete ancora cosa potrà acca- 
dervi, padron Tommaso. Tu credi di cavartela con alcuni colpi 
di sferza, ma io ti dichiaro che quanto hai provato è un 
nulla , assolutamente un nulla in confronto di quello che ti 
può capitare. Che diresti tu s'io ti facessi attaccare ad lin albero 
e|i ordinassi che ti arrostissero a lento fuoco? 

— Padrone, rispose Tommaso congiungendo le mani, io 
so già di che siete capace, ma voi non potete far altro che 
uccidermi il corpo, ma non v'è dato rapirmi l'eternità ! 

Questa parola, che dava tanta potenza all'anima del po« 
vero negro, , produsse sul padrone l'effetto della puntura di 
uno scorpione. I denti di Legree scricchiarono e la rabbia gli 
soffocò la parola nella strozza. 

Tommaso calmo e §oleqne continuò con, ft^jaj^A ^^^'^^^v 



154 

— Padrone, voi m'avete comperalo ed io sarò per voi uno 
schiavo fedele. Tutto il mio tempo sarà vostro , vostre tutte 
le mie forze; ma non darò mai ad un uomo T anima mia. 
Io obbedirò innanzi a tutto ai comandi di Dio, statene pur 
sicuro. Lungi dal temere la morte io la bramo. Sferzatemi, 
fatemi morire di fame, condannatemi al fuoco, e voi non rie- 
scirete ad altro che inviarmi più presto là dove desidero 
andare. 

— Ha prima, gridò rabbiosamente Legree, io ti farò 
piegare. 

— No, padrone, giacché sarò ajutato. 

— Da chi? 

— Da Dio onnipotente. ' 

— Miserabile 1 esclamò Legree gettando a terra Tommaso 
con un colpo di pugno. 

In queiristante una mano si posò sulla spalla di Legree: 
egli si rivolse, era la mano di Cassy. 

II contatto di questa mano morbida ed agghiacciata gli 
richiamò al pensiero il sogno delP ultima notte. Miriadi di 
fantasmi s'agitarono dinanzi a lui, ed egli senti rinascersi lo 
spavento da cui era stato assalito poche ore prima. 

— Siete pazzo? gli disse Cassy in francese. Lasciatelo in 
pace. M'assumo io l'incarico di curarlo in modo che possa 
tornare al lavoro. Non vi avea detto che egli resisterebbe? 

Si pretende che il corpo dell'alligatore e quello del rinoc.e- 
ronte, quantunque sieno coperti da una corazza a prova di palla, 
abbiano un punto vulnerabile. Pei riprovati che non hanno né 
legge né fede quest'unico punto sensibile é costituito dalla 
paura superstiziosa. 

Legree risolse di temporeggiare. 

— Fa quello che vuoi, diss'egli a Cassy. In quanto a te, o 
Tommaso, io ti risparmio adesso perché v' ha molto da lavo- 
rare ed ho quindi bisogno di tutti i miei schiavi^ ma ricor- 
dati bene ch'io non dimentico mal 1 Ho un conto da regolare 
con te, e finirai a pagarmi colla tua vecchia pelle nera. 

Dette queste parole egli se ne andò. 

— * 4nch§ |u avr^i iit^ conio da regolarci disse Gassj se- 



A56 

^uendolo cogli sguardi. Ebbene, mio povero amico, come 
state? / 

' — II buon Dio ha inviato il suo angelo, che ha chiusa per 
questa volta la gola del leone. 

— Sì, disse Cassy, per questa volta, giacché voi vi siate 
attirata la sua collera, ed egli non vi lascierà più stare ^ egli 
si attaccherà a voi come un cane arrabbiato e vi succhierà il 
sangue goccia a goccia. Oh, io Io conosco! 

CAPITOLO XXXVII. 

• Libertà. 

Abbandoniamo per un istante Tommaso f ralle mani dei 
suoi. persecutori ed informiamoci di quanto accadde a Giorgio 
ed a sua moglie, da noi lasciati sotto la protezione dei Quac- 
cheri in una fattoria fronteggiante la strada maestra. 

Noi abbiamo veduto come Tommaso Locker si contorcesse 
lamentandosi sovra un letto dMmmacolata bianchezza. La mam- 
ma Dorcas, che s'era assunta là pena di assisterlo , lo trovava 
tanto indocile quanto può esserlo un bisonte ammalato. 

Immaginatevi una donna d'alta statura^ dal portamento di- 
gnitoso. Una cuffia di bianca mussolina copre i suoi capelli ar- 
gentini, spartiti sovra una fronte largamente designata. I suoi 
occhi grigi indicano rabitùdine della riflessione. Un fazzoletto 
di velo liscio scende e s'incrocia sul suo petto. Quando essa 
s'aggira per la camera s'ode «il dolce fruscio della oscura sua 
veste di seta. 

— Corpo di mille diavoli 1 esclamò Tommaso Locker , re- 
spingendo da sé le coperte. 

— Ti prego, amico^ disse la mamma Dorcas, di non per- 
metterti simili espressioni. 

Ed essa riordinò il letto tranquillamente. 

— Cercherò di evitarle, ma fa tanto caldo che non si può 
far a medo di bestemmiare. 

La mamma Docras tolse un copri-piede e ri^k^^ V^ V^^ 



i56 

zuola agli orli del letto in modo che Tommaso ebbe tutta l'ap- 
parenza d'una crisalide. 

— Amico, gli dissocila compiendo quest'operazione, tu do- 
vresti pensare alla tua passata . condotta ed astenerti dal be- 
stemmiare. 

— Perchè dunque dovrei pensare alla mia condotta? disse 
il cacciatore di negri $ è l'ultima cosa di cui mi sia mai occu- 
pato AI diavolo tutta questa biancheria 1 

E dibattendosi mise il letto in uno spaventevole disordine. 

— Quell'uomo e quella donna sono ancora qui? ripigliò 
egli dopo un istante di silenzio. 

— Si, rispose Dorcas. 

— Farebbero meglio a recarsi Immediatamente dall'altra 
parte del lago. 

— £ ciò che faranno probabilmente quanto prima , disse 
la mamma Dorcas mettendosi a lavorare dietro ad un pajo di 
calze. 

— Ascoltate, disse Tommaso, noi abbiamo aSandosky dei 
corrispondenti ^ i quali tengono pronti a nostra disposizione 
dei battelli. Ve lo dico ora, giacché bramerei che quei due si 
ponessero in salvo per fare arrabbiare quel furfante di Marcks, 
che il diavolo lo trascini! 

— Tu dimentichi le mie raccomandazioni, disse Dorcas. 

— Quando le bottiglie sono turate troppo fortemente bi- 
sogna bene che scoppiino ! rispose Tommaso Locker. In quanto 
alla donna avvertitela di trasvestirsi, giacché abbiamo spediti 
a Sandusky i suoi connotati. 

— Ci prenderemo cura di questo , disse la mamma Dorcas 
colla sua imperturbabile tranquillità. 

Siccome è nostro divisamento di prendere definitivamente 
congedo da Tommaso Locker, cosi diremo qui come egli abbia 
passate tre settimane in casa dei quaccheri, e come i dolori 
delle sue ferite venissero accresciuti da un acuto reumatismo, 
da cui venne assalito. Quando potè abbandonare il letto egli 
era già divenuto un po' più saggio ed un po'meno spensierato di 
quanto il fosse prima. Hinunziò al mestiero di cacciatore di 
schiavi e si stabili in una colonia che cominciava a costituirsi^ 



157 

ove si esercitò con molto successo a tendere imboscate ai lupi; 
agli orsi ed agli altri abitanti delle foreste. Si acquistò in questo 
genere di caccia una fama b^n meritata. Egli parlava sempre 
dei quaccheri colla più grande venerazione. — Sono eccellenti 
creature, diceva egli: Hanno cercato di convertirmi, ma non 
vi sono riesciti che a mezzo. Essi sanno, per esempio, curare 
magnificamente un ammalato e fanno delle superbe focaccie. 

Accogliendo i suggerimenti di Tommaso Locker, si credette 
cosa prudente di far partire separatamente i fuggitivi. Se ne 
andarono dapprima Jim e sua madre^ e due giorni dopo la co^ 
storo partenza Giorgio, Elisa ed il fanciullo furono condotti 
secretamente a Sandusky e ricoverati in una casa di quaccheri, 
per attendervi il momento opportuno di imbarcarsi sul lago 
Eriè. 

La notte passò rapidamente e la stella della libertà splen- 
dette finalmente per essi. 

Libertà 1 magica parolai In che consiste dessa? Non è forse 
nulla più che un nome senza significato^ che una vana figura di 
rettorica? Perchè dunque, o Americani^ il vostro cuore palpita 
al suono di questa parola^ per la quale i vostri padri hanno ver- 
sato il loro sangue, per la quale le vostri madri, ancora più 
eroiche, consentirono a dar la vita dei loro nobili figli? Ciò 
che è caro a tutto un popolo, non lo sarà dunque egualmente 
ad un individuo? La libertà d'una nazione è forse altra cosa 
che la libertà degli individui che la compongono? Cos'è dun- 
que la libertà per questo Giorgio Harris che vi vedete dinanzi 
con le braccia incrociate sul largo petto, co^li occhi sfolgoranti, 
colle guancie colorite dal sangue africano? Pei vostri padri la 
libertà era il diritto di costituirsi in nazione. Per Giorgio la li- 
bertà è il diritto d' esser uomo , di non essere calpestato al 
pari d'una bestia, di poter chiamare sua moglie la donna da 
lui scelta, di poterla proteggere contro la violenza^ è il diritto 
di educare il proprio figlio, d'avere un focolare domestico, 
una religione, una volontà indipendente dalla volontà artrui! 

Tutti questi pensieri bollivano nella mente di Gioi^gio, 
mentre contemplava sua moglie , che lavorava dietro T abito 
d'uomo, che dovea servire a trasvestirla nella sma Cw|^\. 



158 

*— NoD è un peccato? dissocila scuotendo le lunghe treccie 
dei suoi neri capefli^ sono costretta a sacrificare il più bello 
dei miei ornamenii. 

Giorgio sorrise melaneonicamente senza rispondere. 

Elisa si pose dinanzi ad uno specchio^ e le forbici fecero 
cadere una ad una le ricche ireccie della sua morbida ca- 
pigliatura. 

— La cosa è fatta 1 dissocila prendendo una spazzola^ non 
si tratta più che di dare un po^ d'ordine ai miei. capelli. Non 
sono io forse un ragazzo abbastanza grazioso? 

Ed ella si rivolse verso il marito sorridendo ed arrossendo 
nello stesso tempo. 

. — Qualunque sia il vostro abbigliamento voi sarete sempre 
vezzosa^ disse Giorgio. 

— Perchè siete tanto meditabondo? ripigliò Elisa mettendosi 
in ginocchio innanzi a lui. Noi non siamo che a. ventiquattro 
ore di distanza dal Canada. Per giungervi non abbiamo a fare 
che un giorno ed una notte di tragitto sul lago. 

— Ah Elisa 1 esclamò Giorgio, è appunto ciò quello che 
mi turba! Siamo vicini alla meta, ci è dato pressoché vederla... 
Ah, se non potessimo raggiungerla!.... .. 

— Non temete nuila^ il buon Dìo non ci avrebbe condotti 
salvi fin qui, se non avesse avuta Tintenzione di farci superare 
tutti gli ostacoli. Io sento che Dio è con noi. 

— Che siate benedetta, Elisa! rispose Giorgio stringen- 
dole convulsivamente le mani. Ma questa .felicità ci è proprio 
riserbata ? Le nostre lunghe sofferenze sarebbero dunque {fi- 
nalmente vicine al loro termine? Saremo noi liberi? 

— Ne sono certa, disse Elisa con entusiasmo. Dio spezzerà 
quest'oggi stesso i ceppi della nostra schiavitù. 

— Procurerò di prestar fede alle vostre parole^ disse 
Giorgio alzandosi rapidamente. Andiamo, poniamoci in viaggio 1 
Ma davvero, aggiunse egli guardandola con tenerezza^ voi siete 
un grazioso ragazzo. Questi capelli arricciati vi si affanno a 
meraviglia. Mettetevi il cappello. ... là, un po' suir orecchio. 
Non mi siete mai apparsa tanto seducente. Ma la carrozza non 



, 159 
dovrebbe tardare ad arrivare. Chi sa, se la signora Smith si 
sarà occupata del trayestimento di nostro figlio? 

Una signora d^età matura e di rispettabile apparenza, en* 
trò in quel momento conducendo a mano il piccolo Enrico 
vestito da fanciulla. 

— Che bèlla ragazzina 1 esclamò Elisa: noi la chiameremo 
Enrichetta ; non è questo un bel nome? 

Il fanciullo tutto silenzioso guardò sospirando sua madre 
trasvestita. 

— Non mi riconosci? disse Elisa protendendogli le mani. 
Enrico si riavvicinò pauroso alla vecchia signora. 

— Via dunque, Elisa, disse Giorgio^ perchè volete accarez- 
zarlo mentre sapete che non deve venire con voi? 

— Ebbi torto, disse Elisa, ma non potei superarmi 

Dov^è il mìo mantello? Gli uomini come fanno a mettersi il 
mantello, Giorgio? 

— Cosi, rispose il marito panneggiando il mantello sulle 
spalle dì Elisa. 

— Ora io debbo batter fortemente il piede camminando , 
fare dei lunghi passi e darmi un'aria rissosa ... 

— Non prende%3vi tanti fastidii; voi dovete comparire u,n 
giovine modesto, e così sosterrete più facilmente il vostro per- 
sonaggio. 

— E questi guanti? misericordia! le mie mani vi si per- 
dono dentro. 

— Vi consiglio però di non abbandonarli; la vostra delica- 
ta e sottile manina basterebbe ai tradirvi . Signora Smith, vi 
piacerà ricordarvi, non è vero, che siete la zia di questa &n- 
ciullina ? 

— A quanto pare, disse la signora Smith, i connotati tras- 
messi a tutti i capitani, di piroscafi riguardano un uomo, una 
donna ed un piccolo ragazzo. 

— Ebbene, disse Giorgio, se ci sarà dato incontrare persone 
che corrispondano a questi contrassegni, ci affretteremo ad av- 
vertirne chi si deve. 

Una carrozza da nolo si fermò dinanzi la porta, e l'onesta 
famiglia, che avea ricoverati i fuggiaschi ^ veiiw^ ^4 "«as^iK^. 



140 ' 

loro il buon viaggio. La signora Smith ritornava per un fortu- 
nato accidente al Canada, che era il paese del suo soggiorno. 
Aveva acconsentito a sostenere la parte di zia del piccolo En- 
rico, da cui non si separava più da due giorni onde affezio- 
narselo. Era giunta a conciliarsi la simpatia del fanciullo a for- 
za d'incessanti premure^ di zucchero candito e di focaccie di 
miglio. La carrozza si fermò al luogo delP imbarco. Elisa of- 
ferse galantemente il braccio alla signora Smilh per salire 
sul piroscafo. Giorgio le segui onde far registrare gli equi- 
paggi. Si trovava nella stanza del capitano^ quando udi due 
persone che parlavano a poca distanza da luì. 

— Ho esaminati tutti coloro che sono venuti a bordo , di- 
ceva l'uno, e sono certo che coloro che cercate non si tro- 
vano sa questo battello. 

Quegli che parlava di tal modo era un impiegato del bat- 
tello^ r altro individuo era Marcks, che avea colla sua rara 
perseveranza perseguita la sua preda fino a Sandusky, giuB- 
rens quos devoraret. 

— É facile, disse Marcks, confondere la donna con una 
bianca. Anche la carnagione deli' uomo è molto chiara. Ha la 
lettera ff impressa a fuoco sulla mano d^tra. 

In quel momento Giorgio prendeva i biglietti e riceveva 
indietro il resto del denaro. Le sue mani trepidarono 5 ma egli 
riprese rapidamente la sua calma^ guardò Marcks col maggior 
isangue freddo e s'ayviò tranquillamente verso quella parte 
del piroscafo^ ove Elisa stava attendendolo. 

La signora Smith s' era ricoverata col piccolo Enrico nella 
cabine delle signore^ dove l'avvenenza della finta fanciullina 
le avea già procurati i (complimenti delle sue compagne di 
viaggio. 

Quando la oamp^na suonò per V ultima volta, Giorgio potè 
vedere Marcks ritornarsene a terra. 11 mulatto emise dal pro- 
fondo petto un largo sospiro appena il battello fu ad una certa 
distanza dalla sponda. 

La giornata era splendida. Le onde azzurre del lago Eriè 

scintillavano ai raggi del sole, una fresca auretta accarezzava 

/a supericie del Iago, ed il piroscafo $'innoUraya rapidamentQ*. 



141 

Ma quali misteri si nascondono negli abissi del cuore 
umano! Giorgio, mentre passeggiava con calma sul ponte in- 
sieme al suo timido compagno, era in preda ad angoscie che 
lo dilaniavano. La felicità che gli si presentava tanto vicina, gli 
sembrava troppo grande per isperare che avesse ad effettuarsi^ 
e temea che alcuno venisse a rapirgliela. 

Frattanto le ore scorrevano e si travidero finalmente le 
sponde del Canada, queste sponde che hanno la magica pos- 
sanza di infrangere le catene della schiavitù. Si era vicini alla 
piccola città di Amherstburg, posta all'estremità occidentale 
del lago Eriè. Giorgio prèse la moglie pel > braccio. La sua re- 
spirazione^di venne affannosa, ì suoi occhi s'ottenebrarono ed 
egli strinse silenziosamente una piccola mano che trepidò 
nella sua. La campana suonò ed il battello si fermò. 

Giorgio, senza quasi sapere quello che si facesse, radunò 
le sue valigie, si uni ai suoi compagni e sbarcò. I fuggiaschi 
restarono calmi fino a che si diradò la folla; e poscia il ma- 
rito e la moglie si baciarono piangendo e tenendo stretto 
nelle loro braccia V attonito loro figlio. Essi s'^inginocchiarono 
ed alzarono la loro anima a Dio. 

« Si sarebbe detto che fossero passati dalla morte alla vita^ 
che avessero mutato il funebre sudario nella candida veste de- 
gli angeli. La loro anima sottratta alle inique catene di una 
crudele dominazione sembrava avesse trovato un pietoso ac- 
coglimento in un mondo diverso dal nostro. Era quella Torà 
suprema in cui Dio volge nella sua mano potente la chiave 
d'oro della dimora celeste, e dice all'uomo : — r La tua anima é 
finalmente libera! " 

La signora Smith condusse i suoi amici nella- casa ospi- 
tale d'un buon missionario, posto là dalla carità cristiana onde 
raccogliere i pellegrini che venivano a cercare un asilo su 
quelle libere piaggio. 

Chi potrebbe narrare le ineffabili dolcezze di quel primo 
giorno di libertà? Non avremmo noi per avventura, oltre i nostri 
cinque sensi, un sesto senso più sublime, quello della libertà? 
Respirare, parlare, andare, venire con un'assoluta indipen- 
denza! Come dipingere la nobile e pacifica calma dell'uomo 



•N 



142 

libero^ protetto dalle leggi che gli garantiscono i diritti tras- 
messigli da Dio? Con quale tenerezza Elisa contemplava il suo 
figlio addormentato, rèsole più caro dalla memoria dei mille 
pericoli per esso incontrati? I due sposi non possedevano né 
un palmo di terreno, né una capanna per ricovrarsi, ed avea- 
no sp^so r ultimo dei loro dollari! Simili agli augelli deira- 
ria, ai fiori dei campi essi non possedevano nulla, nulla, ep« 
pure erano ebbri di gioja 1 

Oh , voi che rapite la libertà agli uomini qual conto do- 
vrete rendere a Dio ! 

CAPITOLO XXXYIII. 

La vittoria. 

Nel còrso deir esistenza vi sono dei momenti, nei quali sì 
preferisce la morte alla vita. 

Il martire che affronta una morte crudele, trova persino 
nella tortura una specie di consolazione. Il suo entusiasmo, viva- 
mente eccitato, gli dà la forza di sostenere i suppllzii, poiché 
ciascuno d'essi lo avvicini d'un passo alPeterna liberazione. 

Ma languire nel ruminazione, subire il giogo d'una crudele 
tirannia, perdere gradatamente la facoltà di sentire, si é que- 
sta la prova più tormentosa a cui un uomo possa venire assog- 
gettato ! 

Quando Tommaso era ai cospetto del suo carnefice e cre- 
deva giunta la sua ultima ora, mostrava una invincibile fer- 
mezza. La speranza del cielo, al quale gli pareva d'essere vicino, 
gli dava la forza di sfidare i più atroci tormenti ^ ma quando 
il Legfee non era più là, e quando era scomparso il momen- 
taneo eccitamento, lo schiavo sentiva il dolore delle sue ferite 
e comprendeva tutta la miseria della sua posizione disperata. 

Legree Io mandò al lavoro prima ancora che fosse guarito; 
e là in mezzo ai campi quello sventurato fu esposto a tutti i 
cattivi trattamenti che potevano essere inspirati dalP umana 
malvagità. 

Chiunque ha patite fisiche sofferenze conosce quanta sia 



145 

rirritabilità che ne è la quasi forzata conseguenza. Tommaso 
non sì stupiva più perchè i suoi compagni avessero Taria tri- 
ste e cupa. Egli sentiva quanto fosse difficile sottrarsi air in- 
fluenza di quella orribile vita di miserie. Egli s'era lusingato 
di poter impiegare le sue ore di riposo nel leggere la Bibbia, 
ma Legree costrinse i suoi schiavi a lavorare anche la dome- 
nica al pari degli altri giorni. 

/ E perchè non avrebbe egli agito di tal maniera? Egli ot- 
tenne per tal mezzo un ricolto più considerevole di cotone e 
potè guadagnare le sue scommesse. Alcuni schiavi soccombet- 
tero, è vero, allo stento ed alla fatica, ma il guadagno che ne 
avea ritratto permetteva a Legree di comperarne degli altri , 
in maggior numero e più robusti. 

Dapprincipio Tommaso, quando tornava dai campi, poteva 
leggere alPincerta luce del fuoco alcuni versetti della Bibbia^ 
ma, dopo le sofferte battiture, il lavoro lo affaticava in modo 
dal recargli dolorose vertigini e dal confondergli la vista 
quando cercava di leggere. Era quindi costretto ad andare 
a coricarsi insieme agli altri suoi compagni. La fede che Tavea 
fin allora sostenuto cominciava a lasciarsi affievolire da qualche 
dubbio. Le tenebre penetravano nella sua anima, poiché fosse 
costretto ad assistere senza tregua allo svolgimento del più 
tremendo problema offerto dalP umana esistenza ^ vale a dire 
a scorgere un Dio silenzioso fra Toppressione di tante anime 
ed il trionfo del male. 

Passarono cosi varii mesi. Tommaso pensai^ talora alla 
lettera scritta da miss Ofelia alla signora Shèlby , e predava 
Dio che si venisse finalmente a liberarlo. Egli avea tutti i 
giorni come una confusa speranza di veder arrivare un mes- 
saggero incaricato di riscattarlo^ ma siccome non giungeva 
alcuno, cosi fu sopraffatto dalla tremenda idea che fosse ora- 
mai inutile per lui il servir Dìo^ poiché Dio Tavessc obbliato. 
Tommaso s'intratteneva alcune volte con Cassy, e quando avea 
da compiere qualche incumbenza neirabitazione vedeva anche 
la sventurata Eminelina , ma senza poterle mai parlare. Del 
resto, sopraccaricato com'era di lavoro, non avea tempo da get- 
tare in discorsi cogli altri suoi compagni di servaggio. 



144 

Una sera lo schiavo infelice, completamente abbattuto sotto 
il peso delle fisiche sofferenze e delle angustie morali, stava 
assiso dinanzi ad alcuni semi-spenti tizzoni che servivano a 
cuocere la sua povera cena. Egli gettò sul fuoco alcune fa- 
scine onde ottenere una fiamma che gli permettesse di leggere, 
ed estrasse dalla tasca la vecchia ed oramai sdruscita sua Bib- 
bia. In questo libro si trovavano ancora le sentenze dei pa- 
triarchi e dei saggi, ì vaticinii dei profeti. II linguaggio di 
questi inspirati dalP eterna Sapienza avea perduta la sua ef- 
ficacia, oppure gli stanchi sensi dello schiavo erano divenuti 
inetti ad accogliere il seme della divina parola? Il fatto si è 
che Tommaso non potè leggere, e fu costretto a riporre so- 
spirando la sua Bibbia nella tasca. 

Uno scoppio di risa lo fe^ rabbrividire^ egli alzò gli occhi e 
si vide dirimpetto il signor Legree. 

— Ebbene, vecchia pelle, sembra che la tua religione co- 
minci ad annojarti. Io era sicuro che avrei finito col guarirti 
da questa sciocca malattia. 

Questo motteggio fu più acerbo e crudele per Io schiavo, 
di quanto lo fosse mai stato il freddo, la fame, qualsiasi mi- 
seria. Egli però non rispose. 

— Tu sei stato pazzo da legare^ continuò Legree, a com- 
portarti come hai fatto, giacchèio avea delle buone intenzioni 
a tuo riguardo; tu avresti potuto aspirare ad una sorte mi- 
gliore di quella di Sambo e di Quimbo. In luogo d^ essere 
sferzato tu «tesso tutti i giorni avresti sferzato gli altri, e ti 
sarebbe stato regalato di quando in quando per riscaldarli 
qualche buon bicchiere di grog. Non ti pare che sia del 
tuo interesse il mettere finalmente giudizio? Getta al fuoco 
quella tua raccolta di sogni , ed entra nella mia chiesa. 

— Che Dio me ne liberi 1 esclamò Tommaso con impeto 
subitaneo. 

— Tu vedi che il Signore non si cura di te 5 se Egli esistesse 
non ti avrebbe lasciato cadere in poter mio. La tua religione 
non è che una balorda farragine di menzogne; è meglio che 
tu ti risolva ad obbedire, poiché alla, fine io non sia un ente 
immaginario ma abbia potere di farti del bene e del male. 



145 

— Padrone, disse Tommaso, il Signore può assistermi od 
abbandonarmi^ ma io non cesserò mai dall' obbedirlo e dal 
creder in lai fino all'altimo mio sospiro. 

— La tua pazzia aumenta invece di diminuire , disse Le- 
gree dando un calcio a Tommaso. Ma non fa nulla 1 vedrai che 
ti guarirò a tuo ma] costo! * 

E Legree s'allontanò. 

.Quando Panima è prostrata sotto il peso del dolore, essa 
raduna per coSl dire tutte le proprie forze onde sottrarsi alla 
disperazione, ed allora succede in essa una di quelle miste- 
riose reazioni che ne rinvigoriscono il 'coraggio e la rimettono 
sul florido calle della gioja e della speranza. 

Le sarcastiche bestemmie dell'ateo aveano trascinato Tom- 
maso quasi al limite della disperazione^ egli si sentiva come 
annientato, ed era oramai con mano fiacca e pressocchè in- 
tormentita che stava ancora aggrappato alla roccia della fede 
in DÌO) ma ad un tratto gli oggetti da cui era circondato as- 
sunsero ai suoi occhi una forma confusa ed incerta, ed egli 
travide frammezzo a quel caos nebbioso una testa coronata di 
spine^ pesta ed insanguinata. I lineamenti di questa testa spira- 
vano una sublime rassegnazione, ed il suo sguardo esprimeva 
una calma divina. Tommaso, dominato dalla più viva emozione, 
s'inginocchiò e protese le braccia. Allora la visione mutò d'ap- 
parenza; le spine acuminate divennero raggi di luce, quella 
testa brillò di ineffabili splendori, e volse allo schiavo i suoi 
occhi pieni di pietà e di tenerezza. Tommaso inteae una voce 
che diceva: « L'angosciato s'assiderà con me sul mio trono, 
poiché anch'io, il quale fui angosciato, m'assida ora sul trono 
del Padre mio '». 

Tommaso rimase assorto nello stupore per un tempo ab- 
bastanza lungo, ma di cui gli fu impossibile di valutare la 
durata. Quando ritornò in sé stesso, il fuoco era spento, e 
le sue vesti erano bagnate dalla fredda rugiada della notte. 
Ma intanto la crisi fatale a cui abbiamo alluso era passata^ lo 
schiavo poteva affrontar nuovamente, senza sentirsi vacillar 
nella fede^ l'umiliazione, il patimento, le privazioni, il sacri- 
ficio stesso della vita. 

rol HI. ^^ 



148 

La luna splendeva limpidan\ente nel cielo azzurro e di- 
segnava suirerba dei viali P ombra degli alberi della Cbina. 
L'atmosfera avea quella calma trasparenza che invita al rac- 
coglimento ed al silenzio, quasi si avesse paura di turbare la 
solenne quiete della notte. Legree si trovava a breve distanza 
dal quartiere, quando intese il canto dì una voce. Un tal fatto 
non era abituale in quel tristo soggiorno^ e il Legree si fer- 
mò per ascoltare. Una limpida voce di tenore cantava: t€ Al- . 
lorchè io vedo scritti i miei diritti nel cielo, respingo i ti- 
mori dal mio cuore e tergo le lagrime dai miei occhi. Che il 
mondo si scateni pure contro me e che V avvenire si stenda 
tenebroso innanzi ai miei sguardi! Io derido il mondo impo- 
tente e sfido la rabbia di Satana. Che le sventure piovano 
pure da tutte le parli sovramecome un diluvio! Io sono lieto 
poiché sia certo di trovare un asilo nel tuo seno^ o Dio della 
libertà! « 

— Ecco dunqiue ciò che lo rende tanto allegro! disse Le- 
gree fra sé stesso. Come sonp odiosi questi cantici metodisti! 
Olà, Tommaso, perché ti permetti di vegliare mentre dovresti 
esser già coricato? Chiudi quel tuo bécco da corvo ed entra 
nella tua tana! 

— Si, padrone, disse Tommaso con premurosa sommis- 
sione. 

La pia tranquillità di Tommaso irritò Legree alP ultimo 
punto, sicché questi si slanciò contro lo schiavo e Io percosse 
alla testa e sulle spalle. 

— Prendi, furfante! esclamò il Legree, vedremo se dopo 
ciò sarai ancora tanto allegro. 

Ma i colpi cadevano suiruomo fisico e non più suIFuomo 
morale come per lo innanzi. La docilità di Tommaso era per- 
fetta, e tuttavia Legree non poteva nascondere a sé stesso come 
non avesse alcun potere sul proprio schiavo. 

Nell'istante in cui Tommaso entrò nella sua capanna, ba- 
lenò nello spirito del tiranno uno di quei lampi, che la co- 
scienza fa splendere talora nei- cupi abissi delle anime più 
pervertite. Legree comprese che v'era un Dio che sMntrap- 
poneva tra lui e la sua vittima, ed egli bestemmiò. La pa- 



i49 
diente sommissione di que&r uomo che sfidava gli oltraggi e 
le percosse^ destò nel cuore del carnefice una voce simile a 
quella del demonio posto in fuga dal divino Maestro. Questa 
voce diceva. <« Che abbiamo noi di comune con te, o Gesù 
Nazareno? Sei forse venuto a tormentarci prima del tempo 
prefisso? » 

Tommaso era penetrato della più affettuosa simpatia pei 
suoi sventurati compagni di schiavitù ed era divorato dalla 
brama di comunicar loro quella interna pace, di cui gli era 
dato godere. Le occasioni erano rare; ma sia nelPandare, sia 
nel ritornare dai campi , e talora persino durante il lavoro 
egli trovava modo di tendere la mano a queste creature avvi- 
lite e scoraggiate. Dapprincipio stentarono assai a compren- 
derlo, ma finalmente la luce penetrò poco a poco nel loro spi- 
rito. Quest'uomo strano soccorreva tutti e non domandava 
Tajuto dì alcuno. Non prendeva cibò che quando gii altri era- 
no satolli^ si contentava della razione più misera, ed era sem» 
pre disposto a dividerla coi bisognosi. Nelle notti frigide egli 
cedeva la sua lacera coperta alle donne rabbrividenti per la 
febbre. Nei campì egli ajutava i più deboli a riempire i loro 
canestri, esponendosi persino al terribile rischio di non poter 
presentare egli stesso al padrone la prescritta quantità di coto- 
ne. Quantunque fosse perseguitato senza tregua non proferiva 
mai una sola parola di collera e di sdegno contro il comune 
tiranno. 

Quest' uomo si ammirabilmente rassegnato fini per ottenere 
sugli altri schiavi una singolare influenza. Allorché fu passata Te- 
poca del ricolto, e che si lasciò quindi loro libera la domenica, 
essi vennero ad aggrupparsi numerosi intorno a Tommaso per 
udirlo a parlare del Salvatore. Quelle povere creature avreb- 
bero pur bramato radunarsi per pregare assieme, ma il Legree 
non volle mai permetterlo. I loro tentativi a questo scopo ec- 
citarono talmente la collera del brutale padrone, che quegli 
infelici furono costretti di trasmettersi segretamente Tun l'al- 
tro la buona notizia annunziata dal l'Evangelo. Qual gìoja inge- 
nua provarono questi poveri paria, la cui vita era un triste 
viaggio verso una meta ignorata^ quando intesterò la parola 



che attestava l'esistenza d'un Redentore misericordioso e 
d'una patria celeste 1 

I missionarii assicurano che fra tutti g4i abìtaoti della 
terra gli Africani sieno quelli^ che sono disposti a ricevere l'E- 
vangelo con maggiore docilità. La fiducia e la fede assoluta 
sono spontanee fra lóro, ed è spesso accaduto che il seme della 
verità gettato a caso frammezzo ad alcuni di quei poveri igno- 
ranti abbia prodotti tali abbondevoli frutti, dal far vergogna 
alle razze più privilegiate per coltura e per intelligenza. 

La mulatta, la cui fede era slata pressoché soffocata dal 
dolore, senti risorger vivide le sue credenze religiose nell'udire 
le esortazioni mormoratele a bassa voce dall'umile apostolo, 
che le si metteva a fianco quando andava ai campi. La stessa 
Cassy, la cui testa era mezzo sconvolta, subì l' affettuosa e 
dolce influenza del povero Tommaso. 

Cassy, cui le sventure l'aveano ridotta alla disperazione, 
avea spesso pensato a vendicare sul comune oppressore sia 
le proprie che le miserie degli schiavi da lui si barbaramente 
tormentati. 

Di^a notte, mentre coloro che abitavano la capanna di 
Tommaso erano immersi nel sonno, egli vide con istupore il 
viso di Cassy sporgere dal foro che serviva di finestra a quel- 
l'abituro. Cassy gli fece segno d'uscire. 

Tommaso si alzò. Erano circa le due ore dopo la mezza 
notte. Il mite raggio della luna gli lasciò scorgere gli occhi 
neri di Cassy brillanti di una luce sinistra e feroce. 

— Venite, zio Tommaso, diss'ella stringendogli la mano 
con violenza^ ho qualche cosa a dirvi. 

— Che c'è di nuovo, miss Cassy? chiese Tommaso con 
ansiosa inquietudine. 

— Volete voi divenir libero? 

— Lo diverrò quando la mia ora sarà suonata. 

— Potete divenirlo questa notte, ripigliò Cassy con ener- 
gia. Seguitemi! 

Tommaso esitò. 

— Venite dunquel moxmotò U schiava fissando su Tom- 
waso gli ardenti §uoi sjww^v. l^^V ^ >èt<AQ.x!Àasafc\\^ ^^§sss^ 



i5i 

mentalo. Ilo versato un narcotico nella sua acquayita. . . Oh^ 
se ne avessi avuto- di più non avrei avuto bisogno dì voi !.. . 
Ma venite dunque ! ... La porta posteriore di casa è apèrta , 
e voi troverete colà una scure . . . La sua camera è pure 
aperta ed io ve ne mostrerò la via . . . . Avrei colpito io 
stessa, ma il mio braccio è troppo debole . . . Venite dun- 
que! ... 

— No, per tutti i tesori del mondo! rispose Tommso in- 
dietreggiando. 

-^ Ma abbiate pietà di tutti questi poveri schiavi! Noi 
possiamo liberarli tutti, rifuggiarci con essi nelle foreste e 
trovarvi colà un ricovero sicuro per vivere tranquilli. Non è 
la prima volta cbe ciò è avvenuto^ io lo so. D'altronde ogni 
vita non è preferibile a questa a cui siamo condannati? . . . 

— No! ripetè il negro con tuono risoluto^ il delitto non 
genera mai il bene. Mi taglierei piuttosto la mano destra! 

— Ebbene] me ne incaricherò io ! disse Cassy. 
Tommaso le si pose dinanzi. 

— Ah, miss Cassy, in nome di Colui che ha tanto sofferto 
per noi, non commettete un assassinio, dal quale non deri- 
verebbero altro cbe sventure ! É nostro debito il soffrire ed 
aspettare pazienti che Fora di quest'uomo sia scoccata. . . . 

— Aspettare! . . . disse Cassy. Non ho io aspettato finora? 
Colui non mi ha fatto forse soffrire abbastanza? Non ha egli 
torturato un sufficiente numero dì miserabili creature? La 
sua crudeltà non ha coperto voi stesso di orribili piaghe? Io 
sono destinata a vendicarvi, la sua ora è suonata , ed io ver- 
serò lutto il suo sangue! 

— No, no, no! gridò Tommaso afferrandole le mani Con- 
tratte da un fremito convulsivo. 11 Signore non ha sparso al- 
tro sangue che il proprio, e Tha sparso per salvare i suoi 
carnefici. Imitiamolo ed amiamo i nostri nemici. 

— Amare simili nemici? disse Cassy con truce accento. 
La natura può dessa permettercelo? 

— Dio ce ne darà la forza e ci concederà la vittoria ! 
Quando potremo amare tutti ì nostri fratelli e ^re^^s^ ^^^^ 
lalli^ allora la lolla sarà finila e sat^tao Vmw^as!^^\RX ^^^k^^""- 



1S2 

« 

Ed il negro alzò al cielo i suoi occhi gonfi di lagrime. La 
sua ardente pietà, la sua mansuetudine, il dolce accento della 
sua voce penetrarono nelPanima della povera donna come una 
refrigerante rugiada. II fuoco sinistro de^suoi sguardi si- spense, 
la sua testa si chinò, e si sciolse la convulsa contrazione dei 
muscoli delle sue. mani. 

— Non v'aveva già detto, mormorò Cassy, che ero perse- 
guitata dallo spirito del male? Ah, zio Tommaso, perchè non 
posso io pregare! ... Io non ho più pregato dal giorno che 
hanno venduto i miei figli 1 Voi avete certamente ragione, 
ma quando mi dispongo alla preghiera non posso che odiare 
e maledire. 

— Povera donna! ripigliò Tommaso^ il demonio cerca di 
impadronirsi delP anima vostra ... Ho pregato e pregherò 
per voi . . . Oh, miss Cassy, volgetevi verso il Signore che 
consola tutti gli affiitti ! 

Cassy stè silenziosa, mentre grosse lagrime cadevano dai 
chini suoi occhi. 

— Miss Cassy, disse Tommaso con qualche esitazione, sé 
voi poteste fuggir di qui con Emmelina lu consiglierei di farlo; 
ma purché ciò possa effettuarsi senza spargimento di sangue. 

— Fuggireste con noi, zio Tommaso ? 

— No. Qualche tempo fa forse vi avrei seguite , ma ora 
devo compiere una missione a vantaggio de' miei poveri com- 
pagni ed io porterò la mia croce sino alla fine. La vostra si- 
tuazione è affatto diversa dalla mia, voi siete esposte ad orri- 
bili tentazioni ed é quindi meglio che fuggiate, se lo potete. 

— Ove andrò io? . . . Non vi è uccello che non abhia in al- 
cun luogo il suo nido. Le bestie feroci ed i serpenti hanno 
anch'essi un sicuro covile. Ma per noi il nostro asilo è la 
tomba. I cani e' inseguirebbero nelle paludi e ci scoprirebbero. 
Tutto, uomini e cose, tutto è contro a noi . . . Oh, dove po- 
tremmo rifuggiarci ? . . . 

Tommaso riflettè un istante e poscia disse: 

— Io nutro fiducia in Colui che ha salvato Daniele dalla 
fossa dei leoni, che serbò incolumi i fanciulli nella fornace 
aràeaìe, che passeggiò sulle acque ed ordinò ai venti di ac- 



185 

quetarsi. Confidate?! anche ?oi in Lui e tentate T impresa. Io 
invocherò su voi con tutte le forze della mia anima la celeste 
misericordia. 

Per qual legge singolare una idea lungo tempo disdegnata 
come impraticabile, si presenta ad un tratto allo spirito sotto 
nuove apparenze, come fosse una pietra che gettata perchè cre- 
duta di nessuno valore, vien poscia riconosciuta per un dia- 
mante preuoso? 

Cassy avea spesso meditati dei progetti di fuga, e li avea 
sempre respinti come impossibili, ma in quel momento ideò 
un piano tanto semplice e tanto facile ad effettuarsi, dal per- 
metterle di nutrire le più vive speranze sul suo successo. 

— Zio Tommaso, tenterò la fuga, dissocila improvisa- 
mente. 

— Andate dunque^ e che Dio vi ajutìl 

CAPITOLO XXXIX. 

Lo Stratagemma, 

Il solajo della casa di Legree era, come la maggior parte 
di simili locali, un luogo polveroso, triste, sparso di tele dì 
ragno ed ingombro da frantumi di vecchie masserizie. La ricca 
famiglia che avea abitata quella casa nei giorni del suo splen- 
dore, avea posseduto un mobiglìare considerevole. Ne avea 
trasportata una parie, ed il resto ammuffiva nelle stanze de- 
serte ed era accumulato confusamente nel solajo. La pìccola 
finestra che Io risrchiarava non lasciava penetrare attraverso gli 
offuscati suoi vetri che una luce pallida ed incerta. Mercè 
quel dubbio chiarore si poteano scorgere degli antichi seggio- 
Ioni e delle tavole polverose che aveano conosciuti dei giorni 
migliori. Considerato dunque nel suo insieme, era quello un 
luogo melanconico, che inspirava grandi paure ai negri, natu- 
ralmente superstiziosi. Alcuni anni prima una negra che avea 
eccitata la collera di Legree, era stata imprigionata nel solajo 
per varie settimane. Noi non diremo ciò che vi acfiad&'iafe\x 



486 

l rapporti che Liegree avea avuti con Tommaso ne ave- 
vano per un istante ridestata la coscienza -, ma l' iniquo non 
avea tardato a soffocare queir incomoda voce. Tuttavolta ne 
avea egli risentita una morale commozione, che lo rendeva 
meglio atto a credere alle manifestazioni di una misteriosa 
potenza. 

tlassy esercitava sul suo padrone una strana influenza. La 
teneva egli sotto la sua assoluta dipendenza, è vero, ma pure 
ne era dominato, poiché sia impossibile alPuomo più rozzo il 
trovarsi in assiduo contatto con una donna energica ed appas- 
sionata senza che il costui carattere non abbia a subire delle 
profonde modificazioni. 

Quest' influenza di Cassy s'era accresciuta dacché una siac- 
ele di monomania avea date alle sue frasi una tinta bizzarra 
ed una strana incoerenza. 

Erano scorsi due giorni da quello in cui Cassy avea mutata la 
stanza. Legree era assiso nella sala vicino ad un fuoco, che pro- 
jeltava sulle pareti dei fantastici spruzzi di luce. Era una di 
quelle notti tempestose che suscitano nelle vecchie e rovinate 
case mille strani tumori. Le finestre crepitavano , le imposte 
andavano scuotendosi, il vento scendeva fischiando dalla canna 
del cammino e sollevava innanzi a sé nembi di cenere e. di 
fumoj^ quasi legioni di spiriti che andassero precedendolo. 

Legree occupava il suo tempo nel rovistare i registri e nel 
leggere i giornali. Cassy, accovacciata in un angolo, fissava sul 
fuoco il cupo suo sguardo. Durante una parte di quella sera la 
schiava avea Ietto un vecchio libro, che era stato da essa de- 
posto sulla tavola. Legree lo prese e sì mise a percorrerlo; 
era desso una di quelle raccolte di storie di orribili delitti 
e di tremende apparizioni, le quali, quantunque rozzamente 
stampate ed intersecate da meschine incisioni, pure eserci- 
tano un fascino invincibile sovra colui che si pone a leggerle. 

Legree seguitava ad emettere delle esclamazioni di sprez- 
zo, ma pure non cessava dal tener fissi gli occhi su quel vo- 
lume, e fu soltanto dopo averne lette varie pagine che io lan- 
ciò lontano da sé bestemmiando. 

— Ta credi agli spiriti, non è vero Cassy? disse egli pren- 



157 

deado le molli per attizzare il fuoco: ayrei supposto che tu 
avessi abbastanza buoo senso dal non lasciarti impaurire per 
alcuni rumori. < . 

— Che vi fa s'io creda si o no ad una .tal cosa? rispose 
Cassy con aspro accento. 

— Quando mi trovava sul mare mi venivano spesso rac- 
contate delle storie spaventevoli ; ma simili assurdità non mMn- 
timorirono mai. I rumori del solajo sono cagionati dal vento 
e dai topi: i topi fanno talora un fracasso diabolico^ ho sen- 
tito più volte nella stiva dei bastimento di chesieno dessi ca- 
paci; in quanto al vento è inutile, parlarne: quando si mette 
a soffiare fa un susurro decisamente infernale. 

Cassy sapeva che i suoi sguardi gettavano il turbamento 
nelTanimo di Legree^ non rispose quindi nulla, ma dal fondo 
del suo os(!uro cantuccio fissò su lui i suoi occhi scintillanti 
di luce sinistra. 

— Parla dunque! La tua opinione è. forse diversa dalla 
mia? 

— I topi possono discendere la scala, aprire la porta 
chiusa col catenaccio e barricata con una sedia ? Possono essi 
avvicinarsi al vostro letto e porre la mano sopra voi cosi come 
faccio io.. ..? 

E Cassy posò la sua mano agghiacciata su quella df Legree, 
che rinculò bestemmiando. 

— Donna, che voi tu dire? Ti è forse arrivata una tal cosa? 

— No, senza dubbio .... ve Tavrei forse detto senza accor- 
germi? disse Cassy con un sorriso pieno dì satanica ironia. 

— Ma tu hai dunque veduto ? Via dunque, Cassy, 

spiegati ! 

-^ Salite nella mia antica stanza e passatevi la notte se 
volete sapere quello che ho veduto. 

— Ciò discendeva dal solajo, Cassy? 

— Che volete voi dire con questo ciò? 

— Ma, quello di cui tu m'ubai parlato.... 

— Io non v'ho detto nulla. 

Legree turbato si mise a passeggiare innanzi indietro per 
la sala. 



158 

— Vof^lio conoscere quanto vi sìa di vero |n tutlo questo^ 
passerò la notte in quella stanza, e prenderò meco le mie pi- 
stole. 

— Voi mi farete piacere. Ma se andate a coricarvi là in 
alto tenetevi pronto a far fuoco.... 

— Corpo di...! gridò Legree battendo il piede con ìmpeto. 
— . Non bestemmiate. Sapete voi da cbi possiate essere adi- 
to...? Ascoltate 1 Cos'è questo? 

— Che? esclamò Legree trasalendo. 

Un vecchio pendolo olandese, collocato in un angolo della 
sala, «suonò lentamente la mezzanotte. Legree, soprafatto dal 
terrore, rimase ipimobiie senza poter pronunciare una solapa- 
rola, mentre Cassy, che lo contemplava con guardi ironici, nu- 
merava le ore con un sommesso mormorio. 

— Mezzanotte! Adesso vedremo! dissocila aprendo la porta 
del corridojo e fingendo d'ascoltare attentamente. Ascoltate! 
non udite uno strano rumore? 

— É il vento; non senti tu come fischia diabolicamente? 

— Simone, venite qui, mormorò Cassy prendendolo per 
mano e conducendolo a piedi della scala. Potreste dirmi che 
voglia dir questo? 

Un aspro e selvaggio grido echeggiò neisolajo. Le ginocchia 
di Legree vacillarono ed il suo viso divenne cadaverico per lo 
spavento. 

— Se voi prendeste le vostre pistole ? disse Cassy con un 
sogghigno che agghiacciò il sangue di Legree. Mi pare che sia 
venuto il momento di conoscere cosa succede là sopra. Sarei 
proprio contenta di vedervi salire ai solajo , giacché colà vi 
dev'essere sicuramente qualcheduno. 

— Io non vi andrò ! 

— E perchè? Alla fine non sono che fantasimi! Seguitemi 
dunque. 

E Cassy sali alcuni gradini della scala e poscia si rivolse 
sogghighando per vedere se era seguita da Legree. 

— Io credo che tu sia il diavolo in persona! disse Legree. 
Discendi dunque, discendi, vècchia strega ! Non voglio che tu 
salga colà! 



159 

Ma Cassy non gli abbadò, e continuò a salire. Egli la udì 
aprire la porta del corridojo, che confinava col solajo. Un 
violento buffo di vento spense la candela che il Legree teneva 
in mano e nello stesso tempo le sue orecchie furono intronate 
da strida spaventevoli. Pazzo dalla paura egli corse a rifugiarsi 
nella sala. Dopo un momento fu raggiunto da Cassy, pallida, 
calma, fredda come uno spirito vendicatore ed irradianle sem- 
pre dagli occhi dei lampi sinistri e feroci. 

— Spero che sarete contento, dissocila. 
-*- Che il diavolo ti trascini 1 

— E perchè? Sono salita isoUanto per chiudere le porte. 
Ma ditemi, Simone, cosa è dunque avvenuto in quel solajo? 

— Nulla che ti riguardi; 

— Va benissimo; ma io non voglio andare a coricarmi, 
nella stanza posta al dì sotto di esso. 

Cassy, prevedendo appunto che la serata sarebbe stata 
tempestosa, avea aperto l'abbaino del solajo. Poiché la schiava 
ebbe dischiusa la porta del corridojo il vento vi slngolfò, ed 
estinse quindi la candela tenuta da Legree. 

Il narrato può dare una sufficiente idea delle astuzie usate 
da Cassy per eccitare gli spaventi del suo padrone. Le cose 
arrivarono al punto che Legree' avrebbe preferito di porre la 
sua testa nella gola d'un leone, anzicchè di salire al solajo. Di 
notte poi, quando ognuno dormiva , Cassy vi andava accumu- 
lando le provvigioni necessarie ad assicurare per qualche tempo 
resistenza a sé stessa e ad Emmelina. Cassy vi trasportò anche 
Ja maggior parte degli effetti proprii e di quelli della 'sua com- 
pagna. Come ebbe prese tutte queste disposizioni-, aspettò un 
momento favorevole per compiere il proprio progetto. 

A forza di lusinghe e di preghiere essa ottenne dal Legree 
di poterlo accompagnare fino ad una vicina città, posta sulle 
sponde del fiume Rosso. Potè cosi, ajutata della sua rara me- 
moria, imparare la strada, e calcolare il tempo che sarebbe 
stato necessario per compire il tragitto. 

Il mom<3nto delPazipne giunse finalmente. 

Legree s'era recato ad una vicina fattoria. Da alcuni giorni 
Cassy avea trattato il suo padrone con insolita amabilità <& 



160 

s'era piegata a tutti i$uoi capricci, sicché sembrassero vivere 
runa verso Paltro nella più completa armonia. 

Durante l'assenza di Legree, Gassy entrò nella stanza d'Em- 
melina^ e Tajutò ad, apparecchiare i fardelli. 

— Questi bastano, disse Cassy; ora ponetevi il cappello 
ed andiamocene. L'ora è suonata 1 

— Ma se alcuno ci vede? 

— È quanto dq^idero, disse freddamente Cassy. Non sa- 
pete ch'è necessario che c'insegnano ? Eccovi il mio progetto. 
INoi usciremo per la porta posteriore di casa e ci metteremo 
a correre verso il quartiere degli schiavi. Sambo e Quimbo ci 
vedranno e ci inseguiranno. Mentre che si dà l'alarme e che si 
staccano i cani, noi fuggiamo verso le foreste. Ci si correrà ad- 
dietro da tutte le parti , e vi sarà , come succede ordinaria- 
mente, molta confusione^ noi penetreremo allora nelle palpdi 
e camminando nell'acqua ci troveremo ancora dirimpetto alla 
porta posteriore. I cani perderanno la nostra pesta ^ giacché, 
come sapete, l'acqua neutralizzi l'acutezza del loro odorato. 
Cosi, mentre tutti saranno usciti di casa per correre sulle 
nostre traccie , noi vi rientreremo e ci nasconderemo nel so- 
lajo^ dove ho di già apparecchiato un buon Ietto. Dovremo ri- 
manercene qualche tempo in quel nascondiglio^ poiché Simone 
metterà sossopra il cielo e la .terra per iscoprirci. Uadunerà i 
soprastanti delle altre piantagioni, ed ordinerà una gran cac- 
cia. Farà yisitare la foresta in tutta la sua estensione, giacché 
si vanti che ninno schiavo abbia mai potuto fuggirgli, e noi 
lo lascieremo divertirsi a questa caccia sino che vorrà. 

— Quanto é ingegnoso il vostro piano ! esclamò Emme- 
lina ; voi sola eravate capace di concepirlo.' 

La fisonomia di Cassy non espresse alcuna compiacenza, 
non si scorgeva su quei lineamenti che la fermezza della di- 
sperazione. 

— Andiamo! diss'ella afferrando la mano di Emmelina. 

Le due fuggitive uscirono tacitamente dalla casa e pas- 
sarono dinanzi il quartiere degli schiavi. L'argentino disco 
della luna, che compariva all'orizzonte, impediva che le tenebre 
fossero complete. Come Cassy avea preveduto, si gridò loro 



161 

' d'arrestarsi precisamente quando si trovarono vicine alle pa- 
ludi che circondavano la pianta^'one. Non era però Sambo^ ma 
sibbene Legree quegli che inseguiva le fuggitive colmandole 
di iqiprecazioni. Emmelina senti manearsi nelP udire quella 
nota e terVibile voce, e mormorò alla sua compagna: 

— Ah, Cassy, mi sento venir male ! 

— Fate forza a voi stessa, o vi uccido ! disse Cassy facen- 
do splendere innanzi agli occhi delia giovinetta la lama di 
Hin pugnale. 

Quella minaccia produsse il suo effetto. Emmelina potè 
seguire Cassy nelle paludi, e tutte due s'inoltrarono in un 
tenebroso laberinto di gore pantanose, di arbusti ^ di piante, 
ove Legree conobbe di non poterle prendere senza un qual- 
che ajuto. 

— Non potranno però sfuggirmi 1 diss^egli con truce sogghi- 
gno. Le scellerate si sono cacciate da loro stesse nella rete! 
Oh, non potranno certamente sfuggirmi 1 

Ed entrò nel quartiere degli schiavi, precisamente nel 
momento in cui questi ritornavano dai campi. 

— Olà ! gridò egli, Sambo! Quimbo! seguitemi tutti! Vi 
sono due fuggiasche nella foresta! Cinque dollari di mancia a 
chi le prenderà. Sciogliete Tigre, Furia e tutti gli altri canil 

Quella notizia eccitò una viva sensazione. La maggior 
parte dei negri ofif|i con premura i propri servigi, sia per la 
speranza della ricompensa, sia in forza di quella vigliacca 
servilità, che è uno dei più deplorabili risultati del servag- 
gio. Si misero a correre tutti chi di qua chi di là. Alcuni si 
affrettarono a procurarsi delle fiaccole di resina, ed altri sciol- 
sero i cani, i cui cupi ululati aumentarono il tumulto che rer . 
gnafa nel T abitazione. 

— Padrone, disse Sambo, a cui Legree aveva data una ca- 
rabina; dovremo far fuoco sovr^esse se le troviamo? 

— Fate pur fuoco sovra Cassy se lo desiderate: è oramai 
tempo che torni in potere del diavolo, a cui appartiene; ma 
risparmiate la ragazza . . . Attenti ragazzi miei! Cinque dollari 
a chi le piglierà ! ed un bicchiere d^acqua-vita a ciascuno di voi. 

Tutta quella masnada allo splendore delle €L«fi.c.^Vft.^ ^Vtv 
Voi. Ili, ^"^ : 



•;-. 

1 



162 

grida sèlv^g^c sì lanciò verso le paludi. Vi si aggiunsero 
ì s^ryi di casa, sicché questa fosse rimasta completamente de* 
serta quando Cassy ed Emmelina vi rientrarono per la porta 
posteriore. Gli urli dì «oloro che le inseguivano risfUonavano 
terrìbilmente per la ^ueta atmosfera della notte, ed esse po- 
terono scorgere dalle finestre della sala quella truppa furente, 
che andava sperperandosi lungo i confini della foresta. 

— > Vedete, disse Emmelina, la caccia comincia i Guardate 
come scorrono rapide quelle fiaccole ! Udite il latralo dei cani ! 
Se noi fossimo là saremmo perdute. Oh, nascondiamoci, na- 
scoodiàraoci presto! 

— Non' abbiamo bisogno d^ affrettarci^ disse tranquilla- 
mente. Cassy; tutti di' casa sono alla caccia^ sarà questo il di- 
vertimento della sera. Intanto, prima di salire, bisogna che 
pigli quanto ci farà duopo per le spese di viaggio. 

Essa trasse una chiave dalla* tasca dell' abito abbandonato 
da Legree, aprì uno scrittojo e vi tolse un certo, numero dì vi- 
glietti di banca. . . 

— Oh, lasciateli là! disse Emmelina. 

— E perchè? Volete morire dì fame nelle paludi od arri- 
vare sana e salva in uno Stato libero? II. denaro è necessario, 
ragazza. 

P Cassy si nascose in seno i biglietti. 

— Ma, questo è un furtol raorn^orò Emmelina de- 
solata. *. 

— Un furto 1 disse Cassy sorridendo sdegnosamente. E per- 
chè non si chiede alcun conto a coloro, che ci rubano Tanima 

• • • * • 

e il eorpo? Ciascuno di questi biglietti è rubato a povere ed 
estenuate. creature, che non esciranno da questo n)ondo che per 
essere afferrate dal demonio. Oh, vorrei c"he Simone m'accu- 
sasse di furto! — Ma andiamo nel nastro solajo. Io mi sono 
procurata un mazzo di candele ed alcuni libri per ingannare 
il tempo. Potete star tranquilla che non verranno a- corcarci 
lassù , e se anche vi venissero* non avrei che a fare . la fan* 
tas ma per vedérli fuggire. 

Quando Emmelina giunse nel solajo vide un'immensa cassa 
rovescjala in modo che la sua apertura stesse rivolta verso 



• . 165 . 

rarmatura del tetto. Gassy accese una candela^,^ le due donne, 
innoltrandosi lungo T angolo formato dal congiungimento del 
tetto col pavimento, penetrarono nella cassa, divenuta il luo- 
go della loro dimora. Era questa fornita di materassi e di 
guanciali, ed era vicina ad un'altra cassa, ove troyavasi una 
abbondante. provvigione di commestibrli e di candele. V'erano 
pur là le vestimenta necessarie pél viaggio, disposte dà Cassy 
in fardeletti della maggior piccolezza. 

— Eccoci a casa nostra, disse Cassy j che vi sembra di que- 
sto ricovero? . > . 

— •* Siete sicura che non verranno a cercarci qui? ^ 

— Vorrei che Simone avesse il -coraggio di venirci! Lo spa- 
venterei in modo che si stimerebbe felice di poterne uscire 
sano e salvo. In quanto agli schiavi si farebbero tutti fucilare 
piuttostochè salire qui sopra. 

Emmelina, alquanto rassicurata, si sdrajò sovra un mate- 
rasso. • ' 

— Cassy, diss' ella ingenuamefi te, quale intenzione avevate 
quando avet« minacciato d'uccidermi'? • 

— Io volea che riprendeste le vostre forze; ma in tutti i 
casi avrei posta la mia minaccia ad effetto. Emmelina, state 
bene in guardia, e, qualunque cosa ci arrivi, cercate di non 
smarrire Io spirito! Noi non dobbiamo più cader vive nelle 

mani di quel miserabile. 

Emmelina^abbrividi. 

Ambedue rimasero per qual&he tempa silenziose. Cassy 
si poseaJeggere un libro- francese, ed Emmelina, viiita dalla 
stanchezza, si addormentò. Venne risvegliata dalle grida-romo- 
rose dei cacoiatorì che ritornavano, dallo scalpito dei cavalli- 
e dal latrato dei cani. 

Essa non potè rattcnersi dal gettare un-piccolo grido. 

— É il ritorno dei cacciatori, disse freddamente Gassy. Non 
abbiate paura, Emmelina. Guardate da questo "^ abbaino. Li ve- 
dete tutti laggiù? Simone rinunzia per questa notte alla sua 
imprésa. Osservate come il suo .cavallo è coperto di fango! 
Ah, voi dovrete, mio caro signore, ricominciare più volte la 
caccia , poiché la selvaggina non sia là ove la. ^^'c^'^v&X 



Ì64 

— Ah, tacete l Se per caso vi udissero! 

-— Se m'udissero lasciate a ine la cura di metterli in fuga. 
Qui non corriamo alcun pericolo, e possiamo fare tutto quel 
rumore clie ci piacerà^ anzi più ne faremo e meglio andranno 
le cose. 

Finalmente il silenzio della notte regnò in quella casa. 
Legree si coricò imprecando alla propria mala fortuna e me- 
ditando una terribile vendetta. 

CAPITOLO XL. 

// Martire. 

Ogni viaggio ha il suo termine, e la notte più tenebrosa 
è seguita dal mattino. Il tempo inesorabile lavora senza tre- 
gua a mutare il giorno del malvagio in una notte eterna , ed 
ed in un eterno giorno la notte del giusto. 

Noi abbiamo sinora accompagnato il nostro amico Tom- 
maso lungo la vallea della schiavitù. Questa ci presentò dap- 
prima dei luoghi ridenti, ove la vita scorreva dolcemente. As- 
sistemmo poscia alle angoscio d' una crudele separazione. Ci 
siamo quindi fermati con luì in un'isola incantevole, in cui la 
catena del servaggio veniva da mani generose coperta di fiori. 
L'abbiamo finalmente seguito in un tremendo soggiorno, ove 
si sono spenti persino gli ultimi raggi d'ognr terrena spe- 
ranza, ed abbiamo veduto come frammezzo alle folte .tenebre 
egli avesse scorti gli ineffabili splendori del €ielo. 

La stella del mattino s'era alzata per lui, ed i suoi raggi 
celestiali annunziavano allo schiavo il giorno della liberazione. 

La fuga d' Emmelina e di Gassy avea esacerbato estrema- 
mente Legree. Il furore di questa belva dovea naturalmente 
ricadere sul povero schiavo senza difesa. Quando Legree 
avea annunziata agli abitanti del quartiere degli schiavi l'eva- 
sione delle due donne, Tommaso aveva sollevate a! cielo le 
sue mani, ed i suoi occhi aveano brillato d'una luce impro- 
Yìsa, quasi ad attestare la sua gioja segreta : questa però non 
Jsfuggì allo sguardo invesU^alore del suo padrone. Legree 



16^ 

vedendo che Tommaso non unitasi alla compagnia dei cac- 
ciatori^Yolea quasi forzamelo; ma vi rinunziò^ poithè gli fosse 
nota per esperienza l'inflessibilità dello schiavo quando gli si 
comandava un'azione inumana, e non volesse quindi dar ori- 
gine ad una lotta, che avrebbe concesso il vantaggio del tempo 
alle fuggitive. 

Tommaso era dunque rimasto nel quartiere con alcuni 
schiavi, che gli dovevano la loro istruzione religiosa, e tutti 
assieme s'erano messi ad invocar Dio per la salvezza di Gassy 
e d'Emmelina. 

Allorché Legree ritopn^ dall'inutile sua caccia, tutto l'odio 
che da lungo tempo gli fermentava nel cuore contro Tom- 
maso, prese un carattere di rabbiosa monomania. Quest'uomo 
dacché era suo schiavo non l'avea forse sfidato sempre con 
inflessibile audacia? Non vi era in questo negro una .potenza 
morale, le cui manifestazioni, sebbene fossero silenziose, tor- 
mentavano Legree come altrettante fiamme infernali? 

— Io lo esecro! esclamò Legree sedendo sulla sponda del 
letto prima di coricarsi. Ma non mi appartiene forse desso? 
Non posso io fare di lui quello che voglio? V é alcuno che 
possa proibirmelo? 

Ed egii strinse le pugna, quasi avesse voluto ridurre in 
polvere qualche cosa da lui tenuta fralle mani. 

Ma d'altra 'parte Tommaso era un servo abile e fedele, e 
questa considerazione teneva in bilico l'animo di Legree, seb- 
bene fossero appunto le buone qualità del negro quelle che 
contribuivano ad accrescergli l'odio e la ripugnanza. 

All'indomani Legree risolse di rattenere ancora la sua 
collera, e d'occuparsi invece a radunare i piantatori ékì con- 
torni coi loro cani e coi loro fucili, onde circondare la foresta 
e cominciare una caccia in tutta regola. Qualora avesse sco- 
perte le fuggitive si sarebbe moderato nelle manifestazioni 
della sua ira contro Io schiavo, ma se le due donne si fossero 
sottratte alle sue ricerche avrebbe fatto chiamare Tommaso 
innanzi a sé, ed allora .... I suoi denti scricchiarono, il suo 
sangue ribolli all'idea degli strazii che arreblie fatti aubire a 
Tommaso, 



166 . 

Si va dicendo che Tinleresse del padrone garantisca suffi- 
cientemente* gli schiavi contro gli abusi della tirannia; ma 
perchè mai un uomo violento, che venderebbe la sua anima 
a Satana per appagare la propria passione, indietreggerebbe 
innanzi ad una questione di denaro? . ' . . 

Allo spuntare del giorno Cassy si pose a guardare dalla 
finestra del solajo. * • ' 

— La caccia sta per incominciare, dissidi a, 

* Dififatti dei cani stranieri, tenuti pel guinzaglio da schiavi 
negri, sì agitavano latrando ^ ed alcuni uomini a cavallo ca- 
racollavano innanzi alla porta di casa. Due fra costoro erano 
soprastanti di piantagioni prossime a quella di Legree^ il quale 
avea conosciuti. gli altri ad una taverna della vicina città. Si 
erano* quest'ultimi uniti a quella banda in qualità di dilettanti. 
11 loro ospite distribuiva prodigamente acqua-vita^ sia ai nuovi 
venuti, sia agli schiavi proprii, sia a quelli inviati in soccorso 
dai piantatori dei contorni. Bisognava agir in modo che questa 
spedizione fosse accolta dagli schiavi come un giorno di di- 
vertin^ento e di stravizzo. 

Cassy si mise ad ascoltare, e siccome il vento deK Adattino 
spirava dalla parte della casa, cosi potè udire una parte dei 
discorsi tenuti dai cacciatori. Essa li intese dividersi' il terreno 
che ciascuno d'essi dovea parcorrere,. discutere le qualità dei 
'loro cani, regolare le misure da prendersi ed il modo da con- ' 
tenersi nel caso che le due schiave , fossero state riprese. 

t Un'espressione di. iìera ironia si distese sul viso cupo e 
severo di .Cassy. Là schiava giunse le^ mani ed innalzò gli occhi 
al cielo^ -esclamando: 

— Oh, Dio onnipossente! Noi siamo peccatrici, è vero, ma 
che. abbiamo fatto per essere trattate di questa maniera? 

Nel pronunciare queste parole la sua voce avea Una ter- 
ribile energia. ... 

— Se non fosse per voi^ giovinetta, aggiunse Cassy guar- 
dando Emmelina, io scenderei fra quegli uomini q ringrazie- 
rei colui xhe si desse la pena di uccidermi. A che mi gioverà 
la. libertà? Mi renderà dessa i miei figli, mi ridarà* In vita^ a 
em %TdL abituata nella mia giovanezza? 



. . 167 

Eawnelina fu sparentata dall'afia cupa di flassy. 

-7- Povera Cassyl.djsse la giovinetta», prendendo le mani 
della sua compagna con un gestb affettuoso e carezzevole^ 
allontanate da voi simili idee. Sé il Signore vi rende alla libertà, 
vi restituirà forse anche vostra figlja. Ad ogni modo io sarò 
per voi la figlia più affezionata. Oh, sento che non mi sarà più 
dato di rivedere. la mia povera e carsi madre 1 Io vi amerò 
Cassy, anche se non sarò amata da voi. 

Commossa per quelle tenere parole, Cassy s'assise vicino 
ad Emmelinà, ìe cinse il collo col braccio e le accarezzò dol-. 
cepente i capelli. Emmelina fu meravigliata per la bellezza 
degli occhi della sua compagna, ora chele la'grime ne attenua- 
vano i febbrili splendori. 

— Oh, Emmelina, disse Cassy, io ho tanto patito pei figli 
miei, e non vivo che per la speranza di rivederli! Qui, qui, 
aggiunse ella battendosi il petto, tutto è vuoto, tutto è deso- 
lato, ma se Dio mi rendesse i miei figli, oh , io tornerei a 
pregare l . . . 

— Abbiate fiducia in lui, disse l^mmelina, poiché figli sia 
il padre nostro. 

— La sua mano si aggravò «u noi, ed Egli ha distolti gli 
occhi da noi nella sua collera. 

— -No, Cassy, Egli ci userà misericordia se spereremo 
in lui. Io ho sempre sperato . . . 

La caccia fu lunga ed animata, ma non condusse ad al- 
cun risultato. Cassy provò un sentimento di gioja quando vide 
Legree stanco e scoraggiato discendere mestamente da cavallo. 

— Ora, diss^egli sedendosi nella sala, conducetemi Tom- 
maso sul momento. Il vecchio furfante deve conoscere tutta 
questa faccenda. Saprò ben io approfondire questo mistero. 

Sambo è Quimbo, quantunque s'odiassero fra loro mor- 
tai ai6n te, erano però d'accordo rielPesecrare Tommaso. Legreé 
li aveva altre vòlte avvertiti di aver comprato questo schiavo; 
perchè dirigesse in qualità di gerente la piantagione durante 
le sue assenze, ed essi aveano concepito pel nuovo venuto 
una profonda avversione. Quimbo 's'affrettò quindi ad ese- 
guire gli ordini che gli erano stati dati da Legree. 



168 , . 

Tommaso presenti il proprio destino^ quando gli si disse 
come fosse chiamato dal padrone. Egli conosceva il piano adot- 
tato dalle fuggitive ed il loro attuale ricovero. Sapeva altresì 
che Legree era uno scellerato capace di <)ualsiasi eccesso. 
Ma pure Tommaso sperava che V infinita potenza gli avrebbe 
concessa la forza necessaria per preferire i patimenti e I4 
morte al tradire due sfortunate senza difesa. 

Egli depose a terra il suo canestro pieno di cotone, ed 
esclamò : 

— Signore, io pongo Panima mia nelle tue mani; tu mi 
hai riscattato, Dio di verità! ^ 

S'abbandonò poscia senza resistenza fralle mani di Quimbo, 
che Io trascinò seco con brutale violenza. 

— Bravo, bravo ! disse l'orribile negro ; il padrone salderà 
ora i tuoi conti ! Oh , vedrai quanto costi il prestar soccorso 
alle negre che fuggono ! 

Nessuna di queste parole giunse airorecchio di Tommaso, 
poiché egli ascoltasse invece una voce misteriosa che gli dice- 
va: »Non temer nulla, essi non possono far altro che ucciderti 
il corpo M. Questa voce faceva vibrare le ossa ed i nervi del 
povero schiavo, quasi fossero tocchi dal dito di Dio. Tommaso, 
si senti penetrato da una sovrumana energia. Durante la via 
gli alberi, i cespugli, i tugurii de' suoi compagni di sventura 
sfilarono nebbiosamente innanzi ai suoi sguardi, come scorre 
confuso il paesaggio innanzi al viaggiatore trasportato dalle 
ali di fuoco jdella locomotiva. [1 cuore palpitava nel seno di 
Tommaso, poiché egli travedesse finalmente l'asilo della pace 
e sentisse vicina l'ora della liberazione. 

^ Sai tu, furfante, che ho deciso d'ucciderti? gridò Le- 
gree scricchiando i denti in un parosismo di rabbia ed affer- 
randolo pel collo. 

— M'é facile il crederlo, padrone, rispose Tommaso pon 
calma. 

— Io . . . ho . . . deciso ... di ucciderti , ripigliò Legree 
accentando lentamente ciascuna parola^ se tu non mi dici 
quanto sai sul conto di quelle donne. 

Joijm^f} non rispose. • 



1G9 

— M'hai capito? gridò Legree ruggendo come un leone 
irritato ;i*parla! 

— Io non ho nulla a dire^ rispose Tommaso con lentezza. 

— Oseresti giurare^ negro cristiano, che tu non sai nulla? 
Tommaso seguitò a tacere, 

— Parla ! urlò Legree battendolo con rabbiosa violenza ; 
sai tu qualche cosa? 

— S), padrone^ m^snon posso dirvi nulla ^ io sono dispo- 
sto a morire. 

Legree senti soffocarsi^ ma pure vincendo ancora il deli- 
rio del suo furore, afferrò Tommaso pel braccio, avvicinò il suo 
al viso negro dello schiavo, e gli disse con voce terribile: 

— Ascolta, Tommaso^ tu ti fai giuoco delle mie minaccio, 
perchè t'ho risparmiato un'altra volta ^ ma quest'oggi. la. mìa 
risoluzione è immutabile, ed ho calcolato persino quanto avrà 
a costarmi. Tu m'hai sempre sfidato^ ma adesso tu den'c^' 
dere^ od io ti ucciderò 1 l'una cosa, o l'altra. Le tue v 
vene dovranno versare goccia a goccia tutto il loro san 
sino a che sarai costretto a cedere. 

— Padrone, rispose Tommaso fissandolo in volto ^ se v 
foste ammalato ed agonizzante e che potessi salvarvi versando 
tutto il mio sangue, non esiterei un momento. Darei volentieri 
la mia vita, come il Signore l'ha data per noi, onde salvare 
l'anima vostra! Oh, padrone, non macchiatevi di questo de- 
litto! Ne verrà più di male a voi che a me! qualunque cosa 
«iate per fare, le mie angoscie non tarderanno a cessare, men- 
tre le vostre non finiranno mai se non vi pentite 1 

Queste parole, simili ad una divina armonia che risuonasse 
fra gli spaventosi rumori dell'uragano, sospesero per un mo- 
mento gl'impeti furenti di Legree. 11 padrone contemplò Io 
schiavo con aria atterrita^ Sambo e Quimbo rimasero immobili 
come statue. 11 silenzio jera tanto profondo, che potevano udirsi 
le oscillazioni della vecchi^ pendola, la quale segnava gli ul- 
timi istanti di miseriCordiSK^oncessi da Dio all'anima indurita 
del piantatore. : 

Questi istanti furono brevi; Pirresoluilióne e l'esitanza di 
Legree non durarono che alcuni minuti, e lo spirito del miale 




i70 

s'impadronì di lui con irresistibile potenza. II piaotatòre fre- 
men(]o rabbiosamente si scagliò. contro Tommaso "q Io at- 
teri;ò .... . . ■. 

Le scene di sangue ci fanno ribrezzo. Non abbiamo corag- 
gio di dire ciò cbe spesso V uomo ha coraggio di fare. Non , 
potremmo narrare, senza esserne dolorosamente conturbati, 
quello che gli schiavi^ nostri fratelli e^ristiani al pari di noi, 
sono talora costretti a soffrire j eppure, o America, il loro sup- 
plizio continua all'ombra delle tu« leggi, e la tua Chiesa, o 
Cristo, sta muta innanzi a simili infamie t 

Ma v'ebbe un'altra volta un Uomo-Dio che tramutò io stru* 
mento del disonore e della tortura in simbolo di gloria e di 
vita imjihortale. Laddove discende il suo spirito, gli oltraggi, 
le contumelie, i suppìizii non possono che accrescer gloria al- 
l' ultima lotta sostenuta dal cristiapo ! 

Fu abbandonato da tutti, durante il lènto corso di quel- 
l'orribile notte, colui che stava sopportando tanto coraggiosa- 
mente i più crudeli su-pplizii? No j. pòlche avesse Dio a testi- 
monio dellcsue angoscio e delle sue speranze. 

Nel momento in cui Legree sì scagliò cóntro lui, Tommaso 
ebbe più che mai bisogno delfajuto divino. Il suo padrone Io 
stimolava a tradire l'innocenza, e Tommaso sentiva che avrebbe 
petuto far cessare immediatamente le proprie torture à, prezzo 
d'una viltà ^ ma egli resistè* ad ogni tentazione. Sapeva bene 
che per salvare quelle due poverette dovea sacrificare s*è stes- 
so, ed egli affrontò intrepidamente *i più atroci dolori^ non 
mormorando altro che parole di fiducia nel' siro D4o. 

— É quasi morto, padrone, disse Sambo, il cui cuore di 
ferro sì senti commosso.pella paziente rassegnazione di quella 
vittima. • • 

— Battilo, fino che cede! urlò Legree': battilo)' battilo ! 
Ch'egli versi tutto il suo sangue ^e non vuol dire ciò che sa. 

Tommaso aperse gli occhi e li ^ fissò sulsi^o «padrone i --* 
Povero infelicel diss'eglì, ecco tutto ilmale che potete farmi! 
Io vi perdono con* tutte le forze dell'anima mia! 
' E Io schiavo perdette i sensi. 



\ ' 171 

— Credo davvero che sia morto , disse Legree avvicinan- 
dosi a Tommaso. Sì, in fede miai Ah, la sua bocca è chiusa* 
finahnentel Anche questa è una consolazione! 

Si^ Legree, la bocca del tuo schiavo è chiusa^ ma chi sof- 
focherà la voce della tua coscienza, chi farà tacere il grido 
della tua anima, che arde già in un fuoco che non si estin- 
guerà più mai ; ... ? 

Tommaso però non era ancor morto. Le sue preghiere, 
le sue angeliche parole aveano prodotto la -più viva emozione 
nel cuore dei due negri colossi, ch'erano stati i suoi carnefici. 
Appena, Legree sorti dalla s/ila^ essi trasportarono la. loro vit- 
tima nel vecchio magazzino, e cercarono di richiamarla alla 
vita,^uasi questa non dovess^ essere una continuazione di tor- 
ture per la schiavo. 

— Noi abbiamo sicuramente commessa una grande ini- 
quità! disse Sambo ^ ma io spero che non saremo noi, ma sib- 
bene il nostro padrone quegli che dovrà renderne conto. 

Essi lavarono le ferite* deiragonizzunte, e lo stesero sovra 
un giaciglio disppsto con alcune balle di guasto, cotone. Sambo 
corse a cercare un po' d'acqua-vita e la versò nella bocca di 
Tommaso. 

— ^ Oh, Tommaso! disse Quimbo^ noi siamo stati molto 
crudeli verso voi! . 

—' Io vi perdono cori tutto il cuore, mormorò Tommaso 
con debole voce« 

— «Oh, Tommaso! esclamò Sambo', diteci chi sia questa 
Gesìi Cristo, che rimase al vostro fianco durante tutta la notte? 

Questa domanda ravvivò gli spiriti del morente. Egli rie- 
pilogò in alcune brevi ed energiche frasi la vita e la morte 
del Salvatore. Egli disse come fosse presente dappertutto e 
come la sua misericordia fosse infinita. 

Quei due feroci si misero a piangere! 

— r Perchè ci si lasciò sempre ignorare quello che sta 
scritto neir Evangelio? disse Samba. Ma io vi credo; sento 
che mi è impossibile il non credervi ! Che Gesù Cristo abbia 
pietà di noi! • * ■ 

»- Povei^e creature! disse Tommaso, la mia agonia non 



i72 

avrebbe più dolori per me^ se mi fo^se dato ricondurvi a Cristo. 
Ob, Signore 1 Signore! datemi anche queste due anime! 
Questa. preghiera fu esaudita. . 

CAPITOLO XLI. 

// gwane Shelby, 

Due giorni dopo^ un giovane traversava in carrozza il viale 
fiancheggiato dagli alberi della China. Quando fu vicino alfa 
casa abbandonò affrettatamente le redini sul collo dei cavalli 
e chiese di parlare al proprietario della piantagione. 

Questo giovine era Giorgio Shelby; ma per sapere come 
e perchè si trovasse colà bisogna risalire il corso del nostro 
racconto. 

Prima che la lettera scritta da miss Ofelia fosse giunta 
alla signora Shelby, era rimasta circa due mesi perduta presso 
un lontano ufficio postale. Quando arrivò al suo destino^ 
Tommaso era già in potere di Legree , isolato da ogni difesa 
frammezzo alle tristi foreste del fiume Rosso. 

La signora Shelby provava il più vivo interesse pella sorte 
del vecchio negro, ma le era impossibile di adoperarsi imme- 
-diatamente in di lui favore^ poiché fosse costretta ad assi- 
stere il marito, tormentato da una febbre ardente che lo fa- 
ceva delirare. Giorgio, che era divenuto un bel giovinetto, 
amministrava intanto i beni di suo padre. Miss Ofelia non 
aveva dimenticato di indicare V indirizzo del procuratore^ che 
era stato incaricato di liquidare la sostanza di Saint-Clare; 
ma in quel momento non si potè far altro che inviargli una 
lettera, onde ottenere da lui qualche schiarimento. La morte 
del signor Shelby, avvenuta poco tempo dopo , moltiplicò le 
faccende e gli imbarazzi della famiglia. Pieno di confi- 
denza neiringegno e nel cuore di sua moglie, Shelby Tavea 
scelta a sua esecutrice • testamentaria. La fortuna da lui la- 
sciata era considerevole, ma aggravala da molti debiti. La si- 
gnora Shelby^ colf energia che le era propria, si pose a di- 
stricare ^li affari complicati del defunto marito^ ad esaminar^ 



173 

i Gonti, a pagare ì debili^ in una parola a mettere un poM'or- 
dine in questo caois imbrogliato e confuso. Mentre essa, col- 
l'attivo concorso del figlio, s'occupava in tali faccende, rice- 
vette la risposta del procuratore della famiglia Saint-Clare. 
Questi scriveva di non poter dare alcun indizio sulla sorte di 
Tommaso, poiché non avesse fatto altro che ricevere il prezzo 
della vendita dello schiavo, che era stato aggiudicato ad una 
pubblica asta. 

Questa lettera non acquetò T animo dei Shelby. Giorgio, 
trovandosi obbligato, circa sei mesi dopo, a recarsi nella 
Nuova-Orleans per definire alcuni affari, risolse di fare egli 
stesso le più minute ricerche. Queste rimasero lungo tempo 
infruttuose, ma finalmente Giorgio s- imbattè a caso in una 
persona che gii rivelò il destino di Tommaso. 11 Shelby, mu- 
nito di una ragguardevole somma, risali in un piroscafo la 
correnfe del fiume Rosso, risoluto di scoprire e di riscattare 
il suo vecchio amico. 

Giorgio fu introdotto nella casa , e trovò nella sala il Le- 
gree , che lo ricevette alquanto ruvidamente , ma senza però 
mancare ai riguardi dovuti ad un forestiero. 

— Ho saputo, disse Giorgio, che avete comprato alla Nuo- 
va-Orleans un negro chiamato Tommaso. Era uno degli schiavi 
di mio padre, e son qui venuto apposta per pregarvi di ri- 
vendermelo. 

La fronte di Legree s'oscurò. 

— Sì, esclamò egli con accento irritato, ho comperato dif- 
fatti lo schiavo da voi indicatomi, ed è stato per me il più ab- 
bominevole degli affari. Questo negro è la bestia più insolente 
e meno sottomessa chMom'abbia mai conosciuta! Grazie a lui 
tutti i miei negri iion cercano oramai che di scappare, ed egli 
ha già protetta la fuga di due donne che valevano almeno 
mille dollari ciascuna. Lo' ha confessato egli stesso, e quando 
gli ho ordinato di rivelarmi ove si fossero nascoste le mie schia- 
ve, ebbe il coraggio di rispondermi che lo sapeva, ma che non 
voleva dirmelo. Non cessò dalla sua ostinazione sebbene io 
gli abbia fatta amministrare la più bella salva di sferzate che 



174 • ' 

sia mai piombata stilla -spalle di un negro. Credo che abbia 
intenzione di morire, ma non so se vi riescirà. 

— Dove è desso? esclamò Qiorgio impetuosamente, io vo- 
glio vederlo! 

Le guancie del giovinetto' erano divenute ardenti» i suoi 
occhi lanciavano fiamme, ma pure ebbe ancora la forza di con- 
tenersi.' 

— Egli è nel vecchio magazzino, disse un ragazzo negro. 

Legree diede un calcio al ragazzo, ma Giorgio, senza ag- 
giungere una sola parola, corse al luogo che gli. era stato in- 
dicato. 

Tommaso giaceva là da due giorni , egli non pativa più, 
essendoché i colpi da -lui ricevuti avessero estinta la sen- 
sibilità de' suoi nervi. Egli rimaneva pressoché costantemen- 
te immerso in una specie di letargo; ma tanta era la ro- 
bustezza della sua costituzione dal rendere lento e penoso 
alla sba anima prigioniera lo scioglimento dai vincoli inate- 
riali che *la tenevano stretta alla salma terrena. Alcuni dei 
suoi compagni, approfitlaitdo delle tenebre della notte e sa- . 
crifìcando parte del breve tempo lasciato loro pel riposo, 
venivano a retribuirgli gli affettuosi soccorsi, dei quali egli 
era -sempre stato prodigo verso gli altri. Queste povere crea- 
ture non poteano dargli che un bicchiere d'acqua fresca, ma 
glielo offrivano con tutto il cuore. I meno sensibili, i più cor- 
rotti bagnavano le piaghe di quel morente con lagrime di 
rammarico e di pentimento. Tutti innalzavano preghiere per 
l'infelice Tommaso a quel Salvatore, di cui poco prima igno- 
ravano persino il nome, a quel Salvatore- che ascolta ed esfau- 
disce le parole della più rpzza ed ignorante fralle creature, 
. purché sieno inspirate da lina fede sincera. 

• Cassy era escita dal suo ricovero, ed aggirandosi or qua 
ed or là durante la notte avea inteso a parlare del sacrificio 
consumato da Tommaso per la di lei salvezza e per quella di 
• Emmelina. Affrontando il pericolo d'essere scoperta, essa volle 
andare a visitar il moribondo, e comiAossa pelle ardenti ésor- . 
tazioni e pelle pietose parole che egli si forzò di pronunciare, 
Dnì col] 'associarsi alle di lui preghiere. 



AUorchè Giorgio entrò nel magazzino si sentì come assa^ 
lito da una vertigine, e fu vicino a svenire. 

— E ciò possibile? esclamò egli inginocchiandosi innanzi 
al giaciglio deir agonizzante; zio Tommaso 1 mio povero vec- 
chio gmico 1 y ' 

. Sembrò che questa vóce lacesse qualche impressione sul 
morente 5 egli mosse dolce'mente la tèsta, sorrise e mormorò 
queste parole d'uno dei prediletti suoi inni^ « Che sia bene- 
detta la bontà del Signore, poiché Egli converta in molle 
guanciale il funebre letto delPagonia, sul quale scende H sonno 
da cui non si desta più la mortale creatura «. 

Delle nobili lagrime caddero dagli occhi del giovine Shelby^ 
mentre slava chino conteniplando il suo povero amico. 

— Zio Tommaso, destatevi; parlate, guardatemi! Io sono 
Giorgio, il vostro caro Giorgio^ non mi conoscete voi più? 

— Signor Giorgio l mormorò Tommaso con fievole voce ed. 
aprendo gli occhi con aria smarrita. 

A poco a poco le sue idee si rischiararono^ i suoi; occhi 
brillarono d'una' dolce luce, ed il suo volto s'animò'^ égli con^ 
giunse le mani e lagrime d'affetto irrigarono le negre sue gote. 

— Sia lodato il Signore! Tutto ciò ch'io desiderava si è 
avverato. . . . Non era dunque stato dimenticato I . .. Oh, dòmi 
fa del bene al cuòre.!. . Esso si rianima.... Adesso io.muojo 
contento .... 

. — Voi non morrete, esclamò Giorgio Shelby, io sono ve- 
nuto per riscattarvi e per ricondurvi a casa. 

— Signor Giorgio, voi ai'rivale troppo tardi. Fui già ri- 
scattato dal Signore, ed anch'Egli mi condurrà nella casa> ove 
ho fretta di giùngere. 11 eiek) merita d' essere preferito- al 
Kentucky. 

— Vivete, ah, vivete! mi sento straziare il cuore nel 
pensare a ciò che avete sofferto, e nel vedervi qui giacente 
in questo .vecchio magazzino; mio povero amico! 

— Non vogliate compiangermi^ disse lo schiavo con tuono 
solenne. Sono stalo infelice, ma ora tutto è finito. Oh, signor 
Giorgio, il crelo m'ha soccorso ed io. ho ripo'rtatst la vittoria 
concessami dal Signore! Sia lodato il suo nome! 



176 

Colpito peirenergia^ colla quale Tagonizzante pronunciava 
queste frasi interrotte, Giorgio non potè rispondere. Tommaso 
gli prese allora la mano e soggiunse: — Non dite a Chloe in 
quale situazione m'abbiate trovato^ sarebbe recare troppo do- 
lore a quella povera donna. Ditale soltanto che m'avete veduto 
vicino ad andarmene in un mondo migliore poiché mi fosse im- 
possibile di restar più lungamente sulla terra. Ditele che il 
Signore mi ha soccorso sempre e dappertutto, e che mi ha 

reso facile il mio compito Oh, ed i miei poveri figli e la 

mia cara piccina!... Quante lagrime non ho versate per essi! 
Raccomandate loro d'imitare il mio esempio.... Dite per me 
delle parole affettuose al mio padrone ed alla mia buona pa- 
drona^ ed a tutti di casa . . . giacché io li ami tutti come fra- 
telli Oh, signor Giorgio, é pur la nobile e bella cosa essere 

cristiano! 

In quell'istante Legree comparve sulla porta del vecchio 
magazzino, gettò uno sguardo su Tommaso, e s'allontanò con 
ostentata indifferenza. 

— Vecchio scellerato! esclamò Giorgio con indegnazione. 
Mi consola il pensare che non tarderai ad andartene all' in- 
ferno ! 

~ Non parlate di questa maniera , disse Tommaso strin- 
gendo la mano del suo giovane padrone. Egli é uh povero 
infelice, che potrebbe ancora essere perdonato dal Signore se 
volesse convertirsi^ ma temo troppo che egli rifiuti di emen- 
darsi. 

— Lo desidero,^ giacché non vorrei vederlo in paradiso. 

— Per carità, signor Giorgio, non parlate cosi! Alla fine 
egli non mi ha recato alcun male, poiché non abbia fatto che 
schiudermi le porte del regno dei cieli. 

La forza sovrumana che il morente avea ritratta dalla im- 
provvisa e cara vista del suo giovane amico si dileguò improv- 
visamente. Tommaso chiuse gli occhi, e si potè osservare sui 
suoi lineamenti quella sublime e misteriosa metamorfosi che 
precede ed annunzia gli ultimi momenti d«lla vita. Il suo 
largo petto si alzava e si abbassava affannosamente, ma l'e- 
spressìone del suo volto era quella del trionfatore ! 



. Ì77 

— Chi potrà mai toglierci l'amore di Cristo? mormorò Io 
schiavo con voce appena intelligibile. 

Ed. egli s'addormentò sorridendo. 

Giorgio contemplò quella salma con venerazione. Gli sem- 
brava che quel luogo fosse oramai divenuto sacr-o. Dopo aver 
chiusi rispettosamente gli occhi del suo amico, stette meditando 
sulle ultime parole pronunciate dal morente: — Che nobile'e 
bella cosa è Tesser cristiano! •:'... 

Mentre si alzava vidq I^egree sujla soglia del magazzino. 
L'agonia del, povero schiavo avea suscitate delle ardenti emo- 
zioni nelPanima del giovinetto. Egli avea concepi to' per Legree 
un profondo ribrezzo , ed il suo primo pensiero fu quello 
di andarsene senza pur ffvoìgergli la parola. Ma il desiderio 
dì seppellire cristianamente il suo amico lo smosse dalla sua 
risoluzione. Egli fissò quindi sovra Legree il suo sguardo ac- 
cusatore^ e gli disse additandogli il cadavere: — Voi avete avuto 
tutto quanto potevate avei'e da quell'infelice. A qual prezzo 
mettete il suo corpo? Voglio portarlo meco e seppellirlo ono- 
revolmente. 

T- Jo rion vendo i njegri morti j voi potete seppellirlo come 
meglio vi aggraderà. 

— Ragazzi !* esclamò Giorgio con accento imperioso ad al- 
cuni negri che stavano contemplando la salma dell'estinto; 
^jutatemi a' trasportarlo nella mia carrozza e procuratemi una 
vanga. 

Uno di coloro corse a cercare la vanga e gli altri ajutarono 
Giorgio a trasportare il corpo nella carrozza. 

Legree non, si oppose all'esecuzióne di questi ordini: egli 
continuava ad ostentare l'indifferenza e fischiava fra i denti il 
motivo d'una vecchia canzone. Giorgio non si degnò neppure 
di volgergli la parola. . , 

Si levò il sedile interno della carozza per collocarvi il ca- 
davere, che Giorgio avviluppò con cura nel proprio mantello. 
11 giovinetto si rivolse quindi a Legree e gli disse con calma 

forzata: 

— Io non v'ho ancor detto quello. ch'io pensi intorno a 
questo atroce delitto. Non è questo il tempo e il luogo per 

rol. IIL v^ 



178 

farlo. Ma il sangue dell'innocente chiama vendetta^ iofaròco- 
nosccre questo assassinio^ e vi denunzierò al primo magistrato 
che mi sarà dato incontrare. 

— Fate quanto v'aggrada ! disse Legree facendo scoppiet- 
tare le dita y sarei però curioso di conoscere il mezzo, grazie cui 
intendete di raggiungere il vostro intento. Quali sono i vostri 
testimonj? Quali le vostre prove? 

Giorgio comprese la forza dì queste parole. Non v'era 
neppure un solo bianco su quella piantagione, e la deposizione 
di un uomo di colore non è ammessa da nessuno dei tribunali 
del Sud. Avea per un istante creduto che i cieli dovessero ri- 
spondere al grido con cui egli evocava Io sguardo della giu- 
stizia su quel l'obbrobrioso delitto, ma i cieli erano rimasti jnuti. 

— In fin dei conti, disse Legree, avete fatto un bel rumore 
per la morte di un negro! 

Queste parole di derisione furono come una scintilla, che 
fosse caduta sovra un magazzino di polvere. La prudenza non 
fu mai la virtù cardinale d'un figlio del Kentucky. Giorgio sde- 
gnato percolò nel volto Legree e lo gettò a terra. 

Ritto su quel miserabile da lui calpestato e battuto a tutta 
forza, egli rassomigliava con sufficiente esattezza al suo glo- 
rioso patrono in atto di schiacciare l'infernale dragane. 

Vi sono degli uomini che decisamente guadagnano assai 
ad essere battuti. Essi concepiscono immediatamente la stima 
più profonda per colui che fa morder loro la polvere. Legree 
apparteneva a tale categoria , poiché fosse altrettanto vile 
quanto era crudele. Egli lasciò che la carrozza s'allontanasse 
senza aver coraggio di protestare contro la maniera con cui 
era stato trattato dal giovane Giorgio. 

Il Shelby avea già osservato come vi fosse a poca distanza 
dai confini della piantagione un .poggio sabbioso ombreggiato 
da alcuni alberi. Fu là che venne scavata la fossa. 

— Padrone, dobbiamo torgli il mantello? dissero i negri 
quando la fossa fu pronta. 

— No^ no! seppellitelo come si trova. É tutto quello che 
ora mai posso donar\*\, \von^to Tommaso ! 



179 

I negri calarono il corpo nella sua ultima dimora , colma- 
rono la fossa e la coprirono di verdi zolle. 

— Ora potete andarvene, ragazzi miei! disse Giorgio rega- 
lando una moneta a ciascuno di coloro che Paveano assistito. 

Ma gli schiavi si .mostrarono esitanti. 

-^ Comperateci, padrone, disse uno d'essi. 

— Noi vi saremmo tanto fedeli 1 aggiunse Taltro. 

— La vita è qui troppo penosal ripigliò il primo. Padrone, 
comperateci, comperateci! 

— Noi posso! rispose Giorgio penosamente e congedandoli 
col gesto. 

Quelle povere e desolate creature si ritirarono in silen- 
zio. Giorgio s'inginocchiò sulla tomba del suo amicò. 

— Eterno Dio, esclamò egli, io t'invoco a testimone della 
promessa ch'io fo di consacrare d'ora innanzi tutti i miei 
sforzi, onde liberare il mio natio paese dalla abbominevole 
lebbra del servaggio. 

Non v'ha alcun monumento ch'indichi il luogo ove giace 
la salma del nostro amico, ma egli noni ne ha bisogno, poiché 
Dio sappia ove riposi il povero Tommaso, e verrà il giorno 
io cui lo schiavo oppresso risorgerà immortale per parteci- 
pare alla gloria degli eletti. 

Non compiangetelo! La vita e la morte di quest'uomo non 
devono ispirare la compassione. Non sono le ricchezze ed il 
potere che abbiano prezzo' innanzi agli occhi del Signore, ma 
sibbene l'amore, l'annegazione, il sacrificio. 

Felici coloro che lo imiteranno e portel'anno la croce 
come egli l'ha portata! E per questi eletti che sta scritto 
nell'Evangelo: « Beati coloro che piangono, giacché saranno 
consolati >>, 

CAPITOLO XLII. 

Gli spettri. 

Per motivi facili ad essere indovinati, fra i domestici di 
Legree si propagavano deUe sVom à\\^\vVa.^V\^^^\»^'^^^'=^^ 



180 * 

# 

si asstcurava di aver udito il rumore dei passi d'uno spettro 
che scendeva, dalla scala del solajo e che andava aggirandosi 
intorno alla casa. Si avéano chiuse le porte del corridojo del- 
rultinio piano^ ma inutilmente; la fantasima, od avea un^ al- 
tra chiave nella sua tasca, oppure approfittava del privilegio 
accordato da tempo immemorabile agli spettri, vale a dire del 
privilegio di passare pel buco della serratura. 

Le opinioni sulla forma di questo fantasima erano con-, 
traddicenti, essendoché tanto i negri quanto i bianchì abbiano 
per abitudine di chiudere gli occhi e di coprirsi la testa col 
primo oggetto che cade loro fra le mani , quando veggano 
comparire qualche essere fantastico. Si sa di già che quando 
gli occhi del corpo sono, posti di tal maniera fuori di que- 
stione, gli occhi dello spirito si mettono ad agire con una 
esemplare perspicacia. Ne avveniva da ciò che fra gli- schiavi 
di Legree circolassero molte edizioni di ritratti in piedi del 
fantasima, ciascuno dei quali era offerto come il solo legittimo, 
quantunque Puno noii avesse alcuna rassomiglianza coirai- 
tro. li solo punto in cui s'accordavano quelle diverse opi- 
nioni consisteva nelP- asserire copie lo speltro, seguendo in 
ciò la vecchia abitudine di tutte le ombre^ si mostrasse avvi- 
luppato in un bianco lenzuolo. I negrr di Legree non erano 
gran fatto - versati in letteratura, *ed ignoravano quindi che 
Shakspear^ ha già descrìtto questo fantastico modo d'abbi« 
gliarsi, quando narra come « i morti inviluppati . in ampie 
lenzuola andassero vagando per le strade di Roma. » Questa 
jiiniformìtà fra P opinione dei negri e quella di un grande 
scrittore ci sembra un fatto di pneumatologia abbastanza 
singolare ^ perchè stimiamo prezzo delP opera il raccoman- 
darlo air attenzione degli scienziati. 

Comunque fosse la cosa, il fatto si è che nelle ore ordi- 
nariamente predilette dalle ombre, una grande figura in- 
volta in un bianco lenzuolo andava errando per la casa di 
di Legree. Essa apriva tutte le porte, compariva e dispariva, 
discendeva e saliva la scala del fatale solajo. AlP indomani 
però non si trovava nulla fuori di posto nella casa. 

Ad onta delle cure prese per nascondere al padrone un 



i81 

simile avvenimento^ egli giunse però a conoscerlo. Allora $i 
mise a bere più del solito ed ostentò di portare la testa più alta> 
quasi la paura non potesse cosi raggiungerla. Di notte però 
era turbato da orribili sogni. 

Qualche giorno dopo il seppellimento di Tommaso, Legree 
si recò alla città vicina per prendere parte ad uno stravizzo-. 
Ritornò a casa ad un'ora avanzata della sera^ chiuse la, porta 
della sua stanza, ne tolse la chiave , e si pose a letto.* 

Il malvagio tenta invano di so&òcare i propri! rimorsi, 
poiché alberghi in sé stesso queirìncomodo ospite che si. chia- 
ma la coscienza. Chi può dipingere le angoscie ed i terrori da 
cui é assalito Tempio quando si trova solo? Egli chiude la 
' propria porla per sottrarsi alla vista degli spiriti ; ma v'é in 
lui uno spirito, al quale non può imporre silenzio, ed 1 cui 
misteriosi ammonimenti riikibombano nelP anima come il suono 

« 

della tromba deir ultimo giudìzio. 

• Legree aveva barricata la porta con una seggiola^ ed avea 
posta la sua lampada al capezzale del letto a fianco delle sue 
pistole. Egli avea pure esaminate attentamente le imposte e 
le serrature delle finestre, e s'era corièato giurando che sfi- • 
dava il demonio ed il suo infornate corteggio. 

S'addormentò profondamente, poiché fosse .vinto dalla 
stanchezza; ma dopo alcune ore travide confusamente un om- 
bra tremenda che s'avanzava verso il suo Ietto. Credè di rN 
conoscere il lenzuolo funebre di sua madre panneggiato sulle 
spalle di Cassy, che gliela additava con un formidabile gesto. . 
Udì poscia un confuso rumore di gemiti e di lamenti. Sentiva 
però di essere addormentato e si dibatteva * affannosamente 
per risvegliarsi. Si destò, ma non del tutto ^ egli allora s'av- 
vide che alcuno era entrato nella sua stanza , e che la porta 
ne era aperta^ ma non gli fu po^ibile di «moversi e di torsi 
- dal letto. 

Potè finìilmente sollevarsi sulla persona^ la porta era aperta 
diff^atti, ed una mano estinse la sua lampada 1 

La luna era velata dalle nubi. Al debole chiarore di quel- 
l'astro offuscato, Legree vide, passarsi dinanzi una bianca fi- 
gura con uno strano abbigliamento^ di cui udì il lugubre Ccil- 



182 

scio. Una mano fredda come quella d^ un cadavere si posò 
sulle sue, ed una voce mormorò Ire volte: — Vieni! Vieni 1 
Vieni! Un freddo sudore agghiacciò le membra di Legree, 
e r ombra scomparve. Egli balzò dal Ietto e corse verso la 
porta; questa era chiusa a doppio giro di chiave. 

Legree cadde a terra svenuto. 

Da quel momento in poi Legree s^ abbandonò perduta- 
mente alPubbriachezza; invece di obbedire alla sua antica 
prudenza si mise a bere smisuratamente, senza prendersi 
cura delle conseguenze. Si precipitò così verso la tomba. I 
suoi eccessi vennero puniti dalla combustione spontanea delle 
viscere, terribile malattia^ che sembra una terrena anticipa- 
zione degli infernali supplizii. La sua agonia fu spaventosa; 
egli si contorceva disperata ita ente e parlava di apparizioni 
tanto orrende, che faceano fremere tutti coloro che lo at- 
torniavano. Egli vedeva ferma al capezzale del suo letto una 
figura bianca, austera, inesorabile che andava ripetendo : — 
Vieni! Vieni! Vieni! 

Per una strana coincidenza, alla domane del giorno in cui 
la fantasima era penetrata nella camera di Legree, si trovò 
aperta la porta di casa e si videro due ombre involarsi rapi- 
damente lungo il viale e dirigersi verso la strada maestra. 

II sole stava per sorgere, quando Emmelina e Cassy si 
fermarono dietro un cespuglio a poca distanza dalla città. 
Cassy era vestita come una creola spagnuola. Avea un abito 
nero, un cappello dell'eguale colore, ed il viso mezzo nascosto 
sotto un velo ricamato. Le due donne aveano fra loro concer- 
tato che, durante la fuga, Cassy sosterebbe il personaggio d'una 
creola ed Emmelina quello di sua cameriera. Cassy, srbituata 
nella sua giovanezza a convivere colla società più distinta, 
avea quella squisitezza di linguaggio e quelle gentili maniere 
die erano necessarie per sostenere plausibilmente la parte da 
essa assunta. D'altronde i ricchi avanzi del suo antico equi- 
paggio le permettevano di abbigliarsi in armonia colla posi- 
zione da lei simulata. 

Le due donne si fermarono. in una casa del sobborgo^ ove 
stavano esposte in vendita delle vafigie. Cassy ne comprò una 



i83 

assai bella e pregò il mercante che volesse affidare ad un 
suo garzone Tincarico di portargliela a casa. Potè quindi fare 
\1 suo ingresso neirall^rgo da vera signora^ seguita come era 
da nn domestico che portava la valigia^ e da Emmelina che avea 
le mani ingombre da scatole e da borse da viaggio. 

La prima persona che Cassy incontrò nell'albergo fu il 
giovane Giorgio Shelby, che stava attendendo la partenza del 
battello a vapore. 

Cassy aveva già osservato il Shelby dalPabbaino del solajo, 
i'avea veduto trasportare la salma dì Tommaso, ed era stata 
testimone della lezione data da quel giovanetto al signor Le- 
gree. Mentre era andata vagando pel quartiere degli schiavi, 
travestita da ombra^ avea altresì potuto raccogliere alcune in- 
formazioni sul conto del Shelby e sui rapporti da lui avuti con 
Tommaso. Essa si senti quindi più tranquilla sapendosi vicina 
a quel generoso giovinetto. 

L'accortezza di Cassy^ le su^ squisite maniere e la sua 
borsa ben fornita allontanarono tutti i sospetti. Cassy sapeva 
bene, quando toglieva dallo scrittojo i biglietti di banca del 
Legree, come le persone che pagano lautamente non eccitino 
mai la diffidenza. 

Verso sera s'udì la campana che annunziava la partenza 
del battello a vapore. Giorgio Shelby condusse Cassy a bordo 
colla cortesia che sembra innata negli abitanti del Kentucky, 
e s'adoperò perchè le fosse assegnata una comoda cabine. 

Affettando un'improvvisa indisposizione, Cassy stette a letto 
durante tutto il tempo impiegato dal piroscafo a discendere 
la corrente del fiume Kosso, e la sua cameriera Zelia non si 
allontanò un momento dal suo fianco. 

Il battello entrò finalmente nel Mississipì. Giorgio Shelby, 
avendo udito come la signora straniera avesse intenzione dì 
risalire il fiume^ s'affrettò a proporle di imbarcarsi sullo stesso 
piroscafo , sul quale egli intendeva di continuare il proprio 
viaggio. Egli mostravasi afflitto per le sofferenze dell'amma- 
lata e desiderava poter fare quanto stesse in luì per alleviarle. 

Ecco dunque i nostri viaggiatori a bordo dell'eccellente 
piroscafo il Cincinnato , che risale la corrente del ikll&&\&^v^V 



184 

a tutto vapore. La salute di Gassy erasi naturalmente miglio- 
rata. Essa passeggiava sulla tolda, s'assideva alla tavola comune^ 
e fu giudicata dai passeggieri come u^ signora che doveva 
esser stata nella sua giovanezza di una singolare bellezza. 

Giorgio, fino dal primo momento in cui vide Gassy, trovò 
in essa una di quelle rassomiglianze indefinibili, di cui cia- 
scuno di noi ha certamente subita qualche volta Plmpressione 
senza poter rendersi conto del Toggelto a cui. tali rassomi- 
glianze si riferivano. Giorgio non cessava dal contemplare 
attentamente la creola. Gassy s'avvide come \i Shelby tenesse 
sempre gli occhi fissi su lei, e non li disviasse se non quando 
ella si ihostrava importunata da questa ostinata attenzione. 

Gassy ne fu turbata, ed immaginandosi che Giorgio avesse 
concepiti dei' sospetti, risolse di confidarsi a lui completamente, 
e gli raccontò quindi la propria storia. 

Giorgio era già disposto a simpatizzare vivamente con quanti 
avessero potuto- sfuggire dalla piautagioAe di Legree, da <pie« 
sto luogo funesto, di cui conservava una si affligente ricordanza. 
Gol nobile ed irreflessivo ardimento proprio della sua età , 
Giorgio promise a Gassy che avrebbe fatto del tutto per dì- 
/enderla. 

La cabine vi<^ina a quella di Gassy era occupata da una 
signora fiancese, chiamata De Thoux, la quale era accompa- 
gnata da una bella fanciulla di circa dodici anni. Questa si- 
gnora , come seppe che Giorgio Shelby era del Kentucky, si 
mostrò premurosa di stringere conoscenza con lui. Fu 'secon- 
data in questo suo divisamento da sua figlia', le cui maniere 
ingenue offrivano la più aggradevole delle distrazioni ad un 
passeggero, condannato .ad un viaggio di quindici giorni sovra 
un battello a vapore. 

Giorgio Shelby si sedeva spesso vicino alla porta della ca- 
bine della signora De Thoux, di modo che Gassy poteva in* 
tendere facilmente i loro discorsi. 

La signora De Thoux faceva mille, domande sul Kentucky, 
nel quaj paese , a quanto . asseriva , avea passata la sua prì* 
ma infanzia. Giorgio potè accertarsi con sua grande sorpresa 
come quella signora avesse dovuto indubitabilmente' soggior- 



185 
nare nelle vicinanze della casa Shelby, tanto precisamente la 
De Thoux discorreva degli uomini e delle cose di que^ con- 
torni. 

— Conoscereste per avventura^ disse un giorno la signora 
De Thoux, un certo Harris? 

— Vi è un vecchio che porta questo nome, e che abita a 
poca distanza da casa nostra; ma non ebbimo mai molta di- 
mestichezza con lui. 

. — Quest'uomo possiede un gran numero di schiavi , non 
è vero? aggiunse la signora De Thoux con un'emozione che 
non potè essere da'Iei dissimulata. 

. — Ne possedè molti diffatti , rispose Giorgio con accento 
di meraviglia. 

— Sapreste voi se fra questi vi sia un mulatto chiamato 
Giorgio? 

-r- Si, certamente; Giorgio Harris. Oh, Io conosco molto; 
egli ha sposata la cameriera dì mia madre ed è fuggito al 
Caiiadà. 
. -— Che Dio sia benedetto 1 esclamò la signora De Thoux. 

Giorgio , la cui sorpresa andava crescendo, avrebbe pur 
egli voluto interrogare la signora, ma non ne ebbe Tardimento. 

La De Thoux si nascose il viso fralle mani e proruppe in 
lagrime. 

— Egli è mio fratello 1 dissocila. 

— Vostro fratello, signora? 

— Si, rispose la De Thoux sollevando fieramente la testa 
ed ascfugandosi le lagrime; si, signor Shelby, Giorgio Harris 
è mio fratello 1 

— Davvero? disse Giorgio indietreggiando per poter me- 
glio contedaplare la De-Thoux. 

— Ero ancora giovinetta quando venni condotta negli Stati 
del Sud, per esservi venduta. Fui comperata da un uomo ge- 
neroso, che mi condusse alle Antille, mi emancipò e mi sposò. 
Egli è morto da qualche tempo^ ed io mi portava nel Kentu- 
cky appunto per cercarvi mio fratello e per riscattarlo. 

— Diffatti io rho udito qualche volta parlare di una sua 
sorella Emilia che era stata venduta negli Stati del Sud.... 



i8G . 

— Sono io. Oh, ditemi, vi prego^ quello che sapete intorno ' 
a mio fratello! 

— Egli è un bellissimo giovane. Quantunque oppresso dal 
peso maledetto del servaggio, egli ha date prove onorevoli di 
moralità e d'intelligenza. Ed io posso saperlo, poiché abbia 
egli presa per moglie la cameriera di mia madre. 

— E questa donna...? chiese ansiosamente la signora De 
Thoux. 

— É un tesoro ! Poche possono esserle paragonate per la 
dolcezza, peirintelligenza, per la religione e per la bellezza. 
Mia madre Tha educata come fosse una sua Oglia. La moglie 
di Giorgio sa leggere, scrivere , ricamare, cucire, e canta in 
modo da rapire. 

— É dessa nata in casa vostra? 

-^ Noj mio padre la comperò in uno de' suoi viaggi alla 
Nuova-Orleans per regalarla a mia madre. Poteva allora avere 
otto nove anni. Mio padre non volle mai confessare quanto 
l'avesse pagata; ma alcuni giorni fa, frugando nelle*sue carte, 
abbiamo scoperto il contratto di vendita. Quella fanciulla, senza 
dubbio in causa della sua rara avvenenza, gli era costata una 
somma straordinaria. 

Giorgio Shelby volgeva le spalle a Cassy, e non poterà 
quindi avvedersi come questa stesse ascoltando col più pro- 
fondo interessamento tutte quelle particolarità. Ad un tratto 
Cassy si avvicinò a Giorgio e gli strìnse il braccio 5 essa era 
pallida per l'emozione. 

-^ Sapreste voi, disse ella, il nome di coloro che vendet- 
tero questa fanciulla a vostro padre? 

— A quanto credo fu venduta da un certo Butler, e Taf- 
fare fu trattato per l'intermezzo di un individuo chiamato 
Simmons^ almeno sono questi i nomi che trovansi sottoscritti 
all'atto di vendita- 

•—'Oh, Dio mio! esclamò Cassy; ed ella cade svenuta. 

Giorgio Shelby e la signora De Thoux si alzarono pre- 
cipitosamente. Erano assai lontani dall' indovinare la causa dì 
quello svenimento, ma non per questo omisero dì mostrare 
quell'agitazione che è comune in simili circostanze. Giorgio 



187 
neirardore del suo zelo rovesciò un vaso -pieno d'acqua e 
ruppe due bicchieri. Varie signore, come seppero che una 
delle loro compagne di viaggio era svenuta, si affollarono in- 
nanzi alla porta della cabine ^ intercettando cosi alla meglio 
che potevano il corso deirarìa. In una parola accadde tutto 
quello che doveva necessariamente accadere. 

Povera Cassy ! . . . Quando essa ritornò in sé stessa^ si volse 
verso la parete della cabine, e singhiozzò come una fanciulla. 
Madri! voi sole potreste dire a chi ella pensasse in quel mo- 
mento^ e forse anche voi stesse non potreste dirlo i Quella in- 
felice ringraziava finalmente il Dio deUa misericordia, poiché 
fosse oramai sicura di rivedere sua figlia. Diffatti alcuni mesi 
dopo ... ma non anticipiamo sugli avvenimenti. 

CAPITOLO XLIII. 

Giorgio e la sua famiglia. 

La nostra storia è vicina al suo termine. Giorgio commosso 
da quel singolare incidente, trasmise a Cassy il contratto della 
vendita di Elisa. La data ed i nomi s'accordavano perfetta- 
mente coi fatti conosciuti dalla madre. Tolto così ogni dubbio 
suir identità della persona, non si trattava più che di rintrac- 
ciare i fuggitivi. 

La De Thoux e Cassy, unite dall'analogia dei loro destini, 
si diressero verso il Canada e visitarono le varie stazioni sta- 
bilite per acpogliere i numerosi fuggiaschi, che passano la fron- 
tiera. Trovarono desse a Amhertsburg il missionario che 
avea accolti Giorgio ed Elisa al loro arrivo, e mercè gl'indizi 
da lui forniti poterono scoprire come la famiglinola d'Harris 
si fosse ricoverata a Montreal. 

Erano già scorsi cinque anni dacché quei due sposi erano 
liberi. Giorgio, che avea trovato d'impiegarsi nell'opificio d'un 
macchinista, guadagnava quanto gli bastava per poter mante- 
nere onorevolmente la propria famiglia, che s'era intanto au- 
mentata d' una figlia. 



188 

• •• 

Enrico j che era divenuto un ragazzo pieno di vivacità e* 
disinvoltura^ era stato collocato in una scuola eccellente e yi 
faceva dei rapidi progressi. 

Il degno missionario di Amhertsburg fu talmente com- 
mosso pei racconti delle due donne^ che acconsenti di 'accom- 
pagnarle a Montreal onde ajutarle nelle loro ricerche. La si- 
gnora De Tboux volle prendere a suo carico tutte le spese 
del viaggio. 

Trasportiamoci ora in una graziosa casetta pòsta nei sob- 
borghi di Montreal. 

La séra è già innoltrata; un buon fuoco scintilla sul fo- 
colare^ una tavola coperta da una bianca tovaglia è ingombra 
dal vasellame pel thè. In uh angolo della camera v'è un'altra 
tavola coperta di rascia verde, e sopra d'essa uno scrittojo, 
delle penne, della carta ed uno scaffale di libri. 

É questo il gabinetto di studio dì Giorgio^ giacché egli 
abbia conservata quella brama d'istruirsi, che nella sua infan- 
zia gli avea fatto imparare il leggere e lo scrivere malgrado 
l'opposizione de' suoi padroni. Avea lavorato tutto il giorno 
nell'opificio, 'e ciò nulla ostante egli stava in quel momento 
seduto allo serittojo facendo delle annotazioni. 

— Via dunque^ gli disse Elisa, siete rimasto tutto-il giorno 
fuori di casal lasciate là il vostro libro e discorriamo un po', 
mentre sto preparandovi il the. 

La pìccola ragazzina secondò le intenzioni della madre, 
cercando di strappare il libro daHe niani del padre ed arram- 
piccandosi sulle sue ginocchia. 

— Bisogna proprio cedervi, graziosa incantatric&l esclamò 
Giorgio sorridendo. 

— Cosi va bene! disse Elisa. 

Elisa era divenuta un po' grassa, la sua capigliatura era 
acconciata con un po' più di severità, si vedeva che qualche 
anno di più' era passato sulla sua fronte , ma la gioja ed il 
contento brillayano nell'espressione della sua fisonoimia. 

— ' Enrico, disse Giorgio accarezzando la testa di suo figlio, 
sci stato buono di finire là tua somma ? 

Enrico non ha più i suoi lunghi capelli, ma ha conservata 



189 

la sua vivace espressione, le sue ciglia lucenti, 1 suoi occhi scin- 
tillanti, che s'animano mentre risponde: 

— L^ho terminata, padre mio, e senza Pajuto di nessuno. 
•^ Te ne fo 1 miei complimenti. Studia con ardore, giac- 
ché hai quei mezzi per istruirti <^e mancarono a tuo padre. 

. Jn quel momento si battè alla porta ed Elisa corse ad 
aprire. Essa esclamò giocondamente: — Comel siete voi? • 

Giorgio si aì^'ò per andar à ricevere il buon pastóre dr 
Amhertsburg, mentre Elisa invitava- a sedersi le due donne 
che lo accompagnavano. 

L'onesto ministro avea ideato un programma, di cui doveva' 
egli stesso dirigere Tesecuzione. Durante la strada egli avea 
raccomandato istantemente ^lle proprie compagne d'i confor- 
marsi a puntino alle istruzioni che andava loro prodigando. 
Di (Tatti egli comincia col fare dei segni perchè si mettano a 
sedere, leva dalla propria tasca il fazzoletto e sta per inco- 
minciare un discorso d'introduzione; ma. quale non fu la sua 
costernazione quando, obbliando del tutto Taddottato progetto, 
la signora De Thoux si gettò al collo di Giorgio e gli disse 
senza alcun esordio oratorio: 

— Oh, .Giorgio, non ipi riconosci tu? Io sono la tua so- 
rella Emilia f ' • 

Cassy è più calma, e si può*sperare che adempirà meglio 
alle istruzioni del buon ministro. Ma la piccola Elisa compare; 
.essa ha esattamente lo stesso viso, i medesimi -capelli, la. fi- 
sica conformazione che avéa sua madre quand'era fanciulla.... 
Cassy avea veduta la propria figlia per l'ultima volta perfet- 
tamente somigliante alla figliuolina di Giorgio. ... 

La fanciulletta guardò la straniera con infantile curiosità;- • 
Cassy la prese nelle braccia, la strinse contro il cuore, e le 
disse : 

— Mia cara 1)ambina, io sono tua madre! 

•^ Essa credeva realmente di rivedere la propria figlia. 
11 buon .ministro provò qualche difficoltà per ristabilire 
un p6' d'ordine; ma finalmente ottenne una calma succiente 
perchè potesse pronunciare il discorso, col quale- s'erd> ^' 
posto di aprire quel dramma domèstico. Egli pro'' i"*^ 



190 

fetto tanto profondo dal far versare molte lagrime ài proprii 
uditori^ ed è questo un genere di successo ben atto a soddi- 
sfare ramor proprio di tutti gli oratori, tanto antichi che mo- 
derni. 

Ognuno sì pone in ginocchio^ ed il buon ministro innalza 
una preghiera che vien da tutti ripetuta con fervore, poiché 
vi sieno dei sentimenti tanto vivi e tumultuosi, che non sì pos- 
sano tranquillare in altro modo/fuorchè versandone T esube- 
ranza nel seno deirOnnipossente. 

Quando si rialzarono da terrari membri di questa famiglia, 
accresciuta tanto imprevedutamente, si abbracciarono gli uni 
gli altri pieni di fiducia in Colui^ che li avea riuniti con mezzi 
sì straordinarii e ad onta di si gravi e numerosi pericoli. 

Le note di un missionario^ che sia incaricato di raccogliere 
i fuggitivi, contengono la storia di fatti più straordinarii di 
qualsiasi più ardita finzione. E come potrebbe essere altri* 
menti, poiché il regime della schiavitù disperda le famiglie 
come i venti sperperano le foglie cadenti delfautunno? Il Ca- 
nada, questa terra ospitai iera^ vede spesso riunirsi le famiglie 
dopo lunghi anni, durante i quali esse si credettero separate per 
sempre. Nessuna penna potrebbe dipingere il commovente 
accoglimento con cui è ricevuto ogni nuovo fuggiasco, poiché 
si speri ottenere ..da lui degli indizii sul destino di una ma- 
dre, di una sorella, d'un padre o d'una figlia, perduti di vista 
frammezzo alle tenebre della schiavitù ! 

Quei proscritti compiono (.alora delle azioni eroiche, assai 
superiori a quante ne possano essere ideate dalla fantasia dei 
romanzieri. Si viddero degli uomini che aveano acquistata a 
durissimo prezzo la loro libertà, sfidare le torture e la morte 
per andare a cercare sulla terra da essi abbandonata una mo- 
glie^ una madre, una sorella. 

Un giovane, la cui storia ci fu raccontata da un missiona- 
rio, dopo esser stato ripreso e crudelmente punito due volte, 
era riescito ad evadersi per la terza volta. Questi in una let- 
tera, che potemmo leggere noi stessi, annunzia ai suoi amici 
che » dispone a ritornare nel luogo della sua schiavitù onde 
cerc£ire di liberare una sua sorella. Quest' uomo, mio caro si- 



191 

gnore, è egli un eroe od un colpevole? Non fareste voi altret- 
tanto per una vostra sorella? Potreste quindi biasimarlo? 

Ma ritorniamo presso i nostri amici che abbiamo lasciati 
intenti a tranquillare gl'impeti d' una gioja troppo viva e 
troppo subitanea. Essi cenano assieme e sembrano di buonis- 
simo umore. Cassy, che tiene la piccola Elisa sulle proprie 
ginocchia , la stringe qualche volta fralle braccia in modo 
dair eccitare la meraviglia della fanciullina. 

Non erano ancora scorsi che pochi giorni , e già s'era ope- 
rato in Cassy il più profondo mutamento. La sua fisonomia 
cupa e smarrita assunse un'espressione di dolce confidenza^ 
poiché risentisse pei fanciulli di sua figlia quell'affetto di cui 
era stato per tanto tempo digiuno il suo cuore. Sarebbesi detto 
che amasse più teneramente la nipotina anziché la propria 
figlia^ poiché quella bambina fosse il ritratto fedele dell'an- 
gelo che avea perduto e tanto pianto. Fu per l'intromissione, 
per cosi dire, della seconda Elisa^ che Cassy si riavvicinò alla 
moglie di Giorgio, la cui sincera pietà, assodata da una pra- 
tica costante^ ricondusse la calma nello spirito di sua madre^ 
scosso da vicissitudini tanto crudeli. Mercè quest'influenza 
salutare Cassy riacquistò la ragione e la fede. 

La signora De Thoux mise il fratello al fatto dei propri i 
affari. La morte del marito l'avea lasciata padrona d'una con- 
siderevole fortuna, ed «essa offri generosamente di dividerla 
con lui. Allorché la De Thoux domandò al fratello ciò che po- 
tesse fare per lui, egli rispose: — Datemi i mezzi di istruirmi, 
Emilia; ecco ciò che ho sempre ed unicamente desiderato; 
m'incarico io di tutto il resto. 

Dopo matura discussione, si stabili che tutta la famiglia 
sarebbe andata a passare alcuni^anni in Francia. 

Emmelina accompagnò la famiglia ; i suoi vezzi sedussero 
un officiale del piroscafo, che la sposò appena toccarono il 
porto. 

Giorgio passò quattro anni in un collegio francese, ove stu- 
diò instancabilmente per completare la propria educazione. 
Gli sconvolgimenti politici che scoppiarono in Francia deter- 
minarono Giorgio e la sua famigliasi ritornarsene nel Canada. 



192 

Perchè si posssino giudicare i sentimenti e le opinioni di 
Giorgio, riporteremo qui una lettera da lui indirizzata ad udo 
suoi amici : • 

ce Mio caro amico, 
« Il mio avvenire mMmbarazza, quantunque io possa, co- 
me voi me lo avete detto ^ essere ammesso fra i bianchi di 
questo paese. Sarebbe assai difficile riconoscere al colore la 
mia origine meticcia e quella della mia famiglia ; ma se debbo 
dirvi il vero, non mi curo gran fatto di divenir un-membro 
della società bianca. 

» Le mie simpatie sono tutte per la razza di mia madre 
e non per quella di mio padre, il^quale mi ha sempre conside- 
rato presso a ^oco come un bel cane, mentre permisi madre- 
io era un figlio, lo non Tho più riveduta dopo la vendita cru- 
dele che ci ha separati, ma sono convinto che essa mi ha sem- 
pre amato teneramente. Quando penso ed à tutto ciò cjie ha 
dovuto soffrire lamia povera madre, edalle mie propriesven- 
ture, ed alle lotte eroiche di mia moglie, io non sento alcuna 
volontà d^ identificarmi coi bianchi, lo simpatizzo colla razza 
africana, e preferirei avere la tinta più oscura, anziché rasso- 
migliare ad un creolo.. 

<c II desiderio più ardente delf anima mia sarebbe quello 
di costituire una nazionalità africana. Per far questo vorrei 
un popolo di fratelli che avesse un'esistenza tutta sua; ma 
dove trovarlo? Haiti non offre. sufficienti elementi: gli abitanti 
di quelia contrada furono educati da una popolazione corrotta» 
ed effemminata: scorreranno dei secoli prima che H'aiti si possa 
sollevare dal suo avvilimento. 

« Ove dunque volgere gli sguardi? Io veggo sulle spiagge 
dell'Africa una repubblica formata da un piccolo numero di 
uomini, chp ievono la ^oro istruzione a sé stessi, e che si sono 
riatiiitat[ ^^^^^ alcun straniero soccorso dagli avvilimenti 
ùel servaggio. Questa repubblica dopo aver vinte le crisi ca- 
gionate dalla sua originaria debolezza, si è alla fine fatte 
riconoscere, al cospetto del mondo, dalla Francia e dalPInghU- 
terra. E là che voglio andare ad acquisUrmi il 'mio titolo di 
cittadino. 



195 

u Io SO che voi non esiterete a condannarmi ; ma prima 
di far ciò, ascoltatemi. Durante il mìo soggiorno in Francia he 
studiata col più vivo interesse la storia dei miei fratelli d*A- 
merica, ho assistito da lungi alla lotta fra gli abolizionisti ed 
i partigiani della schiavitù, e ne ritrassi delle idee che non 
sarebbero mai balenate nella mia mente se avessi preso parte 
al combattimento. 

« 1 nostri oppressori si sono giovati della repubblica di 
Liberia, di cui hanno alterata la vera storia, come di uno spau- 
racchio per procrastinare la nostra emancipazione. Ma non vi 
è forse un Dio, i cui disegni sono più profondi di quelli del- 
l'uomo ? Non può egli, malgrado tutti gli ostacoli , fare di noi 
una nazione? 

« AI giorno d'oggi una nazione può sorgere rapidamente, 
poiché trovi già risolto il gran problema del completo incivili- 
mento. Non si tratta più di scoprire, ma sibbene d'applicare. 
Accordiamo le nostre forze e vedremo qual partito sapremo 
trarre dalla loro unione. Un magnifico continente, l'Africa, 
s'apre innanzi a noi ed ai nostri figli, e la nostra nazione po- 
trà spargere intorno a sé la civilizzazione ed il cristianesimo. 
Noi fonderemo sul suolo africano degli Stati possenti, che svi- 
luppandosi colla rapidità delle piante tropicali, non manche- 
ranno però di quella solidità che sarà necessaria ad assicu- 
rare la loro durata. 

« Direte voi che di tal modo* abbandono i miei fratelli op- 
pressi? Io credo che no. Che Dio mi castighi se li dimenti- 
cherò per un'ora, per un minuto solo della mia vital Ma che 
posso fare per essi? Posso forse spezzare le loro catene? No. 
Gli sforzi isolati d'un individuo sono sempre infecondi ; ma 
lasciatemi far parte d'un popolo che possa ottenere voce deli- 
berativa nel consesso delle nazioni, ed allora ci sarà dato farci 
intendere. Una nazione ha il diritto di chiedere, di discutere, 
di esigere^ e può difendere la causa della razza da essa rap- 
presentata. L'individuo non ha questo diritto. 

Fot. III. CS. 



1941 

a Se le ineguaglianze sociali e di razza, tanto ingiuste e 
tanto tiranniche^ avessero a scomparire per sempre^ se fossimo 
riconosciuti al pari della Francia e delPInghilterra^ potremmo 
allora presentarci al congresso dei popoli e far valere i diritti 
della nostra razza soffrente e calpestata. Allora.sarebbe impos- 
sibile che TAmerica^ questo libero ed incivilito paese, tardasse 
«i togliere dal suo stemma questa sbarra dMlIegittimità che la 
disonora, e che è un'infamia tanto per essa quanto per gli op- 
pressi. 

if Ma voi mi direte che noi dovremmo avere un diritto di 
fonderci nella repubblica americana, per lo meno eguale a 
quella dei Tedeschi, degli Svedesi / degli Irlandesi, lo ve lo 
ammetto. Ci dovrebbe esser permesso P innalzarci mediante 
rimpiego delle nostre facoltà individuali , senza alcuna consi- 
derazione di casta o di colore. Coloro che ci contestano questo 
diritto mentono a quei principii di eguaglianza che ostentano 
di professare. Sarebbe logico che, soprattutto negli Stati-Uniti, 
noi avessimo, non solo gli stessi diritti degli altri cittadini, ma 
eziandio qualche privilegio, poiché abbiamo una riparazione 
da ottenere per le nostre miserie. Ma pure io non mi aspetto 
nulla dairAmerica, ed è perciò che voglio una patria che sia 
mia. lo credo che la razza africana possegga delle qualità 
speciali superiori forse a quelle stesse degli Anglo-Sassoni, qua- 
lità che potrebbero, mercè i lumi dell' incivilimento , manife- 
starsi con meravigliosa rapidità. 

La razza Anglo-Sassone ha sostenuta una gran parte sulla 
scena del mondo nelle epoche di dubbio e di combattimento. 
Questa sua missione era in armonia colla sua energica inOes- 
sibilìtà; ma io, come sincero cristiano, aspiro ad un'epoca 
nuova. Noi vi arriveremo senza dubbio, e le agitazioni convulse 
dei popoli non sono altro, a mio credere, che la conseguenza 
del parto faticoso di un'epoca di pace e di fratellanza um'- 
versale. 

« Lo sviluppo dell'Africa deve avere un'impronta essen* 






198 

zialmente cristiana. La razza negra non è dominatrice, ma 
affettuosa, magnanima e facile al perdono. Lungo tempo vit- 
time deiringiustizia e deìi'oppresìiione, i negri debbono pene- 
trarsi di quella dottrina sublime d' amore e di annegazione, 
che può sola assicurare la definitiva vittoria, e cui sofìb chia- 
mati a diffondere per tutto ilcontinente africano. 

i< Ve lo confesserò \ io sono talora assalito dal dubbio e 
dairincertezza^ ma trovo un sostegno in mia moglie. Essa mi 
interpreta TEvangelio con eloquenza^ mi additala mia missione^ 
e mi fa obbliare che nelle mie vene scorre del sangue sassone. 
Cristiano e patriota, io andrò nel paese da me prediletto, 
nell'Africa, alla quale ho talora applicate quelle belle parole 
del Profeta: «< Ti hanno abbandonata ed abbominata ed il 
mondo distolse da te il suo sguardo^ ma io ti esalterò, e tu 
farai la gioja di molte generazioni. 

i< Voi mi chiamerete entusiasta, e mi direte che non ho 
fatta sufficiente riflessione sulle conseguenze della mìa impresa^ 
ma siate pur persuaso che ho tutto calcolato, lo spero trovare 
nella Liberia , non già un poetico Eliso, ma un campo da 
dissodare e da coltivare. Io lavorerò istancabilmente fino alla 
morte senza lasciarmi scoraggiare, e cercando di vincere t^itti 
gli ostacoli. Questa è là meta che mi prefiggo, e sono cejrto che 
non subirò amare disillusioni. 

(( Qualunque sia la vostra -opinione sulla mia risoluzione, 
non mi private. della vostra amicizia, e credete sempre che 
ogni mia azione sarà inspirata dal sincero affetto chMo nutro 
pe^ miei fratelli. " c< Giorgio Harris » 

Giorgio, alcune settimane dopo che ebbe scritta questa 
lettera, s'imbarcò per TAfrica accompagns^to dalla moglie, dai 
figli, dalla sorella e dalla suocera. Se non ci apponiamo male 
si udrà parlare sul suo conto. 

Ci restaoo a dire poche cose intorno agli altri personaggi 
della nostra storia. Consacreremo a Giorgio Shelby un capitolo 
d'addio. Parliamo ora sommariamente di miss Ofelia. 



196 

Quand'essa ritornò a Vermont insieme a Topsy, i suoi pa- 
renti giudicarono che il nuovo elemento da essa introdotto 
nella famiglia fosse per lo meno superfluo; ma ì tentativi co- 
scienziosi della miss erano stati tanto efficaci, che la sua al- 
lieva SI 'conciliò prestamente la generale simpatia. Quando 
Topsy fu giunta air adolescenza, chiese d'essere battezzata. 
Essa manifestò tanta pietà^ tanto zelo e tanta intelligenza, 
che la si giudicò degna d'essere inviata in una delle stazioni 
dell'Africa in qualità di missionaria. Ci fu dato sapere come 
essa impieghi nell'istruire i fanciulli quella infaticabile atti- 
vità e quell'acuta intelligenza che la aveano resa tanto indo- 
cile negli anni della sua puerizia. 

Crediamo di dare una notizia^ che riescirà gradita a molte 
madri, aggiungendo che si è scoperto tecentemente, mercè le 
instancabili ricerche dirette dalla signora De Thoux^ il figlio 
di Cassy. Questo giovane dotato d'una rara energia, s'era evaso 
alcuni anni prima di sua madre, ed era stato raccolto da quei 
protettori degli oppressi che abbondano nel Nord dell'America. 
Egli deve raggiungere quanto prima la propria famiglia in 
Africa. 

CAPITOLO XLIV. 

// Liberatore. 

Giorgio Shelby non avea scritto che un breve vigl ietto a sua 
madre per annunciarle il giorno del suo arrivo. Dopo la morte 
del suo vecchio amico, egli provava la più viva ripugnanza a 
prendere in mano la penna.. Avea cercato più volte di supe- 
rarsi, ma s'era sempre sentito oppresso dalla dolorosa ricordan- 
za delle lezioni di scrittura da lui date allo zio Tommaso. Egli 
finiva quindi col lacerare la lettera cominciata, coir asciugarsi 
gli occhi bagnati di lagrime e coll'uscire di casa per riacqui- 
stare un po' di calma. 



i97 ■ V- 
Regnava nella casa il più grande movimento il giorno, in 
cui si aspettava la venuta di Giorgio Shelby. Sua madre s^ as- 
sise nella sala^ preservata dalla frigida atmosfera di una serata 
di un autunno molto avanzato^ mercè' uno scintillante fuoco ' 
di legno di quercia. La tavola era coperta da un ricco vasel- 
lame e da bicchieri di cristallo, e la nostra antica amica 
Chloe vigilava agli apparecchi della cena. La buona crea- 
tura era abbigliata con una nuova veste di percallo, la sua 
testa era coperta da un immenso turbante, e la lucida pelle 
nera del suo viso risplendeva di gioja. £ssa prolungava per 
quanto le era possibile l'ordinamento della tavola, onde aver 
un pretesto che le permettesse discorrere colla propria pa- 
drona. 

— Quanto sarà contento! dissocila. Ho scelto apposta per 
lui il posto che ama di più, quello vicino al fuoco. Il signor 
Giorgio è semj^e stato un po' freddoloso. Ebbene, cosa vi salta 
in testa di pdi^t^ qui...? Non avea io raccomandato a Sally di 
metter fuori il piìi bello fra i vasi da the^ quello che il signor 
Giorgio ha regalato alla signora pelle feste deir ultimo na- 
tale?... La signora ha certamente ricevuta qualche notizia dal 
signor Giorgio? 

— Sì, Chloe; ma egli non m'ha Scritta che una sola riga, 
per avvertirmi che arriva questa sera. 

— Non scrisse dunque nulla sui conto del mio povero 
marito ? 

— No, non ne fa neppur parola. Si riserva di raccontarmi 
tutto quando sarà di ritorno. 

'■ — Oh, riconosco in ciò il signoir; Giorgio! Sempre più lesto 
a parlare che a scrivere! Non so ^ìiwmente Hi&vtò facciano i 
bianchi a scrivere tante cose! È si nd)oso il teiere una penna 
fralle mani ! 

La signora Shelby sorrise. 

— Scommetto che mio marito non riconoscerà più i fon- . 
ciulli, massime la piccina. Polly si è tanto svilupp«)|^||y|| 






198 

divenuta tanto graziosa I Essa è ora a casa per sorregliare la 
cottura di una focaccia di grano d'India. L'ho apparecchiata 
secondo il gusto del mio povero Tommaso, ed è precisamente 
simile a quella che gli ho data il giorno della sua partenza. 
Bontà di Diol quanto ho sofferto in quel giorno! 

La signora Shelby nelP udire queste parole sospirò e si 
sentì stringere il cuore. Essa era inquieta dacché area rice- 
vuta la lettera del figlio^ poiché il di lui silenzio sul conto di 
Tommaso le sembrasse di cattivo augurio. 

^- La signora conserva ancora quei biglietti? chiese la 
mamma Ghloe. • 

— Si, Chloe. 

— Amerei di poter mostrare a mio marito i biglietti 
stessi che mi furono dati dai signor Jones, il pasticciere di Louis- 
ville. Ghloe, mi disse egli, vorrei che restas^ con me. Grazie 
padrone, io gli risposi, ma il mio povero marito sta per ritor- 
narsene a casa, e la mia padrona ha bisogno di me. Sono 
state queste le mie precise . parole. Oh , quel signor Jones 
era proprio un'eccellente creatura 1 

Ghloe avea insistito ostinatamente perchè si conservassero 
gli stessi biglietti di banco, con cui le si avea pagato il salario, 
onde poterli mostrare al marito quali evidenti testimonianze 
del valore che era stato attribuito alla sua capacità. La si- 
gnora Shelby aveva soddisfatto volontieri a questo affettuoso 
capriccio. 

— Mio marito non riconoscerà più Pollyl Sapete che sono 
oramai scorsi cinque anni dacché me l'hanno tolto? Polly era 
allora una bambina e poteva appena sostenersi sui piedi. Vi 
ricordate quanta paura avesse mio marito di vederla cadere? 

S'intese in quel punto il rumore d'una carrozza^ la mamma 
Ghloe corse alla finestra. 

— Ecco il signor Giorgio J 

La signora Shelby si affrettò ad incontrare il figlio, che 



i99 

strinse nelle proprie braccia. La mamma Cbloe cogli occhi 
fissi sembrava cercasse qualcuno nelle tenebre delia notte. 

Giorgio s'avanzò verso quella poveretta e le strinse la 
mano. 

— Oh, mamma Chloe! esciamò egli, avrei dato quanto 
possiedo per potejyelo ricondurre^ ma egli è partito per un 
mondo migliore. 

La signora Shelby gettò un grido di dolore, ma Chlóe non 
disse una parola. . 

Entrarono nella sala da pranzo, I biglietti^ il cui possesso 
rendeva tanto fiera la mamma Chloe, stavano ancora spiegati 
sulla tavola. La negra li raccolse e li presentò alla padrona 
con mano tremante. 

— Prendeteli, diss'ella, io non voglio più vederli . . . Quanto 
avea previsto è accaduto^ lo si è venduto ed* è stato assassi- 
nato in quelle maledette piantagioni del Sud ! 

Chloe esci dalla sala. La signóra Shelby la seguì, la prese 
dolcemente per mano, la fece sedere, e si collocò accanto a lei. 

— Mia povera, mia buona Chloe! esclamò dessa. 

Chloe appoggiò la testa sulla spalla della padrona e mor- 
morò singhiozzando: 

— Oh, signora perdonatemi il mio cuore si spezza... 

ecco tutto ! 

— Io comprendo il vostro dolore, Chloe, e sono desolata di 
non potervi portare rimedio 5 ma rivolgetevi a Dio, poiché egli 
solo sappia guarire le ferite del cuore. 

Durante alcuni momenti lutti piansero in silenzio; poscia 
Giorgio Shelby narrò con commovente semplicità il glorioso 
martirio di Tommaso, di cui ripetè le ultime parole. 

Un mese dopo, tutti gli schiavi delPabitazione si riunirono 
per intendere un'importante comunicazione, che doveva esser 
fatta loro dal giovane padrone. Con grande loro fiorpresa, egli 
comparve munito di un grosso fascicolo di carte, contenente 
i documenti della loro eniancipazione, che vennero da lui di- 



200 

strìbuiti frammezzo alle lagrime ed alle acclamazioni onivep- 
sali. Molti fra quegli schiavi lo supplicarono a volerli tenere 
presso di sé, ed offrirono persino di restituirgli i documenti 
che attestavano il legale loro diritto alla libertà. 

— Noi non desideriamo una libertà maggiore di quella 
che già godiamo. Noi abbiamo tutto quanto ci abbisogna. Noi 
non vogliamo abbandonare la nostra vecchia dimora, la no- 
stra padrona, il nostro giovane padrone. 

— : Miei buoni amici, disse Giorgio Shelby, appena potè ot- 
tenere un po^ di silenzio; non è già necessario che voi mi ab- 
bandoniate» poiché la coltura di questo tenimento esiga gli 
stessi lavori di prima. II bisogno di avere degli operai è sem- 
pre lo stesso, ma voi siete oramai tutti liberi. Io vi pagherò 
il vostro salario dietro una tariffa che sarà stabilita di comune 
accordo^ ma così, nel caso ch'io perdessi la mia fortuna o che 
venissi a morire, non avrete più a temere di andare dispersi e 
di essere venduti. Io intendo di consacrare T opera mia ad 
insegnarvi qual uso dobbiate fare dei nuovi diritti, che ho 
creduto mio debito di concedervi. Io spero che voi vorrete 
ascoltare le mie lezioni, ed applicarle comportandovi onesta- 
mente. Ed ora, amici miei, ringraziate il Signore pel bene- 
ficio della libertà! 

Un vecchio negro, che era rispettato come un patriarca, e 
che avea passata tutta la sua vita suir abitazione dei Shelby, 
sollevò al cielo, non gli occhi, poiché fosse divenuto cieco, ma 
sibbene le venerabili e tremanti mani, esclamando: * — Ren- 
diamo grazie a| Signore! 

Tutti s'inginocchiarono, e giammai più commovente Te^ 
Deum non echeggiò sotto la vòlta celeste, quanto quello can- 
tato da quelle povere creature, quantunque vi mancasse il 
suono deir organo e lo squillo delle campane. 

Un altro negro intuonò un inno metodista, che avea il se- 
guente ritornello: et Ecco Tanno del giubileo! La misericordia 



20i 

di Dio è infinita! Peccatori da Luì riscattati rientrate nella vo- 
stra patria celeste! »' 

Quando i canti cessarono quelle povere creature circonda- 
rono Giorgio Shelby, e gli rivolsero i più affettuosi ringrazia- 
menti. 

— Ancora una parola! disse egli a quei nuovi emancipati, 
vi ricordate voi dei buon zio Tommaso? 

Giorgio Shelby, dopo aver loro fatto un breve racconto 
della morte del loro amico, ripetè ad essi le ultime parole pro- 
nunciate da quel nobile martire e poscia soggiunse: 

—^ Fu sulla sua tomba , amici miei , cbe ho promesso a 
Dio di non tenere più schiavi > onde non esporre alcuno al- 
l' angoscia d' essere separato da' suoi cari, ed al pericolo di 
morire, come lui, sovra una piantagione lontana. Cosi, quando 
voi vi feliciterete con voi stessi peirottenuta libertà , ricorda- 
tevi che la dovete a quella brava creatura, e dimostratele la 
vostra riconoscenza coiramare la sua povera moglie ed i suoi 
figli. Ogni qualvolta vedrete la capanna dello zio Tommaso 
pensate alla vostra emancipazione , rammentatevi che egli vi 
ha lasciato un esempio da imitare , e proponetevi di mante- 
nervi onesti, fedeli e cristiani come lui! 

CAPITOLO XLV. 

. Un'ultima parola. 

Ci si chiese più volte se la storia da noi narrata fosse vera. 
Risponderemo a questa interrogazione. I varii incidenti cbe 
entrano a comporre V assieme di questo racconto sono essen- 
zialmente autentici. Noi stessi né fummo testimonii, o ci fu- 
rono quanto meno rivelati da amici ^ nei quali abbiamo la 
più completa fiducia. I caratteri da noi tratteggiati sono 
esattamente conformi agli originali , e la maggior parte 
delle parole da noi attribuite ai nostri personaggi, o furono- 
intese da noi stessi o ci furono riferite. 



902 

L'Elìsa, qoal'è da noi descritta, è un vero ritratto tanto dal 
lato morale quanto dal Iato fisico^ V^ba più di un modello da noi 
conosciuto della pietà, della moralità, deirincorruttibile fedeltà 
dello zio Tommaso. Alcune fra le scene, che sembreranno forse 
più strane , sono accadute pressoché sotto ì nostri occbi. Il 
fatto di una madre che traversò l'Ohio sul ghiaccio, è cono- 
sciutissimo. Un fratello di chi scrive queste righe , cassiere 
di una casa di commercio della Nuova-Orleans, ci ha narrata 
la morte della vecchia Prue. É desso che ci ha parimenti co- 
municato quanto abbiamo detto intorno al piantatore Legree, 
di cui egli avea visitata T abitazione. A questo proposito 
nostro fratello ci scriveva: « Quest' uomo volle chMo toccassi 
il suo pugno, che era duro come una barra di ferro e pesante 
come un martello da fucina. Egli mi disse che le callosità che 
vi si osservavano, provenivano dalPaver egli ammazzati^ col 
mezzo delle sole sue mani , molti negri. Allorché sortii dalia 
casa di quel mostro respirai più liberamente; mi pareva di 
sfuggire dalla -caverna d'un antropofago. '> 

Vi sarebbero testimoni! oculari pronti ad attestare come 
vi sieno esempi, ancora troppo numerosi, di morti tragiche si- 
mili a quella di Tommaso. Se si vuol ricordarsi che in tutti 
gli Stati del Sud si considera come un indiscutibile teorema 
legale che alcun uomo di colore non possa essere ammesso a 
testimoniare contro un bianco, non si esiterà ad ammettere che 
tali orrori possano commettersi dappertutto ove vi sia ed un 
padrone più dominato dalle passioni che dalPinleresse, ed uno 
schiavo che abbia abbastanza coraggio ed onestà per resi- 
stergli. La moralità del padrone é la sola garanzia che abbia 
la vita di uno schiavo. Dei fatti obbrobriosi , sui quali il pen- 
siero non ha coraggio di fermarsi , giungono qualche volta 
sino alPorecchio del pubblico, ma i commentarli, di cui sono 
resi argomento , hanno spesso un' impronta ancora più ver- 
gognosa dei fatti stessi. « Sarà possibile che tali cose ac- 



205 

cadano di quando in quando^ ma alla fine non sono che ecce- 
zioni., « 

Se le leggi della Nuova-Inghilterra permettessero ad un 
padrone di torturare di quando in quando il suo domestico 
sino a che ne morisse, si affetterebbe la stessa impassibilità? 
si andrebbe ripetendo : « Sono eccezioni « ? Queste iniquità 
sono inerenti al sisteiiia della schiavitù, la quale, senz^esse, 
non potrebbe sussistere. 

Gli avvenimenti che accaddero in seguito alla cattura 
dello schooner la Perla, diedero una grande pubblicità alla 
vendita di alcune giovani .e belle mulatte. Togliamo il se- 
guente passaggio dall'arringa dell'avvocato Orazio Mann , che 
ebbe una parte in questo processo : 

« Fra le sessantasei persone che nel mille ottocento qua- 
rantotto tentarono di evadersi dal distretto della Colombia, a 
bordo della Perla , v' erano varie giovinette dotate di quei 
vezzi affatto speciali, che sono altamente apprezzati dagli intel- 
ligenti. Una di queste chiamavasi Elisabetta Russel. Essa cadde 
fra le mani di un mercante di schiavi^ che progettò di ven- 
derla alla Nuova-Orleans. Tutti coloro che la viderq sentirono 
pietà pel suo destino. Furono offerti per riscattarla, ottocento 
dollari , ma il suo padrone fu inesorabile. Essa era già in 
viaggio per la Nuova-Orleans, quando a mezza via Dio ebbe 
pietà di lei e permise che morisse. Questa sventurata era ac- 
compagnata da due ragazze chiamate Edmudson. Al momento 
di partire pel mercato , la maggiore di ^sse supplicò il pa- 
drone di risparmiare le sue vittime. Egli si fé' bèffe di quelle 
sventurate, dicendo loro che avrebbero avute dejle belle vesti 
e. dei buoni appartanjenti. — Sì, rispose la giovinetta, ciò an- 
drà bene per la vita terrena , ma per Teterna.... ? Esse fui'ono 
inviate alla Nuova-Orleans, e si dovette, più tardi, spendere 
una somma enorme per riscattarle. » 

Ciò non basta per dimostrare ad evidenza come la storia 
di Emmelina e di Cassy non sia una finzione? 



Siccome desideriamo d'esser giusti, così siamo costretti a 
dire che gli uomini della tempera di Saint-CIare non devono 
essere relegati fra gli eroi da romanzo. Il seguente aneddoto ne 
somministrerà la prova. Alcuni anni fa un giovane ^entlemai 
del Sud sì trovava a Cincinnati con un suo schiavo favorito , 
chiamato Nathan. Questo schiavo approfittò della circostanza 
di trovarsi in uno Stato libero per acquistare la libertà^ e si pose 
sotto la protezione d' un quacchero ben noto per essersi me- 
scolato in molti affari' di simile natura. II padrone di Natban 
provò la più viva indegnazion^. Egli avea sempre trattato il 
suo schiavo con indulgenza, e siccome credeva d'esserselo af- 
fezionato , cosi suppose che si fosse lasciato trascinare alla 
fuga da qualche malvagia suggestione. Andò, pieno di rabbia^ 
alla casa del quacchero, ma si lasciò facilmente calmare dalle 
ragioni che gli vennero opposte. Egli fini col dire al quac- 
chero che qualora il suo schiavo avesse il coraggio di dirgli 
in faccia che desiderava d'esser libero , egli V avrebbe imme- 
diatamente emancipato. L' abboccamento ebbe luogo , ed il 
gioyane chiese a Nathan se avesse motivi per potersi giusta- 
mente lagnare. 

— No^ padrone, disse Nathan, voi siete stato sempre baono 
con me. 

— Ma allora, perchè mi vuoi tu abbandonare? 

— Il padrone può morire, ed in tal caso che sarebbe di 
me?.... Io preferirei d'esser libero. 

Dopo alcuni momenti di riflessione il giovane rispose : 

— - Nathan, s'io fossi ne' tuoi panni dividerei sicuramente 
la tua opinione. 

Ed egli fece redigere immediatamente l'atto d'emancipa- 
zione, consegnò al quacchero una somma perchè potesse pro- 
vedere ai primi bisogni dello schiavo , e scrisse a questi una 
lettera piena d'affetto, che noi stessi abbiamo avuta tra le 
mani. 

D'altronde noi sj^riamo d'aver reso il debito omaggio 



205 

alla gcncrosià, alla grandezza (Inanimo , air umanità che d^ 
stinguòno un numero assai ragguardevole degli abitanti det 
Sud. Queste loro qualità ci vietano di disperare della razza 
umana. 

Durante assai tempo noi abbiamo evitato di occuparci in* 
torno a questa ardente questione della schiavitù. Noi pensa- 
vamo che questo fosse un argomento troppo penoso, e d'al- 
tronde, confidavamo che il progredire delP incivilimento 
avesse a far crollare sollecitamente la nefanda istituzione. 
Ma noi leggemmo con meraviglia e con costernazione Tatto le- 
gislativo del 1850^ col quale un popolo cristiano decreta es- 
sere la denunzia degli schiavi fuggitivi un dovere per ogni 
buon cittadino. Varie persone onorevoli ed umane , che abi- 
tano gli Stati del Nord^ esaminarono seriamente se e sino a 
qual punto questo novello dovere potesse conciliarsi collo spi- 
rito delPEvangelio. Allora dovemmo dire fra noi stessi : « Co- 
storo non sanno cosa sia la schiavitù. » E fu allora che ci 
nacque il pensiero di delinearne gli orrori in un dramma 
che fosse esatto e preciso. Noi abbiamo cercato di dipingere 
dapprima le apparenze meno tristi della schiavitù, e poscia le 
più abbominevoli. Forse siamo riusciti nel colorire Taspetto 
migliore della schiavitù , ma quante cose avremmo ancora a 
dire qualora volessimo completare il quadro delle esecrande 
conseguenze e necessità del servaggio 1 

€e ne appelliamo a voi stessi, o abitanti del Sud^ che resi- 
stendo alle più funeste influenze, avete conservata intatta la 
nobiltà e la lealtà dèlia vostra natura \ Nel segreto della vostra 
coscienza, nei vostri intimi e confidenti colloqui non avete 
mai dovuto confessare che la schiavitù produce miserie assai 
peggiori di quelle da noiindicate? E la cosa potrebbe forsean- 
dar diversamente ? L'uomo può venire investito di un potere 
illimitato? La vostra giurisprudenza, respingendo la deposizione 
dei negri, non converte ciascun proprietario in un despota irre- 
sponsabile? Non si travede evidentemente ciò che deve risul- 



206 

lare dal T applicazione di quesla teoria? Se vi ha> come noi 
siamo pronU ad ammetterlo^ un^ pubblica opinione per voi 
uomini d'onore e generosi, non v''è forse un'altra specie di 
pubblica opinione per gli esseri vili e crudeli? E questi ul- 
timi non possono forse, in virtù della legge, possedere altret- 
tanti schiavi quanto ipiù onesti ed i migliori, i quali sieno de- 
gni d'esservi paragonati ? In qual paese gli uomini giusti^ com- 
passionevoli, generosi costituiscono Ja maggioranza? 

Le leggi americane considerano oramai come una pirate- 
ria la tratta dei Negri. Ma la schiavitù esistente negli Stati- 
Uniti , occasiona forzatamente una tratta regolarmente orga- 
nizzata al pari di quella, che veniva altre volte esercitata sulle 
spiaggie dell'Africa. 

Noi non abbiamo data che un'idea affatto imperfetta delle 
inesprimibili angosce che straziano, in questo stesso momento 
in cui stiamo scrivendo, molte e molte miglìaja di umane crea- 
ture. Si videro delle madri, forzate quasi ad assassinare i loro 
figli , cercar poscia nella tomba un rifugio contro abbomine- 
voli miserie da esse temute più della morte. Non si può seri-* 
ver nulla,dir nulla, concepir nulla (fi tanto tragico e di tanto 
spaventevole, che possa' essere paragonato alla scene che 
succedono tutti i giorni nella nostra patria, all'ombra delle 
leggi americane, all'ombra della Croce di Cristo ! 

Ed ora uomini e donne dell'America potete rimanere ancora 
indifferenti innanzi a questa questione della schiavitù? Pròprie- 
tarii del Massachusettes, del New-Hampshire, di Vermont, del 
Connecticut che leggete questo libro a canto al fuoco nelle 
invernali serate 3 armatori e marina] del Maine; generosi abi- 
tanti dello Stato di Nuova-York j coltivatori dell'Ohio, rispon- 
dete ! È cosa degna di voi l' incoraggiare ed il proteggere la 
schiavitù? E voi, madri americane, voi che ritraete tanta gioja dai 
vostri figli, che ne guidate i primi passi nel mondo con si com- 
movente sollecitudine, e che non vi stancate di pregar Dio 
per essi, compiangete quelle madri che hanno sentimenti si- 



207 

mili ai vostri, e che pure non hanno il legale diritto di edu- 
care e di proteggere i figli delle loro viscere 1 Io vi scongiu- 
ro , madri americane , per i patimenti dei vostri figli ago- 
nizzanti, per quegli occhi che si sono spenti e di cui non 
dimenticherete mai gli ultimi sguardi, per quella culla vuota 
e pur tanto piena di dolori, compiangete le madri^ alle quali 
il mercato degli schiavi non cessa di strappare i cari figli 1 Ah, 
ditelo voi, se la schiavitù sia un'istituzione che si debba difen- 
dere tollerare ! 

Risponderassi forse che gli abitanti degli Stati liberi non 
sonp responsabili delle abbominevoli conseguenze della schiavi- 
tù? Piacesse al cielo che ciò fosse vero; ma sventuratamente 
non h) è. Gli abitanti degli Stati liberi hanno partecipato an- 
ch'essi allo sviluppo deir odiosa instituzione, e sono di tanto 
più colpevoli innanzi a Dio in quanto.che non abbiano^ come 
gli abitanti del Sud, la scusa delPeducazione e delPabitudine. 

Se le madri degli Stati liberi avessero avuto i sentimenti' 
che avrebbero dovuto avere, i figli degli Stati liberi non avreb- 
bero cooperato al mantenimento della schiavitù neirAmerica, 
i figli degli Stati liberi non si sarebbero acquistata la prover- 
biale riputazione d'essere più crudeli fra i padroni, i figli 
degli Stati liberi non avrebbero accettato i corpi e le anime 
dei loro fratelli a pareggio del loro denaro. V'ha una moltitu- 
dine di schiavi che appartengono ai negozianti del Nord, e che 
sono da essi trafficati e venduti. La responsabilità dei delitti 
generati dalla schiavitù deve dunque tutta ricadere sulle po- 
polazioni dei Sud? 

I cristiani del Nord devono pensare a tutt'altroche ad ac- 
cusare i loro fratelli del Sud; essi devono combattere il male 
che vegeta in mezzo a loro stessi. 

Ma qual'è l'autorità d'un iudividuo? Ogni individuo può 
esser giudice in simile questione. Chiunque ha un' opinione 
giusta ed energica intorno ai grandi interessi dell' umanità 
può rendere degli immensi servigi. Meditate dunque profon» 



208 

damente il partito che sarete per adottare nella questione del 
servaggio. Vi porrete voi d'accordo coi precetti di Cristo? Vi 
lascierete sedurre e pervertire dai sofismi della politica 
mondana? 

Cristiani del Nord, voi avete ancora un altro mezzo dMn- 
fluenza, oltre quello delle vostre parole e delle vostre azio- 
ni. Voi potete pregare ! Credete voi all'efficacia della preghiera, 
non la considerate più che quale una vaga tradizione aposto- 
lica? Voi pregate pei pagani che sono nelle terre straniere ^ 
pregale anche pei pagani che vivono fra noi. Pregate per que- 
sti cristiani infelici , la cui educazione religiosa va oscillando 
dietro le vicissitudini commerciali , e che sono quasi sempre 
nel r impossibilità di mantenersi fedeli alla morale evangeli- 
ca , a meno che Dio non si Sdegni di conceder loro il corag- 
gio e la gloria del martirio. 

Ma v'ha ancora di più. Dei poveri fuggitivi, miseri avanzi 
'di sperperate famiglie, sfuggono miracolosamente alle loro ca- 
tene e cercano un asilo nei liberi Stati del Nord. La maggior 
parte delle volte le facoltà morali ed intellettuali di questi 
sventurati furono pervertite da un sistema, che capovolge tutte 
le nozioni del giusto e dell'ingiusto. Essi vengono fra noi per 
chiederci l'asilo, l'educazione, una religione. Che operate voi 
a prò di questi sfortunati, o cristiani? Non dovete forse qual- 
che riparazione a questa razza africana, che gli americani 
hanno si crudelmente calpesta? Chiuderete innanzi a loro le 
porte delle vostre chiese e delle vostre scuole? Gli Stati sor- 
geranno dessi per rigettarli dal loro seno ? La chiesa di Cristo 
assisterà silenziosa agli oltraggi scagliati contro infelici privi 
d'ogni soccorso? Respingerà essa la mano supplichevole tesa 
da questi rejetti? Vorrà essa applaudire alla barbarie di chi 
vorrebbe ricacciarli al di là delle nostre frontiere? Oh , se la 
cosa fosse cosi, la nostra patria avrebbe ragione di trepidare 
ogni qualvolta si ricordasse che il destino delle nazioni è nelle 
mani di un Dio vendicatore. 



209 

Voi dite: <f Noi qui non abbiamo bisogno di essi; che se 
ne vadano in Africa! » S^ la Provvidenza ha apparecchiato 
loro un rifugio, "è questo certamente un fatto di grande im* 
portanza, ma non è già una sufficiente ragione perchè la Chiesa 
di Cristo rifiuti a questi proscritti queir ajuto che essa ha l'ob- 
bligo di accordar loro. 

Se si popolasse la Liberia con una razza ignorante, semi- 
barbara, appena sfuggita al servaggio, si prolungherebbe in- 
definitamente quel pericoloso periodo di crisi, che dev'essere 
attraversato da ogni nuovo stabilimento. Che la Chiesa accolga 
questi paria collo spirito di Cristo, e che essi possano quindi 
approfittare dei vantaggi e dei beneficii d'una società incivilita; 
e allorché avranno tocco un certo grado di maturità intellet- 
tuale che li s'invii pure nella colonia, poiché potranno mettervi 
in pratica le lezioni da essi ricevute neir America. Alcuni 
cittadini del Nord hanno adottato questo metodo e ne risultò 
che molti schiavi nati fra i ceppi hanno potuto acquistare 
rapidamente l'istruzione, la considerazione, la fortuna. Alcuni 
di essi si sono fatti osservare per l'altezza dell'ingegno. Ve 
ne furono di quelli che si distinsero per probità^ per isquisi- 
tezza di sentimenti e per gli sforzi eroici da essi tentati a prò 
dei loro fratelli rimasti ancora fra i vincoli della schiavitù. 

Chi scrive queste pagine ha vissuti molti anni lungo il 
confine degli Stati a schiavi, ed ebbe quindi molteplici occa- 
sioni di osservare gli uomini emancipatisi dal loro giogo. Al- 
cuni di questi entrarono come domestici nella sua famiglia, e 
ricevettero l'istruzione, per mancanza di scuole pubbliche, in 
privati stabilimenti. La testimonianza dei missionarii che 
raccolgono i fuggitivi nel Canada coincide colle osservazioni 
della propria esperienza, sicché abbia dovuto concepire un'ot- 
tima idea della capacità intellettuale dei negri. 

11 primo desiderio degli schiavi emancipati è quasi sem- 
pre quello d'istruirsi. Essi sono disposti a tutti i sagrifizii per 
procurare una buona educazione ai loro figli: le nostre os- 



servazionì e le notizie trasmesseci da alcutii maestri concor- 
rono a stabilire che i negri imparano facilmente e sono dotati 
di una intelligenza poco comune. I risultati ottenuti nelle 
scuole fondate da alcuni generosi cittadini di Cincinnati appog- 
giano e confermano questa opinione. 

Ecco una nota inviataci dal professore G. E. Stowe, del semi- 
nario di Lane nello Stato delPOhio, intorno agli schiavi eman- 
cipati, attualmeute residenti a Cincinnati. Questa nota gioverà 
a dimostrare come la razza nera sappia elevarsi, anche quanilo 
è priva di soccorsi e d^incoraggiamenti. 

Daremo semplicemente le iniziali dei nomi: 

i< B. — Ebanista^ abita in questa città da più di ventanni ; 
si è riscattato pel prezzo di diecimille dollari da lui guadagnati 
colla sua industria^ anabattista. 

i( C. — Completamente nero^ fatto prigioniero sulla cqsta 
dell'Africa; venduto nella Nuova-Orleans. Quindici anni di re- 
sidenza; si è riscattato pei prezzo di seicento dollari; agricol- 
tore; possiede varie fattorie nello Stato d'Indiana; presbite- 
riano ; s'è messa da parte una somma di quindici a yentimille 
dollari. 

uK, — Completamente nero; possiede trentamila dollari; 
ha quarantanni; è libero da tre anni; ha pagati ottocento 
dollari pel riscatto della sua famiglia; anabattista; ha ereditato 
dal suo antico padrone un legato che egli fa fruttare.' 

u G. — Completamente nero; è mercante di carbone; ha 
trent' anni ; possiede diciottomille dollari ; si è riscattato due 
volte, essendo stato ingannato la prima volta, per mille e sei- 
cento dollari; deve alla sua industria quanto possedè; quan- 
d'era schiavo comperava dal padrone il libero godimento del 
suo tempo e lavorava per suo proprio conto ; è un bell'uomo 
ed ha maniere distinte. 

« W. — Nero per tre quarti; parrucchiere; originario del 
Kentucky; lìbero da circa diecinovc anni; ha riscattato sé e 
ìa sua famiglia pel prezzo di tremille dollari; possedè venti- 



^211 

mille dollari guadagnatisi colla sua industria^ è diacono nella 
chiesa degli anabattisti. 

« G. D. — Nero per tre quarti; lavandaio; originario del 
Kentucky; libero da nove anni; si è riscattato colla famiglia 
pel prezzo di mille e cinquecento dollari; è morto recente- 
mente dell'età di sessantanni ed ha lasciati seimila dollari. 

Il professore Stowe soggiunge: «< Eccettuatone G. tutti 
questi individui sono da me personalmente conosciuti ». 

L'autrice si ricorda di aver veduta una vecchia mulatta 
che era la lavandaja della famìglia di suo padre. La figlia di 
questa donna avea sposato uno schiavo. Questa giovane, che 
avea una singolare attività, potè a forza di economie e di priva- 
zioni mettersi da parte novecento dollari per riscattare il marito. 
Mancavano ancora cento dollari airincirca per compire la som- 
ma stabilita, quando il marito mori. II denaro, che era stato 
di mano in mano depositato nelle mani del padrone del ma- 
rito, non le venne mai restituito. 

Ci sarebbe assai facile raggiungere a questi, mille altri 
fatti che attesterebbero Taffetto, la pazienza, la probità e V e- 
nergia spiegati dallo schiavo quando è emancipato. 

E che si rifletta che questi uomini sono giunti ad assicu- 
rarsi un'onesta agiatezza ed una onorevole posizione sociale 
dovendo lottare contro le circostanze più svantaggiose. Secondo 
le leggi dell'Ohio l' uomo di colore non può essere elettore; e 
non sono più di cinque anni dacché gli fu accordato il diritto 
di testimoniare contro il bianco. E non è solamente nello 
Stato dell'Ohio che si trovano degli uomini simili a quelli 
di cui abbiamo parlato. In tutti gli Stati dell'Uniome si possono 
vedere degli individui , poc' anzi immersi nelle tenebre della 
schiavitù, fare da soli la propria educazione con una perseve- 
ranza che non potrebbe essere abbastanza ammirata , e con- 
quistare un posto onorevole nella società. Pennington fra gli 
ecclesiastici, Douglas e Ward fra i libraj, ci offrono degli 
esempi abbastanza conosciuti. ^ 



aia 

Se questa razza perseguitala 6 capace di superare lanll 
ostacoli, che non saprebbe (lessa operare sotto gli aiispicifl 
ed il patrocinio della Chiesa, inspirata cbe fosse dal t 
rito dell'Evangelio 7 

Noi siamo in un'epoca di fieri aj^ilamentij la terra tremij 
scossa ila una secreta potenza. L'America è forse sicura? Ogu 
nazione che tollera nel proprio seno delle grandi iniquili 
nutre il germe della sua decadenza e della sua rorida. 

Chiesa di Cristo! comprendi alla fine i segni del temigli 
Questa segreta potenza non è forse lo spirito di Colui 
cui regno deve venire, e la cui volontà sarà fatta in terra ei 
incielo? E chi potrà impcdirclavenutadi questoregiìo? " 
che questo giorno sarà ardente come una fornace, e Cristo ^ 
parirà per testimoniare contro colorò che rifiutaao al [ 
vero la dovuta mercede, che opprimono la vedova e l'orfaM 
cbe spogliano lo straniero: ed Egli esterminerà ToppressOTe"] 

Queste parole non sono forse tremende per unaìiBÙBne 
che nutre ne'suoi fianchi una si manifesta ingiustìzia! ( 
stianil Tutte le volle che invocale la venuta del regno di D!% 
voi dimenticale cbe i Profeti, con un terribile avricinamentVtfl 
associano il giorno della vendetta a quello della redenzioniT 
Un giorno di grazia ci è ancora concesso, il Nord ed il S 
saranno siali colpevoli innanzi a tiio, e la nostra Chiesa d 
rendere un conto severo. Non è proleggendo l'iniquità e aeoiw 
mutando un comune capitale di barbarie cbe gli Stali-Unis' 
potranno esser salvi, ma sibbcne pel pentimento, per la g 
zia, per la misericordia. La legge fisica, in virtù della qualeV 
la pietra piomba negli abissi dell'Oceano, non 6 piilt evidente! 
e più inflessibile di quell'altra legge divina, in virtù della t 
quale l'ingiustizia e la crudeltà attraggono sulle Dazioni I' 
d'un Dio onnipossentel 

f I>li DF.L TERZO ED ULTIMO VOLUME. !